Dalla Vespa 50 Special alla BMW K1600GT, le moto che hanno accompagnato una vita di passione, libertà e viaggi su due ruote.

Dalla Vespa alla K1600: una vita su due ruote

Tutto ebbe inizio a quattordici anni

Tutto ebbe inizio al compimento dei miei quattordici anni quando, per sfinimento, riuscii finalmente a convincere mia madre a comprarmi la mia prima Vespa 50 Special bianca.

Ero felicissimo. Naturalmente non potevo accontentarmi di averla così com’era.

Praticamente subito cominciai a metterci le mani: modifiche al carburatore, scarico Pinasco e tutto quello che poteva servire per guadagnare almeno una decina di chilometri orari.

Dieci chilometri all’ora che oggi fanno sorridere, ma che a quattordici anni sembravano la differenza tra possedere una Vespa e pilotare un missile.

Ero uno dei primi tra i miei amici ad avere quel mezzo e, soprattutto, per la prima volta nella mia vita mi sentivo indipendente. Quella Vespa non serviva semplicemente per spostarmi. Era libertà.

Potevo uscire con gli amici, raggiungere le varie comitive che frequentavo in giro per Roma, dalla Balduina ai Parioli, e naturalmente potevo portare dietro di me le mie prime ragazze.

A quattordici anni non avevo ancora idea di cosa sarebbe diventata per me, molti anni dopo, la passione per le due ruote. Sapevo soltanto che girando quella manopola potevo andare. E questo mi bastava.

Dopo la Vespa arrivò il Boxer, motorino monomarcia con variatore, e successivamente il Moto Morini 50 ZZ Corsarino. Quello era un’altra cosa.

Un piccolo gioiello della meccanica, con il suo motore quattro tempi, e soprattutto andava veramente forte per essere un cinquantino.

Talmente forte che con quel piccolo Moto Morini affrontavo tranquillamente anche la Roma-Sabaudia, percorrendo la vecchia Pontina, allora una strada trafficata a due corsie.

Ripensandoci oggi mi viene quasi da sorridere. Oggi parto con moto enormi, tecnologia, navigazione, valigie, abbigliamento tecnico e tutto quello che serve per affrontare centinaia o migliaia di chilometri.

Allora avevo un cinquantino, quattordici o quindici anni e probabilmente una percezione del pericolo decisamente più elastica. E partivo. Sono ricordi memorabili quelli che riaffiorano pensando agli anni della mia adolescenza. Perché quelle non erano ancora le grandi moto della mia vita.

Erano qualcosa di forse ancora più importante. Erano le prime. Ed erano loro che, senza che potessi ancora saperlo, stavano facendo nascere una passione che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Ora andrei avanti esattamente in ordine cronologico. Dopo il Corsarino cosa arrivò?

DOVETTERO PASSARE MOLTI ANNI

Dal Corsarino alle moto di grande cilindrata dovettero passare molti anni.

La passione per i motori non era certamente scomparsa, ma nel frattempo si era spostata sulle automobili. Le due ruote rimasero per molto tempo un ricordo della mia adolescenza, qualcosa che apparteneva a un Alessandro diverso. Poi tornarono. E quando tornarono non lo fecero certamente in punta di piedi.

La prima vera moto che acquistai fu una BMW R 1200 RT grigia, usata, con appena 11.000 chilometri.

La trovai attraverso un inserzionista che abitava in provincia di Padova e che, curiosamente, sarebbe poi diventato anche un mio amico.

Passare da quei lontanissimi cinquantini a una BMW di quella stazza avrebbe potuto intimorirmi.

Invece non fu particolarmente difficile.

Mi adattai abbastanza rapidamente al peso, alla potenza, alla trasmissione cardanica e a tutte quelle caratteristiche che rendevano così particolare il motore boxer BMW. Cominciai a viaggiare.

Monaco di Baviera, le colline bavaresi, i passi alpini, le Dolomiti e tante altre destinazioni che ancora oggi ricordo perfettamente.

La moto stava assumendo un significato completamente diverso rispetto a quello della Vespa. A quattordici anni mi aveva regalato l’indipendenza. Adesso mi regalava il viaggio. C’era però un problema non trascurabile. Io.

All’epoca superavo abbondantemente i 120 chili e questo rendeva la postura di guida e alcuni movimenti sulla moto decisamente più complessi. Ma me la cavavo comunque molto bene. E soprattutto imparavo. Ricordo ancora gli insegnamenti di mio fratello Stefano sui tornanti. “Non guardare dove hai paura di andare. Guarda dentro la curva.”

