Alessandro Lopez intervista un utente anonimo sulle dating app, tra relazioni virtuali, sessualità, solitudine e costi delle chat a pagamento.

QUANTO COSTA UN’ILLUSIONE?

Dentro il mondo delle dating app a pagamento: sesso digitale, solitudine, crediti, conversazioni infinite e incontri che sembrano non arrivare mai

L’incipit potrebbe essere questo:

Qualche tempo fa ho ricevuto una testimonianza che inizialmente mi ha fatto sorridere. Poi ho cominciato a leggere il materiale che mi era stato messo a disposizione e ho smesso di sorridere.

Un uomo mi racconta di avere trascorso mesi su Yooppe, una piattaforma di incontri disponibile in diversi Paesi. Sostiene di avere speso complessivamente circa 10.000 euro.

Diecimila euro per parlare. Non per viaggiare insieme a qualcuno. Non per cenare insieme. Non per condividere una vacanza. Secondo il suo racconto, neppure per incontrarsi.

Per parlare. E più leggevo quelle conversazioni, più mi rendevo conto che i 10.000 euro forse non erano neppure la parte più interessante della storia. Lo era il meccanismo.»

Le conversazioni che ho potuto esaminare raggiungono frequentemente temperature sessuali elevatissime. Il lessico è diretto, talvolta imbarazzante, quasi sempre orientato a mantenere vivo lo stimolo.

L’utente racconta che quella stimolazione continua ha avuto conseguenze perfettamente reali: eccitazione, masturbazione frequente e, contemporaneamente, una progressiva sensazione di alienazione.

Ed ecco il paradosso che voglio provare a studiare. Il sesso sembra essere dappertutto. L’incontro, invece, sembra non arrivare mai.

LO SVILUPPATORE

Yooppe non risulta, dalla documentazione ufficiale che sto verificando, riconducibile a una società offshore.

Le condizioni contrattuali identificano come controparte Iumob S.r.l., P. IVA/C.F. 07048770965, sede legale in Via Comelico 3, Milano; l’informativa privacy la indica anche come proprietaria del sito e dell’app e riporta l’iscrizione al Registro Imprese di Milano n. MI-1931950.

Anche il modello economico è dichiarato. Yooppe prevede profili gratuiti, abbonamenti e soprattutto pacchetti di crediti. I crediti servono per inviare più messaggi e utilizzare ulteriori funzioni; terminati quelli disponibili, se ne possono acquistare altri. Sul sito sono disponibili anche pacchetti di soli crediti senza abbonamento.

E c’è già un elemento interessante da mettere sotto la lente. Una recensione italiana recentissima, del 31 agosto 2026, sostiene di aver acquistato 100 crediti per 9,99 euro e che un singolo messaggio richiedesse 13 crediti.

Un’altra recensione presente sull’App Store italiano parla invece di circa 8-9 crediti per messaggio. Sono testimonianze degli utenti, non tariffe ufficiali e potrebbero dipendere da periodo, promozione o configurazione dell’account; però ci mostrano perché dovremo ricostruire esattamente il costo sostenuto dal nostro anonimo.

Nelle condizioni ufficiali Yooppe invita esplicitamente gli utenti a segnalare un profilo che ritengano falso e messaggi contenenti spam, pubblicità, volgarità, minacce o contenuti inappropriati, affermando che il personale può effettuare verifiche e arrivare al blocco dell’utente.

Se il modello economico remunera la prosecuzione delle conversazioni attraverso il consumo di crediti, quale interesse economico esiste affinché una conversazione duri? E quali strumenti garantiscono all’utente che dall’altra parte ci sia realmente la persona che crede di conoscere?

Veniamo ala vera e propria nemmeno un intervita con l’anonimo non scrivero’ per sua volont’ nemmeno un nickname ci saranno le mie domande e le sue risposte.

 

