29 ANNI DOPO. E SIAMO ANCORA QUI

29 ANNI DOPO. E SIAMO ANCORA QUI

Quasi 36 anni insieme, qualche inverno, molte primavere e una riflessione sul significato di scegliere ancora la stessa persona

Domani saranno ventinove anni.

Vent’anni fa probabilmente avrei scritto: ventinove anni di matrimonio. Oggi preferisco scrivere: ventinove anni di vita.

Perché un matrimonio, quando dura così tanto, smette di essere una data sul calendario. Diventa una parte della tua biografia.

Io e Rossella ci conosciamo da quasi trentasei anni. Cinque anni di fidanzamento prima di quel 14 settembre 1997 nel quale abbiamo deciso di sposarci. Se faccio il conto mi impressiono persino un po’.

Non perché mi sembri passato troppo tempo, ma perché dentro quei trentasei anni c’è praticamente un’altra vita. Ci siamo conosciuti diversi da come siamo oggi.

Eravamo più giovani, naturalmente. Ma soprattutto eravamo persone che ancora non conoscevano quello che la vita avrebbe messo loro davanti. E la vita non ci ha fatto sconti.

Abbiamo avuto le nostre estati e abbiamo avuto i nostri inverni. Momenti nei quali stare insieme sembrava la cosa più naturale del mondo e altri nei quali probabilmente abbiamo dovuto ricordarci perché avevamo scelto di farlo. Poi sono tornate le primavere.

Ed è forse questa la prima cosa che vorrei dire a una coppia giovane che sta pensando di sposarsi. Non sposatevi pensando che sarete sempre felici.

Sposatevi soltanto se siete disposti ad attraversare insieme anche i periodi nei quali la felicità sembrerà essersi dimenticata il vostro indirizzo.

Credo che uno degli errori che facciamo quando parliamo di matrimonio sia utilizzare troppo facilmente la parola ‘per sempre. Il per sempre non esiste il giorno delle nozze. Quel giorno esiste soltanto una promessa.

Il per sempre, se arriva, viene costruito dopo. Un giorno alla volta.

E qualche volta viene costruito anche litigando, allontanandosi, sbagliando, chiedendo scusa, perdonando, ricominciando. Persino scoprendo che la persona che hai accanto è cambiata e chiedendoti se sei capace di innamorarti anche della persona che è diventata.”

Questa secondo me è la parte che può parlare davvero ai giovani. E aggiungerei una cosa scomoda ma importante: durare non è di per sé un successo.

Non consiglierei mai a due persone di rimanere insieme a qualsiasi costo.

Una famiglia non è una prigione e un matrimonio non concede diritti di proprietà sull’altro. Ed è qui che la riflessione diventa inevitabilmente sociale.

Ogni volta che leggiamo di una donna perseguitata, picchiata o uccisa da un uomo che diceva di amarla, dovremmo avere il coraggio di pronunciare una frase semplicissima: quello non è amore.

L’amore non possiede. Non controlla. Non umilia. Non minaccia.

E soprattutto accetta una delle possibilità più dolorose di una relazione: che l’altro possa decidere di non amarci più.”

È anche per questo che nelle iniziative sociali che accompagneranno sempre più il mio lavoro nello spettacolo e nell’impresa voglio lasciare spazio al tema della violenza di genere. Lo spettacolo può divertire, ma quando possiede un pubblico possiede anche una possibilità: accendere una luce.

E allora torno a noi.

Dopo quasi trentasei anni non voglio scrivere che rifarei tutto allo stesso modo.

Non sarebbe vero.

Qualche errore lo cancellerei. Qualche parola non la pronuncerei. Qualche silenzio lo riempirei. In qualche momento stringerei Rossella un po’ più forte e in qualche altro avrei probabilmente bisogno di lasciarle più spazio.

Ma c’è una cosa che non cambierei.

Quel giorno in cui le nostre due strade hanno deciso di diventare una storia.”

29 ANNI DOPO. E SIAMO ANCORA QUI

Quasi trentasei anni insieme, qualche inverno, molte primavere e una promessa che continua Domani saranno ventinove anni di matrimonio.

Ma in realtà io e Rossella ci conosciamo da quasi trentasei.

Quando metto insieme questi due numeri mi rendo conto che non sto parlando semplicemente di un matrimonio. Sto parlando di una parte enorme della mia vita.

