La guerra sotto il sole
Dall’Adua a El Alamein: l’Italia e le campagne d’Africa
Ci sono pagine della storia italiana che tutti conoscono per sentito dire, per il nome di una battaglia, per una fotografia vista su un libro di scuola o per una frase rimasta nella memoria collettiva.
Adua. Amba Alagi. La Libia. L’Etiopia. L’Impero. Tobruk. El Alamein. Nomi lontani tra loro nel tempo e nello spazio che appartengono però a una lunga vicenda italiana consumatasi, nell’arco di oltre mezzo secolo, sul continente africano. Ho voluto provare a raccontarla. Non con l’intenzione di celebrare il colonialismo italiano e neppure con quella di costruire, a distanza di oltre un secolo, un processo sommario alla storia.
La storia va conosciuta. Va raccontata anche nelle sue contraddizioni, nelle ambizioni politiche, negli errori strategici, nelle sconfitte, nelle atrocità, nelle illusioni di grandezza e nelle responsabilità di chi prese le decisioni. Ma dentro la storia ci sono anche gli uomini.
Soldati mandati a migliaia di chilometri da casa, uomini appartenenti alle popolazioni africane, ascari, civili, ufficiali, sottufficiali, fanti, artiglieri, bersaglieri, alpini, carristi, aviatori e marinai.
Ci sono quelli che tornarono e quelli che rimasero per sempre sotto quella terra. Per questo voglio cominciare dall’inizio. E l’inizio della presenza coloniale italiana in Africa non è Mussolini, non è il fascismo e non è neppure Adua. Bisogna tornare molto più indietro.
Un’Italia giovane che vuole diventare una potenza
Quando l’Italia comincia ad affacciarsi sulle coste africane è uno Stato giovanissimo.
L’unità nazionale risale al 1861 e Roma diventa capitale soltanto nel 1871. Nel frattempo le grandi potenze europee stanno estendendo enormemente la loro presenza coloniale.
Gran Bretagna e Francia dispongono di imperi immensi. Altre potenze europee partecipano alla spartizione politica ed economica dell’Africa. L’Italia arriva tardi. Ma vuole esserci.
Le ragioni sono economiche e commerciali, ma anche strategiche e politiche: essere una potenza coloniale viene considerato uno degli strumenti attraverso i quali il nuovo Regno d’Italia può acquistare prestigio internazionale e sedersi al tavolo delle grandi nazioni europee. Il Mar Rosso, inoltre, ha assunto un’importanza strategica ancora maggiore dopo l’apertura del Canale di Suez nel 1869.
Ed è proprio nel 1869 che compare il primo nome della nostra storia.
Assab Assab si trova sulla costa del Mar Rosso, nell’attuale Eritrea. L’inizio è quasi curioso se pensiamo a ciò che accadrà nei decenni successivi. Non arrivano divisioni dell’esercito italiano.
Arriva un’impresa commerciale. Giuseppe Sapeto acquisisce diritti sulla baia per conto della società di navigazione Rubattino. L’obiettivo iniziale è essenzialmente commerciale: disporre di un punto d’appoggio e di un deposito di carbone lungo le nuove rotte aperte dal Canale di Suez. Soltanto nel 1882 Assab passa direttamente sotto lo Stato italiano e diventa il primo possedimento coloniale italiano in Africa. Una piccola presenza costiera.
Ma la porta è stata aperta.
Massaua, 1885 Tre anni dopo arriva un passaggio decisivo. Il 5 febbraio 1885 le truppe italiane sbarcano a Massaua, importante porto del Mar Rosso. L’operazione avviene in un quadro internazionale favorevole all’Italia e con l’assenso britannico, mentre la regione è sconvolta anche dalla rivolta mahdista nel vicino Sudan. Da quel momento il problema cambia completamente.
Finché si possiede un porto, si controlla un punto sulla costa. Quando si comincia ad avanzare verso l’interno, inevitabilmente si entra in contatto — e presto in conflitto — con chi quei territori già li controlla. L’Italia si trova davanti l’Impero etiopico. Ed è qui che la nostra storia comincia a diventare una storia di guerra. Verso l’altopiano Dalla costa gli italiani iniziano progressivamente a occupare posizioni nell’entroterra. Ma l’Etiopia non è una terra senza Stato in attesa dell’arrivo degli europei. È un antico impero africano, con una propria struttura politica, un esercito e capi territoriali capaci di mobilitare migliaia di combattenti.
Uno dei più importanti è Ras Alula Engida. L’avanzata italiana intorno a Massaua viene percepita come una minaccia. Alla fine del 1886 gli italiani occupano Uaà e successivamente Saati. Nel gennaio 1887 Ras Alula intima agli italiani di abbandonare alcune delle posizioni avanzate.
La richiesta viene respinta. Il 25 gennaio le forze etiopiche attaccano il presidio di Saati. Il forte resiste. Il giorno successivo una colonna italiana parte per raggiungerlo.
Sta per entrare nella storia.
