Un uomo sorridente scrive e riflette davanti a un tramonto, circondato da macchina da scrivere, computer, appunti e simboli del teatro e della creatività.

La vita è una risata. Ecco il perché

La vita è una risata. Detta così potrebbe sembrare l’affermazione di un irresponsabile, di uno che non ha ancora capito un cazzo di quello che significa vivere. Nel mio caso credo sia esattamente il contrario.

Ho capito abbastanza della vita da potermi finalmente permettere di riderne. Non rido perché penso che tutto sia facile.

Non rido perché non conosco il dolore, le preoccupazioni, le responsabilità, le sconfitte, le paure o quegli improvvisi cambiamenti di programma che la vita ti presenta senza neppure avere la buona educazione di chiederti se sei disponibile.

Rido perché ormai so che funziona così. La vita non è un contratto. Non garantisce niente.Non firma clausole. Non ti assicura che, comportandoti bene, riceverai necessariamente qualcosa in cambio. E soprattutto se ne fotte abbastanza serenamente dei programmi che avevi fatto. Quindi tanto vale conoscerne le regole. O meglio: accettare che qualche volta le regole non esistono proprio. Questa consapevolezza, anziché rendermi più cupo, mi ha reso più leggero. Attenzione però. Leggero, non superficiale. Sono due cose completamente diverse.

La superficialità consiste nel non comprendere il peso delle cose.La leggerezza consiste nel conoscerne perfettamente il peso e decidere che non è necessario portarselo sulle spalle ventiquattr’ore al giorno. Ed è qui che comincia la mia risata. Non una risata isterica. Non quella dell’incosciente. È la risata di uno che guarda certe situazioni e pensa: “Ma veramente mi devo incazzare pure per questa cazzata?” E qualche volta la risposta è sì. Mi incazzo. Sono umano.

Ma almeno oggi riesco molto più rapidamente a capire se quella cosa meriti davvero la mia incazzatura oppure se possa essere accompagnata elegantemente verso l’uscita con un sorriso.

Ho impiegato parecchio tempo per arrivarci. E adesso che ci sono arrivato non ho nessuna intenzione di tornare indietro. La vita è una cosa tremendamente seria. È proprio per questo che ogni tanto bisogna prenderla per il culo.

Come più volte ho raccontato, sono nato dal grembo di mia madre con una fragorosa risata. Quindi, a pensarci bene, mi sono affacciato alla vita già con un certo fare ironico. Mia madre, invece, rise per un’altra ragione.

Durante la gravidanza i suoi amici le avevano raccontato enormi cazzate sulla forma della pancia, sostenendo che fosse l’indiscutibile segnale dell’arrivo della tanto agognata femminuccia. E invece nacque un vitello di circa quattro chili e mezzo, pieno di capelli.

A quel punto non poteva che chiamarsi Alessandro, ispirandosi modestamente al più noto Macedone: Alessandro il Grande. Le aspettative erano già piuttosto impegnative. Da allora, tranne alcuni periodi bui, credo di avere affrontato buona parte della mia vita con una grande dose di ironia.

Ho sempre osservato quello che mi accadeva intorno cercando istintivamente gli aspetti capaci di farmi sorridere. E soprattutto ho osservato la gente. Il modo di parlare. I gesti. Le espressioni. I tic nervosi. Le manie.

Le incazzature assolutamente sproporzionate rispetto alla causa che le aveva provocate.

Il mondo mi è apparso abbastanza presto come una terra meravigliosamente nevrotica, popolata anche da persone capaci di portare all’esasperazione qualunque cosa e che, proprio per questo, sembrano non riuscire più ad affrontare niente.

Io, invece, molte situazioni le ho prese di petto. Qualche volta anche troppo. Ma l’innato senso dell’umorismo mi ha aiutato a trasformare spesso i problemi in idee e le idee in progetti creativi.Ho scritto spettacoli che hanno avuto successo. Ho avviato produzioni con entusiasmo. Ho immaginato cose che prima non esistevano e poi ho cercato il modo di realizzarle. E continuo a farlo.

All’alba dei miei 62 anni qualcuno potrebbe anche suggerirmi che sarebbe arrivato il momento di pensare al ritiro.Ma perché? Io ho ancora voglia di fare. Scrivere, inventare, produrre, mettere in scena qualcosa che prima esisteva soltanto nella mia testa continua a gratificarmi enormemente.

Mi tiene vivo. E spero che questa energia riesca ancora a coinvolgere e gratificare anche le persone che da anni lavorano insieme a me. C’è soltanto un aspetto che qualche volta mi dispiace.

Sentire mio fratello Massimo parlare del lavoro come di qualcosa che ormai gli pesa, sentirgli dire che non ne può più, proprio mentre sta vivendo una nuova stagione di grande successo.

Naturalmente è la sua vita e soltanto lui può sapere realmente ciò che prova.

Io posso guardarlo soltanto da fratello e da uomo che ha condiviso professionalmente con lui una parte enorme del percorso.

E da quella prospettiva ho spesso avuto la sensazione che il lavoro, in alcuni momenti, lo abbia anche salvato. Una sensazione che mi viene confermata anche da persone che lavorano quotidianamente accanto a lui.

