Il futuro costruito sulla storia
Ci sono viaggi che si fanno per raggiungere una destinazione e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per mettere in discussione molte delle idee con le quali eravamo partiti.
Il mio viaggio a Pechino è stato soprattutto questo.
Non racconterò qui le ragioni professionali che mi hanno portato in Cina, né il China Open, al quale dedicherò uno spazio diverso.
Voglio invece raccontare ciò che Pechino mi ha lasciato come uomo e come viaggiatore: l’impatto con una cultura millenaria, le sue contraddizioni, la straordinaria accelerazione tecnologica, il rapporto tra passato e futuro e la scoperta di un popolo e di una società molto più complessi di quanto si possa immaginare osservandoli da lontano.
Pechino mi ha sorpreso, affascinato e, in alcuni momenti, anche interrogato. Perché dietro l’immagine di una metropoli proiettata nel futuro continua a vivere una storia antichissima, mentre intorno ad essa una nazione sembra correre a una velocità impressionante verso ciò che vuole diventare.
E il primo segnale di questo cambiamento l’ho avuto ancora prima di mettere piede nella città.
Qualche anno fa, durante uno scalo a Shanghai, avevo vissuto la Cina come un luogo quasi incomprensibile. Ricordo il personale di terra con le mascherine, pochissimo inglese, indicazioni impartite quasi esclusivamente in cinese e noi passeggeri spostati e inquadrati da una parte all’altra con la sensazione di essere un gregge che doveva semplicemente seguire il percorso indicato.
In quella situazione era stata mia figlia, laureata in lingue e con una conoscenza del cinese, a riuscire faticosamente a comprendere qualche parola e a permetterci di orientarci.
Quella era l’immagine della Cina che, in qualche modo, mi era rimasta dentro.
Questa volta è stato completamente diverso.
Atterrando a Pechino, peraltro in un aeroporto che non è nemmeno il principale della città, mi sono trovato davanti a un’organizzazione che mi ha immediatamente colpito. Le procedure di immigrazione erano rapide, ordinate, quasi interamente digitalizzate.
Un QR code raccoglieva elettronicamente le informazioni necessarie e ciò che mi aspettavo potesse trasformarsi in una lunga sequenza di controlli, domande e formalità si è svolto invece con una semplicità sorprendente.
In pochi minuti ero entrato in Cina.
Ed è stato proprio lì, attraversando quella frontiera con una naturalezza che non mi aspettavo, che ho avuto la prima sensazione netta di questo viaggio:
la Cina che avevo conservato nella memoria e quella che stavo per conoscere non erano più la stessa cosa.
Una città che sembra disegnata con il righello.
Appena entrato a Pechino, la prima cosa che mi ha colpito è stata la vastità.
È difficile rendersi conto delle dimensioni di questa città finché non la si attraversa. La sensazione è quella di trovarsi dentro una metropoli disegnata con il righello: grandi viali, lunghissimi rettilinei, incroci enormi, strade a due, tre, quattro corsie per senso di marcia e arterie che sembrano non finire mai.
La nostra guida ci ha raccontato di una grande strada che attraversa Pechino per decine di chilometri e che, in alcuni tratti, raggiunge dimensioni impressionanti. Guardandola, più che una strada sembra quasi la rappresentazione fisica dell’ambizione di un Paese che ha deciso di correre verso il futuro.
Eppure le automobili sono tantissime.
Il traffico esiste, naturalmente, ma l’ho trovato sorprendentemente sopportabile se confrontato con quello al quale siamo abituati nelle nostre grandi città. Mi ha colpito soprattutto la disciplina nella guida: rispetto dei limiti, ordine, poche forzature, una circolazione che sembra seguire regole accettate collettivamente.
Poi cominci ad accorgerti della tecnologia. È dappertutto.
Agli incroci, lungo le strade, sugli edifici. La presenza delle telecamere è evidente e restituisce inevitabilmente anche la sensazione di essere osservati.