  • C’è stato un momento in cui una conversazione è diventata talmente esplicita da farti perdere completamente di vista il fatto che, mentre ti eccitavi, stavi anche pagando per poter continuare a parlare?
  • Sì, in particolare con due ragazze. Avevo inserito nella parte privata del mio profilo alcune fotografie molto esplicite: in una ero completamente nudo, in un’altra mostravo il pene tenendolo in mano. Le loro reazioni furono fortissime. Mi descrivevano come affascinante, seduttivo, desiderabile. Non era più soltanto il gioco di qualche battuta erotica: almeno dal mio punto di vista, quelle conversazioni stavano creando l’aspettativa concreta che potesse realmente succedere qualcosa. Ed è proprio lì che il meccanismo è diventato per me ancora più potente. Mi sentivo desiderato, ero eccitato e continuavo a scrivere. E continuare a scrivere significava continuare a spendere. Con entrambe, però, quando sono arrivato al passaggio più semplice e normale per trasformare una conoscenza virtuale in qualcosa di reale, cioè scambiarci un numero di telefono, la situazione si è fermata. Io il mio numero l’ho dato. Dall’altra parte la risposta è stata negativa. È stato questo contrasto a insospettirmi: disponibilità a parlare di sesso in maniera estremamente esplicita, disponibilità a commentare fotografie intime, capacità di alimentare continuamente desiderio e aspettative; ma quando proponevo un contatto fuori dalla piattaforma, improvvisamente compariva un muro. Non posso sapere perché quelle due persone abbiano rifiutato né posso dedurne che non fossero autentiche. Posso raccontare soltanto ciò che è accaduto. Ma proprio quella contraddizione ha cominciato a farmi guardare l’intero meccanismo con occhi diversi.
  • Domanda successiva: Quando ti dicevano che eri affascinante, seduttivo e sessualmente desiderabile, quanto pensi che quelle parole abbiano agito anche sul tuo ego? Ti sei mai chiesto se, oltre al sesso, stessi pagando inconsapevolmente anche per continuare a sentirti desiderato?
  • Quanto pensi che quelle parole abbiano agito anche sul tuo ego? Ti sei mai chiesto se, oltre al sesso, stessi pagando inconsapevolmente anche per continuare a sentirti desiderato?
  • Sì. E credo che questo sia uno dei punti più intimi, ma anche più importanti, di tutta la mia esperienza. Il rapporto complicato con la mia compagna aveva lasciato scoperta una parte di me. Non mi sentivo più sufficientemente desiderato e questa situazione era diventata per me quasi insopportabile. Non soddisfaceva quello che io definisco il mio ego sessuale, legato a quell’immagine di maschio alfa e dominante che mi ha accompagnato per gran parte della vita. Il rapporto di coppia era entrato in crisi e improvvisamente, dentro quelle chat, accadeva esattamente il contrario. Donne che non conoscevo mi dicevano che ero affascinante, seduttivo, desiderabile. Commentavano il mio corpo, alimentavano la mia sessualità e restituivano al mio ego proprio quella conferma che in quel momento sentivo di non ricevere nella mia vita reale. A posteriori mi sono posto una domanda persino più scomoda: stavo pagando soltanto per parlare con delle donne oppure, senza rendermene conto, stavo pagando anche per sentirmi nuovamente desiderato? Credo che sia qui che il discorso vada molto oltre il sesso. Perché quando una piattaforma incontra una fragilità personale nel momento giusto, il confine tra piacere, bisogno di conferme e bisogno di continuare può diventare estremamente sottile.
  • Quando chiudevi la chat dopo esserti eccitato o masturbato, che cosa provavi davvero nei minuti immediatamente successivi: appagamento, vergogna, vuoto, rabbia, oppure sentivi quasi subito il bisogno di riaprire la piattaforma e ricominciare?
  • Quando chiudevi la chat dopo esserti eccitato o masturbato, che cosa provavi davvero?
  • Tutte queste sensazioni messe insieme. Appagamento momentaneo, vuoto, rabbia, ma soprattutto un profondo senso di vergogna verso me stesso e di alienazione totale. Mi domandavo: alla mia età, masturbarmi per cosa? Per delle parole lanciate dentro uno schermo e pronunciate da non si sa realmente chi? C’era poi una contraddizione che mi colpiva moltissimo. Le fotografie dei profili erano quasi sempre seducenti ma mai veramente intime: ragazze apparentemente normalissime, in alcuni casi persino con un’immagine da educande. Poi cominciava la conversazione e il lessico poteva diventare impressionante. Frasi sessualmente esplicite e fantasie estreme che non voglio nemmeno edulcorare nel raccontarle: “inondami della tua sborra”, “io ti schizzo in faccia” e altre espressioni dello stesso tenore. Ed è qui che nasceva anche una mia reazione personale: ma questo sarebbe sesso? Per me no. Anzi, alcune di quelle immagini, se trasferite nella realtà, mi farebbero persino schifo. Adoro il sesso orale quando è desiderato e reciproco, ma proprio perché per me il sesso è reciprocità. È complicità, sensualità, preliminari, desiderio dell’altro, pelle, tempo. Il sesso non è una tazza di caffè da bere velocemente al bancone. Va assaporato con lentezza. E quando esiste un sentimento, anche con amore.Forse proprio per questo, dopo l’eccitazione provocata da quelle conversazioni, arrivava l’alienazione. Il corpo aveva reagito a uno stimolo sessuale potentissimo, ma mancava tutto ciò che per me rende davvero il sesso un incontro tra due persone.
  • Nonostante quella vergogna e quel senso di alienazione, perché tornavi? Che cosa era più forte della parte di te che ormai aveva capito che quel meccanismo ti stava facendo stare male?
  • Nonostante quella vergogna e quel senso di alienazione, perché tornavi?Perché, al di là dell’eccitazione e della curiosità, stavo cercando qualcosa di reale: una possibile alternativa alla mia compagna.Il nostro rapporto attraversava un momento difficile e tra noi il tema della sessualità non era mai stato vissuto secondo schemi moralistici. Nel corso della nostra storia siamo stati aperti anche alla possibilità del sesso a tre. Preferisco questo tipo di sincerità alle ipocrisie dei tradimenti nascosti, consumati alle spalle dell’altro e accompagnati dalle bugie.Per questo non ero entrato pensando necessariamente di tradire clandestinamente la mia compagna. Cercavo anche di capire se fuori dalla nostra relazione potesse esistere una donna vera con la quale stabilire un rapporto reale, qualunque forma avrebbe poi assunto.

    Ed è forse per questo che continuavo a tornare. Dietro tutta quella pornografia verbale speravo ancora di trovare una persona. Non soltanto qualcuno con cui masturbarmi attraverso uno schermo. Una donna da conoscere davvero.

  • Se una di quelle donne, invece di continuare a scriverti, ti avesse detto “Basta chat, incontriamoci domani”, saresti andato davvero? E fino a che punto eri disposto a spingerti nella realtà?
  • Se una di quelle donne ti avesse detto “basta chat, incontriamoci”, saresti andato davvero?Assolutamente sì. Avrei programmato immediatamente un incontro, anche soltanto per fugare tutti i dubbi che nel frattempo mi erano venuti sull’autenticità dei profili.E non sarei arrivato all’appuntamento pensando che, dopo tutto quello che ci eravamo scritti, il sesso fosse dovuto. Avrei avuto un approccio sereno e pacato. Conoscersi, guardarsi negli occhi, annusarsi, capire se quella chimica costruita attraverso le parole esistesse anche nella realtà. E poi, eventualmente, con molta calma, arrivare delicatamente a un rapporto vero e sessualmente appagante.Ma in quattro mesi questo non è mai accaduto.