Ma proprio perché gli voglio bene non posso trasformare questa mia convinzione in una scelta che deve necessariamente essere anche la sua.

Ed è qui che, ancora una volta, entra in gioco il mio modo di guardare la vita. Non posso fermarmi perché un’altra persona, anche importantissima per me, potrebbe decidere di fermarsi.

Non posso nemmeno costringerla a continuare perché io desidero continuare. Quello che è già programmato va rispettato. Il futuro, invece, può essere reinventato.

E così ho deciso di costruirmi delle alternative valide, nuovi percorsi che mi consentano di continuare fin quando ne avrò voglia. Scrivere. Produrre. Inventare. Mettere in scena spettacoli. Magari sbagliare ancora qualcosa. E possibilmente riderci sopra.

Perché forse sto cominciando a capire dove voglio arrivare con questo articolo. Quando dico che la vita è una risata non sto dicendo che nella vita ci sia sempre qualcosa da ridere. Sto dicendo una cosa completamente diversa.

Che anche quando la vita smette di far ridere, possiamo cercare di non perdere la capacità di sorriderle. E questa, secondo me, è una forma molto seria di libertà.

Molte persone mi chiedono come faccia a dedicare così tanto tempo alla scrittura, arrivando qualche volta a pubblicare anche due o tre articoli al giorno sul mio blog.

La risposta è semplicissima. Ho un’irrefrenabile voglia di raccontare. E di raccontarmi.

Perché credo di avere ancora molte cose da raccontare e spero, naturalmente, che siano anche interessanti per chi decide di dedicarmi qualche minuto del proprio tempo.

Non scrivo sempre con l’ambizione di produrre profonde riflessioni esistenziali. Ci mancherebbe altro. Qualche volta voglio semplicemente divertirmi. Racconto una situazione, una persona, una mia cazzata, qualcosa che ho osservato per strada o un pensiero apparentemente insignificante che mi è passato per la testa.

E provo a sorriderne insieme a chi mi legge. Poi succede una cosa che continua a sorprendermi. I lettori si riconoscono. Mi scrivono. Mi dicono: “È successo anche a me”, oppure: “La penso esattamente come te”. E allora quello che era nato come un pensiero solitario smette improvvisamente di esserlo.

Diventa condivisione.

Da questo blog sono nate amicizie, incontri e collaborazioni proficue. Alcune stanno facendo germogliare nuovi progetti, altre stanno contribuendo a sviluppare quelli già esistenti.

Ed è una cosa straordinaria, se ci penso. Io sono seduto davanti a uno schermo e scrivo qualcosa che nasce nella mia testa. Premo “Pubblica”. Da quel momento quelle parole non sono più soltanto mie. Entrano nella testa di qualcun altro.

Possono farlo sorridere, irritarlo, emozionarlo, fargli ricordare qualcosa oppure semplicemente accompagnarlo per cinque minuti.

E magari tornano indietro sotto forma di un messaggio, di una telefonata, di una nuova conoscenza o persino di un progetto. Forse è anche per questo che scrivo così tanto. Perché la scrittura, per me, non è diventata un modo per isolarmi dal mondo. È diventata un altro modo per entrarci. E possibilmente entrarci con una risata.

Ed è proprio questo lo spunto di riflessione che vorrei lasciare a voi lettori e, se ne avrete voglia, ai vostri commenti. Capire. Comprendere il momento che stiamo vivendo.

Chiederci come nasce un’idea, come si trasforma in creatività, come la creatività diventa arte e come, alla fine, quell’arte possa essere concretamente scritta, prodotta, messa in scena o semplicemente raccontata.Io continuo a farlo perché ne sento il bisogno.

Scrivo, penso, osservo, invento, progetto, qualche volta mi incazzo e molto più spesso cerco di riderci sopra. E probabilmente continuerò a farlo finché tutto questo continuerà a regalarmi qualcosa.

Ma arrivato alla fine di questa ennesima riflessione, nata quasi per gioco partendo da una risata, posso affermare con certezza una cosa. Sono un uomo felice. E sono un uomo appagato.Non significa che abbia tutto. Non significa che tutto sia andato come avrei voluto.

Non significa che domani non possa arrivare qualche altra rottura di coglioni, perché la vita da questo punto di vista possiede una creatività persino superiore alla mia.

Significa semplicemente che oggi, guardandomi dentro e guardandomi intorno, quello che sono mi piace. Quello che ho costruito mi gratifica. Quello che ho attraversato mi ha insegnato qualcosa. E quello che ancora non conosco continua a incuriosirmi. Posso ancora avere progetti, desideri, sogni, paure e qualche sana incazzatura. Ma alla fine della giornata riesco a guardare la mia vita e sorridere.

E riflettendoci bene, a 62 anni poter pronunciare serenamente una frase come: “Sono felice e appagato.” Beh…

penso sia tanta roba.

Che ne dite?

Scrivetelo nei commenti.

3 Risposte
  1. Davide

    Ne penso che essere felici ed appagati è la più importante delle ricchezze ,assieme alla salute, perché rispecchia un complimento di ciò che avevamo progettato (nonostante gli incerti)

    Hai ragione,non si tratta di leggerezza; un grande della nostra comicità asseriva che “FA’ RIDE È NA COSA SERIA”

    E questo blog è una fucina di spunti

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