Mi ero rotto il cazzo…
Già. Senza asterischi. Perché, dopo due articoli, credo che quel povero cazzo si sia meritato almeno il rispetto di essere chiamato con il suo nome. Mi sono sempre chiesto perché questa parola scandalizzi così tanto. Forse perché le parole hanno il brutto vizio di dire la verità. E la verità è che io non mi ero rotto il cazzo. Mi ero rotto molto altro. Mi ero rotto di vivere aspettando.
Mi ero rotto di dare spiegazioni. Mi ero rotto di rincorrere persone, risultati, approvazioni. Mi ero rotto perfino dell’idea che dovessi essere sempre all’altezza delle aspettative degli altri.
Il cazzo, poveraccio, non aveva nessuna responsabilità. L’avevo tirato in ballo solo perché, in italiano, quando ti sei davvero stancato di qualcosa, nessun’altra parola ha la stessa forza.
Poi è successo qualcosa. Ho smesso di usare quella parola come un’esclamazione. È diventata un punto di svolta. Perché il giorno in cui ti rompi davvero il cazzo… inizi a cambiare.
Non il mondo. Te stesso. Questa, secondo me, è l’evoluzione della trilogia. Il “cazzo” non è più la rabbia. È il momento esatto in cui una persona decide che non vuole più vivere come prima.
Non mi ero rotto il cazzo della vita. Mi ero rotto del modo in cui la stavo vivendo.
Così ho deciso di redigere il primo “Prontuario di Pronto Intervento del Cazzo”. Un manuale operativo. Un vademecum. Una guida pratica per affrontare con metodo scientifico le innumerevoli rotture di cazzo che la vita, con encomiabile puntualità, ci recapita ogni santo giorno.
Perché diciamolo chiaramente. La giornata può anche iniziare bene. Poi suona il telefono. Ed è già una rottura di cazzo. Esci di casa. E trovi il cagacazzo del piano di sopra che ti racconta per la ventisettesima volta che il suo geranio non fiorisce. Ma tu non riesci ad esternargli la vastità del cazzo che te ne frega dei suoi gerani. Sali in macchina. E il primo coglione della giornata decide che la tua corsia gli piace più della sua. Senza freccia. Senza chiedere permesso. Senza avere la minima idea di cosa significhi convivere civilmente con altri esseri umani. Ed è lì che il cittadino medio sbaglia. Perché urla. Strepita. Suona il clacson. No. Noi no. Noi siamo persone evolute. Ci avviciniamo con eleganza. Aspettiamo che abbassi il finestrino. Sorridiamo. Respiriamo profondamente.
E con la gentilezza che contraddistingue gli uomini di mondo gli diciamo:
«Sa, caro signore, ho avuto il privilegio di osservare con estrema attenzione il suo raffinato tentativo di cagarmi il cazzo tagliandomi la strada. Le sono sinceramente grato per l’impegno profuso. Tuttavia credo che lei possa rendere un servizio ancora più grande all’umanità. Potrebbe cortesemente andare a fare in culo. Se desidera le indico anche l’itinerario. Arrivato in fondo svolti a destra e prosegua diritto fino a schiantarsi contro un cumulo di merda che, da quanto ho capito, potrebbe essere un suo stretto parente.»
Mi ero rotto il cazzo. O almeno così credevo. Poi mi sono accorto di una cosa. Il cazzo non è una malattia dalla quale si guarisce definitivamente. È una patologia recidivante. Va e viene. Ci sono giornate in cui ti svegli e pensi di aver raggiunto un equilibrio quasi zen. Poi esci di casa. E puntualmente qualcuno decide di ricordarti che il mondo continua a produrre, con sorprendente regolarità, nuove occasioni per romperti il cazzo.
A quel punto nasce il dubbio. Mi ero rotto il cazzo… oppure mi ci rompo ancora oggi? Difficile a dirsi. Molto più facile a pensarlo. Perché la vita, diciamocelo senza troppi giri di parole, è anche una discreta rottura di cazzo. La differenza, però, non sta nella vita. Sta da quale parte decidi di prenderla. Se la prendi dal lato del cazzo, hai già perso.
Se invece impari a scansarti al momento giusto, eviti una quantità impressionante di salsicce volanti che attraversano quotidianamente la tua traiettoria con l’unico obiettivo di infilarsi, con entusiasmo quasi commovente, nel tuo posteriore. E fidatevi. Non sono gourmet. Sono semplicemente i problemi degli altri che cercano disperatamente una nuova casa.
E arriviamo così al teorema finale, perché ogni manuale serio deve concludersi con una formula scientifica capace di spiegare l’inspiegabile.
Il teorema definitivo della rottura di cazzo
\[ \left\{ \left[ \frac{(\text{Mi sono rotto il cazzo})^2}{3}\right]^2\cdot (x-1)+\text{Vai a cagare}\right]\cdot\text{Testa di cazzino}= 0\right\}\]
Soluzione: \boxed{\text{Mi ero rotto il cazzo}}
Il procedimento matematico è complesso, ma il risultato è sorprendentemente semplice.
Puoi elevare la rottura di cazzo al quadrato, dividerla per tre, moltiplicarla per un’incognita, rinchiuderla dentro parentesi tonde, quadre e graffe. Puoi aggiungere un vai a cagare, sottrarre un testa di cazzino, applicare il teorema di Pitagora, la proprietà commutativa o consultare l’oroscopo di Paolo Fox.
Non cambia niente.
Comunque la giri e comunque la volti, il risultato è sempre lo stesso: mi ero rotto il cazzo.
Con una precisazione scientificamente fondamentale: il tempo verbale può cambiare senza preavviso.
Perché basta una telefonata, una riunione inutile, un’automobile che ti taglia la strada o un cagacazzo particolarmente allenato perché il passato remoto ritorni immediatamente presente:
\text{Mi ero rotto il cazzo} + \text{un coglione qualsiasi} = \text{Mi sono rotto il cazzo di nuovo}
Ed è così che il cerchio si chiude.
O forse ricomincia.
Cercate di non rompervi il cazzo a Vicenza…ops scusate a vicenda

Tra una risata e alcune riflessioni non ho potuto fare a meno di ricordarmi dei versi che riassumono lo spirito di questo blog “LA MIA PARTE INTOLLERANTE” del Caparezza nazionale (colui che ha sublimato il rapporto, genere ad oggi in mano anche a chi non lo maneggia ad arte).
E il risultato dell’ espressione algebrica ,effettivamente, non viene modificato dai fattori a seconda di come si combinano…
Esattamente è proprio così
La mia risposta a chi mi taglia la strada, a chi in una strada in pieno centro con il limite dei 30 km/h e vorrebbe andare a 100 km/h e ti preme dietro, ebbene la mia risposta è assolutamente zen.
La formula è alzare il dito medio, in un punto buio della macchina, ma assolutamente luminoso ai tuoi occhi, e rallentare a 20 km/h fino a fargli venire un attacco di bile a tutti!
Dietro di me qualcuno sta combattendo una guerra che non mi appartiene. Io scelgo di non arruolarmi.
Perché la sua fretta è un problema suo, non una mia responsabilità. E il bello è che più lui si agita, più io mi godo il panorama.
Le salsicce volanti non cercano una destinazione. Cercano un bersaglio. Se non glielo offri, il vento le riporta da chi le ha lanciate, esattamente al mittente!
Fantastico commento 😂