BMW Motorrad Summer Tour Austria

Ci sono viaggi che si preparano con una valigia. Altri con una cartina. Questo no. Questo viaggio è iniziato molti mesi prima di accendere il motore.

È nato nei miei pensieri, nelle sere trascorse davanti al computer a studiare itinerari, passi alpini, piccoli paesi e strade secondarie. È cresciuto giorno dopo giorno, alimentato da quella voglia di partire che ogni motociclista conosce bene.

Per me la moto non è mai stata un mezzo di trasporto.È uno stato mentale. È il luogo dove ritrovo me stesso.

È il tempo che rallenta. È il silenzio che finalmente torna a parlare. L’Austria rappresentava da tempo una meta che desideravo vivere con calma, senza l’ossessione dei chilometri e senza la necessità di dimostrare qualcosa.

Nessuna impresa. Nessuna sfida. Solo il piacere di guidare. Di respirare l’aria fresca dei passi alpini. Di fermarmi davanti a un lago. Di bere un caffè osservando le montagne. Di parlare con persone che probabilmente non rivedrò mai più.

Perché il viaggio più bello è quello che non lascia soltanto fotografie. Lascia un cambiamento. Negli ultimi anni il mio modo di andare in moto è cambiato profondamente. Un tempo ero più concentrato sulla destinazione.Oggi mi interessa soprattutto il percorso. Ogni curva racconta qualcosa. Ogni sosta diventa un ricordo. Ogni chilometro è una pagina che si aggiunge al diario della mia vita.

Questo viaggio arriva in un momento particolare della mia esistenza. Dopo mesi intensi, difficili e profondamente trasformativi. La salute mi ha costretto a fermarmi. A guardarmi dentro. A cambiare abitudini. A riscoprire il valore del tempo. Forse è proprio per questo che oggi vivo la moto in modo diverso.

Non come una fuga. Ma come un ritorno. Un ritorno a quella parte di me che il vento, il rumore del motore e l’orizzonte riescono ancora a far emergere. La BMW che mi accompagnerà lungo queste strade non sarà soltanto una compagna di viaggio.

Sarà il luogo dove continuerò quel dialogo con me stesso iniziato molto tempo fa. Ogni mattina, quando indosserò il casco, chiuderò fuori il rumore del mondo. E ogni sera, togliendolo, porterò con me qualcosa in più. Un panorama. Un incontro. Una riflessione. O forse soltanto un sorriso.

Perché è questo il vero significato del viaggio. Non arrivare. Ma tornare a casa leggermente diversi da come si era partiti. Benvenuti a bordo. Il motore è acceso. L’Austria ci aspetta.

Mi piace molto l’impostazione perché non stai raccontando solo il viaggio, ma il **rituale della partenza**, che ogni motociclista conosce bene. Ho soltanto dato più ritmo al testo e corretto qualche ripetizione.

Il viaggio è cominciato lunedì 29 luglio.

Avevo già preparato accuratamente i bagagli. È un rito che ogni volta mi fa entrare lentamente in modalità **Biker**. Tutto inizia con il primo capo di abbigliamento riposto nelle valigie, seguendo un criterio quasi scientifico. Ogni oggetto ha il suo posto preciso. Non è soltanto una questione di ordine, ma soprattutto di sicurezza.

Distribuire correttamente il peso del carico è fondamentale per mantenere la stabilità della moto. È un aspetto che ogni motociclista dovrebbe conoscere e rispettare. Un bagaglio sbilanciato può modificare il comportamento della moto in curva, influire sulla traiettoria e aumentare sensibilmente il rischio di incidenti.

Le due valigie laterali, il top case, lo zainetto: ogni spazio viene sfruttato nel migliore dei modi. È un piccolo esercizio di equilibrio che si ripete identico prima di ogni grande partenza.

Terminata la preparazione, sono sceso nel box. Con calma ho sistemato tutto sulla moto e, come sempre, ho ricontrollato la mia **check-list**. Abbigliamento tecnico. Antipioggia. Kit di riparazione pneumatici. Compressore portatile. Olio motore di scorta. Attrezzatura essenziale. Kit di primo soccorso. Sistema Wi-Fi per il collegamento delle telecamere. Ogni particolare era al suo posto. Solo allora ho inserito la chiave, acceso il quadro strumenti e premuto il pulsante di avviamento.

Il sei cilindri della mia BMW ha preso vita con il suo inconfondibile suono pieno e rassicurante. Sono uscito lentamente dal cortile di casa. Ho abbassato la visiera del casco. Ed è stato proprio in quell’istante che tutto il resto è rimasto fuori. Mi piace paragonarlo alla **modalità aereo** di uno smartphone. Da quel momento il telefono continua ad esistere, ma smette di disturbarti.

Accade la stessa cosa quando viaggio in moto. Le preoccupazioni restano a terra. Gli impegni si fermano. I problemi aspettano il mio ritorno. Esistono soltanto la strada, il motore e il paesaggio.

Ho raggiunto mio fratello Stefano, compagno di viaggio anche in questa avventura, e insieme abbiamo imboccato la strada verso il Passo della Raticosa, prima tappa del nostro tour.

Qui abbiamo trascorso la notte in un grazioso Bed & Breakfast, piccolo ma estremamente accogliente, dotato di tutti i comfort. Era la sosta ideale prima di affrontare la vera partenza.

La mattina seguente, dopo una ricca colazione, il viaggio è entrato finalmente nel vivo.

L’obiettivo era raggiungere l’Austria e, in particolare, Sankt Jakob in Defereggen, il piccolo centro alpino che sarebbe diventato la nostra base per esplorare alcune delle strade più belle delle Alpi austriache.

Il motore era caldo. La strada ci stava aspettando.

E la sensazione era quella che provo ogni volta che inizia un viaggio importante: la certezza che, al ritorno, qualcosa dentro di me sarebbe cambiato.

Dopo aver percorso l’intera Autostrada del Sole fino a **Bressanone**, abbiamo lasciato l’autostrada per imboccare la splendida **Strada Statale della Val Pusteria**. Il paesaggio iniziava lentamente a cambiare. Le montagne si facevano sempre più imponenti, l’aria più fresca e il traffico lasciava spazio al piacere della guida.

Una deviazione ci ha condotti verso il magnifico **Lago di Anterselva**, uno specchio d’acqua alpino immerso nel verde, meta irrinunciabile per moltissimi motociclisti provenienti da tutta Europa. Una breve sosta per qualche fotografia e poi di nuovo in sella, direzione **Passo Stalle (Staller Sattel)**, il valico che collega l’Alto Adige all’Austria.

Il Passo Stalle ha una particolarità che lo rende unico. L’ultimo tratto, molto stretto, è regolato da un impianto semaforico a senso unico alternato. Il traffico viene autorizzato in una sola direzione per volta e questo comporta inevitabilmente qualche attesa.

Quando siamo arrivati il semaforo era rosso. Ci aspettavano circa quaranta minuti. Un tempo che, anziché diventare una perdita, si è trasformato in uno dei ricordi più piacevoli dell’intero viaggio. Accanto a noi si è fermato un motociclista tedesco. La sua moto ha immediatamente attirato la mia attenzione.

Era una splendida **Laverda 750 del 1975**, conservata in maniera impeccabile. Il serbatoio, color ruggine metallizzato, sembrava appena uscito dalla fabbrica di Breganze. Le cromature brillavano sotto il sole di montagna e ogni particolare raccontava la passione e la cura di chi la custodiva da tanti anni.

Non era semplicemente una motocicletta. Era un pezzo di storia del motociclismo italiano. Abbiamo iniziato a parlare. L’inglese, qualche parola in tedesco, qualche sorriso e il linguaggio universale dei motociclisti sono stati più che sufficienti per comprenderci.

Mi raccontava della sua Laverda con l’orgoglio di chi non possiede soltanto un mezzo meccanico, ma un compagno di vita. Quando finalmente il semaforo è diventato verde, siamo partiti insieme.

Per alcuni chilometri abbiamo condiviso la stessa strada.

Le nostre BMW disponevano di una potenza decisamente superiore, ma ben presto mi sono reso conto che, su un passo di montagna, i cavalli non sono tutto.

Quel signore guidava con una naturalezza disarmante. Ogni curva era pulita. Ogni tornante perfetto. Ogni traiettoria disegnata con la precisione che soltanto decenni di esperienza possono regalare.

La vecchia Laverda, con il suo caratteristico rombo metallico e gli scoppiettii in rilascio, sembrava quasi ringiovanire tra una curva e l’altra. Era come se mi ricordasse una grande verità che ogni motociclista dovrebbe portare con sé. **La velocità impressiona.** **L’esperienza emoziona.** Dopo qualche chilometro le nostre strade si sono divise. Ci siamo salutati con un cenno della mano. Probabilmente non ci rivedremo mai più.

