Le mie elementari dalle Maestre Pie

sulla parola “Pie” avrei qualcosa da ridire”

Ho frequentato le scuole elementari dalle Suore Maestre Pie Filippini. Una scelta obbligata essendo l’Istituto praticamente di fronte a casa mia dell’epoca in Via Maria Montessori 25 dove abitavo con la mia famiglia.

L’asilo fu un’esperienza meravigliosa soprattutto per la suora Suor Raffaella tuttora vivente che ho incontrato diverse volte recentemente.

Già il nome avrebbe dovuto tranquillizzare i miei genitori: Maestre, quindi preparate. Pie, quindi misericordiose. Suore, quindi amore cristiano, comprensione, perdono.

Col senno di poi ritengo che almeno due parole su tre fossero pubblicità ingannevole.

Non ricordo esattamente quale concezione pedagogica vigesse in quell’istituto, ma certamente il bambino non era considerato una creatura da accompagnare nella crescita. Era più una materia prima da lavorare.

Io entrai alle elementari convinto che avrei imparato a leggere e scrivere.

Scoprii rapidamente che avrei imparato soprattutto a sopravvivere.

C’erano regole per tutto. Come stare seduti. Come parlare. Quando parlare. Quanto parlare. Probabilmente anche come respirare, benché su questo fossero più tolleranti perché la morte di un alunno avrebbe comportato fastidiose pratiche amministrative.

E poi c’erano loro. Le suore. Il termine “pie” continua ancora oggi a provocarmi qualche perplessità.

Forse erano pie durante il fine settimana. Forse la pietà scattava dopo le 17. Oppure era una concessione ministeriale che non riguardava noi bambini.

A scuola, almeno nei miei ricordi, alcune avevano la dolcezza di un ufficiale istruttore al primo giorno di addestramento. Solo che l’ufficiale, almeno, ogni tanto ti dice perché stai facendo una cosa. Loro no.»

Certamente, dopo l’esperienza molto bella dell’asilo, il passaggio alle scuole elementari ha contribuito nel tempo ad acuire il mio innato senso dell’umorismo. Eccoci dunque in prima elementare.

La maestra era Suor Marcella Manupelli.

La prima cosa che mi colpì non fu la sua “piezza” — ammesso che si dica così, ma a me viene così e quindi consentitemi la licenza poetica — bensì la sua straordinaria somiglianza con Alberto Sordi.

Io, tra l’altro, ero praticamente alto quanto lei.

Questo significava che, messo accanto a Suor Marcella, facevo regolarmente la figura di uno che stesse ripetendo la prima elementare almeno da quattro anni.

Veniamo alle straordinarie lezioni. Innanzitutto l’abbigliamento. Grembiule bianco per tutti, colletto azzurro per i maschietti e rosa per le femminucce. Poi le lettere dell’alfabeto. La lavagna. E soprattutto lui.

Un enorme tabellone di polistirolo che rappresentava quella che oggi definirei una sorta di anticipazione dei gironi danteschi.

C’erano diversi livelli, disposti uno sopra l’altro come una grande scalinata, e alla base tante bandierine, tutte nella stessa posizione, con i nostri nomi. Era ufficialmente iniziata la nostra scalata sociale. A sei anni. La bandierina saliva o scendeva in base al rendimento scolastico. La mia, ovviamente, rimase al palo.

Non tanto perché avessi uno scarso rendimento. Il problema era un altro. Io avevo — e ho ancora — un carattere molto riflessivo. Quando Suor Marcella spiegava stavo attento, ascoltavo, pensavo.

Solo che avevo l’aspetto imbambolato. Evidentemente la riflessione non rientrava nei programmi ministeriali. Ed ecco quindi arrivare le prime regole pedagogiche. Delle randellate dietro la nuca capaci di rincoglionire anche un cinghiale.

Quello doveva essere l’elettroshock didattico che, secondo la Maestra Pia, dotata peraltro di due racchette da padel al posto delle mani, avrebbe dovuto rimetterti immediatamente in carreggiata.