Non voglio attribuire a questa percezione un giudizio assoluto: per un europeo è certamente qualcosa che colpisce. Ma contemporaneamente si percepisce un fortissimo senso di sicurezza.
La cosa singolare è che non ho visto quella presenza massiccia di polizia che ci si potrebbe immaginare.
La polizia c’è, naturalmente, soprattutto dove deve esserci, ma non è la sua presenza visibile a dominare la città.
È piuttosto l’organizzazione complessiva a trasmettere l’impressione di un sistema capace di controllare ciò che accade.
E poi la pulizia.
Pechino mi è apparsa straordinariamente pulita. Non una carta per terra, non quella sensazione di trascuratezza che purtroppo accompagna molte grandi metropoli occidentali. In una città di dimensioni gigantesche è un particolare che diventa tutt’altro che secondario.
Ma l’immagine che forse più di tutte mi ha fatto capire quanto velocemente la Cina stia entrando nel futuro è stata un’altra.
Le automobili senza conducente.
Vederle muoversi realmente per le strade, non in un salone tecnologico o in un servizio televisivo, ma dentro la vita quotidiana della città, mi ha fatto un certo effetto.
In quel momento ho avuto la sensazione molto concreta di trovarmi davanti a un Paese che non sta semplicemente immaginando il futuro. In alcuni campi ha già cominciato ad abitarlo.
In Cina ho scoperto una gentilezza essenziale, fatta più di gesti misurati che di contatto. Un cameriere non ti sfiora, non alza la voce, non invade lo spazio. Indica. accompagna con lo sguardo, quasi coreografa dei movimenti.
All’inizio sembra quasi distanza. Poi capisci che è un’altra forma di riguardo, un modo diverso di prendersi cura dell’altro. Più silenzioso, più controllato, ma non per questo meno presente.
Oltre le parole la danza come linguaggio
In Cina ho scoperto che anche le parole cambiano significato. Quello che noi chiamiamo lirica non è necessariamente canto, ma può essere danza, gesto, movimento. Durante la serata inaugurale ho visto corpi raccontare storie con una grazia che non aveva bisogno di essere tradotta.
E lì ho capito che non si trattava di capire tutto, ma di lasciarsi attraversare da qualcosa che parla un’altra lingua. Non è più soltanto osservare, è accettare di non possedere tutto e proprio per questo portarsi a casa qualcosa di più leggero e più vero.
Davanti alla Storia una piazza molte domande
Dopo il silenzio dei templi, i colori, l’incenso e quella spiritualità così lontana e al tempo stesso così affascinante, Pechino mi ha mostrato un altro volto.
Quello della propria identità nazionale.
Ci siamo arrivati quasi senza entrarci davvero. Piazza Tiananmen l’abbiamo attraversata con lo sguardo, passando in automobile, perché in questi giorni di festa nazionale migliaia e migliaia di persone si riversano nel cuore della città e fermarsi sarebbe stato estremamente complicato.
Ma forse è stato proprio osservarla così, dall’esterno, a farmi venire ancora più domande.
La prima sensazione è quella della grandezza.
Non soltanto delle dimensioni fisiche della piazza, ma della sua monumentalità. Tutto sembra costruito per rappresentare qualcosa che va oltre il singolo individuo: lo Stato, la nazione, la storia, l’appartenenza.
Guardavo quelle migliaia di persone e mi rendevo conto di trovarmi davanti a qualcosa che, da italiano e da europeo, non potevo leggere soltanto attraverso le mie categorie.
Perché il rapporto che questo popolo sembra avere con la propria identità nazionale è fortissimo.
Ed è proprio mentre osservi la piazza che lo sguardo inevitabilmente incontra un volto.
Quello di Mao Zedong.
Il suo enorme ritratto domina ancora oggi la Porta di Tiananmen e, indipendentemente dal giudizio storico sulla sua figura, la sua presenza continua ad avere una forza simbolica impressionante.
