Una tazza di caffè accanto a un casco da moto rappresenta la libertà di pensiero e la consapevolezza di non dover più dimostrare nulla agli altri.

Quello che non devo più dimostrare

Per una buona parte della vita ho avuto la sensazione di dover dimostrare qualcosa.

Di essere capace. Di essere all’altezza. Di saper lavorare. Di saper costruire.  Di sapermi rialzare Di meritare la fiducia degli altri. Persino, qualche volta, di avere ragione. Poi arriva un momento nel quale ti fermi e ti fai una domanda semplicissima: ma io, oggi, a chi cazzo devo ancora dimostrare qualcosa?

La risposta che mi sono dato è altrettanto semplice. A nessuno. E attenzione, non è presunzione. Non significa pensare di essere arrivati, di sapere tutto o di non avere più niente da imparare. È esattamente il contrario.

Significa finalmente poter imparare senza dover superare un esame.

Qual è stata, nella mia vita, la cosa che ho sentito più spesso il bisogno di dimostrare agli altri?

Quello che non devo più dimostrare

A pensarci bene, non ho mai avuto un grande bisogno di dimostrare qualcosa agli altri. Sono sempre stato abbastanza sicuro di me stesso, delle mie capacità, delle mie scelte e anche dei miei errori. Poi però la vita, quando vuole, trova il modo di rimescolare le carte.

Nel 2001 sono arrivati la depressione e un’ansia generalizzata che per circa tre anni mi hanno quasi paralizzato. E lì le certezze hanno cominciato inevitabilmente a vacillare. Non dovevo dimostrare qualcosa agli altri. Dovevo ritrovare me stesso.

È cominciato un percorso lungo. Anni di analisi, un cammino meditativo, la ricerca di una consapevolezza che non poteva arrivare per decreto. Doveva maturare. Ed è maturata.

Oggi credo che una parte importante dell’uomo che sono sia nata proprio da quelle burrasche.

Con il tempo ho imparato persino a trasformarle in qualcosa di positivo. Anche quelle successive, comprese le patologie che inevitabilmente hanno modificato alcune abitudini della mia vita.

In quel caso non c’era neppure molto da discutere. Dovevo accettarle. Punto. Ma accettare non significa arrendersi. Questa distinzione per me è stata fondamentale. Arrendersi significa lasciare le armi.

Accettare significa guardare ciò che hai davanti, capire che esiste e decidere come continuare a vivere insieme a quella nuova realtà.

In questo percorso mia moglie e mia figlia sono state fondamentali. Non spettatrici della mia risalita, ma presenze costanti dentro un recupero costruito un pezzo alla volta.

E poi c’è stata lei. La moto. Sono salito nuovamente in sella e, quasi senza accorgermene, oltre alla moto ho rimesso in moto me stesso. Ho ricominciato a viaggiare.  Per lavoro.Per piacere.Per andare da qualche parte e qualche volta semplicemente per andare.

Mi sono rimesso in pista. Forse è proprio questa l’unica cosa che nella vita ho avuto davvero bisogno di dimostrare. Non agli altri. A me stesso. Che potevo ancora partire.»

Oggi non sento più il bisogno di dimostrare le mie capacità imprenditoriali. Non devo dimostrare di saper amare. Non devo dimostrare di essere empatico. E soprattutto non devo dimostrare di piacere alla gente. Non mi interessa chi mi disprezza. Non si può piacere a tutti e, arrivato a questo punto della mia vita, aggiungo: meno male. Sai che palle. I social, invece, cominciano seriamente a stancarmi.

Non tanto per lo strumento, che continua ad avere una sua utilità, quanto per quella piccola umanità parallela composta da persone che sembrano svegliarsi al mattino con una missione: “Vediamo chi posso insultare oggi.” Gli hater mi hanno stufato. Forse anche per questo sento sempre più forte il bisogno di pubblicare liberamente quello che voglio, dicendo quello che penso.

E questa, per me, è diventata una delle forme più importanti di libertà. Allora mi rifugio qui. Nel mio blog. Curiosamente, qui nessuno si è mai azzardato a insultarmi. E quasi mi dispiace.

Perché sul blog esiste una piccola e pericolosissima chiave d’accesso: se vuoi commentare devi lasciare una mail. E allora sono cazzi. Vuoi insultarmi? Benissimo. Almeno presentiamoci. Tu mi dici cosa ti passa per la testa e io mi riservo democraticamente il diritto di risponderti. Pubblicamente, se il confronto può interessare anche agli altri. Privatamente, se dobbiamo chiarirci tra noi. Questo per me è contraddittorio.

Non l’insulto gratuito lanciato nel mucchio e poi la fuga. Mi è capitato, per esempio, quando pubblicai sui social una bonaria presa in giro di un motociclista con una tuta che a me ricordava Goldrake. Mi faceva ridere. Ha fatto ridere moltissime persone.

