Elogio del pensiero a cazzo

Non so cosa scrivere

Sono le tre passate e vorrei scrivere qualcosa. Il problema è che non so cosa. Potrei raccontare il viaggio, la moto, le montagne. Potrei parlare di lavoro, della vita, del tempo che passa. Potrei cercare una di quelle riflessioni profonde che qualche volta arrivano senza essere chiamate. Ma stanotte non arriva niente.

E allora mi domando: perché sento comunque il bisogno di aprire una pagina bianca?

Forse scrivere non significa necessariamente avere qualcosa da dire. Forse qualche volta significa semplicemente mettersi in ascolto e aspettare che sia il pensiero a decidere dove andare. È un po’ come partire in moto senza avere fretta di raggiungere una destinazione. La strada esiste comunque. E forse anche questa pagina.

Una banana vale più di una carezza?

Un quesito apparentemente assurdo, forse persino incomprensibile, potrebbe invece assumere un significato filosofico-nutrizionale.

La banana contiene potassio. È dolce. Ha persino una forma rassicurante. In fondo potrei sentirla come una carezza. Se ne avessi una stanotte, con questa bocca amara come il fiele, probabilmente la mangerei volentieri. Ma non ce l’ho. E allora ricorro a una buona lavata di denti e a uno sciacquo col collutorio. Ed eccoci qua.

Dalla banana all’igiene dentale.

Abbiamo già spaziato tra alimentazione, filosofia, affettività e odontoiatria. Considerando che cinque minuti fa non sapevo assolutamente cosa scrivere, direi che è già tanta roba. Ma rimane irrisolto il quesito iniziale: una banana vale più di una carezza? Dipende. La banana nutre. La carezza no. La banana contiene potassio. La carezza, che io sappia, ne è completamente sprovvista.

Ma quando hai bisogno di una carezza, puoi mangiare anche un casco intero di banane e continuare ad avere esattamente fame della stessa cosa. E allora forse abbiamo trovato la prima cazzata filosofica della notte: non tutto ciò che ci nutre si mangia.

Il bicchiere e il baobab

Un bicchiere può essere assimilato a un baobab? Apparentemente no. Ma in fondo potrebbe esserlo. Se osserviamo la questione in prospettiva, il baobab è un albero ed è di legno. Il bicchiere è cilindrico ed è di vetro. Ecco l’associazione evidente.

Non la comprendete? Ovvio. Non avete fantasia. La fantasia spazia. Il baobab no. Il baobab sta lì. Piantato per terra. Può vivere centinaia, persino migliaia di anni, ma sempre lì deve stare. Una vita lunghissima trascorsa sostanzialmente nello stesso posto. Il bicchiere invece viaggia. Passa dalla credenza alla tavola, dalla tavola al lavandino, dal lavandino nuovamente alla credenza. Nei casi più fortunati arriva persino sul comodino.

Il bicchiere ha una vita sociale. Il baobab conosce altri baobab, ma difficilmente può dire: “Stasera esco con un paio di querce.”  Il bicchiere invece frequenta bottiglie, piatti, posate, tovaglioli. Ogni tanto incontra persino una banana. Ed eccoci tornati al punto di partenza. La banana. Vedete?

La fantasia non procede in linea retta. Fa dei giri immensi per tornare esattamente dove cazzo le pare. Il baobab non ha fantasia. Il bicchiere sì. Questa è la differenza. O forse nemmeno il bicchiere ce l’ha e sono io, alle tre di notte, che sto attribuendo una vita interiore alla cristalleria dell’albergo. Anche questa è una possibilità. Ma sarebbe molto meno divertente.

Il cinghiale e la medusa

Il cinghiale è un lontano parente della medusa. Assolutamente sì.  Le meduse, un tempo, avevano le zampe. Sei, per l’esattezza.