Dogali È il 26 gennaio 1887.
La colonna è comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis e conta circa cinquecento uomini. Deve raggiungere Saati portando rinforzi e rifornimenti. Nei pressi di Dogali viene intercettata dalle forze di Ras Alula, enormemente superiori numericamente. Gli italiani si attestano su un’altura. Vengono circondati. Combattono per ore. Le munizioni diminuiscono.
Lo scontro termina con l’annientamento quasi completo della colonna. Le ricostruzioni riportano 431 morti e circa 60 feriti tra gli italiani. Dogali provoca un’enorme impressione in patria.
Quella che poteva sembrare una relativamente semplice espansione coloniale mostra improvvisamente il suo prezzo. Eppure Dogali non determina l’abbandono dell’Africa. Accade praticamente il contrario.
L’espansione continua.
Nel 1889 vengono occupate Asmara e Cheren e il 1° gennaio 1890 i possedimenti italiani vengono formalmente riuniti nella Colonia Eritrea. Nel frattempo è entrato in scena un uomo destinato a diventare uno dei protagonisti fondamentali della nostra storia. Si chiama Menelik II. Un trattato scritto in due lingue. Il 2 maggio 1889 Italia ed Etiopia sottoscrivono il Trattato di Uccialli.
Ed è qui che una questione apparentemente diplomatica contribuirà a preparare una guerra. Il trattato viene redatto in italiano e in amarico. Il problema è l’articolo 17. Nella versione italiana, la formulazione viene interpretata dal governo Crispi come la creazione, di fatto, di un protettorato italiano sull’Etiopia nei rapporti con le altre potenze.
La versione amarica dice qualcosa di sostanzialmente diverso: il ricorso all’intermediazione italiana è una possibilità, non un obbligo. Non è una sfumatura linguistica. È una differenza politica enorme. Menelik protesta e nel 1893 denuncia il trattato. La crisi diplomatica si trasforma progressivamente in confronto militare. L’Italia continua ad avanzare.
Nel 1895 arrivano nuovi successi militari italiani. Ma davanti non c’è più soltanto qualche formazione locale. Menelik sta raccogliendo un esercito enorme. E tra le montagne dell’Etiopia si sta preparando qualcosa che l’Italia ricorderà per decenni.
Prima arriveranno Amba Alagi e Macallè. Poi, all’alba del 1° marzo 1896, migliaia di soldati italiani e ascari avanzeranno nell’oscurità verso tre montagne dell’altopiano etiopico.
Ad attenderli ci sarà l’esercito di Menelik. Il nome di quel luogo diventerà una delle parole più dolorose della storia militare italiana: Adua.
Amba Alagi, Macallè e Adua
La guerra che conduce ad Adua non nasce improvvisamente il 1° marzo 1896.
Per comprenderne la portata bisogna tornare indietro di alcuni mesi e seguire l’avanzata italiana nel Tigrè, perché proprio lì cominciano a manifestarsi alcuni dei problemi che diventeranno decisivi: sottovalutazione dell’avversario, difficoltà nelle comunicazioni, enormi distanze, logistica complicata e ordini che non sempre riescono ad arrivare dove e quando dovrebbero.
Nel corso del 1895 il generale Oreste Baratieri, governatore dell’Eritrea e comandante delle forze italiane, aveva ottenuto importanti successi contro ras Mangascià. Le vittorie di Coatit e Senafè avevano rafforzato la convinzione che l’espansione italiana potesse proseguire. In settembre e ottobre venne occupato il Tigrè e Macallè e Adua passarono sotto controllo italiano.
Ma qualcosa stava cambiando.
Menelik II era riuscito a mobilitare buona parte dell’Etiopia e a riunire attorno a sé forze provenienti dalle diverse regioni dell’Impero. Secondo le ricostruzioni storiche, all’inizio di dicembre l’esercito etiopico poteva contare su oltre centomila combattenti, mentre le forze mobili italiane disponibili nella colonia erano circa diecimila, oltre agli uomini distribuiti nei vari presidi.
Una sproporzione enorme. E il primo drammatico segnale arrivò su una montagna. Amba Alagi Il maggiore Pietro Toselli occupava una posizione avanzata sull’Amba Alagi con poco più di duemila uomini, in larga parte ascari eritrei, e quattro cannoni. Il 7 dicembre 1895 le forze etiopiche attaccarono.
Toselli si trovò davanti un nemico enormemente superiore. Un ordine di ripiegamento, trasmesso attraverso una catena di comunicazioni difficilissima, non gli arrivò in tempo. Convinto che sarebbero giunti rinforzi, rimase sulla posizione. Combatté per circa sei ore. I rinforzi non arrivarono. La posizione venne accerchiata e travolta.
Toselli morì insieme a gran parte dei suoi uomini. Le fonti riportano circa 1.500 caduti eritrei, diciotto ufficiali e una ventina tra sottufficiali e soldati italiani. Amba Alagi dovrebbe farci riflettere già su un elemento che ritroveremo ad Adua. In guerra un ordine giusto che arriva troppo tardi può avere gli stessi effetti di un ordine sbagliato.
