Alessandro in versione ironica da Giuseppe Verdi, con tuba e frac, spartito del Va, pensiero e ambientazione teatrale surreale tra montagne, musica e riferimenti umoristici.

Ma chi ce l’ha fatto fare?

È una frase che pronunciamo continuamente, quasi sempre dopo aver fatto qualcosa che abbiamo scelto liberamente. Partiamo per un viaggio massacrante: «Ma chi cazzo me l’ha fatto fare?»

Organizziamo un progetto complicatissimo: «Ma chi me l’ha fatto fare?» Invitiamo venti persone a cena e dopo tre ore vorremmo incendiare la cucina: «Ma chi me l’ha fatto fare?»

Compriamo qualcosa che desideravamo da mesi e appena compare il primo problema: «Ma chi me l’ha fatto fare?» La risposta, nella maggior parte dei casi, è meravigliosamente semplice: Tu.

E da questa cazzata linguistica puoi arrivare a una riflessione interessante: abbiamo una strana tendenza ad attribuire alla vita decisioni che abbiamo preso noi.

Potresti cominciare: Ma chi me l’ha fatto fare?Quante volte avete pronunciato questa frase? Io parecchie. La cosa curiosa è che quasi sempre conoscevo perfettamente il colpevole. Ero io. Nessuno mi aveva obbligato. Avevo deciso io di partire, comprare, organizzare, telefonare, accettare, promettere, iniziare.

Poi qualcosa andava storto e improvvisamente cercavo il mandante. Ma quale mandante? Alessandro, sei stato tu. A quel punto almeno prenditi le tue responsabilità e non rompere i coglioni all’umanità.»

E poi allargherei. Perché c’è anche il contrario: quante delle cose più belle della nostra vita, mentre le stavamo facendo, ci hanno fatto pensare almeno una volta «chi me l’ha fatto fare?». Un viaggio difficile può diventare un ricordo meraviglioso. Un progetto che ci ha fatto impazzire può diventare un successo. Una scelta rischiosa può aver cambiato la nostra vita.

Quindi forse quella frase non significa necessariamente: ho sbagliato. Qualche volta significa soltanto: sto facendo qualcosa che mi costa fatica. E qui hai una bella conclusione possibile:

Oggi, quando mi viene da dire “ma chi me l’ha fatto fare?”, provo a rispondermi. Io. Evidentemente in quel momento avevo una buona ragione. Se poi era una cazzata, pazienza. Almeno era una cazzata mia.

Ora direi che il verbo può tranquillamente passare al futuro. Ma chi me lo farà fare? La risposta rimarrà sempre la stessa. Tu, Alessandro. Soltanto tu.

Sei tu che puoi decidere veramente quello che puoi fare, quello che vuoi fare e, soprattutto, quello che non vuoi più fare. Nessuno te lo impone. E se qualcuno provasse a importelo avresti comunque la piena facoltà di mandarlo affanculo.

Che, a pensarci bene, è una delle espressioni più elementari della libertà individuale. Naturalmente non possiamo fare tutto quello che vogliamo.

Esistono responsabilità, obblighi, leggi, affetti, impegni presi e conseguenze delle nostre decisioni. Ma dentro questi confini rimane uno spazio enorme che appartiene soltanto a noi. La scelta. E forse arrivati a una certa età la domanda cambia ancora. Da giovani ci chiediamo: “Che cosa farò?” Poi: “Che cosa devo fare?”

Adesso preferisco: “Che cosa voglio fare?” Sono tre domande apparentemente simili che raccontano tre modi completamente diversi di vivere. E io oggi ho molta più voglia di rispondere alla terza.

Perché il tempo che ho davanti non voglio trascorrerlo facendo cose soltanto perché qualcuno pensa che dovrei farle. Voglio continuare a scegliere.   Magari sbagliando.Magari cambiando idea.Magari iniziando qualcosa che a 62 anni qualcuno considererà completamente folle.

E se tra qualche anno, nel mezzo dell’ennesima mia idea del cazzo, dovessi fermarmi e domandarmi: “Alessandro, ma chi te l’ha fatto fare?” Almeno saprò già la risposta. “Io. Evidentemente mi andava.”

Essere o non essere. Etere o non etere. Tessere o non tessere. Fottere o non fottere. Chiacchiere o non chiacchiere. Insomma, caro signor Shakespeare, ma lei quando scriveva Amleto esattamente come stava? Perché qualche dubbio viene.

O si era bevuto il cervello oppure si era fatto una bella canna e stava cercando di smaltirla mettendo per iscritto tutto quello che gli passava per la testa.

E pensare che da quella sequela di dubbi è venuta fuori una delle opere più celebri della storia del teatro. Il problema è che Shakespeare aveva anche una curiosa concezione dell’intrattenimento.I suoi personaggi morivano con una frequenza impressionante.