E fino a lì capii una cosa fondamentale per la mia futura formazione: dovevo imparare a recitare. Non bastava essere attento. Dovevo sembrare attento. Poi c’era un’altra pratica che pochi dei miei compagni oggi ricordano.

Chi andava male a un’interrogazione subiva un’umiliazione che, se applicata oggi, probabilmente provocherebbe una riunione straordinaria tra genitori, preside, psicologi, avvocati e forse anche i Carabinieri.

All’epoca invece era normale. Suor Marcella impartiva l’ordine: “Batteteje le unghie!”

E tutti i compagni dovevano battere insieme le unghie sul banco, come un plotone di piccoli lobotomizzati. Una cosa apparentemente insignificante. Ma io ricordo perfettamente quanto mi ferisse. Chi invece andava bene riceveva l’applauso. E naturalmente la sua bandierina saliva. Il primo in classifica conquistava persino una bella coccarda e diventava ufficialmente: “Il primo della classe”. Aggiungerei: stronzo. Era il mio compagno di banco.

Un secchione micidiale che mi stette letteralmente sul cazzo, senza soluzione di continuità, dalla prima alla quinta elementare. Non l’ho mai più rivisto. E meno male. Il sabato, fortunatamente, cambiava tutto. Era dedicato alla musica.

Scendevamo nel teatro della scuola e Suor Maddalena ci insegnava i primi elementi di solfeggio. Cantavamo anche delle canzoni che poi ripetevamo in classe. Una la ricordo ancora: “Carramba beviamo del whisky”. Era molto divertente e la sentirete alla fine di questo articolo. Poi arrivava uno dei momenti che ricordo invece con autentico piacere. Il pranzo. Quello era un vero momento di aggregazione.

Mamma mi preparava un cestino con il secondo e il contorno, mentre nel refettorio venivano preparate enormi quantità di pasta in bianco e al pomodoro. Io ho sempre adorato la pasta. Quindi due porzioni erano praticamente il minimo sindacale. A governare quel momento c’era la mitica Suor Irma. Una suora tuttofare che somigliava a Charles Bronson.

A ripensarci oggi devo dire che, nella mia scuola, le sembianze propriamente femminili non sembravano costituire un requisito particolarmente richiesto dall’ordine religioso. Con una sola eccezione. Suor Raffaella. Suor Raffaella era davvero una bella donna.

E questa, in mezzo a Suor Alberto Sordi e Suor Charles Bronson, rappresentava già di per sé un evento degno di essere annotato nella cronaca dell’istituto.

Il vero riscatto arrivò in quinta elementare.

Dopo cinque anni io e il mio amico di sempre, Giancarlo Benassi, decidemmo che era arrivato il momento di regolare definitivamente i conti con quel cazzo di tabellone.

Quella piramide sociale di polistirolo aveva stabilito per cinque anni chi dovesse stare sopra e chi sotto, chi meritasse l’applauso e chi il famigerato “batteteje le unghie”. Bene. Una mattina decidemmo di sovvertire l’ordine costituito. Spostammo le bandierine. Tutte.

Le mischiammo e portammo in cima alla piramide le nostre e quelle dei compagni che, secondo quella graduatoria, teoricamente “rendevano meno”. Fu il nostro piccolo colpo di Stato. A pensarci oggi, avevamo semplicemente anticipato la storia.

Molti di quei bambini che il tabellone aveva relegato per anni nelle zone basse della classifica sarebbero poi diventati laureati, professionisti eccellenti, uomini perfettamente realizzati. Quel giorno, senza saperlo, avevamo reso loro giustizia in anticipo.

Suor Marcella naturalmente se ne accorse. Pretese di sapere chi fossero i responsabili. Nessuno parlò. L’omertà della classe fu fantastica. Per una volta non esistevano primi e ultimi. Eravamo tutti dalla stessa parte.

Forse anche Suor Marcella comprese quanto quel tabellone ci avesse fatto soffrire durante quei lunghi cinque anni. Non lo so. So soltanto che nessuno fece il nostro nome. Poi arrivò la quinta elementare. La fine di un’epoca. E soprattutto arrivò la pagella finale.