    Alla fine ho deciso di chiudere. E quando ho ricostruito quanto avevo speso mi sono trovato davanti a una cifra che oggi mi fa impressione persino scrivere: circa 10.000 euro. Una spesa diventata compulsiva. Nemmeno al casinò credo che sarei riuscito a spendere una cifra simile.

    È qui che la mia esperienza personale diventa, secondo me, una questione sociale. Perché posso assumermi completamente la responsabilità di avere premuto io il pulsante per acquistare quei crediti. Ma voglio capire che cosa abbia alimentato quel comportamento e soprattutto se quello che è capitato a me sia un caso isolato.

    Ho cominciato quindi a leggere le recensioni degli altri utenti. E quello che ho trovato mi ha inquietato ancora di più.

    Nota dell’autore

    Qui la mia esperienza personale incontra finalmente alcuni numeri verificabili.

    Su Trustpilot, al momento della mia verifica, Yooppe presenta 434 recensioni e un TrustScore di 1,5 su 5. L’82% delle recensioni assegna una sola stella, mentre l’11% ne assegna cinque. Trustpilot precisa correttamente che le recensioni rappresentano opinioni individuali e che non tutte le affermazioni contenute possono essere considerate fatti accertati. Fonte ([Trustpilot][1])

    Eppure la ripetitività di alcune lamentele merita almeno di essere osservata. Numerosi recensori raccontano esperienze sorprendentemente simili alla mia: crediti consumati rapidamente, conversazioni che continuerebbero a rimanere sulla piattaforma, difficoltà a ottenere un numero di telefono o a organizzare un incontro e sospetti, non dimostrati, circa bot, intelligenza artificiale o profili non autentici. Alcuni descrivono addirittura la chat come una sorta di slot machine che incentiva a continuare a spendere. Fonte ([Trustpilot][1])

    C’è però un dato apparentemente contraddittorio che dovremo studiare bene. Nell’App Store italiano Yooppe presenta una valutazione complessiva di 4,2 su 5 su circa 12.000 valutazioni. Nelle recensioni testuali disponibili compaiono tuttavia anche critiche molto dure sul costo dei crediti, sull’autenticità percepita dei profili e sulla dinamica delle conversazioni.

    Questa differenza tra 4,2 su App Store e 1,5 su Trustpilot, da sola, non dimostra assolutamente nulla. Ma giornalisticamente è interessante e merita di essere approfondita.

    Non posso scrivere che Yooppe inganna i suoi utenti. Non posso affermare che utilizzi profili falsi, bot o operatori. Non posso certamente parlare di lobby, mafia, riciclaggio o altri circuiti illeciti senza avere una sola prova. Sarebbe irresponsabile.

    Posso però fare delle domande. Perché così tanti recensori raccontano dinamiche simili? Quanto costa realmente mantenere per mesi una conversazione? Quale percentuale delle conoscenze nate sulla piattaforma arriva a un incontro reale? Come viene verificata l’identità delle persone? Esistono sistemi automatizzati nelle conversazioni? Esistono incentivi economici, diretti o indiretti, collegati alla durata delle conversazioni?

    E soprattutto: quali strumenti impediscono a un minorenne di entrare in un ambiente nel quale, nella mia esperienza da adulto, il linguaggio può diventare sessualmente esplicito con impressionante rapidità?

  • Dopo avere vissuto personalmente tutto questo e avere scoperto che molti altri utenti raccontano pubblicamente esperienze almeno in parte simili alla tua, che cosa vorresti chiedere direttamente ai proprietari di Yooppe se fossero seduti adesso davanti a te?
  • Che cosa vorresti chiedere direttamente ai proprietari di Yooppe se fossero seduti adesso davanti a te?Prima ancora di fare loro una domanda, chiederei di farsi un grande esame di coscienza.Poi proporrei una cosa molto semplice: mettetevi dall’altra parte. Iscrivetevi alla vostra piattaforma come utenti comuni e provate davvero a cercare una compagna nuova, un’avventura, persino qualcuno con cui tradire vostra moglie, se è quello che volete. Fate quello che vi pare, ma provate a vivere l’esperienza esattamente come la vive chi entra lì dentro.Chattate per settimane. Fatevi coinvolgere. Innamoratevi magari dell’idea di qualcuno. E soprattutto spendete sei stipendi per continuare a parlare. Poi ditemi come vi sentite.

    Perché io oggi, guardando quello che è successo a me, trovo assurdo che una persona possa arrivare a spendere una cifra del genere semplicemente per mantenere vive delle conversazioni. Lo trovo alienante e, dal punto di vista umano e sociale, davvero poco edificante.

    Non sto chiedendo a un’azienda di rinunciare al profitto. Un’impresa deve guadagnare. Sto ponendo una questione diversa: dove dovrebbe trovarsi il confine tra un modello di business legittimo e un meccanismo capace di intercettare solitudine, desiderio sessuale, bisogno di conferme e fragilità, trasformandoli in consumo?

    Io quel confine, dopo quattro mesi e circa 10.000 euro, non riesco più a vederlo chiaramente.

