Un uomo seduto in poltrona parla animatamente con se stesso, circondato da fumetti che rappresentano domande, risposte e pensieri di un ironico dialogo interiore.

Perchè parliamo da soli

Parlo da solo. E allora?

Parlo da solo. Lo ammetto. E lo faccio anche abbastanza spesso. Qualche volta penso ad alta voce, altre volte commento quello che sto facendo, mi faccio una domanda e, cosa ancora più preoccupante, mi rispondo. La cosa straordinaria è che qualche volta non sono nemmeno d’accordo con me stesso.

A quel punto nasce una discussione.  Io sostengo una cosa. Io sostengo il contrario. Io cerco di convincermi. Io mi incazzo con me. E alla fine uno dei due cede. Non ho ancora capito quale. Qualcuno potrebbe pensare che sia un primo segnale di rincoglionimento. Può darsi. Ma c’è anche un’altra possibilità: dopo tanti anni ho finalmente trovato una persona sempre disponibile ad ascoltarmi. Io.

Non guarda il telefono mentre parlo. Non mi interrompe raccontandomi immediatamente quello che è successo a lui. Non dice “sì, sì, ho capito” quando non ha capito un cazzo.

E soprattutto conosce già tutti gli antefatti, quindi non devo perdere mezz’ora a spiegarglieli. Un interlocutore praticamente perfetto. Con un piccolo difetto. Sa esattamente dove voglio andare a parare.» E da qui lascerei andare te. Perché possiamo partire dalla comicità del parlare da soli e poi arrivare a qualcosa di molto più interessante: che differenza c’è tra pensare e parlare con se stessi? Perché a volte abbiamo bisogno di sentire fisicamente le nostre parole? E soprattutto: quando parli da solo, che cosa fai realmente?

Ti rimproveri? Commenti quello che vedi? Prepari discorsi che poi farai ad altri? Ripensi a conversazioni già avvenute? Oppure fai veri e propri ragionamenti ad alta voce?

Forse parlo con me stesso per trovare delle conferme. Forse per farmi compagnia quando sono solo e non ho voglia di fare un cazzo. Oppure accade proprio quando scelgo volontariamente di stare da solo perché ho voglia di pensare. E, mentre penso, mi parlo. C’è una differenza. Un pensiero lo senti dentro. Una parola pronunciata la senti davvero.

Esce da te e, in qualche modo, ritorna a te attraverso la tua stessa voce. E a me piace sentire la mia voce. Non immaginarla. Sentirla.

È baritonale, calda, profonda. La conosco da sempre eppure, quando sono solo e mi parlo, assume quasi una funzione diversa. Mi fa bene. Mi rassicura. Da molti anni ho imparato a dialogare molto bene con me stesso. E devo dire che andiamo anche abbastanza d’accordo. Parliamo di tutto. Di quello che è successo. Di quello che vorrei fare.

Di una persona. Di un problema. Di un progetto. Di una cazzata. Qualche volta mi faccio delle domande alle quali conosco già la risposta. Altre volte la risposta arriva proprio mentre pronuncio la domanda. E questa cosa mi affascina. Perché forse quando un pensiero rimane dentro di noi può continuare a girare indisturbato, confuso insieme a cento altri pensieri. Quando invece lo pronunciamo, acquista una forma. Diventa una frase. E una frase non può più nascondersi tanto facilmente. La ascolti. Può piacerti oppure no.

Puoi persino risponderle. E allora forse non parlo da solo perché mi manca qualcuno con cui parlare. Parlo da solo perché qualche volta sono proprio io la persona con cui ho bisogno di parlare. E sapete qual è la cosa più divertente? Non devo neppure telefonarmi per sapere se sono disponibile. Ci sono sempre.

Poi ci sono i taciturni.

Quelli che non parlano. Non parlano con gli altri e ho il sospetto che non parlino nemmeno con se stessi. Io li considero, nella mia personalissima classificazione priva di qualsiasi fondamento scientifico, casi cronici di taciturnità avanzata. Ogni tanto tento il recupero. Attacco discorso. Faccio una domanda. Aspetto. “Mah.” Riprovo. “E tu che ne pensi?” “Boh.”

A quel punto comprendo che il paziente non risponde alla terapia e sospendo il trattamento.

Perché tentare di conversare con un taciturno professionista è un’esperienza straordinaria: dopo cinque minuti hai parlato soltanto tu, hai formulato le domande, suggerito le possibili risposte e, in alcuni casi, hai persino interpretato il suo silenzio. Praticamente stai già parlando da solo, ma con un testimone presente. E allora tanto vale tornare alla versione originale.

Me ne vado e ricomincio inesorabilmente a parlare con me stesso. Sono decisamente più affabile. Più loquace. Più disponibile. E soprattutto molto più simpatico. Qualche volta mi do persino ragione. Non sempre, però. Non vorrei montarmi la testa.

E naturalmente, all’estremo opposto, ci sono loro. I logorroici. Secondo me sono la categoria più pericolosa. Perché il taciturno almeno non produce rumore. Il logorroico invece parla con gli altri, parla con se stesso e, se per qualche secondo non trova nessuno disponibile, probabilmente parla anche con gli oggetti.