E alla fine dell’Ottocento comunicare tra reparti separati da montagne, vallate e decine di chilometri significava affidarsi a telegrafi dove esistevano, portaordini, guide, messaggeri e uomini a cavallo o a piedi. Non c’era una sala operativa capace di osservare in tempo reale quello che accadeva sul campo. Ogni comandante vedeva una piccola parte della battaglia. E qualche volta quella piccola parte era tutto ciò che aveva per decidere. Macallè Dopo Amba Alagi le forze italiane arretrarono.
A Macallè, nel forte di Enda Jesus, rimase però una guarnigione comandata dal maggiore Giuseppe Galliano. Circa 1.300 uomini fra soldati italiani e ascari, con una piccola batteria da montagna, si trovarono progressivamente circondati dall’esercito etiopico. Cominciò uno degli episodi più celebri della prima guerra d’Africa. L’assedio di Macallè. Gli uomini di Galliano resistettero per settimane. Ma il problema più grave non erano soltanto i proiettili etiopici.
Era l’acqua. Quando le forze di Menelik riuscirono a impedire alla guarnigione di raggiungere le sorgenti, la sorte del forte era praticamente segnata. Si poteva continuare a combattere. Non si poteva continuare a vivere senza bere. Galliano arrivò a considerare l’ipotesi estrema di far saltare il forte piuttosto che arrendersi. Fu la diplomazia a evitare il massacro.
Menelik consentì alla guarnigione di abbandonare il forte con le armi e di raggiungere le linee italiane. Il 21 gennaio 1896 gli uomini di Galliano lasciarono Macallè. Fu un gesto che aveva anche un significato politico. Menelik non stava semplicemente combattendo una guerra. Stava dimostrando di essere un sovrano capace di trattare diplomaticamente con una potenza europea.
E soprattutto aveva ormai portato il suo enorme esercito davanti alle forze di Baratieri. La strada verso Adua era aperta. Verso lo scontro decisivo Alla fine di febbraio la situazione italiana era diventata estremamente difficile. Baratieri aveva concentrato le proprie forze nella zona di Saurià. Il problema era essenzialmente questo: avanzare oppure ritirarsi. Restare immobili era sempre più difficile anche per ragioni logistiche. Rifornire migliaia di uomini in quella regione significava trasportare viveri, munizioni, acqua, medicinali e materiale lungo linee di comunicazione fragili e lunghissime. Il 27 febbraio i comandanti italiani si riunirono in consiglio di guerra. Prevalse l’opinione favorevole all’avanzata.
Baratieri, che aveva mostrato maggior prudenza, finì per accettarla. Sul comandante pesava inoltre la pressione politica proveniente da Roma e dal governo di Francesco Crispi, impaziente di ottenere risultati. Ma attenzione. Il piano di Baratieri non prevedeva inizialmente di lanciare un assalto frontale contro centomila etiopi. L’intenzione era occupare durante la notte una serie di posizioni più avanzate e naturalmente forti, costringendo eventualmente Menelik ad attaccare gli italiani su un terreno favorevole.
Sulla carta poteva avere una logica. La disciplina delle truppe, i fucili e soprattutto l’artiglieria avrebbero potuto compensare almeno parzialmente la superiorità numerica etiopica in una battaglia difensiva. Il problema fu arrivare sulle posizioni previste. La notte del 29 febbraio 1896 Poco prima della mezzanotte comincia la marcia. Le forze destinate all’operazione sono suddivise in quattro brigate. A destra il generale Vittorio Dabormida. Al centro il generale Giuseppe Arimondi. A sinistra il generale Matteo Albertone, con una brigata composta prevalentemente da ascari.
Dietro, in riserva, il generale Giuseppe Ellena. Secondo la ricostruzione riportata da Treccani, il corpo d’operazioni che mosse quella notte contava circa 14.500 uomini, esclusi i servizi, e 56 pezzi d’artiglieria. Nel complesso, nelle posizioni di Saurià erano disponibili poco più di ventimila uomini, mentre altri reparti erano destinati alle retrovie e ai presidi.
Di fronte c’era l’esercito di Menelik. Le stime non sono perfettamente uniformi, ma le fonti dell’epoca e le successive ricostruzioni parlano di oltre centomila combattenti etiopici. Una superiorità numerica impressionante. Ma non fu soltanto il numero a decidere la battaglia. La notte era buia. Il terreno era difficilissimo. Le carte topografiche erano imprecise. Le colonne dovevano muoversi separatamente mantenendo contemporaneamente i collegamenti reciproci. Ed è proprio qui che il piano cominciò a sfaldarsi. Una battaglia che si rompe prima ancora di cominciare
La brigata Albertone, sulla sinistra, avanzò più del previsto. Un errore nell’identificazione del colle Chidanè Merèt, indicazioni non corrette delle guide e l’imprecisione delle carte contribuirono a portarla molto più avanti rispetto alle altre colonne. Il collegamento con il centro venne perduto. Albertone si trovò praticamente solo davanti a una parte enorme dell’esercito etiopico.