Ma questo è uno dei privilegi del viaggio in moto. A volte bastano quaranta minuti di attesa davanti a un semaforo e pochi chilometri percorsi insieme per lasciare un ricordo destinato a durare molto più a lungo di tante parole.

Nel tardo pomeriggio abbiamo finalmente raggiunto **Sankt Jakob in Defereggen**, il piccolo paese che sarebbe diventato la nostra base per i giorni successivi.L’albergo si trovava proprio di fronte all’antico campanile del paese.

Ad accoglierci non c’era soltanto il personale dell’hotel, ma il suono lento e rassicurante delle campane della sera, quasi sapessero che due motociclisti avevano appena concluso una lunga giornata di viaggio.

Quei rintocchi hanno dato il benvenuto a modo loro, accompagnati da un tramonto semplicemente magnifico. Il cielo si colorava di sfumature arancioni e rosa, mentre le montagne iniziavano lentamente a scomparire nell’ombra della sera.

Sono quei piccoli dettagli che rimangono impressi nella memoria molto più di tante fotografie.

Il tempo di sistemare i bagagli in camera, concederci una doccia rigenerante e siamo scesi nel ristorante dell’albergo.

La cucina locale ci ha accolti con una gustosa zuppa preparata secondo la tradizione della valle, seguita da della frutta fresca che ha concluso una cena semplice ma autentica, proprio come piace a me dopo una lunga giornata trascorsa in sella.

Il corpo iniziava a chiedere il conto dei chilometri percorsi.La stanchezza era quella bella, quella che non pesa ma appaga.Pochi minuti dopo essere rientrato in camera mi sono sdraiato sul letto.Fuori, il silenzio della montagna era interrotto soltanto dal suono lontano delle campane e dal lieve scorrere del torrente.

Non ricordo nemmeno di aver spento la luce.Sono letteralmente crollato in un sonno profondo, con una sola certezza.Il viaggio era appena cominciato. E il meglio doveva ancora arrivare.

La mattina seguente il sole ci ha dato il buongiorno.

L’obiettivo della giornata era raggiungere **Garmisch-Partenkirchen**, attraversare alcune delle più belle strade alpine della Baviera e proseguire fino a **Füssen**, per ammirare l’omonimo lago immerso in un paesaggio da cartolina.

È stata una giornata meravigliosa. Strade perfette. Curve disegnate nel verde. Boschi fittissimi. Piccoli paesi ordinati come presepi. E, soprattutto, pochissimo traffico. Quelle sono le strade che ogni motociclista sogna di percorrere almeno una volta nella vita. Ogni curva sembrava invitarti ad affrontare la successiva. Ogni sosta regalava un panorama diverso.

Ogni chilometro confermava una sensazione che avevo già provato altre volte. In moto il viaggio non si osserva.

Si vive. Dopo aver trascorso qualche ora tra Garmisch e Füssen, ci siamo fermati sulle rive del lago per qualche fotografia e un momento di relax. Poi abbiamo ripreso la strada del ritorno. Nel frattempo il tempo era cambiato.

Una pioggia intensa aveva avvolto tutta la vallata, costringendoci a rallentare notevolmente. Ormai mancavano pochi metri all’albergo. Pensavo che la giornata fosse ormai conclusa. Ed è proprio in quel momento che è arrivato l’imprevisto.

Entrando lentamente nell’accesso carrabile dell’hotel, con la visibilità ridotta dalla pioggia e l’illuminazione praticamente assente, non mi sono accorto che il bordo della carreggiata presentava un dislivello di circa dieci centimetri rispetto alla strada.

Sono entrato leggermente in diagonale. A una velocità bassissima. Ma è bastato. La moto ha perso l’equilibrio e, senza alcuna possibilità di recuperarla, si è adagiata lentamente sull’asfalto. Sono caduto insieme a lei.

Per rialzarla sono state necessarie ben sei persone. Una scena che ogni motociclista spera di non vivere mai.

Il bilancio, fortunatamente, è stato molto meno grave di quanto avrebbe potuto essere. Ho riportato una forte contusione al piede con un evidente edema sul collo del piede stesso. Il dolore era intenso. Il gonfiore importante. Ma gli accertamenti hanno escluso fratture. In quel momento ho fatto un ragionamento che qualche anno fa probabilmente non avrei fatto.

Invece di arrabbiarmi per la caduta, ho ringraziato il destino. Perché quel tipo di incidente, in condizioni diverse o a una velocità superiore, avrebbe potuto provocare conseguenze ben più serie. Ho pensato a quanto fossi stato fortunato. E questa consapevolezza ha trasformato immediatamente il modo di vivere quell’episodio.

Nei giorni successivi, grazie alle cure, ai farmaci, alle pomate e, probabilmente, anche al buono stato generale di salute ritrovato negli ultimi mesi, il recupero è stato sorprendentemente rapido. Mentre sto scrivendo queste righe il gonfiore si è già notevolmente ridotto. Anche il dolore, giorno dopo giorno, lascia spazio soltanto al ricordo.

Quell’episodio mi ha insegnato ancora una volta che il viaggio non è fatto soltanto di panorami perfetti e fotografie spettacolari. È fatto anche di imprevisti. Di difficoltà. Di piccoli incidenti che, se affrontati con equilibrio, diventano parte del racconto. Perché viaggiare non significa evitare ogni ostacolo. Significa imparare ad attraversarlo senza perdere il piacere di rimettersi in cammino.

Una volta accertato che le mie condizioni non destavano particolari preoccupazioni, ho deciso comunque di sporgere denuncia.

Sul posto è intervenuta una pattuglia della Polizia austriaca che ha gestito tutta la situazione con grande professionalità.

Come previsto dalla procedura, gli agenti mi hanno sottoposto anche all’alcol test. Ho spiegato loro che, essendo affetto da cirrosi metabolica, non assumo bevande alcoliche, ma hanno correttamente seguito il protocollo previsto in questi casi. Naturalmente l’esito è stato negativo.

Successivamente ho chiesto che venissero effettuati rilievi fotografici dell’accesso carrabile e del dislivello che aveva provocato la caduta.

Nella denuncia ho evidenziato quella che, a mio giudizio, rappresentava una vera e propria insidia per i motociclisti: un dislivello di circa dieci centimetri, privo di un’adeguata illuminazione e difficile da percepire nelle ore serali o in condizioni di pioggia intensa.

Gli stessi agenti hanno convenuto che quella situazione meritava attenzione e mi hanno informato che avrebbero trasmesso una relazione agli uffici comunali competenti affinché venisse valutata la messa in sicurezza dell’accesso.

È stato un atteggiamento che ho molto apprezzato.

Non ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un semplice adempimento burocratico, ma a persone realmente interessate a comprendere l’accaduto e, soprattutto, a prevenire che lo stesso incidente potesse capitare ad altri.

Prima di salutarci, uno degli agenti mi ha chiesto il numero di telefono cellulare. Mi spiegò che avrebbe voluto sincerarsi personalmente, nei giorni successivi, delle mie condizioni di salute. Confesso che quel gesto mi ha colpito profondamente. Non era un atto dovuto. Nessuno glielo imponeva. Era semplicemente un gesto di attenzione nei confronti di un turista straniero.

Sono quei piccoli episodi che spesso raccontano molto di più di un Paese di quanto possano fare le guide turistiche. L’ospitalità non si misura soltanto dalla qualità di un albergo o dalla bellezza di un paesaggio. Si riconosce anche da questi comportamenti. Da un agente di polizia che, terminato il proprio servizio, trova il tempo di chiederti semplicemente: **”Come sta oggi?”** Sono convinto che segnalare quella situazione fosse giusto. Non per cercare un responsabile a tutti i costi.

Ma perché la sicurezza stradale riguarda tutti. Se un piccolo intervento potrà evitare che un altro motociclista cada nello stesso punto, allora quella denuncia avrà avuto un senso. E forse, anche questo, fa parte del significato più autentico del viaggio. Non limitarsi ad attraversare i luoghi. Lasciarli, quando possibile, un po’ migliori di come li abbiamo trovati.

Il Nido dell’Aquila: dove la storia incontra il silenzio

Tra tutti gli itinerari percorsi durante questo viaggio ce n’è uno che, più di ogni altro, merita di essere raccontato.

Non soltanto per la straordinaria bellezza del paesaggio, ma per il peso della storia che ancora oggi sembra aleggiare tra quelle montagne.

