Alessandro Lopez e il ritorno del sereno, tra consapevolezza, famiglia, creatività, nuovi progetti e voglia di vivere

QUANDO TORNA IL SERENO

Dopo tanto tempo passato ad attraversare tempeste, arriva un momento in cui alzi gli occhi e ti accorgi che il cielo è cambiato. Non significa che non pioverà più. Significa semplicemente che è tornato il sereno. E quando succede, forse bisogna smettere per un momento di domandarsi quanto durerà e concedersi il lusso di sentirne il calore.

DOPO L’INVERNO

Ho analizzato nel tempo molti momenti della mia vita, spesso, anzi troppo spesso, negativi. Periodi attraversati e qualche volta funestati da ansie, depressioni, malattie, paure e difficoltà che hanno inevitabilmente lasciato qualche segno.

Oggi credo sia tornato davvero il sereno.

Me ne sono accorto anche quando ho sentito la necessità di raccontarmi in un libro che sto scrivendo. Forse non tanto per raccontare agli altri chi sono stato, quanto per provare a guardarmi da fuori, entrando però nel mio io più recondito e intimo. Per capire quali trasformazioni abbia attraversato, quali evoluzioni abbia avuto il mio modo di pensare, di amare, di lavorare e, soprattutto, di vivere.

Scrivere mi sta costringendo a farmi domande che per molto tempo non mi ero fatto.

Che posto occupa oggi la mia famiglia nella mia scala dei valori? Quanto spazio voglio ancora concedere al lavoro? Quanto, invece, ne voglio finalmente riservare a me stesso?

Perché oggi esiste un Alessandro che sente la necessità di avere più tempo per sé. Per osservarsi meglio. Per ascoltarsi. Per concedersi qualche sfizio senza sentirsi in colpa. Per vivere nuove primavere sentimentali con sua moglie. Per ristabilire con i suoi fratelli un rapporto sereno, adulto e il più possibile libero da condizionamenti emotivi.

Insomma, sto conoscendo un Alessandro rinnovato. Non migliore del precedente e neppure improvvisamente risolto. Semplicemente più congruo con il numero degli anni che porta addosso.  E, forse per la prima volta dopo molto tempo, anche con l’uomo che desidera essere.

IL PESO DELLA RESPONSABILITÀ

Nello scrivere il libro sono emersi cinque concetti fondamentali. Cinque parole che, capitolo dopo capitolo, hanno continuato a riaffacciarsi e a farmi riflettere.

La consegna, intesa come senso del dovere e rigore; gli affetti, la famiglia e i legami fondamentali; la formazione professionale e tutto quello che ho costruito nel tempo; l’essere stato restituito alla vita, dopo i momenti nei quali la salute mi ha costretto a fermarmi e a ricominciare; e infine l’uomo dietro le quinte, quella parte di me che per tanti anni ha lavorato, costruito, protetto e risolto senza sentire il bisogno di apparire.

Apparentemente raccontano aspetti diversi della mia vita, ma alla fine mi hanno condotto tutti verso una sola parola: Responsabilità.

Ho riflettuto molto su questo termine, soprattutto cercando di capire quanto abbia condizionato la mia vita dopo quella sorta di investitura che mio padre mi consegnò poco prima di morire.

Fu una vera consegna.

Riguardava Massimo, il suo futuro professionale, la scelta che avrei dovuto compiere lasciando la banca per occuparmi di lui. Ma con il passare degli anni mi sono reso conto che quella responsabilità, almeno nella mia testa, non rimase circoscritta a Massimo.

Finì per comprendere l’intera famiglia.

Mi caricai addosso un ruolo che forse nessuno mi aveva realmente chiesto di assumere in quelle dimensioni. Dovevo esserci. Dovevo risolvere. Dovevo prevedere. Dovevo proteggere. Dovevo tenere insieme. Per moltissimo tempo l’ho considerato semplicemente il mio dovere. Poi quel peso è diventato un sovraccarico.

E a un certo punto non sono più riuscito, o forse non ho più voluto, sopportarlo.

Oggi riesco finalmente a dire una cosa che per me ha un significato enorme: credo di avere elaborato quel lutto gravissimo. Non significa avere dimenticato mio padre. Esattamente il contrario. Significa essere riuscito finalmente a separare l’amore per lui dal mandato che avevo sentito di ricevere da lui.