  • Se domani tua figlia, o comunque un ragazzo o una ragazza di diciotto anni a cui vuoi bene, ti dicesse: “Papà, sono entrato in una piattaforma come questa e passo le notti a fare sesso virtuale con sconosciuti”, che cosa proveresti e che cosa gli diresti?
  • Proverei sgomento. Sarebbe inevitabile, soprattutto dopo quello che ho vissuto personalmente.Ma non credo che le impedirei di fare quell’esperienza. Probabilmente cercherei di starle vicino e di farla ragionare, ma le permetterei anche di arrivare autonomamente a comprendere quella sensazione di alienazione che ho provato io.Bloccare, proibire, censurare, soprattutto quando parliamo di una persona maggiorenne, rischierebbe secondo me di ottenere esattamente l’effetto contrario. Il proibito incuriosisce. Un divieto potrebbe trasformare quella piattaforma in qualcosa di ancora più affascinante.Preferirei parlarne. Le racconterei la mia esperienza senza vergogna, compresi gli aspetti più intimi e quelli di cui non vado fiero. Le direi quanto ho speso, quanto mi sono lasciato coinvolgere e quanto fosse grande la distanza tra l’eccitazione vissuta davanti allo schermo e quello che considero un rapporto sessuale autentico.

    Poi la lascerei libera di scegliere.

    Perché credo che l’educazione alla sessualità e al digitale non possa consistere soltanto nel dire “questo non si fa”. Deve fornire gli strumenti per capire che cosa stiamo facendo, perché lo stiamo facendo e soprattutto chi, eventualmente, sta guadagnando dalle nostre fragilità.

  • Se togliessimo completamente il sesso da questa storia, che cosa pensi stessi cercando veramente in quelle chat: una donna, conferme sul tuo fascino, una via di fuga dalla crisi di coppia, la sensazione di essere ancora desiderato oppure semplicemente qualcuno che in quel momento riempisse un vuoto?
  • Se togliessimo completamente il sesso da questa storia, che cosa pensi stessi cercando veramente in quelle chat?Una donna. Ma soprattutto una donna che confermasse qualcosa che io sento ancora di possedere: il mio fascino.Lo dico consapevolmente, senza falsa modestia e senza voler trasformare questa confessione in un esercizio di narcisismo. Avevo bisogno di capire se ero ancora capace di attrarre una donna, di incuriosirla, di sedurla, di accendere in lei un desiderio.Ma c’era anche un’altra ragione, forse ancora più importante. Cercavo quella conferma non necessariamente per distruggere il rapporto con la mia compagna, ma paradossalmente anche per capire meglio me stesso e provare a migliorare proprio quel rapporto.

    Se fuori da casa qualcuno continuava a vedermi come un uomo affascinante e desiderabile, allora forse il problema non era semplicemente che fossi diventato invisibile con il passare degli anni. Forse dovevo interrogarmi su cosa si fosse spento dentro la coppia, su quello che avevamo smesso di comunicarci e su ciò che anch’io avrei potuto fare diversamente.

    In questo senso quelle chat sono diventate, nel modo più assurdo possibile, anche uno specchio. Uno specchio deformante, certamente, perché non potevo sapere quanto fossero sincere quelle conferme. Ma mi hanno costretto a guardare una parte di me che evidentemente chiedeva ancora di essere riconosciuta.

  • Dopo quattro mesi, circa 10.000 euro spesi e nessun incontro reale, questa esperienza ti ha allontanato ancora di più dalla tua compagna oppure, paradossalmente, ti ha fatto riscoprire qualcosa del rapporto vero che avevi già accanto a te?

Dopo quattro mesi, circa 10.000 euro spesi e nessun incontro reale, questa esperienza ti ha allontanato ancora di più dalla tua compagna oppure, paradossalmente, ti ha fatto riscoprire qualcosa del rapporto vero che avevi già accanto a te?

Paradossalmente mi ha fatto riscoprire la bellezza del presente e soprattutto la possibilità di un futuro dentro un rapporto reale, non virtuale.

E non voglio idealizzare niente. Nel mio rapporto di coppia ho vissuto frustrazioni pesanti. Mi sono sentito insultato, ferito, offeso nel mio ego di uomo. Ho sofferto anche sul terreno della famiglia, sul desiderio che avevo di avere altri figli, di procreare ancora, di sentire che la mia sessualità non fosse soltanto piacere ma anche vita.

Uso volutamente un’espressione molto fisica: il pene non serve soltanto per masturbarsi davanti a uno schermo. La sua funzione originaria è anche quella di unirsi a un altro corpo e, potenzialmente, generare una nuova vita.

Può sembrare una riflessione elementare, ma dopo mesi trascorsi dentro una sessualità fatta di fotografie, parole, fantasie, eccitazione e masturbazione, per me ha assunto un significato enorme.

Il virtuale mi prometteva continuamente qualcosa di nuovo. Una donna nuova, una fantasia nuova, una conversazione nuova, un’eccitazione nuova. Eppure, alla fine, non avevo davanti nessuno.

La realtà è molto più difficile. Una relazione vera può ferirti, frustrarti, deluderti. Devi confrontarti con il carattere dell’altro, con il tempo che passa, con i desideri che non coincidono più, con il sesso che cambia, con le parole sbagliate e con quelle che non vengono dette.

Ma almeno dall’altra parte c’è una persona.

Oggi preferisco confrontarmi con tutte le imperfezioni di una donna reale piuttosto che inseguire la perfezione erotica di qualcuno che potrebbe esistere soltanto dentro uno schermo.

  • Se quei 10.000 euro fossero oggi di nuovo sul tuo conto e potessi scegliere come spenderli per ritrovare desiderio, piacere e felicità nella tua vita reale, che cosa ne faresti?
  • Li impiegherei sicuramente per qualcosa di più interessante. E soprattutto per qualcosa di reale.Potrei organizzare un bel viaggio, per esempio. Potrei prendere una moto usata, visto che la moto è una delle mie grandi passioni. Oppure potrei comprarmi un bell’oggetto, magari un orologio che rimarrebbe con me negli anni.Qualunque cosa, insomma, che alla fine lasciasse qualcosa.