Sto parlando del **Kehlsteinhaus**, conosciuto in tutto il mondo come il **Nido dell’Aquila** (*Eagle’s Nest*).

Arroccato a 1.834 metri di altitudine, domina dall’alto tutta la valle di Berchtesgaden, in Baviera, a pochi chilometri dal confine austriaco. Ancora oggi raggiungerlo è un’esperienza particolare. Si percorre una strada panoramica costruita negli anni Trenta, un’opera d’ingegneria straordinaria per l’epoca, fatta di tornanti, gallerie scavate nella roccia e pareti a strapiombo. L’ultimo tratto avviene attraverso un lungo tunnel che conduce a uno spettacolare ascensore rivestito in ottone lucidato, capace di portare i visitatori direttamente sulla vetta.

Il panorama che si apre una volta usciti all’esterno è mozzafiato.

Ma è impossibile osservare quelle montagne senza pensare a ciò che rappresentarono tra il 1933 e il 1945.

Il Kehlsteinhaus fu costruito per celebrare il cinquantesimo compleanno di Adolf Hitler e gli venne donato nel 1939 da Martin Bormann, uno dei suoi più stretti collaboratori. Contrariamente a quanto molti immaginano, Hitler frequentò questo edificio solo in rare occasioni: preferiva soggiornare nel vicino Berghof, la sua residenza principale all’Obersalzberg.

Tutta l’area circostante costituiva uno dei centri nevralgici del potere nazista.

Qui sorgevano le abitazioni di Martin Bormann, Hermann Göring e di altri gerarchi del Terzo Reich. Nel sottosuolo venne realizzata una complessa rete di bunker e gallerie che avrebbe dovuto garantire protezione e continuità operativa ai vertici del regime in caso di attacco.

Nella valle sottostante erano presenti strutture militari, posti di controllo e presìdi delle SS che sorvegliavano ogni accesso all’area riservata.

Da questo luogo passarono decisioni che avrebbero segnato la storia del Novecento.

Anche se le principali conferenze militari si svolgevano soprattutto a Berlino e in altri quartieri generali, l’Obersalzberg era un centro strategico di potere politico e operativo. Qui si tenevano incontri riservati con capi di Stato, diplomatici e vertici militari. Qui maturarono molte decisioni che influenzarono il corso della Seconda guerra mondiale.

Nell’aprile del 1945, quando il Terzo Reich era ormai prossimo alla fine, gli Alleati bombardarono pesantemente tutta l’area dell’Obersalzberg. Il Berghof e gran parte degli edifici circostanti vennero gravemente danneggiati o distrutti. Il Kehlsteinhaus, grazie alla sua posizione sulla vetta, riportò invece danni limitati e sopravvisse alla guerra.

Oggi è difficile immaginare che un luogo tanto sereno sia stato teatro di una delle pagine più oscure della storia dell’umanità.

L’edificio è stato completamente recuperato e trasformato in un elegante rifugio panoramico con ristorante, meta di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo. Dalle sue terrazze si gode una vista straordinaria sulle Alpi bavaresi e austriache, mentre all’interno nulla celebra il regime nazista: il luogo è stato restituito alla memoria storica e alla riflessione.

Quello che più mi ha colpito non è stato tanto l’edificio in sé.

È stata la capacità della Germania di affrontare il proprio passato senza nasconderlo. Non cancellarlo. Non glorificarlo. Ma trasformarlo in una testimonianza.

In un luogo dove la storia viene raccontata con rigore, affinché le nuove generazioni comprendano fino a dove possa arrivare l’uomo quando il potere prende il posto della coscienza. Mentre osservavo quel panorama immenso pensavo a un paradosso.

Le montagne sono rimaste identiche. Sono cambiati gli uomini.

Dove un tempo si progettavano guerre, oggi si incontrano famiglie, escursionisti e motociclisti provenienti da ogni parte del mondo. È forse questa la vittoria più bella. La natura continua il suo corso.

La storia resta lì, a ricordarci ciò che è stato. E il silenzio di quelle montagne sembra ripetere, a chiunque sappia ascoltarlo, una sola parola: pace

Leggendo la storia militare del Terzo Reich mi sono posto una domanda che, forse, ogni appassionato di storia dovrebbe porsi.

Hitler era davvero un grande stratega militare?

Oppure la vera forza della macchina bellica tedesca risiedeva nei suoi generali e nello straordinario Stato Maggiore che aveva saputo costruire?

Da ufficiale ho sempre avuto la convinzione che nessun comandante, per quanto brillante, possa vincere una guerra da solo.

La strategia nasce dall’intuizione, ma vive grazie alla competenza di migliaia di uomini che trasformano un ordine in un’azione concreta.

Durante il mio servizio militare ho avuto il privilegio di studiare quella che viene definita **Arte Militare**.

Naturalmente a un livello coerente con il ruolo di giovane ufficiale di complemento, ma sufficiente per comprendere quanto complessa sia la pianificazione di un’operazione.

Ho imparato a comandare un plotone. A pianificare un assalto. A valutare il terreno. A scegliere il momento dell’appiedamento della fanteria meccanizzata. A utilizzare gli sbalzi per avanzare sotto copertura. A superare un campo minato. A organizzare un rastrellamento.

A pianificare un’esfiltrazione dopo il raggiungimento dell’obiettivo.

Dietro ognuna di queste attività esistono procedure rigorose, tempi, coordinamento e responsabilità.

Ma l’esperienza più significativa fu senza dubbio la grande esercitazione che svolgemmo nelle **Murge**, durante quella che rappresentò la più imponente attività addestrativa del mio servizio.

Si trattava di un complesso minore meccanizzato in attacco.

Per chi non conosce la terminologia militare, significa mettere in movimento, in perfetta sincronizzazione, reparti di fanteria trasportati da mezzi blindati, supporti logistici, collegamenti radio, elementi del Genio, armi di accompagnamento e posti comando.

Nulla era lasciato al caso. L’azione iniziava con lo schieramento delle unità e con la raccolta delle informazioni sul terreno. Seguiva l’avanzata dei mezzi corazzati e blindati, mentre la fanteria restava protetta fino al punto stabilito.

Poi arrivava il momento dell’appiedamento. I fanti scendevano rapidamente dai mezzi e proseguivano l’avanzata sfruttando ogni piega del terreno, ogni fossato, ogni elemento naturale capace di offrire copertura.

L’avanzata avveniva per sbalzi. Mentre una squadra si muoveva, l’altra garantiva la copertura di fuoco. Poi i ruoli si invertivano.

Era un movimento continuo, studiato per ridurre al minimo l’esposizione al fuoco nemico.

Quando il terreno lo richiedeva intervenivano gli uomini del Genio, incaricati di aprire varchi nei campi minati o rimuovere gli ostacoli. Solo allora iniziava l’assalto finale verso l’obiettivo.

Una volta conquistata la posizione, iniziava immediatamente il consolidamento e, se previsto dall’ordine operativo, l’esfiltrazione, cioè il ripiegamento ordinato delle forze secondo percorsi già pianificati.

Guardandola oggi potrebbe sembrare soltanto un’esercitazione. In realtà era molto di più.

Era una scuola di responsabilità. Perché un ufficiale impara presto una lezione fondamentale.

Non comanda delle armi. Comanda degli uomini. Ed è una differenza enorme. Forse è proprio per questo che, visitando il Nido dell’Aquila, mi sono tornati in mente quegli anni.

Ho pensato a quanto sia sottile il confine tra il comando e il potere.

Il comandante autentico ascolta i propri collaboratori, valorizza le competenze e si assume la responsabilità delle decisioni.

Quando invece il potere si trasforma in culto della propria infallibilità, anche il più potente degli eserciti può essere condotto verso la sconfitta.

Ed è questa, forse, la più grande lezione che la storia del Novecento continua ancora oggi a insegnarci.

Passeggiando tra quei luoghi, un pensiero ha continuato ad accompagnarmi.

La storia, a volte, cambia direzione per una serie di eventi che sembrano quasi casuali.

Mi sono domandato che cosa sarebbe accaduto se la Germania nazista fosse riuscita a sviluppare per prima la bomba atomica.

Oggi sappiamo che il programma nucleare tedesco, pur affidato a scienziati di altissimo livello come Werner Heisenberg, non riuscì mai a raggiungere l’obiettivo. Nel frattempo, negli Stati Uniti, il Progetto Manhattan portò alla costruzione del primo ordigno nucleare della storia.

Ma immaginare lo scenario opposto fa inevitabilmente riflettere.

Se il Terzo Reich avesse avuto a disposizione un’arma di quella portata, quale sarebbe stato il destino dell’Europa?

