Alessandro seduto tranquillamente al centro di una situazione caotica, circondato da persone confuse, appunti, domande e idee disordinate, mentre sembra essere l'unico ad aver capito tutto.

Pensieri a schema libero

Partirei esattamente dal tuo spunto, senza anticipare alcuna conclusione:

Ci sono persone che mi contattano e mi propongono delle cose talmente improbabili che il mio cervello, prima ancora di elaborare una risposta, cerca disperatamente una categoria nella quale archiviarle.

Il problema è che spesso la categoria non esiste. Non voglio condizionare nessuno, sia chiaro. Continuate pure a scrivermi, telefonarmi, propormi idee, progetti, collaborazioni e qualunque altra cosa vi passi per la testa.

Anzi, una parte del mio lavoro consiste proprio nell’ascoltare. Però qualche volta, mentre ascolto, dentro di me succede qualcosa. Il cervello apre un cassetto. Proposte professionali. No.  Lo richiude. Ne apre un altro. Idee creative Nemmeno. Opportunità commerciali?  Macché. Varie ed eventuali? Niente.

E allora rimane lì, con questa cosa in mano, come quando trovi in casa un oggetto che non sai cosa sia, a cosa serva e soprattutto perché cazzo sia finito a casa tua.

Dovete comprendere, cari amici lettori e non, che io non sono sempre collegato cerebralmente per produrre riflessioni introspettive.

Ho anche dei momenti di sano cazzeggio nei quali il cervello è volutamente e totalmente scollegato.

Non ho voglia di appesantirmi con concetti difficili da metabolizzare. E ho sviluppato persino una capacità che considero straordinaria: riesco ad ascoltare le vostre chiacchierate senza assorbirne assolutamente nulla.

Né i contenuti.

Né, in alcuni casi, il rumore della voce.

È come se le parole arrivassero fino all’orecchio e trovassero un cartello:

CHIUSO PER FERIE.

Il fisico entra automaticamente in modalità protezione perché è in vacanza. E la vacanza, per me, è sacra. Come io rispetto quella degli altri, pretendo che venga rispettata la mia. Queste sono le regole del gioco.

Chi si associa è il benvenuto. Chi non si associa trova la porta chiusa e può serenamente rivolgersi altrove.

In sostanza, dietro tutta questa elaborata costruzione filosofica, il messaggio subliminale è molto più semplice:

Non mi rompete i coglioni. Oppure il cazzo. La scelta terminologica dipende esclusivamente dalla gravità dell’argomento trattato.

Potrete dire: ma come? Tu non sei quello dell’introspezione, dei pensieri e delle riflessioni? Quello di Restituito alla vita, degli Amarcord, quello pieno di empatia?

Sì, in effetti lo sarei.

Ma non ventiquattr’ore su ventiquattro.

Preferisco riflettere nell’intimità della mia casa e regalare attraverso il blog pensieri e articoli nei quali magari qualcuno possa riconoscersi. Ma oltrepassare quella barriera attraverso il contatto telefonico è un’altra cosa.

Qualche giorno fa sono stato contattato da una persona che ha cominciato a raccontarmi la sua storia.

Dopo circa un minuto avevo già capito perfettamente dove volesse arrivare.

A un certo punto il messaggio è diventato chiaro:

“Alessandro, ti devo dire una cosa molto importante che mi è accaduta.”

“Dimmi.”

“Ho un problema serio. La banca mi ha bloccato i conti, non so per quale motivo, e ho bisogno di soldi.”

Eccoci.

In passato probabilmente ci sarei cascato. Avrei ascoltato, cercato di capire, forse mi sarei persino fatto coinvolgere emotivamente.

Oggi la risposta è stata molto più semplice:

“Sto peggio di te.”

Fine della consulenza.

Perché poi, diciamocelo, quando parte un racconto del genere il mio cervello esce immediatamente dalla modalità empatia ed entra in modalità: “Vediamo quanto ci metti ad arrivare alla richiesta di soldi.”

E soprattutto ho imparato una cosa: posso ascoltare i problemi degli altri senza sentirmi automaticamente investito del compito di risolverli.

L’empatia non è un bancomat.

La disponibilità non è un’apertura di credito.

E il fatto che io racconti pubblicamente parti intime della mia vita non significa che abbia aperto uno sportello di assistenza emotiva, finanziaria e spirituale.

Signori, la carità è fatta.

Se volete una mia consulenza professionale e volete pagarla, ben volentieri.

Se invece avete individuato in Alessandro quello buono, disponibile, empatico, quello che ascolta e magari alla fine mette pure mano al portafoglio, aggiornate cortesemente il vostro archivio.

Quella versione è fuori produzione.

Bussate a un’altra porta.

Qui non c’è trippa per gatti.

E possibilmente, prima di bussare, controllate il cartello.

CHIUSO PER FERIE.

Ci avviamo alla conclusione e, tirando le somme, posso dire che, pur essendo partito senza uno schema, alla fine questo blog uno schema se l’è trovato da solo. E ne sono felice.

Perché, in fondo, è un’altra dimostrazione di quello che considero un grande esercizio di stile: lasciare libero il pensiero, permettergli di andare dove vuole, persino di confondersi, per poi riuscire a ricondurlo verso un sentiero di chiarezza e comprensione.

Sono partito dalle persone che mi contattano proponendomi cose che il mio cervello fa fatica persino a classificare.

Sono passato per il diritto al sano cazzeggio, per il cervello chiuso per ferie, per l’empatia, per quelli che scambiano la disponibilità per un bancomat e siamo arrivati persino alla trippa per gatti.

Non male per un articolo che non doveva avere né capo né coda. E invece il capo e la coda sono arrivati.

Forse perché ormai questo è il carattere predominante del mio modo di scrivere e, probabilmente, anche del mio modo di pensare. Parto. Devio. Mi fermo. Riparto. Qualche volta mando qualcuno affanculo lungo il percorso. Ma alla fine cerco sempre di capire dove sono arrivato e soprattutto perché. Non posso farci nulla. Ormai sono fatto così.

Anche quando decido di scrivere a cazzo, evidentemente, il mio cervello pretende una conclusione. Che gran rompipalle.

Meditate gente meditate…

1 Risposta
  1. Carola

    Credo che tutto l’articolo ruoti intorno a un concetto essenziale: il rispetto dei confini personali.

    Essere disponibili, empatici o capaci di ascoltare non significa esserlo sempre, con chiunque e in qualunque momento.
    Ogni persona possiede uno spazio privato, fatto di tempo, silenzio, energie e libertà di scegliere quando aprirsi agli altri. Superare quello spazio senza chiedersi se l’orario sia opportuno, se il momento sia adatto o se esista una confidenza sufficiente non è soltanto invadenza: è mancanza di rispetto.

    L’empatia non è un obbligo permanente, la disponibilità non è un diritto acquisito e raccontare pubblicamente parti intime della propria vita non autorizza nessuno a entrare nella sua sfera privata senza bussare. Alla base dovrebbe esserci il buon senso di comprendere che alcuni limiti non sono inviti a insistere né barriere da oltrepassare: sono confini da riconoscere e rispettare.

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