    Ed è questo che oggi rende quei 10.000 euro ancora più assurdi ai miei occhi. Non è soltanto una questione economica. Se avessi perso quella cifra facendo un viaggio straordinario, probabilmente oggi avrei fotografie, ricordi, luoghi, persone incontrate. Se avessi comprato una moto, avrei chilometri e strade percorse. Se avessi comprato un orologio, guardandolo potrei almeno dire: eccolo, è lì.

    Invece cosa mi è rimasto? Delle chat. Parole sessualmente potentissime nel momento in cui le leggevo, orgasmi che duravano pochi secondi, aspettative di incontri mai avvenuti e una carta di credito alleggerita di circa 10.000 euro.

    È una lezione costosissima. Ma proprio perché l’ho pagata così cara, voglio provare a trasformarla almeno in qualcosa che possa essere utile a chi leggerà questa storia.

  • Se dovessi definire Yooppe con una sola frase, dopo quattro mesi di esperienza diretta, senza accusare nessuno di reati e parlando esclusivamente di ciò che hai vissuto tu, quale sarebbe?
  • Se dovessi definire Yooppe con una sola frase, dopo quattro mesi di esperienza diretta, quale sarebbe?La mia risposta istintiva sarebbe durissima: una grande truffa organizzata.Ma devo fermarmi proprio su questa parola. Posso dire che io l’ho vissuta come una truffa, che mi sono sentito ingannato, ma non posso affermare che giuridicamente lo sia senza averne le prove.

    Quello che invece posso raccontare è ciò che ho visto e ciò che mi è accaduto.

    Ho incontrato una strategia di marketing che personalmente ho percepito come martellante, quasi fino allo sfinimento. Sono entrato pensando di poter conoscere delle donne e, dopo quattro mesi e circa 10.000 euro spesi, non ne ho incontrata personalmente neppure una.

    Da qui sono nati i miei dubbi. Ho pensato ai chatbot. Ho pensato a profili falsi creati appositamente per mantenere gli utenti dentro le conversazioni. Ma devo essere intellettualmente corretto: sono sospetti, non prove. Non so chi ci fosse realmente dall’altra parte dello schermo.

    La questione che oggi mi preoccupa maggiormente, però, va persino oltre i miei soldi.

    Mi domando cosa possa produrre una sessualità vissuta prevalentemente in questo modo, soprattutto nelle persone più giovani: un bombardamento continuo di parole esplicite, fantasie sempre più estreme, eccitazione immediata e una rappresentazione del sesso nella quale sembrano scomparire progressivamente attesa, seduzione, reciprocità, sensualità e perfino immaginazione.

    Ho sperimentato sulla mia pelle quanto uno stimolo virtuale possa condizionare il desiderio reale. Per questo mi spaventa l’idea che l’esasperazione di questi meccanismi possa contribuire, in alcune persone, a difficoltà nel vivere serenamente la sessualità reale.

    Non posso parlare di una futura “impotenza generalizzata”: sarebbe un’affermazione scientifica che non sono in grado di sostenere. Posso però porre una domanda che, dopo questa esperienza, per me è diventata molto seria.

    Se abituiamo progressivamente il cervello a una sessualità sempre disponibile, sempre più esplicita e continuamente rinnovabile con un altro messaggio, che cosa succede quando davanti a noi torna finalmente una persona vera?

  • Se oggi avessi davanti il te stesso del primo giorno, quello che aveva appena visto quella pubblicità su Instagram e stava per cliccare per iscriversi, gli diresti di non entrare oppure lo lasceresti entrare sapendo che quei quattro mesi, per quanto costosi e alienanti, ti hanno insegnato qualcosa che altrimenti non avresti capito?
  • No. Lo lascerei entrare.Può sembrare contraddittorio dopo tutto quello che ho raccontato, ma gli lascerei fare quell’esperienza proprio perché oggi mi ha fornito dei termini di paragone che altrimenti non avrei avuto. Una cosa è giudicare un fenomeno dall’esterno, un’altra è entrarci, viverlo, lasciarsi coinvolgere e poi cercare di capire che cosa sia successo.Naturalmente gli direi una cosa fondamentale: entra, osserva, ma tieni sotto controllo il portafoglio. Perché io quel controllo, a un certo punto, l’ho perso.

    E oggi non ho soltanto la mia esperienza da mettere sul tavolo. Ho cominciato a leggere quello che raccontano pubblicamente altri utenti e alcuni numeri sono difficili da ignorare. Su Trustpilot, al momento della verifica, Yooppe ha un TrustScore di 1,5 su 5: l’82% delle recensioni è da una stella e soltanto l’11% da cinque stelle. Trustpilot precisa giustamente che si tratta delle opinioni dei singoli recensori e non di fatti certificati dalla piattaforma. ([Trustpilot][1])

    Ma ciò che mi interessa non è soltanto il voto. È leggere testimonianze di persone che raccontano esperienze che, per alcuni aspetti, assomigliano sorprendentemente alla mia: crediti che finiscono rapidamente, interlocutrici che secondo i recensori risponderebbero immediatamente, difficoltà nel trasferire la conversazione su WhatsApp o fuori dalla piattaforma, incontri che non arriverebbero e sospetti di bot o profili falsi. Sono accuse formulate dagli utenti e non prove che queste cose avvengano realmente, ma la loro ricorrenza merita secondo me una domanda. ([Trustpilot][2])

    Perché tante persone, senza conoscersi, descrivono dinamiche almeno in parte simili?

    È questo che vorrei mettere sul tavolo.

    Non voglio dimostrare una tesi precostituita. Voglio confrontare quello che Yooppe promette, quello che io ho personalmente vissuto e quello che raccontano gli utenti soddisfatti e insoddisfatti.

    Poi ciascun lettore potrà arrivare alle proprie conclusioni.

