La forza dell'anonimato spinge l'haters all'insulto gratuito ad entrare in conversaziini topic per desiderio di farsi notare

La forza dell’anonimato

Quando l’insulto prende il posto della dialettica

Esiste una forza silenziosa che, negli ultimi anni, ha cambiato profondamente il modo di comunicare. Non è la forza delle idee. Non è la forza della cultura. Non è nemmeno la forza della dialettica. È la forza dell’anonimato. Dietro un nickname.

Dietro un profilo senza volto. Dietro una fotografia presa dal web. Molte persone trovano il coraggio di scrivere ciò che non avrebbero mai il coraggio di pronunciare guardando qualcuno negli occhi. È un coraggio apparente. Perché il vero coraggio è sempre stato un altro. Metterci la faccia. Firmare il proprio pensiero. Assumersi la responsabilità di ogni parola.

L’episodio che mi ha portato a scrivere queste righe nasce da un post pubblicato durante il mio viaggio in Austria.

Avevo fotografato un motociclista incontrato al Passo Stalle.

L’elemento che mi aveva fatto sorridere era un paraschiena particolarmente pronunciato, che nella mia fantasia aveva assunto le sembianze di un personaggio dei cartoni giapponesi della mia adolescenza.

Chi vive il mondo della moto sa perfettamente che tra motociclisti esiste un’ironia particolare. Ci prendiamo in giro. Sorridiamo delle nostre manie. Delle valigie troppo grandi. Delle gomme consumate. Delle tute improbabili. Dei caschi. Degli accessori. È un linguaggio interno a una comunità che, proprio perché fondata sul rispetto reciproco, sa anche ridere di sé stessa. Il mio post nasceva esclusivamente da questo spirito. Non prendeva di mira la dignità di una persona. Non conteneva odio.

Non invitava all’insulto. Era semplicemente un’osservazione ironica. E rivendico il diritto di poterla fare. Perché la libertà di espressione non appartiene soltanto a chi commenta. Appartiene anche a chi scrive. Chi non era d’accordo avrebbe potuto dirmelo. Avrebbe potuto spiegarmi perché riteneva il post fuori luogo. Avrebbe potuto convincermi di avere esagerato. Avrei letto ogni parola. Con rispetto. Quello che non posso accettare è un’altra cosa. Che un’opinione venga sostituita dall’insulto.

Perché nel momento in cui qualcuno smette di discutere il contenuto e comincia ad aggredire la persona, non sta più esercitando un diritto. Sta rinunciando alla dialettica. Ed è proprio questo che mi rattrista. Non il dissenso. Il dissenso è il sale della democrazia.

Mi preoccupa la progressiva scomparsa della capacità di confrontarsi senza trasformare ogni divergenza in un’aggressione personale.

Se c’è una cosa che mi dispiace di questa vicenda è aver sentito il bisogno di cancellare quel post. Non perché me ne vergognassi. Lo ripubblicherei domani mattina. Continuo a ritenerlo ironico. Continuo a ritenerlo rispettoso.

Continuo a pensare che chi frequenta il mondo della moto ne abbia colto perfettamente lo spirito. L’ho cancellato per un’altra ragione. Non volevo aggiungere benzina a un incendio che altri avevano deciso di alimentare. Non è stata una resa. È stata una scelta. Ma quella scelta mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto capire che è arrivato il momento di cambiare il mio modo di comunicare.

Da oggi la mia vita personale non apparterrà più ai social. Non perché abbia qualcosa da nascondere. Ma perché ho capito che non tutto ciò che appartiene alla mia vita deve appartenere anche agli algoritmi. Se deciderò di condividere un momento personale, lo affiderò a una storia. Ventiquattro ore. Poi sparirà. Chi l’avrà vista l’avrà vista. Chi non l’avrà vista, pazienza. La mia vera casa sarà un’altra.

Il mio blog. Lì continuerò a essere completamente libero. Libero di parlare di salute. Di depressione. Di amore. Di gioia. Di fallimenti. Di lavoro. Di progetti. Di sessualità. Di esperienze che hanno segnato la mia vita. Anche quelle più scomode. Perché non credo che una vita si racconti soltanto attraverso ciò che ci rende migliori.

Si racconta anche attraverso gli errori. Le fragilità. Le contraddizioni. Le scelte difficili. Le esperienze che ci hanno cambiato. Non scriverò per piacere a qualcuno. Non scriverò per evitare di urtare la sensibilità dei benpensanti. Scriverò con l’unico limite che considero invalicabile. Il rispetto. Rispetto per me. Rispetto per gli altri. Rispetto per la verità.

Se un giorno sentirò il bisogno di raccontare un errore commesso da ragazzo, lo farò. Se sentirò il bisogno di parlare della mia salute, lo farò. Se vorrò raccontare la mia vita affettiva o la mia sessualità, lo farò. Non per provocare. Non per scandalizzare. Ma perché fanno parte della mia storia.

E nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a stabilire quali parti della mia vita siano degne di essere raccontate e quali no. La libertà di espressione non consiste nel dire soltanto ciò che tutti approvano. Consiste nel poter raccontare la propria verità con onestà, assumendosene la piena responsabilità. È esattamente ciò che continuerò a fare. Ma da oggi sceglierò con maggiore attenzione il luogo in cui farlo.

Perché ho capito che non tutti i luoghi sono adatti a tutte le parole. E il mio blog, da oggi ancora di più, sarà il luogo dove le parole potranno respirare senza essere soffocate dal rumore.

Nel mio blog potrò raccontare qualunque esperienza della mia vita, anche la più intima o la più controversa, se riterrò che possa aiutare qualcuno a comprendere meglio me stesso o la condizione umana. Non scriverò mai per scandalizzare. Scriverò per essere autentico.

E poi mi sono posto un’altra domanda. Che cos’è, oggi, lo **standard della community**? Chi lo stabilisce?

Esiste davvero un criterio universale capace di decidere cosa sia offensivo, cosa sia ironico, cosa sia satira, cosa sia libertà di espressione?

O stiamo semplicemente delegando tutto a un sistema automatico che non conosce il contesto, il tono e l’intenzione con cui una frase è stata scritta? La vera anima del rispetto non nasce da un algoritmo. Nasce dall’intelligenza umana. Dal buon senso. Dalla capacità di distinguere una presa in giro bonaria da un’aggressione. Una critica da una diffamazione. L’ironia dall’odio.

Oggi, invece, molto spesso basta una segnalazione. Poi un’altra. E un’altra ancora. Il contenuto sparisce. L’account viene limitato. Ma chi ha realmente valutato quella situazione? Una persona? Un moderatore? Un sistema automatico? Non lo sappiamo. E questa opacità mi lascia perplesso.

Perché quando ricevi un insulto grave, una minaccia o un comportamento realmente pericoloso, il percorso cambia completamente. Non è una piattaforma a poter accertare un reato. Esistono autorità competenti: la Polizia di Stato, i Carabinieri, la Polizia Postale, la magistratura. Sono loro a valutare fatti, prove e responsabilità.

Una piattaforma può moderare i contenuti secondo le proprie regole, ma non può sostituire la giustizia.

E allora mi chiedo: non stiamo forse affidando troppo potere a sistemi automatici che, per loro natura, non possono comprendere tutte le sfumature della comunicazione umana? Forse il problema non sono i social.

Il problema è quando dimentichiamo che, dall’altra parte dello schermo, non c’è un algoritmo.

C’è una persona.

Il mio io è altrove

Negli ultimi giorni ho riflettuto molto sul rapporto tra me e i social. Non è stata la rabbia a farmi riflettere. È stata la consapevolezza. Ho iniziato chiudendo Threads. Del resto deciderò con calma. Non ho fretta. Perché oggi non sento più il bisogno di essere presente ovunque. Sento il bisogno di essere presente dove mi riconosco.

I social continueranno forse a esistere nella mia vita. Ma con un ruolo diverso. Molto più discreto. Molto più leggero. Probabilmente pubblicherò soltanto qualche momento personale. Un paesaggio. Una strada. Un tramonto. Una storia destinata a scomparire dopo ventiquattro ore. Perché la mia vita non appartiene agli algoritmi. Appartiene a me. Il mio io, quello autentico, è altrove. È nelle pagine del mio blog.

È lì che continuerò a raccontare la mia storia. Con i suoi successi. Con i suoi fallimenti. Con le sue paure. Con le sue gioie. Con le sue contraddizioni. Con tutto ciò che rende un uomo semplicemente umano.Chi vorrà davvero conoscermi dovrà fare un piccolo gesto. Entrare da una porta diversa. Quella del blog. Perché conoscere una persona richiede tempo. Richiede ascolto.

Richiede la disponibilità a leggere una pagina fino in fondo, anche quando non conferma ciò che già pensiamo. I social sono una piazza. Il blog è una casa. Nelle piazze si passa. Nelle case si entra soltanto se si desidera davvero incontrare chi ci abita. Ed è lì che, da oggi, continuerò ad aspettare i miei lettori.

Mi piace molto l’idea di coinvolgere i lettori. Io la renderei un po’ più solenne, come se chiudessi una riflessione e aprissi una conversazione.

Ecco il risultato della mia riflessione.Non pretendo che sia la verità.