Baratieri ordinò allora a Dabormida di muovere in appoggio. Ma anche la brigata Dabormida finì fuori posizione. Invece di convergere verso Albertone, venne progressivamente incanalata nel vallone di Mariam Sciauitù, allontanandosi dalle altre forze italiane. Le asperità del terreno e gli errori cartografici contribuirono all’isolamento. A quel punto non esisteva più realmente una battaglia italiana coordinata. Esistevano diverse battaglie separate. Ed era esattamente la situazione che Menelik poteva sfruttare.
1° marzo 1896
All’alba l’esercito etiopico si mette in movimento. La prima ad essere investita pesantemente è la brigata Albertone. Gli ascari combattono duramente. L’artiglieria italiana apre il fuoco e per diverse volte riesce a respingere gli attacchi. Ma le forze etiopiche continuano ad arrivare. L’attacco non è soltanto frontale. Progressivamente gli uomini di Albertone vengono avvolti sui fianchi.
La posizione diventa insostenibile. Gran parte degli ufficiali cade. Le munizioni dell’artiglieria si esauriscono. Verso le undici la brigata è ormai distrutta e Albertone viene fatto prigioniero.
Ora Menelik può rivolgere una parte crescente delle proprie forze contro il centro italiano. Arimondi ed Ellena Le brigate di Arimondi ed Ellena vengono investite dalle masse etiopiche provenienti dal settore nel quale Albertone è stato sconfitto. Arimondi cerca di tenere le posizioni sul monte Rajò e nell’area di Rebbi Ariennì. Ma ormai anche il centro italiano rischia l’accerchiamento.
Reparti etiopici riescono a infiltrarsi negli spazi lasciati tra le brigate. Il fronte non esiste più come linea continua. Si combatte per gruppi. Per batterie. Per battaglioni. Qualche volta per piccoli nuclei di uomini che non sanno neppure cosa stia accadendo poche centinaia di metri più lontano. Arimondi muore sul campo. Intorno alle 12.30 le sue forze e quelle di Ellena vengono travolte e la ritirata si trasforma progressivamente in una rotta. Dabormida combatte da solo Sulla destra la situazione è quasi paradossale. Dabormida continua a combattere senza conoscere pienamente ciò che sta accadendo agli altri reparti.
La sua brigata riesce inizialmente a respingere diversi attacchi. Ma è troppo lontana. Quando le forze etiopiche che hanno già sconfitto il centro possono rivolgersi contro di lui, Dabormida si trova attaccato su più fronti. Resiste ancora. Poi tenta il ripiegamento. È troppo tardi. Anche la sua brigata viene travolta. Dabormida muore durante la ritirata e tutta l’artiglieria della brigata viene perduta. Adua è finita. Il prezzo della sconfitta Quando cala il silenzio sul campo di battaglia, per l’Italia le dimensioni del disastro diventano evidenti.
Le cifre cambiano leggermente secondo le fonti e secondo il criterio utilizzato per distinguere soldati italiani, ascari, morti, feriti e prigionieri. Treccani sintetizza le perdite italiane in circa novemila uomini tra morti e prigionieri, comprendendo truppe nazionali e coloniali, mentre stima intorno a quindicimila le perdite etiopiche. Tre generali italiani sono morti: Arimondi, Dabormida ed Ellena. Albertone è prigioniero. Galliano, l’uomo di Macallè, tornato al comando del suo battaglione indigeni, cade anch’egli ad Adua. Il suo corpo non verrà ritrovato.
Baratieri riesce a ripiegare. Ma militarmente e politicamente la sua carriera è finita. E qui credo sia necessario fermarsi un momento. Perché Adua non fu semplicemente una battaglia persa.
Fu qualcosa di molto più grande. Perché Adua sconvolse l’Italia Alla fine dell’Ottocento le potenze europee stavano spartendosi enormi porzioni del continente africano. L’idea dominante in Europa era quella di una superiorità militare praticamente incontestabile degli eserciti coloniali. Ad Adua accadde il contrario. Un esercito africano aveva sconfitto in campo aperto l’esercito di una potenza europea. E non lo aveva semplicemente respinto.
Lo aveva battuto in maniera devastante. Per l’Etiopia Adua divenne il simbolo della difesa dell’indipendenza nazionale. Per l’Italia fu un trauma. La notizia della disfatta raggiunse il Paese provocando sgomento, proteste e una crisi politica immediata. Il governo Crispi cadde.
Baratieri venne sostituito dal generale Antonio Baldissera e successivamente sottoposto a un procedimento davanti a un tribunale militare. Fu assolto dalle accuse penali, ma il giudizio sulla sua condotta rimase durissimo. L’Italia dovette rinunciare al progetto di imporre il proprio protettorato sull’Etiopia. Il 26 ottobre 1896 venne firmato il trattato di pace di Addis Abeba. L’indipendenza etiopica veniva riconosciuta.