Erano fatte di carne e ossa e conducevano un’esistenza assolutamente normale finché un giorno passò la L’Oréal e decise di trasformarle in gel urticante per capelli. Fu una tragedia. Soprattutto per i calvi. Molti, convinti che si trattasse dell’ennesima crema miracolosa per la ricrescita dei capelli, cominciarono a spalmarsele direttamente sulla testa.

I risultati furono devastanti. Sulle spiagge cominciarono ad apparire cristoni con strane protuberanze pruriginose sul cranio che correvano avanti e indietro grattandosi come gibboni. Qualcuno sosteneva: «Sta funzionando! Sento pizzicare!» Non stavano crescendo i capelli. Era la medusa. L’industria cosmetica cercò immediatamente di correre ai ripari cambiando lo slogan: Perché voi valete. La vostra cute un po’ meno. Ma rimane irrisolta la questione scientifica fondamentale. Cosa c’entra tutto questo con il cinghiale? Assolutamente niente.

Ed è proprio questa la prova definitiva della loro parentela. Perché ormai la notte ci ha insegnato una cosa fondamentale: se cerchi abbastanza a lungo un collegamento tra due cose che non c’entrano un cazzo l’una con l’altra, prima o poi lo trovi.

E se non lo trovi, lo inventi. Si chiama fantasia. Oppure sono semplicemente le tre del mattino. 😄

 La saggezza dei proverbi

E poi chi l’ha detto che i proverbi abbiano necessariamente radici antiche e profonde? Prendiamone uno famosissimo:

«Al contadino non far sapere quanto è buono il cacio con le pere.»

Io ho provato a dirglielo. Mi ha mandato affanculo seduta stante. Mi ha guardato come se fossi un cretino e mi ha risposto: «Fatti i cazzi tuoi. A me fanno cagare sia il cacio che le pere.» Fine del proverbio. Secoli di tradizione popolare cancellati in sette secondi. E devo ammettere che il contadino aveva anche una sua logica. Perché nessuno si è mai chiesto se questo pover’uomo **volesse davvero mangiare il cacio con le pere**.

Glielo abbiamo imposto noi. Generazioni intere a nascondergli questa informazione fondamentale. Famiglie che si tramandavano il segreto. Nonni sul letto di morte che chiamavano i nipoti: «Avvicinati… devo dirti una cosa… ma non farla sapere al contadino…» «Cosa, nonno?» **«Il cacio… con le pere…»** E moriva. Il contadino, nel frattempo, magari preferiva una carbonara. Ed ecco un’altra grande conquista di questa notte senza argomento: anche la saggezza popolare dovrebbe ogni tanto chiedere il consenso dell’interessato.

Perché magari abbiamo passato cinquecento anni a non far sapere qualcosa a uno che **non gliene fregava un cazzo.** 😄

 La saggezza popolare? Mah…

A questo punto della notte mi è venuto un altro dubbio. Ma siamo proprio sicuri che i proverbi rappresentino la saggezza popolare?

Perché rileggendone alcuni comincio ad avere seri dubbi. Can che abbaia non morde.Io vorrei sapere chi è quel testa di cazzo che ha coniato questo proverbio. Mi sono sempre fidato dei cani che abbaiavano e ho preso più morsi sul culo io che altro. Gallina vecchia fa buon brodo.

Una cagata pazzesca. Ho provato. Sapeva di rancido. Una rondine non fa primavera. Altra cazzata. La fa eccome. E vola pure di primavera. Quindi? Ride bene chi ride ultimo. No. Ride bene chi ride per primo. L’ultimo magari non ha capito la battuta. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. E qui vorrei sapere: che cazzo di vizi ha il lupo?** Gioca alle slot? Beve? Fuma? Torna a casa tardi? Tradisce la lupa?