Ed è stato in quel momento che mi sono posto una domanda.
Come può un Paese così proiettato verso il futuro, così tecnologicamente avanzato, così profondamente trasformato negli ultimi decenni, conservare contemporaneamente un rapporto tanto forte con l’uomo che ha segnato la nascita della Cina comunista moderna?
Da quella domanda ne nasce inevitabilmente un’altra.
Perché Piazza Tiananmen non appartiene soltanto alla storia della fondazione della Repubblica Popolare Cinese.
Per noi occidentali quel nome richiama immediatamente anche un’altra immagine.
Un ragazzo.
Una strada.
Una colonna di carri armati.
E un uomo solo che decide di fermarsi davanti a loro.
È una delle fotografie che hanno attraversato il Novecento e che hanno contribuito a costruire, fuori dalla Cina, una parte della nostra percezione di questo Paese.
Ma essere lì, a Pechino, mi ha fatto capire che quella stessa piazza può contenere contemporaneamente memorie, significati e interpretazioni profondamente differenti.
Ed è proprio da questa contraddizione che ho cominciato a farmi una domanda più grande: quanto conosciamo veramente la Cina e quanto, invece, la osserviamo attraverso le immagini e le categorie con le quali siamo cresciuti?
Una voce unica con sfumature differenti.
Ripensandoci, mi è venuto naturale un parallelo con l’Italia. Da noi basta cambiare provincia e la lingua cambia colore. Una cadenza, una parola, un modo di stare al mondo. Eppure ci pensa spesso come una sola voce. Portando questa immagine qui, senza forzare confronti, mi aiuta a guardare la Cina con meno rigidità. Non un blocco compatto, ma un insieme di voci e sfumature che convivono dentro un’idea comune.
Cosa possiamo imparare gli uni dagli altri
Cosa potremmo imparare noi dalla Cina? Forse la capacità di guardare lontano, di programmare, di pensare al futuro invece di rincorrere sempre le emergenze. E cosa potrebbe imparare la Cina da noi? Forse la valorizzazione dell’individuo, il pluralismo, la libertà come possibilità di esprimersi, di creare, di dissentire. Ma la domanda più interessante forse è un’altra. Siamo davvero costretti a scegliere un modello contro l’altro o possiamo immaginare uno sguardo capace di imparare da più direzioni?
Da Marco Polo alla Cina moderna
C’è poi un nome che, da italiano, non mi aspettavo di sentire ricordare con tanta naturalezza e, direi, persino con una forma di gratitudine: Marco Polo.
La cosa che mi ha incuriosito è che qui non lo definiscono italiano. Lo definiscono veneziano.
E, a pensarci bene, hanno perfettamente ragione.
Marco Polo apparteneva alla Venezia del XIII secolo, quando l’Italia come Stato unitario era ancora lontanissima dall’esistere. Era figlio di quella straordinaria Repubblica marinara che aveva fatto del commercio, della navigazione e dell’incontro con mondi lontani una parte della propria identità.
Eppure il viaggio che avrebbe legato per sempre il suo nome alla Cina lo portò verso Oriente attraverso la terra, lungo quelle rotte che noi abbiamo imparato a chiamare Via della Seta.
Proprio la seta, durante questo viaggio, è diventata per me qualcosa di concreto.
Siamo entrati in una filanda e abbiamo visto da vicino i bachi, i bozzoli e quel processo antichissimo attraverso il quale un filo sottilissimo diventa uno dei tessuti più preziosi che l’uomo abbia mai prodotto.
In quel momento la “Via della Seta” ha smesso per qualche istante di essere soltanto un nome letto sui libri di storia.
Era lì.
E improvvisamente ho pensato a quell’uomo che, più di sette secoli fa, percorreva distanze immense attraversando territori e culture sconosciute, senza aerei, senza treni ad alta velocità, senza telefoni, senza mappe digitali.
Forse è anche per questo che mi ha colpito scoprire quanto Marco Polo sia ancora presente nella memoria cinese.