La guerra avrebbe preso una direzione completamente diversa?

La libertà di cui oggi godiamo sarebbe mai esistita?

Sono domande alle quali nessuno potrà mai rispondere con certezza. E forse è giusto così.

La storia non si scrive con i “se”.

Ma quei “se” hanno un enorme valore, perché ci ricordano quanto il destino del mondo, in alcuni momenti, sia dipeso da decisioni, intuizioni, errori e coincidenze.

Camminando sul Nido dell’Aquila mi sono reso conto di quanto il confine tra la vittoria e la sconfitta, tra la libertà e la dittatura, sia stato incredibilmente sottile. Bastava poco. Molto poco.

Ed è forse questa la riflessione più importante che mi sono portato a casa. La pace non è un risultato definitivo.

È una conquista che ogni generazione ha il dovere di custodire.

Una pagina bianca davanti alla storia

C’è un particolare che mi ha profondamente colpito visitando i cimiteri militari del Commonwealth War Graves Commission.

Ogni cimitero custodisce, in una piccola teca di pietra perfettamente integrata nel paesaggio, un semplice registro delle visite.

Un libro. Nulla di più. Chiunque può aprirlo. Scrivere una riflessione. Una preghiera. Un pensiero. Una semplice firma. È un gesto di una semplicità disarmante. E forse proprio per questo così potente. Quando l’ho aperto sono rimasto qualche istante in silenzio.

Avevo davanti centinaia di pagine scritte da persone provenienti da ogni parte del mondo.

Lingue diverse. Culture diverse. Religioni diverse. Eppure tutte accomunate dallo stesso sentimento. Il rispetto. Quando è arrivato il mio turno non avevo preparato nulla. Non avevo una frase da copiare. Non avevo una citazione famosa. Ho preso la penna. Ho guardato quel mare di lapidi bianche perfettamente allineate.

E ho scritto una preghiera. È nata in quell’istante. Non la ricordo più. Forse è giusto così. Perché non era importante trovare le parole perfette. Era importante esserci. Lasciare un piccolo segno del mio passaggio.

Un gesto di gratitudine verso uomini che non ho mai conosciuto e che, probabilmente, non avrebbero mai immaginato che, ottant’anni dopo, un motociclista italiano si sarebbe fermato davanti alle loro tombe per dedicare loro un pensiero.

Mentre richiudevo quel registro ho avuto una sensazione molto particolare. Ho pensato che quel libro non raccogliesse semplicemente firme. Raccogliesse memoria. Ogni pagina aggiungeva una voce al silenzio di quel luogo. Ed è forse questo il significato più profondo di quei registri. Ricordarci che la memoria non appartiene soltanto agli storici.

Appartiene a ciascuno di noi.

Perché un uomo continua davvero a vivere finché qualcuno si ferma, pronuncia il suo nome o dedica un pensiero alla sua esistenza. Quel giorno, in quel cimitero, non ho lasciato soltanto una firma. Ho lasciato un grazie. Silenzioso. Profondo. E profondamente sincero.

In quel momento non ero lì come turista. Non ero lì come motociclista. Non ero nemmeno lì come ufficiale in congedo. Ero semplicemente un uomo davanti ad altri uomini che avevano sacrificato tutto. Davanti alla morte, le uniformi cessano di dividere. Rimane soltanto il rispetto.

Prima di lasciare quel luogo ho ripreso in mano la penna.

Sotto quella preghiera, nata spontaneamente davanti a quei giovani soldati che non hanno mai fatto ritorno a casa, ho scritto soltanto tre parole. “Credo e vinco!”

È il motto del mio Battaglione. Tre parole. Semplici. Essenziali. Eppure racchiudono una filosofia di vita che non mi ha mai abbandonato. Molti pensano che i motti militari appartengano esclusivamente al periodo del servizio. Per me non è stato così.

Quelle parole hanno continuato ad accompagnarmi ben oltre la divisa. Le ho portate con me nel lavoro. Nelle scelte difficili. Nei momenti di sconforto. Nelle battaglie personali che la vita, prima o poi, presenta a tutti.

Con il passare degli anni ho scoperto che “Credo e vinco” non significa credere di essere più forti degli altri. Significa credere di poter essere migliori di noi stessi. Ogni giorno. È una conquista interiore. La stessa che mi ha aiutato ad affrontare le prove più difficili degli ultimi anni. La salute. Le paure. Le incertezze. I progetti che sembravano troppo grandi. Le ripartenze.

Ogni volta che il morale tendeva a scendere, quel motto riaffiorava nella mia mente quasi automaticamente. Ed è accaduta una cosa che mi ha profondamente emozionato.

Alcuni dei miei ragazzi, conoscendo il significato che quelle parole hanno per me, quando mi sentivano particolarmente abbattuto non cercavano lunghi discorsi.

Mi guardavano. Sorridevano. E mi urlavano semplicemente:”Credo e vinco!” Era sufficiente.

Quelle tre parole riuscivano a rimettere ordine nei miei pensieri. Mi ricordavano chi ero. Mi ricordavano il giovane ufficiale che avevo imparato a essere.

Mi ricordavano che una battaglia non è persa finché continui a credere nella possibilità di rialzarti. Per questo, davanti a quel registro delle visite, non potevo scegliere parole diverse.

Quel motto appartiene alla mia storia. E, in fondo, continua ancora oggi a indicarmi la direzione. Perché la vittoria più importante non è quella conquistata su un campo di battaglia. È quella conquistata dentro sé stessi. Ogni mattina. Con umiltà. Con perseveranza.

Con la convinzione che il giorno successivo possa essere migliore del precedente. Credo e vinco. Oggi, più che un motto militare, è diventato il mio modo di vivere.

Il Grossglockner: dove il cielo incontra la strada

Ci sono strade che si percorrono.

E ci sono strade che, una volta vissute, continuano a viaggiare dentro di noi. La giornata di ieri è stata una di quelle che ogni motociclista sogna almeno una volta nella vita.

La meta era il Grossglockner Hochalpenstraße, la strada alpina più famosa d’Austria e, per molti, una delle più spettacolari d’Europa.

Fin dalle prime curve si comprende che non si tratta di una semplice strada di montagna. È un’opera d’ingegneria perfettamente integrata nella natura, costruita con un rispetto quasi reverenziale per il paesaggio circostante. Ogni tornante apre una prospettiva diversa.

Ogni salita regala un panorama nuovo. Ogni sosta invita semplicemente a fermarsi, togliersi il casco e osservare. C’è però un particolare che rende ogni salita al Grossglockner diversa dalla precedente. Quella strada l’ho percorsa molte volte nel corso della mia vita. Eppure, ogni volta, è come se fosse la prima.

Potrebbe sembrare un paradosso, ma chi ama davvero la motocicletta sa perfettamente cosa intendo. Le curve sono sempre le stesse.

I tornanti non cambiano. La montagna è immutabile. Eppure cambia il motociclista. Cambia il modo di affrontare la salita. Cambia la sensibilità con cui si entra in curva. Cambiano le emozioni. Ogni volta il Grossglockner riesce a regalarmi sensazioni nuove.

Quest’anno, però, c’era qualcosa di diverso. Negli ultimi mesi il mio corpo è cambiato profondamente.

I chili persi, il miglioramento della forma fisica e il lavoro fatto sulla mia salute hanno modificato anche il mio modo di stare in sella.

L’ho percepito fin dai primi chilometri. La postura è diventata più naturale. Le braccia lavorano con maggiore scioltezza. Le gambe stringono il serbatoio con equilibrio. Il busto segue la moto senza alcuna rigidità.

Sono dettagli che forse passano inosservati a chi non guida una motocicletta, ma che un motociclista avverte immediatamente. Ogni curva diventa più fluida. Ogni piega più armoniosa. Ogni tornante viene affrontato con naturalezza, senza forzature. Non è una questione di velocità. Anzi. È esattamente il contrario. È la sensazione di diventare un tutt’uno con la moto. Di lasciarla scorrere lungo la traiettoria senza mai doverla contrastare.

È difficile spiegare a parole questa sensazione. La moto, quando tutto è in equilibrio, smette quasi di essere una macchina. Diventa il naturale prolungamento del tuo corpo. Mentre salivo verso il ghiacciaio mi sono reso conto che quel cambiamento non riguardava soltanto la guida.

Riguardava me. Ho sorriso dentro il casco.

Perché ho capito che il lavoro fatto negli ultimi anni sulla mia salute, sulla mia mente e sul mio equilibrio interiore stava producendo risultati concreti anche lì, tra quei tornanti. Non stavo semplicemente guidando meglio. Stavo vivendo meglio.