La prima guerra italo-etiopica era terminata. Ma non era terminata la presenza italiana in Africa. L’Eritrea rimase italiana. La Somalia sarebbe diventata un altro capitolo dell’espansione coloniale.
E soprattutto Adua non sarebbe stata dimenticata. Quarant’anni dopo. Qui comincia uno degli aspetti più inquietanti della storia. Le sconfitte militari non rimangono necessariamente confinate nei libri. Possono diventare memoria collettiva. Possono essere trasformate in mito. Possono essere utilizzate politicamente. Per quasi quarant’anni il nome di Adua sarebbe rimasto nella coscienza nazionale italiana.
Poi sarebbe arrivato il fascismo. Benito Mussolini avrebbe recuperato quella memoria trasformandola in propaganda e presentando la conquista dell’Etiopia anche come una rivincita della sconfitta del 1896. Nel 1935 le truppe italiane sarebbero tornate sulle stesse montagne. Avrebbero attraversato nuovamente il Tigrè. Avrebbero occupato nuovamente Adua.
Ma prima di arrivarci dobbiamo lasciare per qualche tempo l’Africa Orientale. Perché nel frattempo l’Italia aveva rivolto lo sguardo verso un’altra sponda del continente. Molto più vicina.
Dall’altra parte del Mediterraneo. Tripolitania. Cirenaica. Libia. E nel 1911 sarebbe cominciata un’altra guerra. Questa volta contro un impero. L’Impero Ottomano.
La Libia: una guerra che sembrava breve
Dopo Adua passarono quindici anni prima che l’Italia tornasse a combattere una grande guerra coloniale in Africa. Questa volta lo scenario era completamente diverso. Non più gli altopiani dell’Etiopia, ma il Mediterraneo e le coste dell’attuale Libia. All’inizio del Novecento Tripolitania e Cirenaica appartenevano ancora all’Impero Ottomano. L’Italia, tuttavia, aveva da tempo sviluppato interessi economici e politici nella regione e aveva ottenuto da Francia e Gran Bretagna il riconoscimento delle proprie aspirazioni coloniali nell’Africa settentrionale.
Nel settembre del 1911 il governo guidato da Giovanni Giolitti intimò all’Impero Ottomano di abbandonare quei territori. Costantinopoli rifiutò e il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra. Cominciava la guerra italo-turca.
Il corpo di spedizione
Il primo corpo di spedizione italiano contava circa 34.000 uomini al comando del generale Carlo Caneva. Sembravano sufficienti. Non lo furono. Uno degli errori iniziali fu ritenere che una parte consistente della popolazione locale sarebbe rimasta neutrale, o comunque non avrebbe opposto una resistenza particolarmente significativa. Accadde il contrario. Alle forze ottomane si unirono combattenti locali e la guerra assunse rapidamente dimensioni molto maggiori di quelle previste. Nel corso del conflitto la presenza militare italiana arrivò a circa 100.000 uomini.
Ancora una volta tornava un errore che abbiamo già incontrato nella storia africana italiana: sottovalutare il territorio, sottovalutare l’avversario e soprattutto credere che conquistare una città significasse automaticamente controllare ciò che esisteva intorno ad essa.
Tripoli
Le operazioni cominciarono rapidamente e la Regia Marina ebbe un ruolo fondamentale nel trasporto e nell’appoggio alle truppe. Il 5 ottobre 1911 iniziò l’occupazione di Tripoli. Seguirono Tobruk, Derna, Bengasi e Homs. Il 5 novembre Vittorio Emanuele III proclamò l’annessione della Tripolitania e della Cirenaica al Regno d’Italia.
Sulla carta la Libia era italiana. Sul terreno era tutta un’altra storia. Gli italiani controllavano essenzialmente le principali città costiere e alcune aree circostanti. L’interno rimaneva in larga parte fuori dal loro controllo e la resistenza era tutt’altro che terminata.
Una guerra modernissima
La guerra di Libia possiede anche un posto particolare nella storia dell’innovazione militare. L’aeroplano era ancora una macchina giovanissima, eppure gli italiani lo portarono in guerra. Il conflitto vide alcuni dei primissimi impieghi bellici dell’aviazione, inizialmente per ricognizione e successivamente anche per bombardamento. Accanto agli aeroplani comparvero dirigibili, radiotelegrafia e altri strumenti che annunciavano una trasformazione radicale del modo di combattere. Il Novecento militare stava cominciando.
Per costringere l’Impero Ottomano a trattare, l’Italia decise inoltre di allargare il conflitto. La Regia Marina portò le operazioni nel Mediterraneo orientale e nel 1912 vennero occupate Rodi e le altre isole del Dodecaneso. Nella notte del 18 luglio alcune torpediniere italiane penetrarono persino nei Dardanelli in un’azione dimostrativa.