E mi è venuta spontanea un’altra riflessione.
Noi italiani siamo eredi di figure straordinarie che hanno attraversato il mondo quando attraversarlo significava davvero sfidare l’ignoto. Marco Polo verso l’Oriente, Cristoforo Colombo verso l’Occidente.
E qualche volta ho la sensazione che siano gli altri a ricordarci meglio di quanto facciamo noi quanto sia straordinaria la storia dalla quale proveniamo.
Forse anche questo viaggio in Cina mi sta insegnando qualcosa sull’Italia.
Ponti che restano
E Marco Polo non è l’unico nome italiano che ho sentito pronunciare qui con rispetto.
Parlando con la nostra guida è emersa anche la figura di Matteo Ricci, gesuita marchigiano che tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento riuscì a entrare profondamente in contatto con la cultura cinese, fino ad arrivare a Pechino.
La cosa che mi ha colpito è stata proprio questa: ascoltare una cinese raccontarmi di uomini provenienti dalla nostra terra che, a distanza di secoli, vengono ancora ricordati per avere costruito dei ponti tra due mondi lontanissimi.
Marco Polo lo fece attraverso il viaggio, il commercio e il racconto.
Matteo Ricci attraverso la conoscenza, la scienza, la lingua e il dialogo tra culture.
Due uomini diversissimi, vissuti in epoche differenti, ma accomunati da qualcosa che oggi mi sembra straordinariamente moderno: partirono per conoscere un mondo diverso dal proprio senza limitarsi a guardarlo da lontano.
E forse è proprio questo l’aspetto che mi ha fatto riflettere maggiormente.
Per comprendere un altro popolo bisogna avvicinarsi. Bisogna ascoltare, osservare, qualche volta mettere da parte le proprie categorie e accettare persino di scoprire che ciò che pensavamo di conoscere era soltanto una parte della realtà.
In fondo, più di settecento anni dopo Marco Polo, è anche quello che sto cercando di fare io.
Naturalmente con un viaggio infinitamente più semplice.
Ma con la stessa curiosità verso ciò che si trova dall’altra parte.
Forse viaggiare non serve a trovare risposte definitive, ma a imparare a farsi domande migliori. Questo viaggio non mi ha dato una verità definitiva sulla Cina, mi ha dato uno sguardo diverso sulle mie certezze. E forse è già molto Prima di giudicare un paese da lontano, forse vale la pena vederlo, ascoltarlo, attraversarlo. Poi ognuno resta libero di farsi la propria idea.
Per gioco ho chiesto il mio segno nell’oroscopo cinese. Drago. Me l’hanno detto con naturalezza e io ho sorriso. Non per superstizione, ma perché nelle storie dei popoli anche i simboli sono un modo di guardarsi dentro. Il drago, qui, è forza vitale, slancio, movimento. E mi è sembrato, per un attimo, un modo gentile per salutare questo viaggio. Per curiosità ho chiesto anche il segno di mio padre. Cane. Qui è associato all’onestà. E mi è venuto naturale pensare a lui, senza bisogno di aggiungere altro.





































E saluto questo viaggio cn un brano che ritengo si addica. “Centro di gravita’ permanente” di Franco Battiato.

Ho apprezzato moltissimo questo blog, durante il tuo soggiorno abbiamo avuto modo di sentirci e scambiare materiale inerente questo viaggio così affascinante quanto istruttivo
Di certo è palpabile una marcata omogeneità rispetto all’ Italia, dove culture e campanilismi animano (talvolta,dividono) la penisola, mentre la Cina risente marcatamente dell’ influenza politica egemone che livella alcuni indici e promuove politiche sociali attive, divergenti dall’ Europa e le americhe.
La pulizia è figlia sia del senso civico che del rigore vigente.
I contributi fotografici sono un fiore all’ occhiello