Il problema fondamentale è che non conosce il punto. Non quello di vista. Quello grammaticale. Per lui esistono soltanto virgole. Una quantità infinita di virgole che gli consentono di collegare un argomento all’altro senza mai concedere all’interlocutore quella meravigliosa opportunità chiamata risposta.

Tu provi a inserirti. “Scusa, posso…” Niente. “Volevo soltanto…” Macché. A un certo punto rinunci. Secondo me bisognerebbe commercializzare dei tappi per le orecchie specificamente progettati per queste situazioni. Non devono impedire di sentire completamente, perché il logorroico potrebbe accorgersene.

Devono essere tecnologicamente più evoluti: consentirti di assumere l’espressione di chi sta ascoltando attentamente impedendo, contemporaneamente, che una sola sillaba raggiunga il cervello. Ogni tanto annuisci. “Certo.” “Capisco.” “Interessante.”

E nel frattempo dentro di te c’è una meravigliosa spiaggia deserta, il mare calmo e nessuna voce umana nel raggio di cinquanta chilometri. La cosa straordinaria è che il logorroico non si accorge assolutamente di nulla. Perché non ha bisogno che tu lo ascolti. Ha bisogno che tu sia presente.

Sei praticamente un complemento d’arredo dotato di padiglione auricolare. Ed è in quei momenti che rivaluto definitivamente la mia abitudine di parlare da solo. Con me almeno posso interrompermi. Posso cambiare argomento. Posso mandarmi affanculo. E soprattutto, quando mi sono rotto i coglioni di ascoltarmi, posso stare zitto.

Provate a farlo con un logorroico.

In fondo, arrivato alla conclusione di questo blog, dopo tutto quello che ho scritto posso affermarlo con assoluta certezza: preferisco mille volte parlare da solo. Non devo cavare le parole di bocca a un taciturno. Non devo sopravvivere a un logorroico. Non devo fingere di ascoltare qualcuno mentre il mio cervello ha già chiuso per ferie.

Parlo con me stesso. Mi faccio delle domande. Mi do delle risposte. Qualche volta sono d’accordo, qualche volta no. Posso discutere, riflettere, ridere, mandarmi affanculo e cinque minuti dopo fare pace senza nemmeno dover chiedere scusa. E soprattutto mi diverto. Quindi evviva noi, quelli che parlano da soli. Quelli che ogni tanto hanno bisogno di sentire la propria voce per mettere ordine nei pensieri.

Quelli che non hanno paura di essere contemporaneamente quello che parla e quello che ascolta. Forse qualcuno ci vedrà camminare mentre borbottiamo qualcosa e penserà:

“Questo parla da solo.” Esatto. E sapete una cosa? La conversazione stava andando benissimo prima che arrivaste voi.

Buon ascolto con voi stessi amici

4 Risposte
  1. Carola

    Io ho sempre parlato da sola. Da bambina, da adulta, in casa e perfino mentre cammino. Incuriosita da questa mia abitudine, nel tempo mi sono anche documentata.

    Spesso si dice che parlare da soli sia sinonimo d’intelligenza. La definizione scientifica, però, è un po’ più precisa: si chiama self-talk, o linguaggio autodiretto, ed è una forma di dialogo con noi stessi che può avvenire interiormente oppure essere pronunciata ad alta voce.

    Secondo la ricerca, il self-talk è collegato ad alcune funzioni cognitive complesse: il ragionamento, la pianificazione, la memoria di lavoro, l’attenzione e la capacità di risolvere i problemi. In particolare, coinvolge le cosiddette funzioni esecutive, cioè quell’insieme di capacità mentali che ci permette di organizzare i pensieri, valutare diverse possibilità e guidare consapevolmente le nostre azioni. Non è quindi automaticamente la prova di un’intelligenza superiore, ma può essere uno strumento attraverso il quale l’intelligenza organizza ed esprime il proprio lavoro.

    Per me parlare da sola serve soprattutto a questo: a chiarirmi le idee e a trovare soluzioni. Quando un pensiero rimane chiuso nella mente, può continuare a girare senza trovare una direzione; quando invece lo pronuncio, prende forma, acquista un corpo, diventa qualcosa che posso finalmente ascoltare.

    È come se parlassi direttamente con i miei pensieri: li interrogo, li metto in discussione.

    Parlare con noi stessi fa bene. Ci aiuta a mettere ordine, ad affrontare un problema, a preparare ciò che vogliamo dire oppure semplicemente a riflettere.
    I pensieri, pronunciati ad alta voce, escono dal loro spazio confuso e diventano parole: possiamo ascoltarli, osservarli e comprenderli più chiaramente.

    Fuori casa, però, un po’ d’imbarazzo mi viene. Così ho trovato una soluzione: metto l’auricolare e faccio finta di essere al telefono!

    1. Hai fatto una bella disamina del parlare con se stessi dando una visione chiara e precisa. Molti pensano siano forme di follia io concordo con te che sia indice di estrema intelligenza ed un modo di meditare su tante tematiche in modo più concentrato. Grazie davvero per questo bel commento.

  2. Davide

    I soliloqui,sovente, rappresentano la più alta forma di confidenza.

    Incrociare una fluidità di dialogo è sempre più arduo perché le distrazioni ed i personalismi allontanano il sano confronto

    Lettura arguta,Ale

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