L’Impero Ottomano, nel frattempo, aveva problemi ben più grandi. Nei Balcani si preparava una nuova guerra e continuare a combattere contro l’Italia diventava sempre meno conveniente. Il 18 ottobre 1912 venne conclusa la pace. La guerra italo-turca era terminata. Ma la guerra in Libia no.
Conquistare una costa non significa conquistare un Paese
Questo è probabilmente uno dei passaggi più importanti per capire l’intera vicenda coloniale italiana. Il trattato con l’Impero Ottomano aveva risolto formalmente il conflitto tra due Stati, ma non aveva eliminato la resistenza delle popolazioni locali. L’occupazione italiana si spinse verso il Fezzan, ma durante la Prima guerra mondiale la guerriglia riuscì a costringere gli italiani a ripiegare sostanzialmente sulle zone costiere.
Dopo il 1922 la penetrazione militare riprese e in Cirenaica incontrò una resistenza particolarmente tenace. Il suo nome sarebbe diventato leggendario: Omar al-Mukhtar.
Omar al-Mukhtar
Omar al-Mukhtar fu uno dei principali esponenti della resistenza senussita. Per anni condusse la guerriglia contro le forze italiane in Cirenaica. Conosceva il territorio, poteva contare sull’appoggio di parte della popolazione, colpiva e si ritirava. Per un esercito regolare combattere un nemico di questo tipo era estremamente difficile.
La risposta italiana divenne progressivamente durissima. Sotto il governatorato di Pietro Badoglio e con Rodolfo Graziani alla guida delle operazioni in Cirenaica furono attuate deportazioni della popolazione del Gebel e creati campi di concentramento, con l’obiettivo di separare i combattenti dalle popolazioni che potevano sostenerli.
È una pagina che non può essere cancellata dal nostro racconto. Raccontare la storia militare italiana significa ricordarne il valore quando ci fu, ma significa anche riconoscerne le responsabilità quando ci furono. Le due cose non si escludono.
Nel 1931 Omar al-Mukhtar venne catturato, processato, condannato a morte e impiccato il 16 settembre. Con la sua morte la grande resistenza organizzata della Cirenaica era sostanzialmente spezzata.
Nasce la Libia italiana
Nel 1934 Tripolitania, Cirenaica e Fezzan vennero riuniti sotto un unico Governatorato Generale affidato a Italo Balbo. Era nata amministrativamente la Libia italiana. Strade, infrastrutture, colonizzazione agricola e insediamenti italiani cambiarono progressivamente una parte del territorio.
Ma proprio mentre sembrava conclusa una lunga guerra coloniale, il regime fascista stava preparando un’impresa molto più grande. E per comprenderla dobbiamo tornare esattamente dove eravamo stati quarant’anni prima.
In Etiopia.
Adua non era stata dimenticata. Mussolini avrebbe trasformato quella sconfitta in uno straordinario strumento di propaganda. Quarant’anni dopo il 1896, centinaia di migliaia di uomini sarebbero tornati verso gli altopiani etiopici, questa volta con camion, carri armati, aeroplani, artiglierie moderne e una capacità logistica incomparabilmente superiore a quella dell’esercito di Baratieri.
Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane attraversarono il confine eritreo. Cominciava la seconda guerra italo-etiopica.
E da quel momento la nostra storia avrebbe accelerato rapidamente verso la proclamazione dell’Impero, la Seconda guerra mondiale, il deserto egiziano e infine un nome che ancora oggi appartiene alla memoria militare italiana: El Alamein.
Conclusione
Rileggendo questa lunga storia africana, da Dogali ad Adua, dalla Libia all’Etiopia fino al deserto della Seconda guerra mondiale, mi viene spontaneo guardare al presente. Non perché la storia si ripeta nello stesso modo. Non lo fa mai. Cambiano gli uomini, le alleanze, le ideologie, gli interessi economici e soprattutto cambiano gli strumenti con i quali si combatte. Ma alcune dinamiche sembrano attraversare le epoche.
Anche oggi viviamo in un mondo nel quale territori, confini, sfere d’influenza e accesso alle risorse tornano ad essere motivo di fortissime tensioni. Cambiano le carte geografiche, ma rimangono le ambizioni degli Stati, la necessità di proteggere le proprie aree strategiche e quella pericolosa convinzione che la forza militare possa risolvere ciò che la politica e la diplomazia non riescono più a governare.
C’è però una differenza enorme: gli armamenti.
Ad Adua un esercito poteva essere sconfitto perché una brigata aveva imboccato una valle sbagliata, una carta era imprecisa o un ordine non era arrivato in tempo. Nel deserto africano un carro armato senza carburante diventava semplicemente una massa di acciaio immobile. Oggi satelliti, droni, missili a lunghissimo raggio, sistemi di guida e sorveglianza, guerra elettronica, cyberwarfare e intelligenza artificiale stanno trasformando nuovamente il campo di battaglia. E sopra tutto questo rimane l’ombra dell’arma nucleare, capace di dare alla parola “guerra” un significato che le generazioni di Adua non avrebbero potuto neppure immaginare.