Mi insegnava a rivolgere lo sguardo verso l’interno, lasciare che la moto scendesse naturalmente in piega e poi accompagnarla con gli occhi verso la direzione d’uscita. Una lezione apparentemente tecnica che, con il tempo, è diventata quasi istintiva.

Perché una delle prime cose che impari veramente andando in moto è che molto spesso la moto va proprio dove stai guardando. Se guardi l’ostacolo, ti avvicini all’ostacolo. Se guardi l’uscita dalla curva, cominci già a costruire la strada per uscirne. E forse, ripensandoci oggi, dentro quella semplice lezione di guida c’era già qualcosa che sarebbe diventato parte del mio modo di viaggiare.

Non fissare ciò che ti spaventa. Guarda dove vuoi andare. E vai.

IL SALTO ALLA K1600GT

Ma il top di gamma, almeno per quello che cercavo io in una moto, arrivò quando acquistai la mia prima BMW K1600GT. E lì cambiò tutto. Non era soltanto una grande moto da viaggio.

Era una moto dalle prestazioni eccezionali, capace di avere due anime apparentemente incompatibili: quella della grande stradale, comoda e costruita per macinare chilometri, e quella decisamente più grintosa e sportiva che poteva venir fuori quando decidevi di cambiare passo.

I diversi assetti e le modalità di guida ne modificavano profondamente il carattere. In Road diventava docile, progressiva, perfetta per viaggiare. In Rain trasmetteva sicurezza quando l’asfalto e le condizioni meteorologiche suggerivano maggiore prudenza. Poi c’era Dynamic.E lì il mammut si incazzava.

Perché vista da ferma, con quelle dimensioni e le grandi borse laterali, qualcuno poteva tranquillamente pensare di trovarsi davanti a una specie di transatlantico BMW su due ruote.

Errore.Me ne sono accorto parecchie volte incontrando ragazzi con Ducati Multistrada, Ninja e altre moto decisamente più aggressive nell’aspetto. Probabilmente mi guardavano e pensavano: “Adesso superiamo il signore col mammut.” Qualche curva dopo il mammut non c’era più. Li avevo seminati.

E la cosa più divertente accadeva quando poi rallentavo o ci ritrovavamo insieme qualche chilometro più avanti. Si accostavano. Guardavano la moto. Guardavano me. Poi di nuovo la moto.Erano incuriositi da quel bolide enorme che magari non avevano mai visto andare in quel modo. Ed io, lo confesso, godevo come un matto.

Non per la competizione in sé. Non ho mai considerato la strada una pista e non mi interessa dimostrare a qualcuno chi sia più veloce. Mi divertiva soprattutto l’equivoco. L’idea che una moto grande, pesante, equipaggiata per viaggiare e apparentemente paciosa potesse trasformarsi, quando serviva, in qualcosa di completamente diverso.

In fondo era proprio questo che mi aveva fatto innamorare della K1600GT.Non dovevo scegliere tra viaggiare e divertirmi. Potevo fare entrambe le cose con la stessa moto.

Potevo attraversare mezza Europa con bagagli e borse laterali, arrivare a destinazione dopo centinaia di chilometri e, nel mezzo, trovare una bella strada piena di curve, selezionare Dynamic e ricordarmi improvvisamente che sotto di me non avevo soltanto una granturismo. Avevo sei cilindri pronti a ricordarmelo.

E forse proprio con la K ho cominciato a capire quale fosse davvero la mia idea di motocicletta: non il mezzo per arrivare. Il piacere di tutto quello che succede mentre ci stai andando.

Nel 2022, a causa di un banale incidente in città, arrivò il momento di cambiare nuovamente moto.

Curiosamente, proprio in quel periodo avevo terminato di pagare le rate del finanziamento della mia K1600GT.

Quale occasione migliore? Decisi di acquistarne un’altra.

Ma questa volta era arrivata la nuova generazione, con il grande quadro TFT digitale da 10,25 pollici che sostituiva la precedente strumentazione, nuove funzioni, quattro tasti programmabili per accedere rapidamente ai servizi che utilizzavo maggiormente e il nuovo sistema di illuminazione Full LED con luce adattiva in curva. BMW Motorrad

Era sempre lei. Ma era diventata ancora più tecnologica, completa e, per il mio modo di intendere il viaggio in moto, difficilmente eguagliabile.

