Le cose che non servono a niente
Ho scoperto che alcune delle cose più importanti della mia vita non servono assolutamente a niente.
Guardare l’alba non serve a niente.
Fare cinquanta chilometri in moto per poi tornare esattamente nel punto dal quale ero partito non serve a niente.
Ascoltare per l’ennesima volta una canzone che conosco a memoria non serve a niente.
Stare seduto in silenzio senza produrre, organizzare, progettare o risolvere qualcosa non serve a niente.
Accarezzare un gatto per venti minuti mentre lui, peraltro, considera la cosa un mio preciso dovere istituzionale, non serve a niente.
E allora mi sono chiesto: ma chi cazzo ha deciso che tutto debba necessariamente servire a qualcosa?
Forse abbiamo trasformato la vita in un gigantesco foglio Excel.»
Ho provato spesso la goduria del dolce far niente che, nel mio gergo classico, diventa la meraviglia della vastità del “cazzo che me ne frega” di fare qualcosa.
E sapete una cosa? Mi ha reso una persona più felice e spensierata.
In fondo pensiamoci: dobbiamo davvero pianificare sempre la nostra giornata? Dobbiamo continuamente inventarci qualcosa da fare per tenere il cervello attivo? Ma perché? E soprattutto, per chi?
Abbiamo trasformato il non fare niente quasi in una colpa. Se qualcuno ti chiede: “Che fai oggi?” e tu rispondi “Niente”, sembra quasi che tu debba immediatamente giustificarti. Niente? Come niente?
Possibile che tu non abbia un impegno, un appuntamento, una telefonata da fare, una mail da mandare, una cosa da sistemare, qualcuno da incontrare? No. Oggi non faccio un cazzo. E pronunciata senza sensi di colpa, vi assicuro, è una frase di una bellezza straordinaria.»
Ormai mi sento prigioniero di questo mondo in vitro che continua a propormi replicanti iperattivi. Mi spaventano. Loro e le loro infinite cose da fare, molte delle quali, diciamocelo, non servono a un emerito cazzo. Fare, produrre, correre, organizzare, raggiungere, superare. Sempre. Ma per arrivare dove?
Forse qualcuno se ne renderà conto quando sarà anziano, quando il tempo avrà rallentato il corpo e magari saranno necessarie una stampella, una carrozzella o un girello.
Ed è proprio lì che emerge una delle contraddizioni più feroci della nostra società. Prima ti chiede di correre. Poi, quando non riesci più a farlo, rischia di ignorarti. Prima misura il tuo valore attraverso quello che produci. Poi smetti di produrre e improvvisamente sembri non servire più. E allora viene spontanea una domanda: avete impegnato tutto quel tempo per cosa? Per una medaglia? Un’onorificenza? Una targa? Per poter dire un giorno: “Ho lavorato tantissimo”?
E intanto c’è chi arriva alla vecchiaia dopo aver pagato tasse per una vita e si ritrova con una pensione insufficiente, rinunciando persino a curarsi adeguatamente, contando i soldi per arrivare alla fine del mese e portandosi addosso una malinconia infinita. Questa idea mi fa paura. Non la vecchiaia.
Mi fa paura una vecchiaia alla quale qualcuno abbia tolto dignità. Io non vorrei finire così. Sono stato certamente più fortunato di molti altri e ne sono consapevole. Ma quello che ho costruito me lo sono anche guadagnato con il mio lavoro, con il sudore, con gli errori, con i successi e con le sconfitte.
Sono caduto e mi sono rialzato. E lungo la strada ho aiutato molte persone. Alcune sono rimaste. Altre sono scomparse senza nemmeno un grazie. E sapete cosa dico oggi? Grazie anche a loro.
Perché andandosene mi hanno insegnato qualcosa che probabilmente non avrei imparato se fossero rimaste. Mi hanno fatto capire di che pasta erano fatte. E soprattutto mi hanno costretto a capire di che pasta sono fatto io. Per molto tempo mi ha fregato la mia innata empatia. Oggi non voglio perderla. Voglio soltanto scegliere meglio con chi condividerla.
Perché l’empatia, quando viaggia in una sola direzione, alla lunga diventa un prelievo. Quando invece è reciproca diventa una delle forme più belle dell’amicizia. E le persone che sento davvero vicine sono poche. Ma forse è proprio questo il punto. A sessant’anni non ho bisogno di una rubrica telefonica piena.
Ho bisogno di sapere che dall’altra parte, quando allungo una mano, c’è qualcuno che spontaneamente allunga la sua. Il resto?
Il resto può continuare tranquillamente a fare cose importantissime che non servono a un emerito cazzo.»
Come al solito ero partito da un tema e poi ho sconfinato. Ma immagino che ormai questo non disturbi chi mi legge. In fondo scrivo proprio per questo.
Per aprire la mia mente a riflessioni più ampie, anche sociologiche, partendo magari da un argomento apparentemente spiritoso per poi lasciare che il pensiero vada altrove, prenda forma, si allarghi e, possibilmente, trascini con sé anche il lettore.