I voti non erano il problema. Nove. Dieci. Ottimi risultati praticamente in tutte le materie. Ma Suor Marcella volle lasciarmi qualcosa di più. Una specie di testamento pedagogico.

Un giudizio finale che ancora oggi ricordo quasi perfettamente e che, nella sostanza, diceva questo:

“Il bambino Alessandro è un allievo molto bravo, sta attento alle lezioni, ottiene ottimi voti in tutte le materie e si è impegnato per colmare alcune piccole lacune accumulate nel tempo. Pur con le qualità sopra descritte, Alessandro risulta essere un bambino abulico e asociale. Durante la ricreazione preferisce isolarsi e non giocare a palline insieme agli altri compagni. Ciò è dovuto alla troppa televisione che gli viene concesso di vedere oltre i normali orari ed è una scelta della famiglia per compensare l’assenza della figura paterna, costretta dal lavoro a continue trasferte.”

E infine: “Si promuove alla scuola media.” Grazie. Una sentenza di Cassazione sarebbe stata più sintetica.

Avevo dieci anni. E in poche righe non era stato giudicato soltanto il mio rendimento scolastico. Era stato interpretato il mio carattere. Diagnosticata la mia socialità. Analizzate le mie abitudini televisive.

E, già che c’eravamo, esaminata anche l’organizzazione della mia famiglia e l’assenza di mio padre dovuta al lavoro. Tutto compreso nel prezzo della retta scolastica.

La cosa che oggi considero meno divertente è ciò che accadde dopo. Quel giudizio mi accompagnò alle scuole medie e finì per diventare una specie di precedente.

E quando un bambino arriva preceduto da due parole come “abulico” e “asociale”, è molto facile che chi lo osserva cominci inconsapevolmente a cercare proprio quei comportamenti.

Quelle definizioni finirono così per caratterizzare e confermare negativamente anche molti dei giudizi successivi delle professoresse delle medie. Eppure oggi, ripensandoci, mi viene quasi da sorridere.

Forse non ero abulico. Forse ero semplicemente Alessandro. Un bambino che durante la ricreazione qualche volta preferiva osservare invece di giocare a palline. Uno che ascoltava una spiegazione assumendo l’espressione di un rincoglionito. Uno che pensava molto più di quanto lasciasse vedere.

E soprattutto uno che, dopo cinque anni trascorsi ai piedi di una piramide di polistirolo, aveva finalmente capito una cosa fondamentale: se non ti piace la classifica che qualcuno ha costruito per giudicarti, qualche volta basta aspettare che non guardi e spostare la tua bandierina.

Io e Giancarlo lo facemmo. Direttamente in cima.

Ma la spiegazione di tutto, Suor Marcella, era molto più semplice. Io non sapevo giocare a calcio.

Conoscevo però molto bene le regole perché me le aveva spiegate mio padre e così, durante le partite dei miei compagni, mi avevano trovato un ruolo: l’arbitro. Sembrava fatta. Finalmente Alessandro partecipava alla vita sociale della ricreazione. Peccato che avessi già allora un piccolo difetto che mi sarei portato dietro per tutta la vita. Ero onesto. Se vedevo un fallo, fischiavo. Un altro fallo, fischiavo. Un altro ancora, fischiavo di nuovo.

Probabilmente interrompevo quelle partite ogni trenta secondi. Ai miei compagni questa interpretazione rigorosa del regolamento evidentemente stava sul cazzo e così, dopo un po’, mi cacciarono anche dal ruolo di arbitro. Fine della carriera. Espulso senza neanche aver giocato. E così quell’Alessandro “abulico e asociale” tornò a starsene per conto proprio.

Ma dove andava veramente? Da Suor Rosa. Suor Rosa era una donna dolcissima.

Si occupava del giardino e fu lei a farmi apprezzare i fiori, le piante e soprattutto le vie del pensiero che possono nascere semplicemente osservando qualcosa crescere.