Ed è forse questa la ragione per cui, quando penso alla moto che potrebbe sostituirla, continuo inevitabilmente a pensare a un’altra K1600GT. Cambiare moto senza cambiare moto.

Oggi sto infatti pensando alla versione 2027.

E qui posso finalmente sciogliere il dubbio che avevo mentre scrivevo questo articolo: BMW ha già presentato ufficialmente il Model Year 2027 e la K1600GT rimane regolarmente in gamma. La novità più evidente è la Style Edition II nella nuova colorazione Imperial Blue metallic, con badge “K 1600 Edition”, sella nera e gialla e dettagli gialli sui cerchi. Non si tratta quindi, almeno per quanto BMW ha annunciato finora, di una K1600 completamente nuova, ma dell’evoluzione dell’attuale generazione. ([BMW Group PressClub][2])

E soprattutto: mentre sto scrivendo queste righe, nell’agosto 2026, sul sito italiano BMW compare già il pulsante “Configura ora”. Quindi il problema non è più sapere quando uscirà.

Il problema, conoscendomi, sarà evitare di entrare in concessionaria.

FINCHÉ AVRÒ GAMBE E MANICO

Questa mia passione credo continuerà fino a quando avrò gambe e manico sufficienti per stare in sella.

Non so quando arriverà quel giorno e, sinceramente, non ho nessuna fretta di scoprirlo.

Continuerò a viaggiare finché mi sentirò sicuro, finché avrò la forza per governare una moto importante e soprattutto finché salirci sopra continuerà a regalarmi quella sensazione che conosco da quando avevo quattordici anni.

Poi, un giorno, inevitabilmente, arriverà il momento in cui non sarà più possibile. E allora farò una cosa che ho già deciso. Non venderò la mia moto. Rimarrà con me.

La terrò in garage come una reliquia, ma una reliquia viva. La curerò, la terrò pulita, lucida, perfetta, magari ogni tanto mi siederò accanto a lei e ripenserò alle strade che abbiamo percorso insieme. Perché a quel punto non sarà più soltanto una motocicletta. Sarà diventata il contenitore dei miei ricordi.

Dentro quelle borse laterali che un giorno hanno fatto sorridere qualche ragazzetto convinto di poter seminare il mammut ci saranno idealmente migliaia di chilometri, montagne, passi alpini, autostrade, pioggia, sole, caldo, freddo, alberghi, partenze all’alba e rientri a casa.

Ci saranno persone incontrate lungo la strada. Ci saranno viaggi che ricorderò perfettamente e altri dei quali magari avrò dimenticato qualche particolare. Ma soprattutto ci sarò io. Il ragazzo della Vespa 50 Special bianca. Quello del Boxer. Del Corsarino. Della prima RT. Della prima K1600GT.

E l’uomo che sono diventato continuando a viaggiare. Forse è proprio questo che ho capito scrivendo questo articolo. Le moto sono cambiate. Io sono cambiato.

Ma quella sensazione provata a quattordici anni quando per la prima volta potevo decidere autonomamente dove andare non è mai cambiata. Si chiama libertà.

E quando un giorno non potrò più girare la chiave e partire, mi basterà guardare quella moto nel garage per sapere che quella libertà l’ho vissuta davvero. Fino in fondo. E quella moto non la venderò mai. Perché certe compagne di viaggio, quando il viaggio finisce, non si vendono.

Si ringraziano. E si tengono accanto.

Buona strada amici Bikers.

 

 

4 Risposte
  1. Carola

    Il mio sogno, invece, me lo hanno rubato.

    Avevo appena compiuto quattordici anni quando mio padre mi regalò una bellissima Vespa 50 nuova. Quel sogno durò soltanto sei mesi: me la rubarono davanti all’ingresso della scuola, a Piazza Cavour, proprio dove oggi c’è il presidio della Polizia.

    Dopo qualche tempo presi la Vespa di mia sorella Alessandra, perché nostro padre le aveva comprato una Volkswagen Golf.

    Ricordo ancora il primo giorno in cui guidai la mia Vespa. Nessuno mi aveva spiegato granché e così mi misi in sella emozionata come non mai. Arrivata in via Nazionale, un vigile fischiò e tutti si fermarono. Mi fermai anch’io ma, da ferma, cominciai lentamente a scivolare verso destra… finché mi ritrovai a terra!

    Il vigile mi aiutò a rialzarmi per ripartire subito dopo. Ancora ci rido, sembra surreale quella perdita di equilibrio. Forse fa parte del sogno.

Lascia un commento