E tutto cominciò con un appuntamento a sorpresa.

Io stavo uscendo dal mio precedente matrimonio, ormai alle battute finali anche dal punto di vista legale. Era stata una storia sbagliata, nata in un periodo particolare della mia vita.

Vivevo nella Milano degli anni Ottanta, una città che allora sentivo molto meno inclusiva di oggi, soprattutto nei confronti di chi arrivava dal Sud o, come me, da Roma.

Il “romano scansafatiche” era uno dei tanti luoghi comuni con i quali avrei fatto i conti e sui quali, negli anni, mi sarei preso qualche bella rivincita.

Anche quel matrimonio era finito nel peggiore dei modi.

Avevo scoperto di essere stato tradito. Alcuni amici, quando mia moglie lasciò il tetto coniugale, organizzarono una specie di task force investigativa seguendola per Roma e consegnandomi rapporti talmente dettagliati che mancavano soltanto fotografie e timbro dei servizi segreti.

Alla fine scoprii dove abitava e con chi. Non farò il nome. Posso soltanto dire che si trattava di un noto musicista jazz. Andai a dirgli quello che pensavo e chiusi definitivamente quella pagina.

Ma una cosa è importante: non avevo smesso di credere nell’amore e neppure nel matrimonio. Avevo smesso di credere in quel matrimonio. È molto diverso.

PIAZZA CAVOUR

Un’amica di Rossella, parlando con lei, un giorno disse:

“Io conosco l’uomo della tua vita. Peccato che sia sposato.”

Quando seppero che mi stavo separando, due nostri amici decisero di organizzare un incontro. Io non sapevo nulla.

Non sapevo che fosse un appuntamento combinato e certamente non immaginavo che quella sera avrei incontrato la donna con la quale avrei trascorso i successivi trentasei anni.

Piazza Cavour, Roma. E a un certo punto arriva lei.

Una stanga di un metro e ottantacinque con un sorriso che illuminò quella sera e, posso dirlo oggi, moltissimi degli anni che sarebbero venuti dopo.

Fu un colpo di fulmine. Per tutti e due. Andammo alla birreria Guinness e, salutati gli amici, venne fuori immediatamente quel romanticismo che, nel bene e nel male, mi ha sempre contraddistinto.

La portai al Gianicolo. Roma sotto di noi, cielo stellato, luna piena. La situazione perfetta. Ci baciammo. Un bacio vero, appassionato.

E subito dopo riuscii a fare una cosa molto meno cinematografica ma, probabilmente, molto più importante.

Le dissi la verità.

“Rossella, io sono sposato. Non ho figli e sto per divorziare. Se questo può costituire un problema per te o per la tua famiglia, io farò un passo indietro. Questa serata resterà il ricordo splendido di una donna che per qualche ora mi ha ridato il sorriso e la voglia di vivere. Te ne sarò sempre grato e potremo coltivare una sana amicizia.”

Lei mi guardò. Mi fece uno di quei sorrisi che conosco ormai da una vita e scoppiò in una fragorosa risata. Una risata che, tradotta liberamente, suonava più o meno così: “So tutto. E nonostante tutto non me ne frega un cazzo.”

Avevamo cominciato.

14 SETTEMBRE 1997

Passarono gli anni del fidanzamento e finalmente, il 14 settembre 1997, nella Basilica di Sant’Elia a Nepi, ci sposammo.

A celebrare le nozze fu Monsignor Marco Frisina. Il noto compositore del Vaticano Maestro del Coro della Cappella Sistina

Decidemmo anche di giocare con i testimoni, scambiandoci simbolicamente le famiglie. Per me furono suo fratello Aldo e mio fratello Massimo; per Rossella mio fratello Stefano e una sua compagna di scuola.

Eravamo lì davanti a un sacerdote, alle nostre famiglie, agli amici e a tante persone che oggi non ci sono più.

E pronunciammo quelle parole che quando hai davanti tutta la vita sembrano quasi facili: “Finché morte non ci separi.” Poi comincia il matrimonio vero. Quello che non compare nelle fotografie.

ARRIVA PULCE

Il 27 dicembre 1999 Rossella mi fece un altro regalo. Mariadele.

Il suo nome nasce dall’unione dei nomi delle sue due nonne, Maria e Adele.