Posso continuare ad amarlo senza dover continuare a eseguire per tutta la vita quella consegna. E forse è proprio questo uno dei segni più evidenti della pace che sto facendo con me stesso.

Il viaggio continua, ma su sentieri diversi.

L’intuito, che non mi è mai mancato, è ancora lì. Soltanto che oggi è diventato più ponderato. Valuto meglio il rischio e, soprattutto, non vivo più il rischio come un’ansia. So voltare le spalle a un progetto che non mi convince. So dire di no. E lo dico molto più spesso. Ho imparato a delegare, cosa che per uno come me probabilmente è stata una delle lezioni più difficili.

Ma soprattutto ho imparato qualcosa che avrei dovuto capire molto tempo fa: concedere agli altri il diritto di sbagliare. Perché io di errori ne ho fatti. Alcuni piccoli. Altri enormi.

E se ho avuto il diritto di commetterli, di pagarne le conseguenze, di imparare e qualche volta persino di ricominciare, devo riconoscere lo stesso diritto alle persone che lavorano con me e a quelle che amo. Delegare, in fondo, non significa soltanto affidare un compito. Significa rinunciare alla presunzione che tutto debba necessariamente passare attraverso di te.

E forse la responsabilità più matura che sto imparando oggi è proprio questa: capire ciò di cui devo continuare a farmi carico e riconoscere, finalmente, ciò che non è più mio da portare.

Il diritto alla leggerezza

Ma c’è un aspetto che, giorno dopo giorno, sta diventando sempre più prioritario. Volermi bene. Prima di tutto.

Non lo considero egoismo e soprattutto non voglio più sentirmi in colpa nel dirlo. Voglio concedermi più tempo, divertirmi, viaggiare, svagarmi, togliermi qualche sfizio. In fondo credo di essermelo meritato e oggi riesco finalmente a dirlo senza costruirci sopra inutili complessi o sensi di colpa.

Anche quelli appartengono al passato.

Il mio soffitto, compagno di vita di tanti anni e di tanti pensieri, mi ha suggerito nel tempo cose diverse. L’ho guardato nei momenti belli e in quelli nei quali il sonno non arrivava. Qualche volta gli ho fatto domande alle quali naturalmente non ha mai risposto. O forse sì, a modo suo, lasciandomi semplicemente il tempo necessario per trovare da solo le risposte.

Perché il tempo passa. Ci fa invecchiare, certamente. Ci regala rughe, capelli bianchi e qualche acciacco che avremmo volentieri lasciato ad altri. Ma, se siamo abbastanza attenti, riesce anche a renderci un po’ più saggi di quanto eravamo.

E forse è proprio questa la vera linfa, l’elisir di giovinezza del quale tutti avremmo bisogno. Non servono pozioni magiche. Non serve il Gran Visir. E non serve neppure il druido di Asterix con il suo pentolone miracoloso. Forse la pozione è molto più semplice. Un po’ di sana leggerezza.

Ho impiegato parecchio tempo per capire che leggerezza e superficialità non sono sinonimi. La superficialità significa attraversare le cose senza comprenderne il peso. La leggerezza, invece, forse consiste proprio nell’averlo conosciuto quel peso e decidere, ogni tanto, di appoggiarlo a terra.

Oggi voglio farlo più spesso.

Voglio concedermi il piacere senza doverlo necessariamente giustificare. Una partenza, un viaggio, una moto, il mare, una cena, una risata, un progetto fatto semplicemente perché mi diverte, una giornata nella quale non devo dimostrare niente a nessuno.

La sana leggerezza è diventata il condimento dietetico che voglio aggiungere alla mia vita. Poche calorie e moltissimo sapore. E soprattutto una positività concreta, non quella artificiale di chi ripete che va tutto bene anche quando va tutto male.

La mia è diversa. È una positività conquistata. Ha attraversato errori, lutti, paure, malattie, cadute e ripartenze. Per questo oggi non mi sembra un regalo ricevuto per caso. Me la sono guadagnata nel tempo. E forse volersi bene significa anche avere finalmente il coraggio di riconoscerlo.

Ho ancora voglia di costruire

Guardo infine con gioia a tutti i progetti che sto mettendo in piedi.

E forse una delle cose che mi rende più felice è scoprire di avere ancora la visione necessaria per immaginarli non soltanto per domani, ma per i prossimi tre anni.

