La solitudine è la mia compagnia di viaggio.

La solitudine non è essere soli

Stamattina pensavo alla solitudine.

Una parola che mette quasi paura, perché siamo stati educati ad associarla all’abbandono, alla malinconia, alla mancanza di qualcuno.

Ma siamo sicuri che essere soli significhi essere in solitudine? Io credo di no. Ho conosciuto momenti nei quali ero circondato da persone e mi sentivo profondamente solo. E altri nei quali non avevo nessuno accanto e stavo meravigliosamente bene. Allora forse abbiamo sbagliato definizione.

La solitudine non dipende dal numero delle persone presenti in una stanza. Dipende da quello che succede dentro di noi quando quella stanza si svuota.

Da qui però non andrei avanti io. Vorrei far emergere prima il tuo pensiero, perché questo argomento può prendere almeno due strade completamente diverse.

La solitudine non è essere soli

Quando rimango veramente solo accade sostanzialmente per due motivi: o ho deciso volontariamente di esserlo oppure le circostanze mi hanno lasciato solo.

In entrambi i casi non mi preoccupa affatto. Sono stato abituato alla solitudine e, con il tempo, credo che proprio questo abbia generato in me una grande autonomia mentale.

La solitudine mi ha aiutato a riflettere, a creare, a pensare. Mi ha insegnato soprattutto a stare con me stesso e, paradossalmente, proprio questo ha migliorato il mio modo di stare con gli altri. Perché chi non ha mai esplorato veramente la propria solitudine, secondo me, si vede. La teme. Ha bisogno di riempirla.

Una telefonata, un messaggio, qualcuno da incontrare, qualcosa da fare, un rumore qualsiasi purché non arrivi quel momento nel quale rimani tu, soltanto tu, davanti a te stesso.

Ed è proprio lì che comincia la parte difficile. Perché la solitudine ti costringe al confronto con una persona dalla quale non puoi scappare: te stesso. E non tutti riescono a farlo.

Non tutti riescono ad essere obiettivi con se stessi. Per riuscirci credo serva una buona dose di umiltà: riconoscere i propri pregi senza trasformarli in vanità e guardare i propri difetti senza inventarsi continuamente un colpevole al quale attribuirli. Io sono cresciuto con un’educazione molto rigida anche sotto questo aspetto e forse per questo non ho mai vissuto la solitudine come una nemica. Oggi, anzi, è diventata una compagna di viaggio. Compagna dei miei pensieri, della mia creatività, delle mie fantasie più intime. Una presenza apparentemente vuota che, invece, mi ha restituito qualcosa di pieno: la serenità.

Ed è una serenità della quale oggi sto godendo profondamente i benefici. A 62 anni, dopo tutto quello che ho attraversato, mi sento un leone. Non perché pensi di essere invincibile. Sarebbe ridicolo. Mi sento un leone perché finalmente mi sento consolidato. In pace con me stesso. E qualche volta gli altri fanno persino fatica a crederci.

«Ma come hai fatto?», mi chiedono. Semplice. Le cose arrivano quando meno te le aspetti. Forse perché per anni le cerchiamo fuori e poi, un giorno, scopriamo che alcune erano rimaste ad aspettarci dentro. Penso che ogni giorno sia un dono e che debba essere vissuto intensamente. Non necessariamente riempiendolo di cose da fare, ma sentendolo passare attraverso di noi.

Chi non lo fa rischia di accorgersi troppo tardi di essersi perso qualcosa di straordinario. E quando gli anni saranno trascorsi non potrà comprarne altri. Ed eccomi qui. Nel 2026.

Pronto, rinnovato e carico per altre sfide, qualunque esse siano. E forse posso esserlo proprio perché non ho più paura di rimanere solo. Perché quando tutti se ne vanno, quando il rumore finisce e la porta si chiude, io so perfettamente chi rimane dall’altra parte.

Io. E, finalmente, mi trovo bene in mia compagnia.»  Vi lascio con una poesia.