Ed è forse questo il regalo più bello che il Grossglockner mi abbia fatto quest’anno. Mi ha ricordato che ogni conquista interiore, prima o poi, trova il modo di manifestarsi anche nei gesti più semplici. Perfino nel modo in cui si affronta una curva di montagna. Più si sale e più il mondo sembra cambiare. Gli alberi lasciano lentamente spazio ai pascoli d’alta quota. L’aria diventa più fresca.

Il silenzio acquista una profondità che in pianura abbiamo ormai dimenticato.

L’obiettivo della giornata era raggiungere il ghiacciaio del Pasterze, il più esteso delle Alpi Orientali, dominato dalla maestosa presenza del Grossglockner, con i suoi 3.798 metri, la vetta più alta dell’Austria. Arrivati in cima, il panorama lascia senza parole.

Non è soltanto la grandezza della montagna a colpire. È il senso di piccolezza che l’uomo prova davanti a una natura così imponente.

Davanti a quelle pareti di roccia, al ghiaccio che resiste da secoli e al vento che soffia costante, ogni preoccupazione quotidiana sembra perdere improvvisamente importanza. Sono rimasto a lungo in silenzio. Non avevo bisogno di parlare. In certi luoghi le parole rischiano quasi di disturbare. Mi sono limitato a osservare. A respirare. Ad ascoltare.

Ed è proprio in quei momenti che comprendo perché continuo a viaggiare in moto. Non per accumulare chilometri. Non per aggiungere una bandierina sulla carta geografica. Ma per regalarmi istanti come questo. Istanti nei quali il tempo sembra rallentare e l’unica cosa che conta è essere presenti. Il Grossglockner non è soltanto una meta motociclistica. È un’esperienza. Una di quelle che consiglio a ogni appassionato di vivere almeno una volta nella vita. Non per dimostrare di esserci stato. Ma per capire quanto la natura riesca ancora a sorprenderci quando decidiamo di concederle il tempo che merita.

E mentre iniziavo la discesa ho pensato che, in fondo, ogni volta che torno sul Grossglockner non sto semplicemente ripercorrendo una strada. Sto misurando il cammino che, nel frattempo, ho compiuto dentro di me.

La montagna è sempre la stessa. Io, fortunatamente, no.

Dopo tanti chilometri capita che la mente inizi a giocare con ciò che vede. Mentre aspettavamo il semaforo del Passo Stalle, il mio sguardo è stato catturato da un motociclista in tuta BMW, fermo in posa quasi statuaria davanti alla sua moto. Sarà stato il paraschiena particolarmente pronunciato, sarà stata la mia fantasia alimentata dalla stanchezza, ma nella mia mente si è materializzato Actarus, pronto a salire su Goldrake per difendere il passo alpino dagli invasori. Da quel momento non sono più riuscito a guardarlo senza sorridere. Ho riso così tanto che per buona parte del viaggio di ritorno mio fratello continuava a chiedermi cosa ci fosse di tanto divertente. A volte basta un dettaglio, una posa e un pizzico di immaginazione perché un semplice momento di attesa diventi uno dei ricordi più esilaranti di un viaggio.

 

 

Un balcone affacciato sul silenzio

Questa mattina il mio programma è cambiato. Il piede, dopo la caduta dei giorni scorsi, ha deciso lui per me.

Il gonfiore mi ha consigliato prudenza. E così, per la prima volta dall’inizio del viaggio, la moto è rimasta ferma.

Confesso che, inizialmente, la cosa mi ha infastidito. Chi parte per un viaggio in moto non immagina mai di trascorrere un’intera giornata in albergo. Poi mi sono seduto sul balcone della mia camera. Davanti a me soltanto montagne. Boschi. Qualche nuvola che lentamente cambiava forma.

Il suono lontano delle campane. L’aria fresca che saliva dalla valle. Ed è successo qualcosa che, probabilmente, non sarebbe accaduto se fossi partito per l’ennesimo itinerario. Ho smesso di guardare. Ho cominciato a osservare. C’è una differenza enorme. Guardare significa registrare ciò che abbiamo davanti agli occhi. Osservare significa lasciare che quel paesaggio entri lentamente dentro di noi.

Per qualche ora non ho avuto alcuna fretta. Nessun orario da rispettare. Nessun passo alpino da raggiungere. Nessuna meta. Soltanto il tempo. Quello vero. Quello che, nella vita di tutti i giorni, inseguiamo senza riuscire mai ad afferrarlo. Ho capito che anche questo fa parte del viaggio.

Forse, addirittura, è la parte più importante. Perché la moto ci insegna a muoverci. Ma è l’immobilità, qualche volta, a insegnarci davvero chi siamo. Seduto su quel balcone ho lasciato vagare i pensieri. Senza un ordine preciso. Senza cercare conclusioni. Li ho semplicemente accolti.

Come si accolgono gli amici che bussano alla porta dopo tanto tempo. E mentre osservavo le montagne mi è venuta una riflessione. Noi crediamo di attraversare i paesaggi. In realtà sono i paesaggi che, lentamente, attraversano noi. Forse è questo il motivo per cui, tornando a casa, non siamo mai esattamente gli stessi di quando siamo partiti. Ogni viaggio lascia un’impronta. Ogni incontro modifica qualcosa.

Ogni silenzio aggiunge una parola che ancora non conoscevamo. Oggi la mia moto riposa. E, in fondo, riposa anche il motociclista. Ma non si è fermato il viaggio. Ha semplicemente cambiato strada. Oggi corre dentro i miei pensieri.

Seduto su quel balcone ho capito una cosa. L’imprevisto non è il nemico del viaggio. Ne è parte integrante. Ogni motociclista, prima o poi, lo incontra. Può essere una foratura. Un temporale. Una strada chiusa. Una caduta a bassa velocità. Un guasto meccanico. Oppure, come nel mio caso, un piede che ti costringe a rallentare.

La differenza non la fa l’imprevisto. La fa il modo in cui scegli di affrontarlo. Negli anni ho imparato che esistono quattro passaggi fondamentali. Accettarlo. Perché negarlo significa soltanto perdere energie preziose. Prevederlo.

Ogni viaggio porta con sé una quota d’incertezza. Fa parte del gioco e bisogna partire sapendo che qualcosa, prima o poi, non andrà come avevamo immaginato. Assorbirlo.

Senza lasciarsi travolgere dalla rabbia o dalla delusione. Un motociclista non combatte contro la strada. Si adatta ad essa. È la stessa filosofia che dovrebbe accompagnarci nella vita. Trasformarlo in qualcosa di positivo.

Perché ogni contrattempo porta con sé un’opportunità che, nell’immediato, spesso non riusciamo a vedere. Se oggi fossi partito come avevo programmato, probabilmente avrei percorso altri passi alpini. Avrei visto panorami meravigliosi. Ma non avrei avuto il tempo di fermarmi ad ascoltare il silenzio.

Non avrei osservato queste montagne con la calma di chi non deve arrivare da nessuna parte. Non avrei scritto queste righe. E forse questo capitolo non sarebbe mai nato. Alla fine mi sono accorto che il viaggio non aveva rallentato. Aveva semplicemente cambiato velocità. E forse la vita ci insegna proprio questo. Non possiamo decidere tutti gli eventi che ci accadono. Possiamo però decidere con quale atteggiamento viverli. È lì che si misura la nostra libertà.

La moto è una filosofia di vita

Ho sempre pensato che la moto sia molto più di un mezzo di trasporto. Se fosse soltanto questo, sarebbe un oggetto come tanti altri. La moto, invece, è una filosofia di vita.

È una comunità composta da persone molto diverse tra loro ma unite da un linguaggio silenzioso fatto di un saluto con la mano, di un aiuto spontaneo lungo la strada e di un rispetto reciproco che raramente si incontra altrove.

È una comunità strana. Meravigliosa. Spesso romantica. Non è un caso che in italiano si dica **la moto**.  Al femminile. Perché, in fondo, la moto ha qualcosa di profondamente femminile. Va ascoltata. Compresa.

Rispettata. Non ama essere forzata. Quando impari a conoscerla, ti restituisce fiducia. Chi la guida, invece, può essere uomo o donna. La moto rimane sempre lei. Una presenza discreta che ti accompagna senza mai chiederti nulla. Naturalmente ogni motociclista vive questo rapporto in modo diverso. Non esiste un solo modo di andare in moto.