Mi spiegava come si piantavano. Come si curavano. Quanto bisognava aspettare. Probabilmente mentre qualcuno mi osservava da lontano pensando che fossi un bambino incapace di socializzare, io stavo semplicemente socializzando con una persona diversa.

E imparavo. A modo mio. Oggi questa cosa mi fa molto ridere. L’asociale Alessandro ha un blog nel quale racconta pubblicamente se stesso e i propri pensieri.

L’abulico Alessandro ha amministrato un’impresa per oltre trentacinque anni. Ha lavorato con centinaia di persone, costruito progetti, affrontato problemi, preso decisioni, conosciuto successi e fallimenti.

E continua ancora oggi a essere curioso delle persone e della vita. Suor Marcella, forse sei stata un po’ imprudente. Hai affrettato un giudizio molto pesante su un bambino che probabilmente non avevi compreso fino in fondo. Ma oggi posso dirtelo sorridendo. Ti concedo le attenuanti generiche. Perché quella era un’altra epoca.

Era diverso il modo di educare, diversa la formazione pedagogica, diverso il rapporto tra maestro e bambino.

E soprattutto perché la vita, molti anni dopo, mi ha dato la possibilità di incontrarti nuovamente prima della tua morte.

E allora il bambino che aveva ricevuto le randellate dietro la nuca, quello del “batteteje le unghie”, quello rimasto per anni ai piedi del tabellone di polistirolo, non aveva più bisogno di chiederti niente. Aveva già capito. Ti avevo perdonata.

Forse perché, dietro quella severità che oggi racconto ridendo, c’era anche qualcosa che allora non potevo comprendere. A modo tuo ti prendevi cura di noi. Eri severa. Qualche volta troppo. Qualche volta decisamente troppo. Ma eri presente.

E oggi, dopo tanti anni, riesco persino a pronunciare una frase che il bambino Alessandro probabilmente non avrebbe mai immaginato di poter dire: eri come una mamma.

Riposa in pace, Suor Marcella.

Qualche immagine della mia scuola.

Il ripetente con Suor Marcella 😂

 

la mia classe
altra immagine della classe
La piccola grotta con la Vergine Maria
il refettorio
la palestra

 

Giardino
Suor Raffaella oggi

E ora vi lascio a “Carramba beviamo del whisky” Immaginate tutta la classe a ballare e cantare questa canzone.

 

6 Risposte
  1. Davide

    Mi hai reso partecipe del recente incontro con Suor Raffaella ma suo Charles Bronson mi mancava 😁😁😁😁

    Mia mamma ha avuto la stessa sorte (anche peggiore in alcuni frangenti) e ti confermo quanto il prefisso “Pie” non facesse rima con la medesima accezione, pubblicità super-ingannevole!

    La parte più bella riguarda il colpo di stato al vertice piramidale, hai reso questo racconto (pieno di storie,atmosfere e ricordi) incredibilmente godibile

    1. Grazie dl commento. Il ricordo è vivido a dimostrazione che non ha lasciato solo un pizzico di amarezza in fondo superata ed archiviata come detto con le “attenuanti generiche” del caso. Ormai è tutto in prescrizione resta il gusto di quegli anni che in fondo non torneranno mai più se non nei ricordi di ciascuno di noi se ha vissuto intensamente come me. Viva la vita con tutte le sue sfaccettature. Il bambino asociale ed abulico ti saluta amico mio.

  2. Carola

    Leggendo il tuo racconto mi sono rivista, con qualche variante sul tema e, fortunatamente, senza piramidi di polistirolo.

    Anch’io ho frequentato l’asilo, la prima e la seconda elementare dalle Suore di Nevers, all’EUR, per poi proseguire al Bambino Gesù, praticamente sotto casa. Erano molto severe e possedevano quel particolare talento pedagogico capace di trasformare una bambina timida in una balbuziente proprio nel momento in cui doveva leggere ad alta voce. Evidentemente, secondo i metodi dell’epoca, mettere soggezione serviva a sciogliere la lingua. Nel mio caso, la annodava.