E soprattutto chi frequenta davvero il mondo motociclistico sa perfettamente quanto ci si prenda per il culo reciprocamente per moto, caschi, abbigliamento e accessori. È parte della goliardia. E invece arrivarono gli indignati. Insulti gratuiti da persone che probabilmente non conoscevano né me né quel mondo. Alla fine cancellai il post. Non perché avessi cambiato idea.

Lo cancellai per evitare la tentazione di rispondere alle provocazioni. Ed è proprio questo che oggi mi fa riflettere. Perché devo rinunciare a una battuta innocua perché qualcuno decide deliberatamente di interpretarla nel modo peggiore possibile?

Perché devo consegnare a uno sconosciuto il potere di stabilire quello che posso o non posso scrivere?

Forse prima o poi cancellerò tutti i miei profili personali e conserverò soltanto quelli professionali della Stemal. Oppure farò esattamente il contrario. Lascerò tutto com’è e continuerò a pubblicare ciò che penso nella piena libertà di espressione, accettando che qualcuno possa non essere d’accordo.

Non ho ancora deciso. E allora, questa volta, la domanda la rivolgo a voi. Molti di voi mi leggono qui e mi seguono anche sui social. Che fareste al mio posto? Abbandonereste definitivamente quel rumore per conservare uno spazio più raccolto come questo blog?

Oppure rimarreste, proprio perché andarsene significherebbe lasciare agli hater una libertà che invece appartiene anche a noi? Scrivetemelo nei commenti. Sono curioso di conoscere il vostro pensiero. Purché, naturalmente, non mi diate del coglione. Per quello, almeno, lasciatemi prima la vostra mail.»

Forse la libertà comincia davvero quando smettiamo di chiedere agli altri il permesso di essere ciò che siamo.

Ma diciamo che ormai me ne sono fatto una ragione.

Mi apprezzo e, perché no, mi lodo per l’uomo che sono diventato. Per la consapevolezza raggiunta, per un po’ di saggezza conquistata strada facendo e soprattutto per una cosa che per buona parte della mia vita non ho avuto: la calma. La calma è una conquista straordinaria. Non significa essere diventati improvvisamente mansueti. Anzi.

Con la calma riesco persino a insultare elegantemente persone che spesso non si rendono nemmeno conto di essere state insultate. Ho affinato la tecnica. Niente urla. Niente parolacce.

Termini arcaici, costruzioni ricercate, qualche vocabolo desueto opportunamente collocato e il gioco è fatto.

Ti ho appena mandato cordialmente affanculo e tu magari mi hai pure ringraziato. Questa, consentitemelo, è evoluzione. Una volta mi sarei incazzato. Oggi elaboro. Una volta avrei reagito d’istinto. Oggi scelgo le parole. Il concetto rimane sostanzialmente lo stesso. È migliorata enormemente la forma. E forse anche questo significa non avere più niente da dimostrare.

Non devo vincere una discussione. Non devo convincerti. Non devo necessariamente avere l’ultima parola. Posso persino lasciarti convinto di averla avuta tu. Io intanto continuo tranquillamente per la mia strada. Con molta calma. Con grande consapevolezza. E, quando necessario, con un elegantissimo, ricercato e perfettamente argomentato: vaffanculo.

Imparate da me. Vi sta sul cazzo qualcuno? Non aggredite. Non urlate. Non insultate sui social. Siate eleganti. Invitatelo al bar. Scegliete un tavolino tranquillo, fatelo accomodare, ordinate due caffè. Se prende lo zucchero, mettetegli persino due cucchiaini nella tazzina. Mescolate lentamente.

Poi guardatelo negli occhi e ditegli: “Vedi, caro amico, sono anni che vorrei dirti una cosa di cuore. Ho pensato a lungo al momento e al luogo giusto e questa mattina sono stato folgorato da un’idea devastante. Vuoi ascoltarmi?” “Certo Alessandro, dimmi pure liberamente quello che vuoi.” “Sei sicuro?” “Ma certamente, altrimenti non te l’avrei detto.”

A quel punto sorridete. Bevete un sorso di caffè. E procedete.

“Ecco. Volevo dirti che sei un vanaglorioso, egocentrico, presuntuoso, borioso e anticonformista del cazzo. In buona sostanza sei una testa di cazzo martellata nella pietra con tale precisione che ormai non c’è più nemmeno bisogno che io ti mandi affanculo.

Ci vai perfettamente da solo. Anzi, se vuoi, fino a ‘vaffa’ ti accompagno io. Da ‘nculo’ in poi prosegui diritto, non puoi sbagliare. E possibilmente restaci.” Poi finite il caffè. Alzatevi. Pagate anche il conto, perché l’eleganza è eleganza fino alla fine. Salutatelo cordialmente e andatevene. Vedete? Niente rabbia. Niente stress. Nessuna scenata.