C’è chi cerca la velocità. Chi l’adrenalina. Chi il gruppo. Chi il viaggio. Io, invece, nel tempo ho costruito un modo tutto mio di vivere la motocicletta. La moto è il mio luogo appartato. È il posto dove nascono i miei pensieri. È il mio ufficio viaggiante. Dentro le valigie non porto soltanto l’indispensabile per affrontare un viaggio. Porto il computer. Le telecamere. Le batterie. I microfoni.

L’attrezzatura tecnica necessaria per documentare ciò che vivo. Molti pensano che quando sono in moto io sia in vacanza. In realtà sto vivendo uno dei momenti più creativi del mio lavoro. È lì che nascono molti dei miei articoli. Molte riflessioni. Molti progetti. La moto è il mio studio con le pareti trasparenti.

È il luogo dove riesco a lavorare senza sentire il peso del lavoro. Ed è anche il luogo dove ritrovo una libertà che considero preziosa. La libertà di scegliere. Posso condividere un’immagine sui social nello stesso istante in cui la scatto.

Oppure posso decidere di non pubblicare nulla. Di custodire quel momento soltanto per me. Di lasciarlo maturare. Di trasformarlo, magari qualche giorno dopo, in una pagina del mio blog. Perché il blog è qualcosa di profondamente diverso dai social.

I social mostrano ciò che stai vivendo. Il blog racconta ciò che quel momento ha lasciato dentro di te. È una differenza sostanziale. Le fotografie possono emozionare per qualche secondo.

Le parole, se sono sincere, possono continuare a vivere molto più a lungo. Forse è proprio per questo che continuo a scrivere. Perché non voglio semplicemente mostrare dove sono stato. Voglio raccontare chi sono diventato attraversando quei luoghi. Ed è questa, credo, la libertà più grande che la moto mi abbia mai regalato.

Non soltanto quella di partire. Ma quella di tornare ogni volta con una versione nuova di me stesso. C’è poi un altro aspetto che considero fondamentale. Oggi viviamo in un mondo governato dagli algoritmi. Ci suggeriscono cosa leggere. Cosa guardare. Cosa acquistare. Perfino cosa dovremmo pensare.

Io ho scelto una strada diversa. Non voglio essere figlio di un algoritmo. Tanto meno il suo schiavo. Il mio algoritmo è cerebrale. Nasce dalla mia coscienza. Dalla mia esperienza. Dalle emozioni che provo. Dai silenzi che vivo. Dal vento che entra nel casco. Dall’odore dei prati appena tagliati. Dalla storia dei luoghi che attraverso.

Quando scrivo non seguo strategie. Non rincorro il consenso. Non penso a cosa possa piacere di più. Scrivo di pancia. Le parole arrivano così come nascono. Spontanee. Autentiche. Quasi mai rileggo ciò che ho appena scritto per modificarne il pensiero. Preferisco conservarne la spontaneità.

Una giornata da fermo

L’intera giornata è trascorsa a riposo nella mia camera.

La prima cosa che ho fatto è stata prendermi cura del piede. Ho controllato le medicazioni, verificato che la vescica sierosa non si fosse rotta, applicato la pomata per alleviare il dolore e bendato bene la parte.

Poi ho fatto forse la cosa più difficile per un motociclista in viaggio: sono rimasto fermo.

A letto per buona parte della giornata, evitando di stressare inutilmente l’arto e pensando soprattutto a mettermi nelle condizioni migliori per affrontare senza problemi il viaggio di ritorno. Ma stare fermi non significa necessariamente smettere di viaggiare.

Dalla finestra e dal balcone della mia camera avevo davanti le montagne. È bastato osservarle per accorgermi che anche qui, in un luogo che nell’immaginario associamo immediatamente al fresco, qualcosa sta cambiando.

Alle quote più basse, intorno ai seicento-settecento metri, il caldo è decisamente intenso. Bisogna salire oltre i millecinquecento metri per ritrovare temperature che considero veramente montane, con escursioni che in questi giorni oscillano indicativamente tra i 12 gradi delle ore più fresche e i 25 delle più calde.

E allora la domanda è arrivata spontaneamente. Cosa sta succedendo al nostro pianeta? Pochi giorni prima ero sul Grossglockner. L’ho percorso molte volte e proprio per questo posso confrontare ciò che vedo oggi con ciò che ricordo.

Il ghiacciaio è lì. Ma è diverso. È più piccolo. Il ghiaccio, in alcuni punti, mi è apparso sottile, sporco, quasi grigiastro. La roccia sottostante emerge sempre più prepotentemente e ciò che un tempo dominava il paesaggio sembra progressivamente ritirarsi davanti ai nostri occhi. Non servono necessariamente grafici quando torni negli stessi luoghi a distanza di anni. A volte basta la memoria. La memoria delle immagini. Quella montagna l’ho già vista. Quel ghiacciaio l’ho già guardato. E oggi vedo qualcosa che prima non vedevo. La roccia.

Il pensiero inevitabilmente corre anche alle Alpi, al Monte Bianco, ai distacchi e ai crolli che negli ultimi anni abbiamo visto nelle immagini dei telegiornali. E poi ancora più lontano. Ai poli.

Se questo cambiamento è così percepibile davanti agli occhi di un motociclista che torna periodicamente sulle stesse montagne, cosa sta accadendo dove immense masse di ghiaccio regolano equilibri climatici che riguardano l’intero pianeta? E soprattutto  dove saremo tra dieci anni? Non sono uno scienziato e non voglio sostituirmi a chi studia questi fenomeni da una vita. Sono semplicemente un uomo seduto sul balcone di un albergo in Austria che guarda una montagna. E si interroga. Forse è proprio questo uno dei privilegi del viaggio. La moto ti porta davanti alle cose.

Poi devi essere tu a decidere se limitarti a fotografarle oppure **fermarti a guardarle davvero**. Oggi la moto è rimasta parcheggiata. Io sono rimasto quasi tutto il giorno a letto. Eppure ho viaggiato moltissimo. Solo in una direzione diversa. Dentro quello che avevo davanti agli occhi.

La notte porta altri viaggi

La sera, come ormai di consueto, sono sceso abbastanza presto per cenare. Niente di particolarmente elaborato: un semplice piatto di spaghetti con olio e parmigiano, una tipica cotoletta locale con patatine fritte e, per finire, una buona macedonia. Poi sono tornato in camera e sono andato a letto. Ed eccomi qui. È piena notte.

Le finestre sono spalancate e dalla montagna entra un’aria fredda meravigliosa, quasi una ricompensa dopo il caldo delle ore diurne. Tutto intorno è silenzio e io, invece di dormire, sto aggiornando questo lungo articolo.  Cosa offre questa notte alla mia creatività? Molto, a quanto pare. Penso al lavoro.

Ripasso mentalmente i miei progetti con quella meticolosità che mi accompagna sempre quando qualcosa comincia a prendere forma nella mia testa. Poi inevitabilmente penso ad altri viaggi. A quello di settembre, che farò in macchina in Grecia. Penso a Belgrado, una città che ancora non conosco e che vorrei finalmente scoprire. Penso a tante altre località nelle quali non sono mai stato.

E mentre progetto itinerari mi accorgo che esiste una differenza profonda tra i miei viaggi in moto e quelli in automobile La moto è il mio spazio esclusivo. È il luogo nel quale rimango solo con me stesso. Dentro il casco ci sono io. I miei pensieri. Le mie domande. La strada.

Posso percorrere centinaia di chilometri quasi senza parlare e, quando arrivo, accorgermi di avere conversato per tutto il tempo con me stesso. La macchina, invece, ha un significato completamente diverso. La macchina è il luogo mio e di Rossella.  È il nostro spazio. Lì abbiamo vissuto alcuni dei viaggi più belli e avventurosi della nostra vita. Abbiamo attraversato insieme l’Europa dell’Est. Siamo arrivati nel Nord Europa.

Abbiamo percorso migliaia di chilometri parlando, ridendo, discutendo, sbagliando strada, fermandoci quando qualcosa attirava la nostra curiosità e ripartendo verso una destinazione che qualche volta era soltanto un’indicazione sul navigatore. Ci manca ancora la Scandinavia. E prima o poi arriverà anche quella. Forse è questo che amo veramente del viaggio. Non soltanto arrivare in un luogo che non conosco  Mi affascina partire.  Perché ogni mezzo possiede una propria intimità. La moto custodisce il mio **io**. L’automobile custodisce il nostro **noi**.

E questa notte, mentre l’aria fredda delle montagne entra dalla finestra e il piede mi obbliga ancora a stare fermo, sto già viaggiando di nuovo. Prima nella testa. Poi, inevitabilmente, sulla strada.

Di nuovo in moto

Oggi, invece, tornerò finalmente in moto.