  • Dopo questa esperienza, pensi di essere stato soprattutto vittima di un meccanismo costruito molto bene oppure riconosci anche una tua responsabilità nell’esserti lasciato trascinare fino a spendere circa 10.000 euro?
  • Entrambe le cose. La mia responsabilità esiste e non intendo nascondermi dietro un dito. Sono stato attratto, coinvolto, eccitato e avrei dovuto fermarmi molto prima, soprattutto rendendomi conto di quanto stessi spendendo. Non l’ho fatto.La foga delle conversazioni, l’eccitazione, il continuo comparire di nuove donne e quella sensazione di essere cercato, desiderato, provocato mi tenevano incollato allo schermo del telefono o del computer. Ogni volta pensavo che magari quella sarebbe stata la conversazione diversa, quella che finalmente sarebbe uscita dallo schermo e sarebbe diventata un incontro reale.

    La mia volontà di smettere, per un certo periodo, è stata più debole della voglia di continuare.

    Poi è arrivato il momento in cui ho fatto veramente i conti. E il sito, indirettamente, mi ha presentato il conto anche con me stesso: circa 10.000 euro.

    Non voglio quindi raccontarmi come una vittima innocente. Ho comprato io quei crediti. Ho scritto io quei messaggi. Ho scelto io di tornare. Ma proprio aver riconosciuto la mia responsabilità mi permette oggi di formulare una domanda ancora più importante: quanto conosciamo davvero i meccanismi psicologici che ci spingono a continuare quando desiderio, gratificazione, aspettativa e denaro vengono messi continuamente nello stesso circuito?

    RIFLESSIONE FINALE

    A questo punto finisce l’intervista. E posso finalmente smettere di fare domande a quell’uomo e cominciare a farne qualcuna a me stesso. Perché quell’uomo sono io.

    Ho scelto di raccontare questa esperienza senza nasconderne gli aspetti più imbarazzanti. Ho parlato di sesso, masturbazione, ego, desiderio, frustrazione, soldi e persino della vergogna che ho provato. Avrei potuto raccontarla in maniera molto più elegante. Sarebbe stata anche molto meno vera.

    Ma non voglio che queste pagine diventino un processo a una piattaforma. Se esistono comportamenti illeciti spetta alle autorità accertarli, non a me. Io posso raccontare ciò che ho vissuto, confrontarlo con quello che altri utenti raccontano pubblicamente e porre delle domande.

    La prima, però, devo rivolgerla a me stesso. Come ho potuto spendere circa 10.000 euro per delle conversazioni? La risposta più facile sarebbe: perché qualcuno mi ha fregato. La risposta più difficile è: perché io ho continuato. Ed è questa seconda risposta che mi interessa molto di più.

    Perché dietro quello schermo non c’era soltanto un uomo alla ricerca di sesso. C’era un uomo che voleva sentirsi desiderato. Che attraversava una crisi nel proprio rapporto. Che cercava conferme sul proprio fascino. Che voleva capire se fosse ancora capace di sedurre una donna. E che, messaggio dopo messaggio, ha trovato qualcuno disposto a restituirgli esattamente quelle sensazioni.

    Vere o false che fossero. Il risultato, però, è stato reale. I soldi erano reali. L’eccitazione era reale. Gli orgasmi erano reali. La frustrazione era reale. La vergogna era reale. Mancava soltanto una cosa. L’altra persona.

    O meglio: dall’altra parte qualcuno probabilmente c’era. Ma dopo quattro mesi io non sono riuscito a trasformare neppure una di quelle conversazioni in uno sguardo, una voce fuori dalla piattaforma, un caffè, una passeggiata, un incontro.

    Ed è forse questa la cosa che più mi ha fatto riflettere.

    Abbiamo una tecnologia capace di metterci in contatto con migliaia di persone e rischiamo di ritrovarci sempre più soli davanti a uno schermo.

    Abbiamo una quantità apparentemente infinita di possibilità sessuali e rischiamo di impoverire proprio la fantasia.

    Possiamo scrivere in pochi minuti a una sconosciuta cose che magari avremmo impiegato settimane a sussurrare all’orecchio di una donna. Ma siamo ancora capaci di aspettare? Di sedurre? Di desiderare lentamente? Di annusarci, guardarci, sfiorarci, scoprire un corpo invece di pretenderlo immediatamente?

    Non conosco la risposta. So soltanto cosa ho riscoperto io. La vita reale.

    Con tutte le sue complicazioni. Con una compagna che può farmi arrabbiare, ferirmi, deludermi e che io posso a mia volta ferire e deludere. Con un rapporto che deve continuamente essere ricostruito. Con il sesso che non è una sequenza di parole pornografiche, ma reciprocità, complicità, sensualità, preliminari, pelle e tempo.

    Forse quei 10.000 euro sono stati la più costosa lezione della mia vita. Avrei preferito spenderli per un viaggio, una moto, un orologio. Ma ormai sono andati. Posso almeno provare a far sì che non siano andati completamente sprecati.

    Per questo non concludo dicendovi di non entrare in una dating app. Sarebbe troppo facile. Non vi dico neppure cosa dovete pensare di Yooppe.

    Vi lascio invece con le domande che oggi faccio a me stesso. Quanto vale per noi sentirci desiderati? Quanto siamo disposti a pagare per un’illusione? E soprattutto, quando spegniamo finalmente lo schermo, chi abbiamo davvero accanto?

    Io, dopo quattro mesi, ho riscoperto che preferisco una persona reale. Anche imperfetta. Perché almeno posso guardarla negli occhi.