Da Ufficiale in congedo, guardando questa storia, la mia riflessione è forse molto semplice. Conoscere le guerre del passato non dovrebbe servire a cercare nuove guerre da vincere, ma a comprendere quanto sia difficile fermarle una volta cominciate.
Cambiano le uniformi. Cambiano le armi. Cambiano i confini contesi.
Rimane l’uomo.
Ed è ancora lui che decide se utilizzare la tecnologia per difendere la pace oppure per perfezionare la guerra.
E ora una galleria storica di immagini:










Ho scelto di accompagnare questo racconto con La sagra di Giarabub, una delle canzoni più note della guerra italiana in Africa Settentrionale. Non per celebrare la guerra, ma perché anche la musica appartiene alla memoria di un’epoca e degli uomini che la attraversarono.”
Mi piace molto nel tuo articolo perché, con il Sacrario di El Alamein come immagine in evidenza e questa musica, entri immediatamente nell’atmosfera del periodo senza trasformare il pezzo in una celebrazione propagandistica.
Ascoltate il brano io mi sono commosso.
Dedico queszto brano a tutti i caduti di quella campagna e ai caduti di ogni guerra nel tempo augurandomi che questo articolo faccia riflettere sulle tensioni che affliggono il nostro pianeta e per un ravvedimento che ci consenta di combattere verbalmente e socialmente per una pace mondiale duratura.
Onori a tutti i Caduti
(un minuto di rigoroso silenzio)
Viva l’Italia Viva la Repubblica Italiana

Il progresso della coscienza
Ho letto con grande interesse questa accurata ricostruzione storica, dettagliata e curata, capace di attraversare eventi complessi restituendone non soltanto i fatti, ma anche il peso delle scelte umane che li hanno determinati.
Un lavoro di ricerca che merita certamente un plauso e che, proprio per la ricchezza dei suoi contenuti, mi porta inevitabilmente a una riflessione.
Quanto è realmente cambiato l’uomo?
Abbiamo attraversato guerre, distruzioni e tragedie che avrebbero dovuto lasciare nell’umanità una memoria profonda.
Abbiamo avuto grandi pensatori e figure come Gandhi, capaci di indicare nella non violenza una strada possibile, eppure ancora oggi la guerra continua a essere una risposta dell’uomo all’uomo.
Ed è questa la contraddizione che più mi interroga.
Abbiamo compiuto passi immensi nella conoscenza, nella scienza e nella tecnologia, ma forse non altrettanti nella coscienza.
Penso anche ad Einstein. La sua vicenda mi colpisce proprio perché racconta l’imperfezione dell’essere umano: compì una scelta che successivamente guardò con rammarico e tornò a impegnarsi per la pace e contro il pericolo nucleare. Forse proprio qui risiede uno degli insegnamenti più importanti: non è l’errore a definire l’uomo, ma la sua capacità di riconoscerlo e cambiare direzione.
Tutti possiamo sbagliare. Ma dopo tutto ciò che la Storia ci ha mostrato, dovremmo aver imparato almeno a fermarci prima che un errore diventi nuovamente tragedia.
A volte mi domando se nell’essere umano non esista ancora una componente autodistruttiva. Continuiamo troppo spesso a lasciarci guidare dal potere, dagli interessi economici, dal possesso, dimenticando quella connessione profonda che ci lega agli altri, alla natura e alla vita stessa.
Io la chiamo amore universale. Non come sentimento romantico o utopistico, ma come consapevolezza di appartenere alla stessa esistenza.
Forse è proprio questo ciò che ancora manca al nostro progresso: abbiamo imparato moltissimo sul mondo, ma non abbastanza su noi stessi.
Ed è anche per questo che ho sempre sostenuto che la meditazione dovrebbe trovare spazio fin dalla scuola elementare: non come pratica legata a un credo, ma come educazione all’ascolto. Insegnare a un bambino a fermarsi, a riconoscere ciò che accade dentro di sé, ad ascoltare il silenzio e le proprie emozioni significa forse contribuire alla formazione di adulti più consapevoli di sé e, di conseguenza, degli altri.
Credo che la vera evoluzione dell’umanità non possa essere soltanto scientifica, politica o tecnologica. Deve diventare soprattutto interiore.
Perché la pace non nasce soltanto dalle decisioni dei governi o dagli equilibri tra le nazioni. Nasce molto prima, nella capacità dell’essere umano di ascoltarsi, di riconoscersi nell’altro e di comprendere che nessuna vita è davvero separata dalle altre.
Forse, prima di insegnare all’uomo come cambiare il mondo, dovremmo insegnargli, fin da bambino, ad ascoltare ciò che accade dentro di sé.