La prima sosta sarà a Salisburgo, dove dovrò far sistemare il sistema di interfono del casco che, tra i vari piccoli guasti di questo viaggio, ha deciso anche lui di andare in avaria. Per me non è un semplice accessorio.

È fondamentale per comunicare durante la marcia con mio fratello, ma significa anche poter tornare ad ascoltare la musica, ricevere gli avvisi vocali del navigatore e limitare a un brevissimo sguardo il controllo della mappa, mantenendo così la concentrazione sulla strada e sulla guida.

Poi tornerò verso il Nido delle Aquile. Questa volta non soltanto per la storia che quel luogo custodisce e sulla quale ho già scritto molto. Salirò per pranzare e soprattutto per percorrere una strada dedicata alle moto che attraversa i boschi di quelle alture. Sono molto curioso. E chissà dove spazierà oggi la mia mente. Credo che questa volta i pensieri rimarranno soprattutto sulla strada. Sull’itinerario. Sul piacere della guida. Sul gusto di attraversare lentamente il paesaggio.

Perché ho scoperto una cosa durante questi giorni. Anche quando percorri la stessa strada, non percorri mai veramente la stessa strada. Cambia la luce. Cambiano le ombre. Cambia il cielo. Cambia il vento. Forse siamo cambiati anche noi rispetto al giorno precedente. E allora quelle montagne sembrano quasi rivolgersi a me: Guardami oggi. Non noti nulla di diverso da quando sei passato ieri?”* Sì. Credo proprio di sì. Sono un osservatore e spesso mi accorgo di particolari che al primo passaggio mi erano sfuggiti. Una casa. Un sentiero. Una luce tra gli alberi. Il profilo di una montagna. Un animale che improvvisamente compare dal bosco. Come è successo qualche sera fa. Stavo rientrando di notte quando un capriolo mi ha attraversato improvvisamente la strada. Era impaurito.

Probabilmente il rombo della moto aveva interrotto il silenzio del suo mondo e per qualche secondo le nostre due esistenze si erano incontrate. Io sulla mia moto. Lui nel suo bosco. Ho rallentato e l’ho guardato allontanarsi. E ho avuto un pensiero forse ingenuo, ma autentico. Avrei voluto fermarmi. Avvicinarmi lentamente. Tendergli il palmo della mano e lasciare che lo annusasse. Come per dirgli: “Non avere paura. Sono soltanto di passaggio. E scusami se ho disturbato casa tua.”

Perché, in fondo, quella era casa sua. Non mia. Io ero soltanto un ospite. Ed è forse questa una delle sensazioni più belle che mi regalano le montagne. Sentirmi ospite della natura.  Non padrone. Non conquistatore. Ospite.

La fauna alpina, i boschi, le vette, l’aria, persino gli odori dei campi appartengono a un equilibrio che esisteva molto prima del mio passaggio e continuerà, spero, molto dopo di me. La moto mi permette di attraversarlo senza esserne completamente separato. Sento l’aria cambiare temperatura. Gli odori. L’umidità. Il caldo. Il freddo. Vedo un animale comparire dal bosco e per qualche secondo entrare nel mio viaggio.

Forse oggi non avrò bisogno di grandi riflessioni storiche. Forse mi basterà guidare. Guardare. Ascoltare. E lasciare che sia la montagna, questa volta, a raccontarmi qualcosa.

Quanto è bello viaggiare in moto

Lo penso ogni volta che salgo in sella e, nonostante siano passati tanti anni e tanti chilometri, continuo a provare la stessa sensazione.La moto non ti porta semplicemente da un luogo a un altro. Ti fa attraversare ciò che c’è nel mezzo.** Ed è proprio quel mezzo che spesso diventa la parte più bella del viaggio. In automobile osservi il paesaggio attraverso un vetro. In moto ci entri dentro. Senti cambiare la temperatura quando passi dal sole all’ombra di un bosco. Avverti l’umidità avvicinandoti a un torrente. Senti l’odore dell’erba, del legno, della terra bagnata, del concime nei campi. Ti accorgi dell’aria che diventa improvvisamente più fredda mentre guadagni quota.

La montagna non è più qualcosa che guardi. La montagna ti attraversa. E poi ci sono le curve. Una dopo l’altra. Non sono ostacoli da superare, ma una specie di dialogo tra te, la moto e la strada. Ingresso. Piega. Sguardo verso l’uscita. Progressione.

La moto sembra comprendere quello che vuoi fare ancora prima che tu glielo chieda. E quando corpo e macchina trovano il medesimo ritmo accade qualcosa di difficile da spiegare a chi non è mai andato in moto. Non stai combattendo contro la strada. Stai danzando con lei. Forse è questa l’armonia che continuo a cercare. Non la velocità. Non mi interessa arrivare prima. Mi interessa  arrivare pieno di ciò che ho attraversato. E c’è anche la solitudine. Quella bella. Quella scelta. Dentro il casco il mondo improvvisamente si restringe.

Rimangono il rumore del motore, il vento, magari una canzone nell’interfono e i tuoi pensieri. Nessuno può entrare lì dentro se non glielo permetti. È uno dei pochi luoghi nei quali riesco contemporaneamente a essere concentrato su ciò che sto facendo e completamente libero di pensare. Nascono idee. Progetti. Ricordi. Domande.

Qualche volta persino soluzioni a problemi sui quali avevo ragionato per giorni. Poi magari compare un capriolo. Una vetta. Un campanile. Un motociclista sconosciuto che alza due dita per salutarti. E per pochi secondi entri nella vita di qualcuno che probabilmente non incontrerai mai più. Anche questo è il viaggio. Piccolissimi incontri destinati a non avere un seguito e che, proprio per questo, acquistano qualcosa di poetico. Non conosco il nome di quel motociclista. Lui non conosce il mio. Eppure ci siamo salutati. Perché in quel momento bastava sapere una cosa: eravamo entrambi sulla strada.

Quanto è bello viaggiare in moto. Anche quando piove. Anche quando qualcosa si rompe. Anche quando cadi e il giorno dopo sei costretto a guardarla parcheggiata dalla finestra. Forse soprattutto allora capisci quanto ti manca. Perché la libertà spesso la riconosci pienamente quando, per qualche ora, sei costretto a rinunciarvi. Oggi tornerò in sella. Abbasserò la visiera. Metterò la prima.

E quella modalità moto che avevo acceso il giorno della partenza tornerà immediatamente ad attivarsi. Davanti avrò strade che forse ho già percorso. Ma non importa. Io oggi non sono esattamente quello che ero ieri. E forse nemmeno la montagna lo è. Ci incontreremo di nuovo. E vedremo cosa avremo da raccontarci.

Un’altra volta al Nido delle Aquile

Oggi siamo tornati al Nido delle Aquile. Stessa destinazione, strade in parte già percorse, montagne già osservate.

Eppure, come scrivevo soltanto poche ore fa una strada non è mai veramente la stessa strada. Questa volta è stato il clima a cambiarne completamente il volto. Una giornata fresca, piacevole, quasi perfetta per andare in moto. Finalmente niente caldo opprimente nemmeno a valle, nessuna necessità di cercare continuamente refrigerio salendo di quota. Solo aria. Aria fresca che entrava dalle prese del casco, attraversava la giacca tecnica e rendeva piacevole ogni chilometro.

È incredibile quanto la temperatura possa modificare il rapporto con la moto. Quando fa molto caldo una parte dell’attenzione viene inevitabilmente assorbita dalla fatica fisica. Cerchi l’ombra durante una sosta, senti il calore del motore, aspetti quasi con impazienza di guadagnare quota. Oggi no. Oggi potevo semplicemente guidare.

E quando non devi difenderti dal caldo, dalla pioggia o dal freddo, qualcosa cambia anche nella testa. Lo sguardo si allarga. Cominci a vedere meglio quello che hai intorno. Il bosco sembra più fitto. Le montagne acquistano profondità. L’aria diventa quasi parte del paesaggio.

Siamo saliti nuovamente verso il Nido delle Aquile e questa volta il mio rapporto con quel luogo è stato diverso. La prima visita era stata dominata dalla storia. Hitler. La guerra. Le decisioni militari. Le domande che quel luogo inevitabilmente aveva fatto nascere in me. Oggi quella parte era già sedimentata.

Non avevo più bisogno di interrogare continuamente la montagna sul suo passato. Potevo finalmente guardarla anche per quello che è oggi. Una montagna. Boschi. Strade. Silenzio.Panorami.