Quattro chili di bambina e una quantità impressionante di capelli neri corvini. Presentata alla nascita a mio cognato Aldo perche’ identica a lui. Oggi invece la vedo sempre piu’ somigliiante a me sia fisicamente che per carattere e mentalità

La chiamai Pulce. La chiamo Pulce ancora oggi.

Adesso è una donna di ventisei anni e qualche volta, guardandola, rivedo contemporaneamente me e Rossella alla sua età.

È difficile spiegare cosa significhi un figlio dentro una storia così lunga. A un certo punto non sei più soltanto marito e moglie. Diventi padre e madre. Le priorità cambiano, cambiano le paure, cambia persino il modo di guardare il futuro.

Mariadele è diventata una parte gigantesca del nostro amore.

GLI INVERNI

Non voglio raccontare una favola. Sarebbe falso e, soprattutto, sarebbe inutile per quello che vorrei dire alle coppie giovani che stanno pensando di sposarsi.

Io e Rossella abbiamo vissuto anni bellissimi. E abbiamo attraversato anni molto bui. Lei è stata una compagna fedele, comprensiva, presente. Ha dato alla nostra famiglia tutto l’amore che poteva dare.

Io non sempre sono stato alla pari. Lo posso scrivere oggi senza cercare giustificazioni.

Mi sono concesso qualche facile distrazione verso l’universo femminile. Non sono mai arrivato al tradimento, perché probabilmente lo avrei confessato prima ancora di riuscire a consumarlo, ma l’uomo cacciatore, quello che oggi chiameremmo forse “maschio alfa”, nel mio carattere c’è sempre stato.

Rossella ha avuto una qualità enorme. La pazienza. E soprattutto la capacità del dialogo. Quando qualche mia cazzata demoliva un mattone, lei riusciva spesso a rimetterlo al suo posto.

Io, però, una cosa l’ho sempre saputa perfettamente: un tradimento avrebbe significato il licenziamento in tronco dal nostro matrimonio.

Senza preavviso. E probabilmente mi avrebbe consegnato a una vita completamente diversa, della quale non saprò mai nulla. Per fortuna.

LE NUOVE PRIMAVERE

Un matrimonio lungo non è una primavera che dura trent’anni. È una successione di stagioni. Ci sono state estati meravigliose. Ci sono stati autunni.

Ci sono stati inverni nei quali forse entrambi ci siamo chiesti quando sarebbe tornato il sole.

Ed è tornato. Più volte.

È questa la cosa che vorrei dire soprattutto a chi oggi sta pensando di sposarsi.

Non sposatevi credendo che sarete felici per sempre.

Sposatevi se pensate di essere capaci di attraversare insieme anche i momenti nei quali la felicità sembrerà essersi dimenticata il vostro indirizzo.

Il “per sempre” non esiste il giorno del matrimonio. Quel giorno esiste soltanto una promessa. Il per sempre, se arriva, lo costruisci dopo. Un giorno alla volta. Qualche volta ridendo. Qualche volta litigando Qualche volta chiedendo scusa.Qualche volta perdonando

E qualche volta semplicemente aspettando che passi l’inverno.

MA RESTARE INSIEME NON È UN OBBLIGO

Questo però voglio dirlo con altrettanta forza. Non credo che una coppia debba rimanere insieme a qualsiasi costo. La durata non certifica automaticamente la qualità di un matrimonio.

Una famiglia non è una prigione. Una moglie non appartiene al marito e un marito non appartiene alla moglie. L’amore non è possesso.   Non è controllo.Non è umiliazione. Non è paura.

E soprattutto amare significa accettare persino la possibilità più dolorosa: che un giorno l’altro possa decidere di non amarci più.

Per questo non posso parlare oggi della famiglia senza pensare anche alla violenza di genere.

È un tema sul quale sento una responsabilità crescente e al quale voglio dedicare spazio nelle iniziative sociali che accompagneranno sempre più il mio lavoro nello spettacolo e nell’impresa.

La violenza non è amore degenerato. È violenza.

E quando qualcuno pronuncia “ti amo” mentre controlla, perseguita, minaccia o colpisce la persona che sostiene di amare, quella parola ha già perso completamente il proprio significato.

Lo spettacolo deve divertire. Ma quando hai un pubblico hai anche un’opportunità.

Puoi accendere una luce. E io quella luce voglio contribuire ad accenderla.

UNA COPPIA NON DA INVIDIARE, MA FORSE DA EMULARE

Non considero me e Rossella una coppia da invidiare. L’invidia non mi interessa.