Molto bello leggere la tua disamina in questo commento. Ti rispondo a blocchi perche’ merita ancora spunti di riflessiine. La mia sentensza finale e’ questa: invece di vivere una naturale evoluziine dei sistemi e della vita trovo una profondo involuziin e culturale e psicologica che e’ patita dalla post pandemia che doveva forse insegnarci la coercizione a cui siamo stai obbligati a vivere per oltre un anno con forti frustrazioni, una presensa in rete enorme e sui social ehc einvece diunire hanno aumentato le distanze sociali e culturali creando mostri mediatici da insultare da ghettizzare i no vax e i convinti disuniti in gherre mediatiche con certezze mediche di decessi a causa dei vaccini non confermate mai dalla scienza. Si e’ ignorato il sabotaggio cinesse che faceva esperimento noti ai servizi segreti che non hanno dato alcun allarme pubblico per prevenirne le conseguenzs quindi l-avvio di una guerra verba batteriologica alla quale con sorriso posso guardare ai nostri addestramenti dell’epoca una maschera anti gas simile ad una maschera da snorkeling ore dentro i carri ad attendere il termine dell-allarme NBC oggi guardaimo ai teatri operativi in attivita’. Io che ho aderenze sottili cin l’esercito conosco cose che pubblicamente non sono ancora note e posso affermare con diritto i essere smentito che la bandiera bianca e’ ancora sporca e machciata di nuovo sangue. Nuovi focolai si stanno aprendo e io saro’ molto attivolo anche politicamente a combattere per una pace duragtura pertendo dal sociale, dal volontariato per ple popolaziini inermi e colpite d questi coonflitti che non danno segnali di termine a breve. La politica estera del nosstro paese auspico che con la competenza del Generale Vannacci ed il suo neonato movimento politico non si lasci ammaliare dal corteggiamenti di palazzo e possa trovare sbocchi per vincere le prossime elezioni politi he e governare questo paese ormai totalmen te fjuori controllo con una Meloni sempre piu’ europeista e meno nazionalista. Un vannacci che vedo gia’ attaccato dalla giustiza pie’ “aggiustizia” che crede ancora alle toche che possano fermare uno che sta lavorando bener in luogo di una difesa beffarda di una Costituziine vecchia ed obsoleta nl pensiero e nella scrittura. Lo spauracchio di una ricostituzone di un partitol Fascista quando il nuovo comunismo filo societivo impera nuovamente mietendo nuove vittime. Ho sempre sostenuto c he tutti iregimi dittatoriali comunisti hanno mietuto piu’ vittime del nazismo (realmente neo costituiro nuovamnte) e del fascismo. Nessuno si interrroga sulle reali motiviazoni c he Vannacci elenca:” L’immigrazione clandestina a casa chi non lavofra e delinque, la difesa della proprieta’ inesistente nel nostro paese. Leggi sulle locazioni e sulle morosita’ con sfratto sempre a favore degli inquilini e le loro cazzo di associazionie. mai a difesa dei propretari che si vedono ledere il loro diritto al reddito. Occupazioni abusive favorite da una mafia dilagante ai sconfitta. La micro criminalita’. Le njove frange che in Scilia stanno nasccendo sotto l’emulazione pericolosa delle serie tv con la richiesta dei pizzi ai commercianti. Un paese non consapevole di un pericoloso e sempre piu’ devastante degrado. Personalmente e con grande dolore con i miei progetti professionali sto gettando le basi per abbandonare lo stivale per sempre e per tornarci come turista quando sara’ in grado di ospitarmi a dovere, con tente scuse in aggiunta
È stato un ripasso vero e proprio, una lezione di storia: la conclusione è la medesima, non cambia l’ essere umano.
Ed ogni progresso e passo avanti raramente viene impiegato per la pace nella sua accezione più pura
Un abbraccio
Coma ho risposto a Massimo ribadisco il concetto Tv generaliste ocme Rai Storia dovrebbero dare spazio a contenuti del genere visto che lamentano in continuazine cali di asscolto e di interesse naziinale alle vicende salienti di upmini di valore esremo che hanno sacrificato la propria esisgenza fin oal sacrificio estremo della vita per donarci un pianeta libero che non sappiamo nemmeno vivere ed usare con rispetto e parsimonia. Sai bene che gni sacrario per me nei miei vari iinereari in moto e’ meta di riflessione di rispetto e di preghiera. Vedere lapidi di giovani ventenni che hanno con onore dato la propia vita per un paese libero mi commuove e nello stesso tempo mi devasta come militare e come uomo civile oggi.
Un articolo che non celebra la guerra, ma ne conserva la memoria e soprattutto il sacrificio degli uomini. Una riflessione che, dal passato, arriva con forza al presente e ci ricorda che la pace non è mai qualcosa da dare per scontato. Onore a tutti i Caduti
E’ esattamente questo che ho voluto raccontare in questo articolo anche con la mia riflessione finale. Una delle tante campagne di cui si e’ raccontato poco le gtelevisiini sopratutto quelle generaliste ocme la Rai e i canali tematici tipo Rai Storia prive di contenuti inrteressanti ormai senza lamentarsi dovrebbero dare spazio a chi ha sacrificato la proprie esistenza per dnarci un pianeta libero doveo oggi viviamo in modo distonico e disordinato