È semplicemente la mia verità, maturata dopo anni di utilizzo dei social, di confronti, di soddisfazioni e, qualche volta, anche di delusioni.Adesso, però, la parola passa a voi.Vi chiedo una cosa soltanto.Lasciamo da parte gli slogan, gli insulti e le tifoserie.Parliamoci.Raccontatemi il vostro rapporto con i social.Vi sentite ancora liberi di esprimere ciò che pensate?

Vi è mai capitato di cancellare un post, di autocensurarvi o di rinunciare a dire qualcosa per paura della reazione degli altri?Credete che oggi il dialogo abbia ancora spazio o che sia stato sostituito dal rumore?Mi piacerebbe leggere le vostre esperienze.Non per stabilire chi abbia ragione.Ma perché il confronto, quando è sincero e rispettoso, arricchisce sempre.Io continuerò a fare la mia parte.Con il mio nome.Con il mio volto.Assumendomi la responsabilità di ogni parola che scrivo.Perché credo ancora che il rispetto non nasca dall’algoritmo.Nasca dalle persone.

A voi la parola.

 

6 Risposte
  1. Davide

    Questa tua lettura mi rimanda alle riflessioni espresse in un recente podcast dal mattatore Max Tortora: la violenza è al passo con l’ incapacità della gente di relazionarsi

    Colpa dei social?
    Ni, hanno fatto solo da grancassa ad un livello di imbarbarimento già andante

  2. Carola

    Per prima cosa, capisco perfettamente il tuo punto di vista e, per molti aspetti, lo condivido.

    I social sono una piazza e spesso non sappiamo chi possa esserci realmente dietro un nickname.

    La mia esperienza sui social è iniziata quasi per caso, per far conoscere una favola che avevo dedicato alla mia cagnolina Kira dopo la sua prematura scomparsa.

    Poi, dopo circa tre anni e dopo essermi sperimentata in diversi format di scrittura creativa, ho iniziato un nuovo percorso: “Noi Siamo Poesia in Video Sogno”.

    È una piccola casa. Siamo poche persone, una ventina circa. Ci “conosciamo” ormai da tre anni e puntualmente ci “incontriamo” nei commenti, nei video e nelle live che, di volta in volta, ci riuniscono.

    Nel tempo abbiamo persino scritto un libro insieme e devoluto il ricavato al Canile della Muratella di Roma.

    Sembra quasi una favola, in un mondo di algoritmi, materialità e tanta “passione”… spesso della specie meno poetica.

    Il mio intento, nel mio piccolissimo spazio, è cercare di portare poesia, amore e attenzione verso qualcosa di cui forse parliamo ancora troppo poco: il nostro mondo interiore. Più precisamente, il sogno.

    Eppure, anche dentro questa piccola casa, in questi anni mi è successo di tutto.

    Sono stata aggredita, insultata e persino derisa durante le live, davanti alle persone che avevano scelto di condividere con me questo percorso di scrittura.

    Ma situazioni molto più dolorose le ho incontrate anche nella vita “vera”: nel lavoro che svolgevo in passato e, nella mia vita privata, con un ex compagno.

    La violenza psicologica è qualcosa che conosco molto bene, perché l’ho subita per anni.

    La differenza è che sui social, a un certo punto, possiamo premere un tasto e bloccare chi sceglie di oltrepassare il limite del rispetto. E io, nel tempo, quel tasto ho imparato a usarlo molto bene.

    Nella vita vera è stato tutto molto più difficile. Ho perso il lavoro, ho dovuto ricostruirmi e, soprattutto, ho imparato a scegliere una realtà personale diversa e persone con le quali sia possibile parlare, confrontarsi e avere uno scambio reciproco e costruttivo.

    Forse è proprio questo che mi hanno insegnato entrambe le esperienze: non possiamo scegliere chi incontreremo, né nella piazza virtuale né in quella reale.

    Possiamo però scegliere chi lasciamo entrare nella nostra casa.

    E credo che, alla fine, siano proprio queste scelte a definirci come persone.

    1. Sto riconsiderando molti aspetti volevo limitare a pubblicare cose private ma poi mi sono detto in fondo perchè rinunciarvi. La ia deve essere na scelta libera di esprimermi e decidere di scherzare e anche deridere qualcuno nei limiti c he conosco bene perchè sono un Signore di stile e sopratutto educato. Quindi non vi rinuncerò e pubblicherò qualsiasi cosa approfondendo i concetto su questo blog che effettivamente è lamia casa dove nessuno mai codardi inclusi si è permesso di insultarmi. Qui il codardo deve giocare a carte scoperte quanto meno con una mail reale e con indirizzi ip che identificano in modo univoco la postazione dalla quqle sta scrivendo. Buona vita a tutti gli stronzi di buona volontà. Alimentaate con i vostri commenti del cazzo tutto ciò che volete rimarrete nella vostra misera soddisfaziine in un isolamento mediatico che vi ghettizza ancor più dei vostri fetidi commenti

Lascia un commento