E la straordinaria contraddizione di un luogo capace di custodire contemporaneamente una natura meravigliosa e una delle pagine più oscure della storia europea. Forse è proprio questo che rende interessante tornare nei luoghi. La prima volta li scopri. La seconda cominci a comprenderli. E oggi, soprattutto, avevo nuovamente la moto sotto di me. Dopo una giornata trascorsa quasi interamente a letto a prendermi cura del piede, poter indossare nuovamente casco, guanti e giacca aveva un sapore particolare.

Non era soltanto riprendere il viaggio. Era recuperare la mia libertà. Quella libertà fatta di cose semplicissime: una strada davanti, mio fratello sulla sua moto, una temperatura perfetta e nessuna particolare necessità di arrivare velocemente da qualche parte. Soltanto il piacere di esserci.

E forse è proprio nelle giornate apparentemente meno eccezionali che il viaggio ti regala qualcosa di speciale. Nessun grande imprevisto Nessuna impresa da raccontare Nessun caldo da combattere. Soltanto una bella giornata in moto.

Ma quanto può essere preziosa, dopo essere stato costretto a fermarti, una semplice bella giornata in moto?

Dopo un fermo per infortunio, una giornata in moto non è preziosa. È preziosissima. Superlativo assoluto.

Oggi il piede era ancora un po’ dolorante, ma questo non mi ha impedito di percorrere circa cinquecento chilometri in scioltezza, senza accusare particolare fatica e soprattutto senza quello stress fisico che, negli anni passati, avrebbe probabilmente trasformato una distanza simile in qualcosa di molto più impegnativo.

E questa per me è una bellissima conferma. La forma che ho acquisito mi sta restituendo un rapporto diverso con la moto. Più naturale. Più fluido.Più resistente.

Mi accorgo di poter percorrere molti più chilometri prima di sentire la necessità di fermarmi. Questo non significa che farò meno soste per divorare chilometri: probabilmente ne farò meno, ma **me le godrò di più**.

Una sosta più lunga davanti a un panorama. Un caffè senza guardare l’orologio. Un pranzo in montagna. Una fotografia. Una conversazione con un motociclista incontrato per caso. Perché essere capaci di percorrere più strada non significa necessariamente avere fretta.

Significa avere più libertà nel decidere quando fermarsi.

E sono molto contento di questa nuova condizione perché il mio rapporto con la moto, negli anni passati, non è sempre stato così semplice. Ci sono stati periodi nei quali risalire in sella era preceduto da grandissime riflessioni. La prendo? Non la prendo? Me la sento? Sarò stanco?

E qualche volta tutte quelle domande producevano esattamente il risultato contrario. La moto rimaneva ferma. Sono arrivato persino a pensare di venderla. Oggi posso dirlo tranquillamente:

Avrei fatto l’ultima delle mie cazzate. Per fortuna non l’ho fatto. Oggi di moto ne ho addirittura due.

E mi concedo un lusso che qualche anno fa, quando pensavo di abbandonare tutto, difficilmente avrei immaginato: aprire il box e poter scegliere con quale moto voglio uscire. Sembra una cosa piccola. Per me non lo è affatto. Perché quelle due moto parcheggiate nel box non rappresentano semplicemente due mezzi.

Rappresentano una possibilità che avevo rischiato di togliere a me stesso. E oggi, dopo cinquecento chilometri percorsi senza fatica, dopo un infortunio che soltanto ieri mi aveva costretto a letto, ho avuto un’ulteriore conferma.

Non era la moto che doveva uscire dalla mia vita. Ero io che dovevo ritrovare la forma, la voglia e il piacere per tornarci sopra. E adesso che li ho ritrovati, ho tutta l’intenzione di fare ancora molta strada.

L’ultima giornata

Oggi è l’ultima giornata di questo bel viaggio tra Austria e Germania.

La vivo con un senso di appagamento che forse, anni fa, non avrei saputo riconoscere. Non è stato un viaggio perfetto e, proprio per questo, credo sia stato ancora più bello.

Ci sono stati degli imprevisti. Qualche problema fisico, qualche inconveniente con la moto, programmi che hanno dovuto adattarsi a ciò che accadeva. Cose che anni fa probabilmente avrei vissuto male, permettendo loro di rovinare almeno in parte il viaggio.

Oggi non è più così.

Non perché sia diventato indifferente alle difficoltà, ma perché ho imparato a ridimensionarle. Un problema è un problema: si guarda, si affronta e, quando possibile, si risolve. Se non può essere risolto immediatamente, ci si adatta.

Forse è l’età. Forse è la consapevolezza raggiunta. Probabilmente sono entrambe le cose. Mi accorgo che non ho più bisogno che tutto vada esattamente come avevo immaginato per essere felice. Ed è una conquista enorme.

Ripenso agli imprevisti di questi giorni e mi accorgo che nessuno di loro è riuscito a cancellare ciò che questo viaggio mi ha dato: le strade, i paesaggi, la moto, gli amici, le soste, i silenzi, i pensieri e quella meravigliosa sensazione di essere ancora capace di partire.

Anzi, forse gli imprevisti hanno aggiunto qualcosa. Mi hanno permesso di verificare sul campo quanto sono cambiato.

Anni fa avrei probabilmente imprecato contro quello che stava accadendo, chiedendomi perché proprio a me, proprio lì, proprio in quel momento. Oggi penso semplicemente: **è successo. Vediamo cosa possiamo fare.** E poi si riparte.

Questa credo sia una delle conclusioni più belle che porto a casa da Austria e Germania. Non bisogna necessariamente vincere contro gli imprevisti. A volte basta non permettere loro di vincere contro di noi. Oggi guardo questa ultima giornata senza malinconia. Sono appagato.

Ho viaggiato, ho visto, ho pensato, ho avuto qualche difficoltà e l’ho affrontata. Ho avuto anche tempo per guardarmi dentro, perché la moto possiede questa strana capacità: mentre percorri chilometri nel mondo, spesso ne percorri altrettanti dentro te stesso.

Domani resteranno le fotografie, qualche racconto, forse qualche acciacco e sicuramente qualche aneddoto da ricordare. Ma soprattutto resterà una conferma. La serenità non è una vita senza imprevisti. È il modo in cui scegliamo di attraversarli. E adesso posso tornare a casa. Non perché il viaggio sia finito. Semplicemente perché sono appagato di averlo vissuto.

Cola mia telecamera Insta 360 X5 ho girato quasi 9 ore e mezza di filmati che devo montare e ci vorrà tempo per ora pubblico questo blog e poi lo aggiornerò.

Prendetevi il vostro tempo per la lunghezza dell’articolo. Buona lettura

E ora vi lascio al reportage del viaggio

 

4 Risposte
  1. Carola

    Leggendoti ho avvertito l’armonia come il filo silenzioso che attraversa tutto il tuo viaggio.

    Una volta ne ho sognato il significato e, da allora, per me armonia è consapevolezza e rinascita insieme: la capacità di andare oltre ciò che appare per entrare in relazione con ciò che siamo.

    Forse una montagna non è soltanto una montagna.
    È una presenza antica, immobile solo ai nostri occhi, che nel silenzio custodisce un linguaggio accessibile a chi riesce, a sua volta, a diventare silenzio.

    Così il bosco. Il vento. Un cerbiatto che attraversa la strada.

    Ed è allora che viene quasi spontaneo chiedergli scusa.

    Perché improvvisamente comprendiamo di non essere i protagonisti del paesaggio, ma ospiti di un equilibrio che esisteva prima di noi e continuerà oltre il nostro passaggio.

    Forse la vera armonia nasce proprio quando smettiamo di sentirci separati da ciò che osserviamo.

    Non ascoltiamo più soltanto con i sensi.
    Ascoltiamo con quella parte di noi che non ha bisogno di parole.

    E allora anche il viaggio cambia significato: non attraversiamo semplicemente luoghi, sono i luoghi ad attraversare noi, lasciandoci ogni volta impercettibilmente diversi.

    Forse vivere è proprio questo.

    Non recitare una poesia già scritta, ma diventare, giorno dopo giorno, la poesia che scegliamo di essere.

  2. Davide

    Ho seguito ( e continuo a farlo) questo variegato itinerario , rimanendo colpito dalla nitidezza dei cieli terzi nonché la definizione cromatica dei paesaggi.
    La civiltà dei popoli locali è palpabile e i luoghi che hai calcato ricchi di storia.

    La BMW è,ormai, una seconda casa mobile che ti consente di esprimere il tuo lato più wild

  3. Alessandro, Amico mio. Come al solito un articolo, un reportage semplicemente eccellente scritto in maniera unica, unica come i pensieri e le sensazioni che ci hai voluto trasmettere.
    Speriamo di vederci presto e fare tanta strada assieme. Un fraterno abbraccio

Lascia un commento