    Amavano anche i regali, persino le cose più semplici, naturalmente da destinare ai bisognosi. Noi bambine, nel frattempo, imparavamo che la carità cristiana cominciava possibilmente con un pacchetto ben confezionato.

    In diversi passaggi del tuo racconto ho riconosciuto quella stessa timidezza scambiata per distanza, quella riflessione interpretata come assenza e quel silenzio infantile che gli adulti si affrettavano a definire, senza chiedersi quale mondo stesse invece crescendo al suo interno.

    Delle mie suore, però, non ricordo i volti. Peccato: forse avrei scoperto anch’io qualche sorprendente somiglianza con Alberto Sordi, Charles Bronson o, nei giorni particolarmente ispirati, con un ufficiale istruttore.

    Ciò che ricordo bene è la sensazione. E forse è questa la parte più profonda del tuo racconto: certi bambini non sono abulici né asociali. Sono soltanto timidi, sensibili, osservano molto e hanno bisogno di più tempo per consegnarsi al mondo.

    Noi, semplicemente, pensavamo. Ma allora la riflessione, evidentemente, non era ancora prevista dal programma ministeriale.

    1. Certamente avevo una base di timidezza, ma alla base di tutto c’era l’Alessandro adulto che viveva tra adulti quattro fratelli più grandi di me i discorsi in casa erano aperti non c’erano censure e soprattutto quella televisione tanto bistrattata e da censurare ad un bambini quanto mi è servito per conoscerla dagli anni sessanta in poi a fare una professione addirittura scrivendo programmi per produrli una cosa che ho realizzato nel tempo. Ecco l’Alessandro abulico ed asociale che oggi ha migliaia di follower che pubblica regolarmente riflessioni su tutti i temi possibili e crdo di saper ormai scrivere con chiarezza i miei punti di vista, le mie riflessioni e da quanto ho deciso di raccontarmi questo blog è decollato nel vero senso della parola. Ho capito il senso della sua presenza in rete che la gente vuole sapere di me, che vuole scoprire con chi ha a che fare e io gli ho messo a disposizone un catalogo di notizie.

      1. Carissimo Alessandro, ci siamo incontrati da persone adulte e ci siamo subito “presi”. Affinità di pensieri e di principi.
        Dopo questa tua “apertura petsonale” riesco a capire molte cose.
        Vedi tu eri il bambino asociale, io ero il bambino iperattivo, monello a dir poco, ribelle ad ogni ingiustizia e pronto a difendere i più deboli e ……forse anche un poco prepotente.
        Per cui, vedi Amico mio, conosco bene cosa vuol dire avere il “marchietto distintivo”.
        Poi nella vita ci siamo realizzati e, nonostante le tante batoste subite ( e ce ne sono state tante per entrambi!!!) ci siamo sempre rialzati. Non solo per fortuna ma soprattutto perché avevamo ed abbiamo quella marcia in più che in un modo o nell’altro ci distingueva fin da piccoli.
        Amico mio, è stato un piacere leggere la rua storia, ….la mia, come ben sai è in fase di scrittura.
        Spero di poter farmi nuovamente una lunga chiacchierata assieme di fronte ad una birra….rigorosamente analcolica.
        Come ti ho gia detto molte volte sei veramente un Amico, con la A maiuscola, di cui sono orgoglioso. Un carissimo e fraterno abbraccio
        Gian Luca

        1. Grazie Gian Luca l’etichetta dell’asociale purtroppo mi fu messa dalla suora ed ho spiegato i motivi ero tutt’altro che asociale non mi piaceva il calcio punto. Ma arbitravo bene e questo non piaceva e fui ghettizzato ancora una volta. Anche io ho difeso sempre i più deboli e ke attitudini che avevo le ho messe sempre a disposizione. Sono sempre più convinto che avrei fatto una brillante carriera in ambito militare forse in un’altra vita ci incontreremo ancora. Grazie Amico mio anche tu sei Amico con la A maiuscola non poteva altro che essere così

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