Vorrei che chi arriva alla fine di un mio articolo non abbia soltanto letto quello che penso io. Vorrei che si facesse una domanda. Anche una sola. Per me sarebbe già un successo. Perché non scrivo soltanto come esercizio di stile personale.
Scrivo per gli amici, per quelli che mi conoscono da tempo, per quelli nuovi e per quel pubblico sempre più ampio che vedo arrivare sul sito, leggere gli articoli, curiosare nella mia biografia e qualche volta contattarmi per le ragioni più diverse.
È questa la cosa che mi affascina. Un sito personale può diventare uno spazio vivo. Non una vetrina. Una porta aperta.
Ed è qualcosa che sto cercando di trasferire anche nei miei siti professionali, a cominciare da quello della Stemal. Una società non dovrebbe limitarsi a dire: “Ecco chi siamo. Ecco cosa facciamo. Ecco quanto siamo bravi.” Che palle. Deve raccontare. Deve avere memoria. Deve comunicare quello che sta facendo e conservare quello che ha fatto.
Per questo continuo a lavorare sulle news, sugli archivi storici e nuovi, sulle produzioni e su tutto quello che ancora immagino di ampliare e implementare. E attenzione. Questo non significa “fare un cazzo”. È esattamente il contrario.
Significa scegliere cosa vale ancora la pena fare. Farlo con scienza, coscienza e, nel mio caso, anche con quella mentalità imprenditoriale che mi accompagna da una vita.
Perché so che davanti a me ci sono gli ultimi anni della mia attività professionale. Non lo dico con malinconia. È semplicemente la naturale evoluzione delle cose. Arriverà il momento nel quale smetterò. Mi ritirerò. E deciderò dove e come godermi il riposo che mi sarò conquistato. Ma fino a quel momento voglio continuare a fare.
Solo che oggi pretendo una cosa che da giovane probabilmente non pretendevo: che ciò che faccio abbia un senso. Il resto può aspettare. Oppure, finalmente, non essere fatto.»
Per cui decidete voi cosa sia meglio fare e cosa sia meglio non fare. Io non ho verità da consegnarvi. Ho soltanto proposto una semplice ricetta, o forse una riflessione. Le varianti sul tema spettano a voi. Fate un cazzo quando sentite il bisogno di non fare un cazzo.
Fate moltissimo quando ciò che state facendo vi appassiona, vi incuriosisce, vi fa crescere o semplicemente vi rende felici. Ma possibilmente non fate qualcosa soltanto perché qualcuno ha deciso che dobbiate essere sempre impegnati. Il tempo è vostro. Usatelo. Sprecatelo. Godetevelo. Riempitelo oppure lasciatelo meravigliosamente vuoto. Purché sia davvero il vostro.
Buona lettura e, soprattutto, buona vita a tutti.»
E visto che prima o poi bisognerà pur decidere cosa fare di questa giornata, vi lascio con Buongiorno, interpretata da Luciano Pavarotti. Poi fate un po’ come cazzo vi pare.»

Questo articolo, per certi versi ironico, oltre a farmi sorridere ha aperto la porta a un ricordo della mia infanzia.
Mio padre mi raccontava di un viaggio diplomatico compiuto, per conto di suo fratello, in un Paese arabo di cui non ricordo più la destinazione esatta. I ricordi, talvolta, perdono i contorni, ma custodiscono intatta la sostanza: rimangono dentro di noi come piccoli misteri che il tempo non riesce a dissolvere.
Era partito per proporre un affare e ricevette una risposta che, nella nostra cultura occidentale, sarebbe sembrata inconcepibile: bisognava attendere che le notti portassero consiglio. Trascorsero due mesi prima che quell’accordo venisse concluso e, per tutto quel tempo, mio padre dovette rimanere lì ad aspettare. Anche la sua permanenza diventò parte della trattativa: non un intervallo inutile, ma un tempo necessario affinché la decisione maturasse.
Forse ogni cultura possiede un proprio modo di abitare il tempo. In Occidente lo misuriamo attraverso ciò che facciamo, produciamo e concludiamo; altrove, invece, il tempo sembra non obbedire soltanto all’orologio, ma seguire un ritmo più antico e universale. Un tempo nel quale anche l’attesa non è vuota, perché permette al pensiero di sedimentare e alla vita di rivelare ciò che la fretta nasconde.
Per quanto mi riguarda, non credo possa esistere un istante nel quale una persona non faccia davvero nulla. Anche nell’immobilità accade qualcosa: respiriamo, sentiamo, ricordiamo, ascoltiamo il silenzio. Forse il “non fare” non è assenza di vita, ma una sua forma più segreta.
Ogni istante è un respiro, un battito di ciglia, un passo, un pensiero, un sogno.
E forse le cose che sembrano non servire a niente sono proprio quelle che, silenziosamente, ci ricordano a cosa serve vivere.