Avere davanti un orizzonte professionale significa, per me, avere ancora curiosità. Significa continuare a pensare che qualcosa possa essere inventato, migliorato, trasformato. E soprattutto significa non avere nessuna intenzione di limitarmi ad amministrare quello che ho già costruito.

Uno di questi progetti è il Monday Show, che riaprirà i battenti nel marzo 2027 con una nuova edizione che voglio anticipare sin da ora: alla conduzione ci sarà Packi Valente.

Con lui sto lavorando a un programma profondamente rinnovato nella veste e nei contenuti. Un vero studio televisivo, un casting già in corso e soprattutto un cast di professionisti dello spettacolo che vogliamo costruire non soltanto sulla bravura, ma sull’empatia, sulla capacità di stare insieme e sul piacere di fare televisione.

Tutto questo mi rende felice ancora una volta perché non nasce dal caso.

È il risultato di una visione, di un credo nel quale ho investito tempo, energie, denaro e anche una discreta quantità di sacrifici. Scelte che nel tempo hanno cominciato a produrre risultati e che oggi, con grande soddisfazione, vedo riconosciute.

Mancheranno gli sponsor? Pazienza. Ce ne faremo una ragione.

Naturalmente li cercheremo e naturalmente saremo felicissimi di averli. Ma ho imparato che non si può trascorrere la vita aspettando che tutte le caselle siano perfettamente al loro posto prima di cominciare.

Qualche volta bisogna partire. Preferisco essere in onda dopo aver investito capitali, lavoro e creatività piuttosto che rimanere a casa a mangiarmi le mani pensando a quello che avrei potuto fare. Anche questa, forse, è una conseguenza della serenità che sto raccontando. Il rischio non è scomparso. È scomparsa una parte della paura del rischio.

E poi c’è Packi.

In lui ho trovato qualcosa che va oltre il progetto professionale. Ho trovato un amico vero, una persona che sa ascoltare ma che, giustamente, vuole anche essere ascoltata.

E ho scelto quello che considero il modo migliore per farlo: non promettergli scorciatoie, ma accompagnarlo. Traghettarlo dentro un impianto collaudato, circondarlo di persone professionalmente solide, empatiche e positive e creare le condizioni perché possa esprimere fino in fondo quello che ha da dare.

Perché produrre qualcuno, almeno per come intendo io questo mestiere, non significa costruirgli addosso un personaggio. Significa creare lo spazio nel quale il suo talento possa venire fuori.

Ed è questo che voglio provare a fare con Packi e con il nuovo Monday Show. Non so ancora dove arriveremo. Ma so dove voglio andare.

Voglio costruire un programma bello, libero, professionale, nel quale le persone abbiano piacere di lavorare insieme e il pubblico possa riconoscere qualcosa di autentico.

Poi sarà il pubblico a decidere. Come è giusto che sia. A noi rimane il compito più affascinante: provarci. E magari, nel nostro piccolo, riuscire a scrivere una nuova piccola pagina della storia della televisione italiana.

Forse oggi. Ancora oggi. Mi riconosco in questo brano .

Ancora qui

 

4 Risposte
    1. Grazie Roberto per questo bel commento. Mi farebbe piacere poterti ospitare nel Monday Show per darti un’oportunita’ di visibilita’. Piacerebbe anche poter intervistare Don Francesco se sara’ possibile su tematiche sociali e tante altre iniziative benefiche che sto portando avanti.

  1. Davide

    Il tempo delle consegne,come dettoti anche dalle persone che ami , è probabilmente terminato.
    Ed è qui che arriva il sereno; vivere nella sua accezione reale.
    Una barra diritta come sempre con la bussola della famiglia a guidarti verso Nord e l’ etica del lavoro a iniettare carburante nelle motivazioni; in questo scenario il nuovo Monday Show sta beneficiando di questa linfa e tutti noi che ne siamo coinvolti nel processo creativo stiamo respirando la tua rinnovata aria.
    E la presenza di un professionista come Packy ha certamente avuto il suo peso nell’ orientare un determinato percorso editoriale.

    Un abbraccio

    1. Questo mi fa enormemente piacere e non sai quanto. Sentire questa motivazione mi riempie d’orgoglio perche’ credo di avere lavorato bene ed aver coinvolto e delegato le persone giuste al momento giusto. Avanti tutta !

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