Tutti gli uomini nascono uguali. Ma solo le leggende guidano la moto a 60 anni.
Avevo addosso una maglietta con una scritta che non poteva passare inosservata:
“Tutti gli uomini nascono uguali. Ma solo le leggende guidano la moto a 60 anni.”
L’ho letta, ho sorriso e mi sono guardato allo specchio. No, non mi sento una leggenda. Mi sento semplicemente uno che ha vissuto abbastanza da sapere che la strada non va conquistata. Va rispettata.
Per molti, superati i sessant’anni, un motociclista è quasi una stranezza. Qualcuno pensa che sia arrivato il momento di appendere il casco al chiodo, di rallentare, di rinunciare.
Io la penso esattamente al contrario. Perché se c’è un’età in cui si guida davvero una moto, è proprio questa
Il sessantenne non è il “vecchio rincoglionito” che qualcuno immagina. È spesso quello che:
- controlla le gomme prima di partire;
- conosce i propri limiti;
- non deve dimostrare nulla;
- sa quando fermarsi per un caffè;
- guarda il paesaggio invece del cronometro;
- torna sempre a casa.
Ed è qui che puoi infilare una frase che, secondo me, resterà impressa:
“A vent’anni spesso si pensa di essere immortali. A sessant’anni si scopre che il vero coraggio non è sfidare la strada, ma rispettarla.”
Sono in sella su due ruote dall’età di quattordici anni. Anche se il casco non era ancora obbligatorio, io me lo feci comprare lo stesso.
Non erano certo i caschi in fibra di carbonio di oggi, leggeri, silenziosi, dotati di interfono, prese d’aria studiate in galleria del vento e sistemi di sicurezza sempre più evoluti.
Erano altri tempi. Si partiva con molto meno. Una cartina piegata nel giubbotto, un pieno di benzina e tanta voglia di andare. Il navigatore non esisteva.
Le strade si trovavano osservando i cartelli, chiedendo indicazioni o, semplicemente, seguendo l’istinto. Ma una cosa, secondo me, era diversa. C’era molto più rispetto.
Tra automobilisti e motociclisti. Tra motociclisti stessi. Oggi, troppo spesso, prevalgono la prepotenza, l’arroganza e la convinzione che la strada sia una pista dove dimostrare qualcosa.
Vince chi arriva prima. Chi supera di più. Chi rischia di più. A volte, purtroppo, il podio è quello di un incidente provocato dall’imperizia, dalla velocità o, peggio ancora, dall’alcol.
In tutti questi anni ho visto la strada mostrare il suo volto più duro. Ho perso amici. Ho soccorso ragazzi gravemente feriti. Scene che non si dimenticano. Forse è anche per questo che continuo a ripetere una cosa semplice: la strada non è nostra. La condividiamo. Ogni volta che incrocio un motociclista e noto un pericolo cerco ancora di avvisarlo. Una curva sporca. Fango. Brecciolino. Sassi sull’asfalto.
Anche quando supero qualcuno utilizzo quei piccoli segnali che appartengono alla cultura motociclistica e che, purtroppo, molti oggi non conoscono più. Un piede che sfiora l’asfalto non è un gesto casuale. È un avvertimento. Significa: attenzione, la strada è pericolosa. Sono codici silenziosi. Non scritti. Tramandati da chi la moto l’ha sempre vissuta con rispetto. Perché il vero motociclista non dimostra di essere bravo andando più forte degli altri.
Lo dimostra quando fa tutto il possibile perché anche chi incontra lungo il viaggio possa tornare a casa.
Il vero motociclista non dimostra di essere bravo andando più forte degli altri. Lo dimostra quando fa tutto il possibile perché anche chi incontra lungo il viaggio possa tornare a casa.”
Questa non è una lezione. È l’esperienza di una persona che, dopo quasi cinquant’anni di moto, sa cosa significa davvero rispettare la strada.

Come sempre, ottimo articolo. Alessandro le tue sono parole sante che oggi sono sempre più sconosciute o ancora peggio disattese. Disattese proprio per quella arroganza e senso di onnipotenza che pervade gran parte della società.
Da biker più anziano di te, solo anagraficamente, ti saluto e ti abbraccio.
Grazie Amico mio fedele lettore del mio blog. Ti abbraccio anche io. A presto risentirci su altri itinerari motociclistici.
Esatto ed è proprio giusto il tuo commento.
L’età è quel tempo definito e scritto sui documenti, un numero che racconta il nostro passaggio nel mondo. Poi esiste un’altra età, quella più autentica: l’età della consapevolezza.
Una maturità interiore che alcuni non raggiungono mai, perdendosi in sentieri confusi, impetuosi e talvolta autodistruttivi, invece di rivolgere lo sguardo verso un cammino di ascolto, introspezione e conoscenza di sé.
Altri, invece, sembrano nascere con una visione più ampia e, attraverso le esperienze della vita, imparano ad affinare quella sensibilità, trasformandola in equilibrio, crescita e capacità di donare qualcosa di se stessi anche agli altri.
Sono d’accordo con te: non esiste un’età giusta per vivere le nostre passioni. Che sia guidare una moto, dipingere, cantare, scrivere o seguire qualsiasi richiamo dell’anima… ciò che conta non è il tempo anagrafico, ma il modo in cui scegliamo di attraversarlo.
La vera conquista è vivere ogni passione nella versione più consapevole e luminosa di noi stessi.
Mi associo a quanto già perfettamente espresso dal Generale: un blog essenziale che confeziona perfettamente ciò che dovrebbe essere la filosofia di vita del biker.
E quando si ha rispetto e voglia di condividere,si è leggende
Ciao Davide grazie per il commento. Si va compresa bene la filosofia di noi motociclisti. Si viaggia per passione e l’età ci mette nelle condizioni vista l’esperienza di viverla con consapevolezza ed estrema prudenza. La moto è un piacere non un dovere. E se non si è più che predisposti è meglio stare a casa. Buona strada a tutti.