Forse, però, c’è qualcosa della nostra storia che può essere emulato. L’apertura mentale. Il dialogo. La capacità di completarsi senza necessariamente assomigliarsi.

La possibilità di attraversare momenti difficili senza cancellare tutto quello che era venuto prima. E soprattutto affrontare insieme gli ostacoli della vita. Oggi siamo un po’ più vecchietti.

Gli acciacchi non mancano e, quanto a me, diciamo pure che ne ho collezionati abbastanza.

Ma oggi possiamo anche concederci qualcosa che negli anni più giovani era più difficile: goderci quello che abbiamo costruito senza dover guardare continuamente il portafoglio, senza l’ansia di dover dimostrare qualcosa a qualcuno.

E con una promessa nuova. Vivere un’altra primavera del nostro amore. Non la prima. Una delle tante.

Rossella

Mentre scrivo queste righe sono su una spiaggia greca.

Davanti a me c’è il mare, arriva una brezza fresca e sento lo sciabordio delle onde sulla battigia.

E penso che forse non avrei potuto scrivere questo articolo in un posto migliore. Questo blog è il mio regalo di anniversario per te. Domani ci sarà una cena a lume di candela. Ma il regalo che vorrei veramente farti è un altro.

La fiducia nel domani. Un domani che ho immaginato per noi e che sento arrivare lentamente, proprio come queste onde sulla battigia.

Porta vento di fortuna. Di speranza. Di amore per la vita.

Ventinove anni fa abbiamo pronunciato davanti al celebrante, ai nostri testimoni e a tanti parenti che oggi non sono più con noi: “Finché morte non ci separi.”

Mi piace pensare che qualcuno di loro continui a guardarci da qualche parte.

E magari ogni tanto sorrida vedendo che, nonostante tutto, siamo ancora qui.

Voglio ricordare anche l’amico di sempre Fabio Frizzi, che per il nostro matrimonio, con un magnifico quartetto d’archi, compose soltanto per noi la marcia nuziale.

Chissà, Fabio, magari riesco anche a convincerti a regalarmene una versione rimasterizzata da aggiungere a questo articolo.

Sarebbe il modo perfetto per far suonare ancora quella giornata ventinove anni dopo.

E infine tu, Rossella.

Ti auguro amore. Fortuna. Salute.

E ancora tanta vita da vivere insieme.

Hai persino dato il tuo nome alla mia moto, compagna inseparabile dei miei viaggi.

Mi rimane soltanto un piccolo rammarico: non essere ancora riuscito ad averti dietro di me, come zavorrina, anche soltanto per pochi chilometri.

Chissà. Dopo quasi trentasei anni ho imparato una cosa: mai dire mai.

Buon anniversario, Rossella.

Dopo ventinove anni non ti prometto che non arriveranno altri inverni.

Ti prometto che continuerò a cercare con te la primavera.

Ti amo. “to be continue…”

Sfogliamo insieme un album digitale per rcordare quel meraviglioso giorno.

Vi lascio alla visione del filmato di quel 14 Settembre con un momento di commozione intensa.

 

8 Risposte
  1. Davide

    In uno scenario in cui le coppie si disfano alla velocità della luce lo spaccato umano che emana questo vostro viaggio è bene augurante per il fatto che i valori possano ancora avere la meglio.
    Il racconto di Pulce è commovente così come emoziona la dedica estemporanea durante il meritato soggiorno.
    Scegliersi è facile, coltivarsi una sfida non per tutti.
    Per farvi gli auguri aspetto domani

    A presto

  2. “La fiducia nel domani…”

    È stato davvero bello leggere questa grande storia d’amore!
    Il sacrificio che c’era una volta oggi ha perso un po’ di forza, ma senza quello non si potranno più raccontare i valori, i dolori, le speranze e le estati di un matrimonio che ha attraversato la vita e oggi vive sempre della “fiducia nel domani”.

    Ho anche visto il filmato e mi sono molto emozionato. Un abbraccio…. EVVIVA LA FAMIGLIA

  3. Carola

    Un bellissimo articolo che racconta la vita vissuta con la consapevolezza di scegliersi, non una volta soltanto, ma ogni volta che il tempo ci cambia.

    Forse è proprio questa la forma più matura dell’amore: restare liberi e, nella libertà, continuare a scegliersi.

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