    LA MIA RIFLESSIONE

    Quando ho iniziato a raccogliere questa testimonianza pensavo di trovarmi davanti alla storia, certamente singolare, di un uomo che aveva speso una quantità impressionante di denaro all’interno di una piattaforma di incontri.

    Alla fine dell’intervista, invece, i 10.000 euro sono quasi diventati un dettaglio.

    Perché questa storia pone domande molto più grandi.

    Parla di solitudine, desiderio, sesso, bisogno di sentirsi apprezzati. Parla della facilità con cui oggi possiamo entrare in contatto con centinaia di sconosciuti e, contemporaneamente, della difficoltà crescente di trasformare quel contatto in una relazione reale.

    E soprattutto parla di un confine che mi sembra sempre più sottile: quello tra soddisfare un bisogno e creare le condizioni perché quel bisogno non venga mai completamente soddisfatto.

    Non sta a me stabilire se questo confine sia stato superato da Yooppe. Non possiedo gli elementi per affermarlo e non intendo trasformare una testimonianza, per quanto dettagliata, in una sentenza.

    Ma alcune domande rimangono.

    Quando il guadagno di una piattaforma dipende anche dalla prosecuzione delle conversazioni, quale equilibrio esiste tra l’interesse dell’utente a incontrare finalmente qualcuno e quello economico a farlo continuare a comunicare?

    Come viene garantita l’autenticità dell’interlocutore?

    Quanto è semplice trasformare una conoscenza nata sulla piattaforma in un contatto esterno e, successivamente, in un incontro?

    E perché numerosi utenti, nelle recensioni pubbliche che ho consultato, raccontano esperienze che presentano elementi ricorrenti?

    Non sono prove di un illecito. Sono domande che, proprio per la loro ricorrenza, credo meritino risposte.

    Poi c’è l’aspetto che personalmente considero ancora più interessante: quello sociale. Per millenni la seduzione ha avuto bisogno del tempo.

    Uno sguardo. Una voce. Un profumo. Un incontro. L’attesa di una telefonata. La paura di un rifiuto. Il primo contatto fisico. La scoperta progressiva dell’intimità dell’altro.

    Oggi tutto questo può essere compresso in pochi minuti.

    Due persone che non si sono mai viste possono arrivare rapidamente a raccontarsi fantasie sessuali estremamente intime. Il corpo può eccitarsi realmente davanti a una persona che, fisicamente, non è mai stata nella stessa stanza.

    Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in questo. La sessualità cambia insieme alla società e alla tecnologia.

    Ma dobbiamo almeno domandarci che cosa stiamo guadagnando e che cosa rischiamo di perdere.

    Mi preoccupano soprattutto i più giovani, non perché abbia elementi per affermare che dei minorenni utilizzino questa specifica piattaforma, ma perché le nuove generazioni stanno costruendo una parte della propria educazione sentimentale e sessuale dentro un mondo digitale nel quale pornografia, dating, social network e messaggistica convivono a distanza di pochi centimetri sullo stesso telefono.

    Che idea del desiderio stiamo trasmettendo? Che idea della seduzione? Che idea del corpo? E soprattutto: che idea dell’altro? Un essere umano non è un profilo. Non è una fotografia.

    Non è una sequenza di messaggi sessualmente eccitanti.

    Non è neppure un catalogo infinito nel quale, appena qualcosa non ci soddisfa, basta scorrere con un dito per cercare la persona successiva.

    Un essere umano è infinitamente più complicato. Ed è proprio quella complicazione che rende straordinario incontrarlo.

    Questa intervista non vuole quindi dire ai lettori di non utilizzare le dating app. Sarebbe una conclusione moralistica e probabilmente inutile.

    Vuole suggerire qualcosa di molto più semplice: utilizzatele, se volete, ma continuate a osservare voi stessi mentre lo fate. Quanto tempo state dedicando? Quanto denaro state spendendo? Come vi sentite quando spegnete lo schermo?

    State conoscendo delle persone oppure state consumando delle conversazioni?

    E soprattutto, quello che state cercando si sta avvicinando oppure rimane continuamente a un messaggio di distanza?

    Forse è questa la domanda che mi rimane dopo aver ascoltato questa storia. Abbiamo inventato strumenti straordinari per mettere in contatto gli esseri umani.

    Adesso dobbiamo assicurarci di non diventare straordinariamente bravi a incontrarci senza incontrarci mai.

Questo e’ il mio personale consiglio. Rivalutare noi stessi la bellezza di scoprirsi con i tempi necessari, di annusarsi, di assaporare ogni istante di una storia e non consegnarla ad una chat viruale fatta dio volgarita’, di sesso consumato in modo frustrante con auto erotismo. Siamo nati abbiamo scelto il nostro orientamento sessuale qualche che esso sia e viviamolo a pieno anche senza inibizioni, ma vivliamolo.

E per concludere in musica ho pensato ad un brano dei Depeche Mode che ben si adatta “Enjoy the silence”

4 Risposte
  1. Davide

    Gli esperimenti sociali sono la forma più diretta di approccio ad una tematica: nella fattispecie, questa va a tangere emisferi bistrattati ed occultati nel Paese dell’ ipocrisia per eccellenza, dove tutti fanno ma nessuno ammette di fare!

    L’ aver esplorato un mondo come questo è una full immersion nel sottobosco nascosto nel quale milioni di persone vanno rifugiandosi: il linguaggio è crudo, gli approcci spartani al limite del tollerabile per stimolare la parte più repressa ,quella che si omette ai partner e si cela in uno scantinato (quasi censita quale “aberrante” dalla società che vorrebbe definirsi civile).