Perché sono secoli che sputtaniamo questo povero animale senza aver mai specificato quale sia il vizio. L’erba del vicino è sempre più verde. Dipende. Se se la fumamo ed è bona, certo che la vedi più verde. Morto un papa se ne fa un altro.** Grazie ar cazzo. Vorrei vedè come famo senza Papa. Chi va piano va sano e va lontano. Arigrazie ar cazzo. Se vai piano, per forza ci metti de più. Chi dorme non piglia pesci.**

Sempre appartenente alla prestigiosa collana:*Le grandi ovvietà dell’umanità. Vorrei vedere uno che mentre dorme tira su una spigola. Il mattino ha l’oro in bocca In che senso Famme capì. Perché a me la mattina, più che l’oro in bocca, **me rode er culo**. Quindi evidentemente frequentiamo mattine diverse. Chi trova un amico trova un tesoro. E io che non c’ho trovato nessuno? Ho trovato un par de cojoni? Non tutte le ciambelle riescono col buco. Questa me la devi spiegà bene. Perché quando l’hai scritta secondo me **stavi fatto**.

Se non c’ha il buco non è una ciambella. Hai fatto un dolce. Hai sbagliato ricetta. Non trasformare un errore di pasticceria in filosofia.

Rosso di sera, bel tempo si spera. Oggi piove. Fatte ‘na vagonata de cazzi vostra. Paese che vai, usanza che trovi.  Boh. Valla a capì. Anche perché se vado in un paese e trovo esattamente le stesse usanze del mio che faccio?  Chiedo il rimborso del viaggio?

E dopo questa analisi scientifica credo di poter affermare che molti proverbi non contengano necessariamente una grande verità.

Probabilmente, qualche secolo fa, **uno diceva una cazzata, quello accanto annuiva e il terzo la tramandava ai figli.** Dopo quattro generazioni diventava saggezza popolare. Oggi sarebbe diventata virale. In fondo non siamo cambiati poi tanto.

Abbiamo soltanto sostituito il proverbio con il post.** 😄

E allora me lo invento io

Dopo aver analizzato secoli di proverbi, sono arrivato alla conclusione che posso tranquillamente inventarmene uno anch’io.

Anzi, eccolo: «Se te rode er culo, grattatelo che è mejo.» Breve. Diretto. Comprensibile. Non coinvolge contadini, cacio, pere, galline, rondini, lupi o cani che dovrebbero abbaiare senza mordere. E soprattutto contiene una verità difficilmente contestabile. Se applicato metaforicamente alla vita, poi, diventa addirittura filosofia: se qualcosa ti dà fastidio, invece di passare il tempo a lamentarti, fai qualcosa per risolverla.

E improvvisamente mi accorgo di aver fatto esattamente quello che stavo prendendo per il culo da mezz’ora: ho inventato un proverbio.

Adesso manca soltanto che qualcuno lo ripeta. Poi un altro lo tramandi. Tra cinquecento anni qualche studioso ne cercherà le origini e scriverà: «Antico detto popolare romano di autore incerto, probabilmente risalente agli inizi del XXI secolo.» No.

Mettiamo subito le cose in chiaro. L’autore sono io. Ero in albergo. Era notte. Non sapevo che cazzo scrivere. E così nacque la saggezza. 😄

1 Risposta
  1. Carola

    Leggendoti mi è tornato in mente il mio ultimo trasloco. Avevo cartoni ovunque e, non riuscendo a trovare il phon, per asciugarmi i capelli utilizzai una piccola stufetta.

    Da quel momento cominciai a guardare gli oggetti con occhi diversi, quasi possedessero una presenza e una vita interiore, come accade nei cartoni animati.

    Forse la fantasia non segue una linea retta e nemmeno una logica. Trova però la propria risonanza nell’immaginazione, che viaggia libera, attraversata ogni volta da particelle di luce diverse.

    Così un bicchiere può incontrare un baobab e una piccola stufa può improvvisarsi phon. E, all’improvviso, anche le cose più comuni cominciano a raccontare.

    Anche la poesia non segue una logica e talvolta ci stupisce per la sua imprevedibilità.

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