Avete mandato affanculo una persona, gli avete offerto il caffè e magari quello torna pure a casa pensando: “Però Alessandro oggi è stato davvero carino con me.” Questa è consapevolezza.

O forse semplicemente, dopo tanti anni, ho imparato a mandare affanculo la gente con educazione.

E a questo punto vi lascio a due espressioni idiomatiche messe in musica che, direi, si adattano su misura a questo blog: “Vaffanculo” di Marco Masini e “Stronzo” di Lucio Dalla.

Due titoli, due concetti, nessun bisogno di ulteriori spiegazioni.

Buon ascolto.

E ricordate: se proprio dovete mandare qualcuno affanculo, fatelo con calma, educazione e possibilmente offritegli prima un buon caffè.» 😂

 

 

7 Risposte
  1. Carola

    Qualche giorno fa mia cugina mi ha ricordato un episodio della mia adolescenza. Eravamo in spiaggia, immerse nella confusione più totale: voci, bambini, musica, persone che parlavano. Io, sdraiata sul lettino, meditavo. Riuscivo a spegnere tutto quel rumore, come se il mio cervello avesse un interruttore segreto.

    È stato allora che ho capito che il Peter Sellers che vive in me non è soltanto comico: abita davvero in un mondo tutto suo. Ogni tanto si estranea dalla realtà e, visto da fuori, probabilmente risulta anche piuttosto buffo. Ma io lo adoro, perché mi permette di non consegnare agli altri il potere di disturbare la mia quiete e di ritrovare, persino nel caos, uno spazio interiore fatto di pace, amore e armonia.

    Forse non avere più nulla da dimostrare significa anche questo: smettere di chiedere agli altri il permesso di essere ciò che siamo. E imparare, quando serve, a spegnere il rumore senza dover abbandonare la spiaggia.

  2. Davide

    Un grande rapper la chiamava la sua “parte intollerante” ,quella dalla quale ripartire e che non accetta più nulla che non si confaccia alla propria natura.

    Se noti,le cadute e le riprese sono sempre state combacianti con la risalita in sella; più che metaforico,uno stile esistenziale.

    Con una postilla…io il caffè dopo il vaffa non lo preparo più 😁

  3. Paola

    Caro Alessandro, è bellissimo capire, elaborare e dire “non devo dimostrare più niente a nessuno”..è una LIBERAZIONE che viene dal profondo dell’anima ed è una sensazione meravigliosa che anche io stò provando in questo periodo. La consapevolezza di essere sé stessi sempre, in ogni situazione, davanti a qualsiasi persona, senza aver più la fobia di essere giudicati in positivo o negativo…Siamo solo noi…come direbbe Vasco, unici, inimitabili e veri, senza maschere…mai… Ed io personalmente quel vaffa lo regalerei gentilmente a coloro che mi hanno fatto sentire sbagliata, non adatta, fuori luogo, non abbastanza…ora guardo queste persone sorridendo… Ho capito quanta pochezza e frustrazione esista dietro il loro comportamento.. quanta arroganza e voglia di emergere calpestando gli altri, affondandoli..e non certo per merito…. Ecco, un sorridente vaffa ben meritato ora… Ed andiamo avanti senza bisogno di eliminare account sui social, perchè? In fondo è anche divertente seguire le nullità…l’essere sé stessi sempre, senza filtri, senza costruzioni, facendo quello che piú amiamo al mondo….parlerà per noi, senza bisogno di dimostrare nulla…s nessuno…mai più! GRAZIE Alessandro, è bello ritrovarsi nelle tue condivisioni!

    1. Grazie Paola del commento. Infatti la mia decisione finale è quella di non chiudere nulla e proseguire sui social come mi pare c’è sempre uno strumento efficace il blocco e finisce lì. Un abbraccio forte

    2. Certamente ed è proprio così dopo oltre 35 anni di onorata carriera più 8 di banca e di militare cosa dovrei dimostrare? Desidero oggi solo fare delle cose che mi gratifichino e che mi facciano divertire sul serio. Scrivo commedie, progetti per la televisione il mio Blog che cresce sempre di più, mi sono raccontato in modo introspettivo con successo, ho attraversato periodi difficilissimi con la depressione, l’ansia generalizzata, ho fatto un lungo percorso di analisi cognitiva e di meditazione Mindfulness veramente importanti e sono definitivamente uscito da quel tunnel in cui mi ero incastrato con le mie stesse mani. Solo dopo ho potuto sorridere sull’argomento avendo raggiunto una adeguata consapevolezza che i ha donato serenità interiore, calma e restituito autostima che non ho mai perso nel tempo. Grazie per questa tua condivisiine così calorosa che sento addosso. Mi fa davvero piacere che leggi i miei articoli e che soprattutto ti piacciano. Un forte abbraccio dal tuo Produttore

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