    Hai analizzato perfettamente lo scenario,non solo nella sinossi descrittiva; un adulto può abbandonarsi, andare a ruota in questi vortici che innescano una dipendenza e ,poi, razionalizzare: riappacificarsi col concetto di intimità aldilà delle variazioni sul tema.
    Il problema si pone coi giovanissimi che stanno disimparando i codici di un sano corteggiamento; fatto di sguardi che vengono sostituiti dalle foto. Mandando di argomenti che sono soppiantati dai messaggi o carendo di passione che è equivocata per veemenza…e nell’ ottica di chi deve ancora sviluppare una propria identità , diviene preoccupante

    A presto e complimenti per le tematiche, sempre diverse ma tutte coinvolgenti

  2. Carola

    Secondo me, come prima cosa, bisognerebbe distinguere le conversazioni che arrivano al limite della pornografia da ciò che dovrebbe rappresentare un sito di incontri, ovvero uno spazio nel quale due persone si conoscono con la possibilità, almeno potenziale, di incontrarsi realmente.

    Sono due situazioni profondamente diverse, che si muovono su livelli differenti.

    Non voglio esprimermi né con dissenso né con bigottismo, perché credo che le lezioni imposte servano a poco e, soprattutto, non conducano a una vera consapevolezza.
    Ognuno dovrebbe essere libero di vivere la propria sessualità e il proprio desiderio nel modo che sente più vicino a sé, nel rispetto dell’altro e di se stesso.

    In ogni caso, credo che il desiderio di sentirsi ancora amati, desiderati, guardati sia qualcosa di profondamente umano e anche piuttosto comune.

    Non credo appartenga soltanto agli uomini o alle donne, né necessariamente a chi vive una relazione in crisi. A qualunque età possiamo avere bisogno di sapere che suscitiamo ancora qualcosa nello sguardo di qualcuno.

    E forse non cerchiamo nemmeno soltanto sesso.

    A volte cerchiamo una conferma della nostra capacità di emozionare, di sedurre, di essere scelti. Cerchiamo negli occhi dell’altro una parte di noi che, per qualche ragione, abbiamo smesso di vedere.

    Ed è proprio qui che, secondo me, il discorso diventa molto più interessante: quanto affidiamo agli altri la conferma del nostro valore?

    Essere desiderati può rassicurarci, può riaccendere qualcosa, può restituirci per un momento la sensazione di essere ancora seducenti, vivi, capaci di emozionare. Ma se quella conferma diventa indispensabile, rischiamo di consegnare allo sguardo dell’altro qualcosa che dovrebbe appartenere prima di tutto a noi.

    Per questo, più dei diecimila euro, mi ha colpito la domanda che emerge dal tuo racconto: non soltanto “che cosa è accaduto?”, ma soprattutto “perché ho continuato?”.

    È una domanda molto più difficile, perché sposta lo sguardo dall’esterno all’interno. E credo che sia proprio lì che possa cominciare una consapevolezza autentica.

    Forse non è neppure necessario stabilire se quell’esperienza sia stata giusta o sbagliata. È accaduta. Nel momento in cui un’esperienza riesce a diventare uno specchio attraverso il quale osservare il proprio bisogno di conferma, il desiderio, la solitudine, la relazione e perfino il rapporto con il tempo, smette di essere soltanto una storia di sesso virtuale e denaro speso.

    Diventa una riflessione sull’essere umano.

    E qui nasce per me un’altra considerazione.

    Forse oggi non ci spaventa tanto il desiderio quanto la relazione con un essere umano reale.

    Il virtuale permette un paradosso: possiamo mostrare moltissimo di noi senza esporci completamente. Possiamo raccontare fantasie, desideri e parti estremamente intime mantenendo, contemporaneamente, una distanza di sicurezza.

    L’altro rimane oltre uno schermo. Non entra davvero nella nostra quotidianità, non vede necessariamente tutte le nostre fragilità e non ci obbliga fino in fondo al confronto con i suoi bisogni, i suoi tempi e la sua complessità.

    Una relazione reale è inevitabilmente diversa.

    L’altro non è costruito intorno ai nostri desideri. Ha fragilità, contraddizioni, tempi, aspettative e soprattutto una propria libertà. Può sorprenderci, può deluderci, può non corrispondere all’immagine che avevamo costruito.

    Ed è forse proprio questa imprevedibilità a rendere l’incontro reale molto più complesso di quello virtuale.

    Perché il corpo, del resto, non è soltanto sesso.

    È presenza. È uno sguardo, una voce, un silenzio, un’attesa. È confrontarsi con qualcuno che esiste anche indipendentemente da ciò che desideriamo da lui.

    Forse è questo uno dei paradossi più interessanti del nostro tempo: siamo diventati capaci di un’intimità virtuale estremamente esplicita e, contemporaneamente, forse più cauti davanti all’intimità reale.

    Per questo non credo che il punto sia condannare la tecnologia o idealizzare il passato. Trovo molto più interessante interrogarsi su ciò che questi strumenti stanno modificando nel nostro modo di desiderare, di aspettare e soprattutto di entrare in relazione.

    Ed è forse questa la riflessione più profonda che il tuo articolo mi lascia:
    nell’epoca in cui entrare in contatto è diventato facilissimo, incontrarsi davvero sembra essere diventato molto più complesso.
    E inevitabilmente il pensiero va anche alle generazioni future, a chi sta imparando oggi che cosa significhi desiderare, conoscere e amare qualcuno.
    E forse dovremmo lasciare loro proprio questa consapevolezza: essere connessi è una possibilità straordinaria; riuscire a essere realmente presenti l’uno per l’altro resterà una scelta profondamente umana.

    1. Rispondo con semplicita’era meglio quando si stava peggio. Viva i falo’ sulla spiaggia del Circeo viva le fidanzatine i primi baci appassionati i primi timidi approcci arrossire erano emozioni pure e sopratutto esistevano i telefoni a gettone.

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