La solitudine

La solitudine è la mia compagna di viaggio,
il mio Grillo Parlante
che sussurra ogni giorno
il menù della giornata,
che dispensa consigli
e scompare quando non sono più solo.
È la mia consigliera,
la mia musa ispiratrice.
La solitudine fa compagnia a se stessa.
Mi ha migliorato,
rinnovato,
mi ha fatto fare pace con me stesso
per essere migliore con gli altri.
La solitudine ha un colore azzurro
che accarezza il mio sguardo verso il futuro.
Quel futuro che un tempo non vedevo
oggi è nitido,
raggiungibile con una mano.
Quella mano che ho teso verso me stesso
per rialzarmi.
Ancora una volta.
Inesorabilmente solo.
Ciao, solitudine.
Torna quando vuoi.

3 Risposte
  1. Alberto

    Cosa potrei aggiungere?
    Niente, hai descritto perfettamente anche alcuni miei pensieri.
    Comunque sono sempre interessanti gli argomenti che tratti.
    Ciao.

  2. Davide Petrucci

    Inutile specificarti il perché questi concetti mi rispecchino profondamente: mi conosci molto bene.

    A differenza tua ancora non sono giunto a quella pacificazione interiore ma conosco il valore della solitudine, quella linea rossa sottile che la separa dalla malinconia…essere soli e riuscire ad ascoltarsi è una alta prova di coraggio, non è un caso che la solitudine nella sua accezione più piena viene barattata dalla maggior parte delle persone con ogni sorta di riempitivo.

    Essere minimalisti è la vera strada

    Un saluto

  3. Carola

    Per me la solitudine ha sempre fatto parte della vita e, forse, ho imparato ad accoglierla molto presto.

    Avevo circa sei anni quando feci un incubo terribile per una bambina: eravamo tutti seduti a tavola — mio padre, mia madre, mia sorella ed io — e un’entità, avvicinandosi uno dopo l’altro ai componenti della mia famiglia, li faceva scomparire dalla vita. Quel sogno mi spaventò profondamente, ma aprì anche una porta dentro di me.

    Da allora cominciai a comprendere, pur senza avere ancora le parole per spiegarlo, che esisteva un mondo interiore nel quale avrei dovuto imparare a entrare. Iniziai a ricordare i sogni, non soltanto quelli più inquieti, ma soprattutto quelli capaci di mostrarmi qualcosa, di aiutare me stessa e, forse un giorno, anche gli altri. Cominciò così quel dialogo con l’inconscio che mi ha accompagnata per tutta la vita e che continua ancora oggi: ho bisogno della notte, del sonno e dei sogni, perché attraverso di loro una parte profonda di me continua a parlarmi.

    Mia madre era l’unica persona con la quale mi confidavo. Anche lei faceva sogni molto intensi, così come sua madre, mia nonna. Tra me e mamma esisteva un rituale intimo e bellissimo: ogni mattina ci raccontavamo ciò che avevamo sognato durante la notte. Era un modo speciale di incontrarci, come se condividessimo un linguaggio segreto che apparteneva alle donne della nostra famiglia.

    Fu proprio lei a consigliarmi di non raccontare agli altri queste esperienze, perché avrebbero potuto non comprenderle e considerarmi “matta”. Mi diceva di custodirle, perché erano una cosa nostra. Così imparai a proteggere e, nello stesso tempo, a nascondere una parte essenziale di me. Agli altri mostravo soprattutto la superficie, mentre dentro cresceva un universo silenzioso, immenso e difficile da spiegare.

    Quando mia madre è scomparsa, quel nostro dialogo quotidiano si è interrotto e ciò che prima era “nostro” è diventato soltanto mio. Ho continuato a custodire i sogni da sola, come si custodisce un’eredità invisibile. Forse è stato anche questo a insegnarmi che la solitudine non coincide necessariamente con il vuoto: a volte è il luogo nel quale continuano a vivere i legami più profondi.

    Per questo non ho mai considerato la solitudine una nemica. Per me è diventata uno spazio interiore, il luogo nel quale posso incontrare ciò che normalmente rimane nascosto dal rumore del mondo. E oggi, in una società che spesso si ferma alle apparenze, penso che saper restare soli significhi anche avere il coraggio di ascoltare ciò che vive davvero dentro di noi.

    La solitudine, quando non è abbandono ma ascolto, non ci svuota: ci riconduce alla parte più autentica di noi stessi.

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