Amleto è praticamente una riunione di famiglia che finisce malissimo. Uno muore avvelenato. Un altro viene trafitto. Un altro ancora beve quello che non dovrebbe bere. Duelli, complotti, vendette, fantasmi. Alla fine viene quasi voglia di controllare chi sia rimasto vivo per spegnere le luci del teatro. E non è che nelle altre tragedie fosse molto più allegro. Romeo e Giulietta? Morti.

Macbeth? Una carneficina. Re Lear? Lasciamo perdere. Otello? Serata tranquilla anche quella.

William, una commedia con una cena, quattro amici, una bottiglia di vino e tutti che tornano serenamente a casa no? Mai. Aveva una specie di rapporto compulsivo con la tragedia. Eppure, in mezzo a tutto quel sangue, Shakespeare continuava a fare esattamente quello che stiamo facendo noi in questo articolo: porsi domande.

Essere o non essere? Fare o non fare? Vivere secondo ciò che vogliamo oppure secondo ciò che gli altri si aspettano? E improvvisamente mi accorgo che sono partito da “ma chi me l’ha fatto fare?”, sono passato a “ma chi me lo farà fare?” e adesso sono finito a discutere con Shakespeare.

Non so assolutamente come cazzo ci sia arrivato. Ma ormai che sono qui, William, parliamone.

Perché forse il tuo “essere o non essere” e il mio molto meno elegante “ma chi me lo farà fare?” hanno qualcosa in comune. Entrambi contengono una domanda. La differenza è che tu ci hai costruito sopra una tragedia. Io, possibilmente, vorrei farmi una risata.

E a questo punto, dopo Shakespeare, credo sia definitivamente inutile tentare di riportare questo articolo verso una qualsiasi forma di normalità.

Quindi mi congedo da voi con il mio personale contributo alla grande cultura italiana.

Maestro, musica.

VA, PENSIERO – VERSIONE ASSOLUTAMENTE NON AUTORIZZATA

Va, pensiero, sull’api dorate;
va’, ti posa sui bivi e sui polli,
dove olezzano tiepide e molli
l’aure dolci del suolo natal!

Del Giordano le rive saluta,
di Dionne le torri azzeccate…
Oh mia patria sì bella e fottuta!
Oh paranza, frittura fatal!

Carpa d’or dei fatidici vati,
perché muta dal salice spendi?
Le memorie nel setto riaccendi,
ci spadella del tempo che fu!

O simile di Solima ai fati,
traggi un suono di nudo sgomento,
o t’ispiri il Signore un concento
che ne infonda ai Pooh le virtù!

Sipario. Non cercate di capire. Non c’è un cazzo da capire. E se qualcuno, dopo aver letto tutto l’articolo, dovesse domandarmi: “Alessandro, ma chi te l’ha fatto fare?” Finalmente posso rispondere con cognizione di causa: “Io. E mi sono divertito come un matto.”

Par chi non avesse gradito la versione non autorizzata mettiamo l’originale del “Va pensiero” di Giuseppe Verdi da corso del terzo atto del Nabucco.

 

4 Risposte
  1. Davide

    La dietrologia sovente alimenta narrazioni drammatiche di conseguenze che, in fin dei conti, sono naturali e figlie delle decisioni del momento.
    La differenza tra gli animali e noi è proprio questa…la capacita di reazione.

    Riguardo a Shakespeare,un gigante nonostante abbia precorso in modo sorprendente i fasti della signora Fletcher

  2. Carola

    Tra Shakespeare, Verdi e qualche inevitabile “cazzata”, riesci a trasformare una frase comune in una riflessione profonda sulla responsabilità delle nostre decisioni, ma soprattutto sulla libertà di scegliere.

    Perché il libero arbitrio comprende anche il diritto di sbagliare, di cambiare idea e persino di fare qualcosa che agli altri potrebbe sembrare completamente folle. Forse crescere significa proprio smettere di domandarsi «Chi me l’ha fatto fare?» e cominciare a rispondere: «Io, perché in quel momento lo desideravo».

    E se una scelta si rivelerà una cazzata, pazienza: almeno sarà stata autenticamente nostra, nata dalla libertà di vivere la nostra vita e non quella che gli altri vorrebbero per noi.

    Un articolo intelligente, irriverente e divertente, nel tuo stile inconfondibile. E sì, Alessandro: evidentemente ti andava… e hai fatto benissimo, perché è stata una tua scelta!

    1. Esattamente Carola, è proprio così. Ogni passaggio della mia vita è stata una scelta sempre ponderata e consapevole non so vivere diversamente. La scelleratezza di certe decisioni non mi appartiene affatto. Sono felice di tutto quello che ho realizzato perchè principalmente l’ho fatto per me stesso e poi per gli altri. E’ la ricetta migliore se ci pensiamo un attimo.

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