IL BAMBINO MONELLO CHE DIVENTO’ GENERALE. Tutto ha inizio al mattino presto del lontano 13 novembre 1958. Infatti, alle 05.00, al civico 207 di via Galileo Galilei di un piccolo paese dell’hinterland livornese, Vicarello, proprio al confine tra la provincia di Livorno e quella di Pisa, mamma Anna Maria dava alla luce il piccolo Gian Luca.

Ha così inizio un bellissimo ed intenso percorso di vita del quale, ormai arrivato al momento della pensione, il nostro protagonista sente la necessità di raccontarlo non per vanagloria ma solo per lasciare alle persone care un segno ed un ricordo tangibile e schietto di che cosa sia stato e continui ad essere il loro Gian Luca. 

Questa biografia, infatti, non vuol essere un mero racconto di vicende che hanno segnato, nel bene e nel male, la vita di un bambino molto vivace e sveglio, prima, e di un uomo al Servizio del proprio Paese per 44 lunghissimi anni, poi. 

In questo racconto lungo una vita, si è cercato, a fianco della narrazione degli avvenimenti più importanti che hanno segnato il cammino del nostro protagonista, di far trasparire in maniera chiara e trasparente i sentimenti, gli amori, i fallimenti, le rinunce ad una quasi certa felicità per il profondo rispetto altrui, le debolezze e le fragilità di un uomo che, anche nei momenti più bui, ha spesso dovuto anteporre il dovere e il giuramento prestato alla Patria al proprio interesse personale. 

Il primo vero amore, il matrimonio, il fallimento ed il difficilissimo rapporto con la figlia Anna Lisa tanto da perderne le tracce per molti anni. Il dolore di tutto ciò affrontato con estrema dignità rifugiandosi in quello che forse sapeva fare meglio, il proprio lavoro, quello del “militare”. Un lavoro, più correttamente una professione, direi, in cui ha creduto e crede, tuttora, fermamente.   

Poi le prime missioni nei teatri operativi esteri e l’incontro in Kosovo con Maria che riuscirà a ridare serenità e speranza in un futuro migliore al nostro protagonista. Missioni all’estero durante le quali, nella maggior parte di esse, ha assolto incarichi di Comando di contingente nazionale che culmineranno nella missione in Afghanistan nel 2008.

Una missione completamente sui generis, diversa da tutte le altre svolte prima, molto pericolosa, intensa ed indimenticabile dove ha assaporato che cosa vuol dire la paura, quella vera, con la quale convivi 24 ore al giorno. Quel pensiero fisso che potresti non vedere ed abbracciare mai più i tuoi Cari. Ma, nonostante tutto, si va avanti e con estrema professionalità si affrontano tutte le difficoltà.

Un Comandante, con la C maiuscola, non può dare segni di cedimento, mai. Non potrebbe esserci peggior segnale per i propri uomini dei quali ne è il custode materiale, prima, e soprattutto morale, poi.

E professionalmente questa paura, compagna silente dei lunghi mesi al di fuori del territorio nazionale, è sempre stata dominata e gestita senza che mai prendesse il sopravvento e si tramutano in terrore. Una missione che segnerà, in maniera positiva il nostro protagonista.

Ed infine l’orologio della vita arriva il fatidico dicembre 2018. L’inesorabile trascorrere del tempo ha avuto la meglio. E’ arrivato il tanto temuto momento di dover lasciare il servizio attivo. Un distacco traumatico benchè il nostro protagonista si fosse preparato ad affrontarlo, almeno così pensava lui. Ma in fondo ciò segna l’inizio di un nuovo capitolo della vita. Ha inizio una nuova vita, all’inizio difficile da accettare, ma che con il passare dei mesi si riesce ad accettare sempre più serenamente, con le sue soddisfazioni. 

E da qui l’idea di scrivere questo libro, questa autobiografia con la speranza che possa essere gradita da tutti sia da chi mi conosce e da chi no. I primi scopriranno forse un Gian Luca che non si aspettano, i secondi, invece, potranno comprendere quanto possa essere difficile la vita degli Uomini al Servizio della collettività, al Servizio della Patria.

Ed ora vi auguro una buona lettura.        

16 ottobre 1978 – 1 aprile 2018

I MIEI 40 ANNI DI VITA MILITARE AL SERVIZIO DELLA PATRIA

di Gian Luca Giovannini

  • 13.novembre 1958, ore 05.00 
  • La maturità,  il Colonnello Giusti e l’inizio di un’avventura durata 40 anni 
  • 16 ottobre 1978, inizia un’avventura chiamata Accademia Militare, 160° Corso “Patria e Dovere”.
  • 1980-1983, gli anni della Scuola di Applicazione di Torino
  • 1983, un anno importantissimo: Scuola Militare di Equitazione, matrimonio, nascita di Anna Lisa.
  • 1983-1991, l’82° Torino. Un periodo di grandi fatiche ma assolutamente indimenticabile
  • 1991-1998, Il salto di qualità. 
  • 1999- 2003, Comando di Battaglione a Sassari, le missioni in Kosovo e la svolta della vita: l’incontro con Maria. Seconda permanenza a Roma.
  • 2003-2006, il comando di reggimento. Le missioni in Albania e Bosnia-Herzegovina
  • 2007-2010, la Granatieri di Sardegna, l’Afghanistan, lo IASD e la promozione a Generale di Brigata.
  • 2010- 2018, l’avventura sarda
  • 2018- ad oggi, la pensione

A tutti coloro che mi hanno voluto bene ed amato

Un giorno, da poco in quiescenza, stavo cercando di riordinare le tantissime fotografie scattate in tutti gli anni di Servizio attivo, quando mi è balenata l’idea di scrivere, senza alcuna pretesa letteraria, ovviamente, una “storia di vita”. Si, proprio così, la “storia  della mia vita”.

Avevo già iniziato a raccogliere le idee e scrivere qualcosa quando una carissima Amica conosciuta molti anni orsono parlandogli della mia idea, mi chiese il perché volessi scrivere una autobiografia e quali fossero state le motivazioni alla base di un tale progetto.

Al momento, non ho saputo dare una risposta certa. Certamente le motivazioni erano inconsciamente note ma non così facili da esternare e così scontate, specie per un lettore esterno.  

Un lettore esterno che avrebbe dovuto avere anche la pazienza di leggere tutto il lavoro.

Tutto ciò mi ha spinto a riflettere. Più ci pensavo e maggiore era la convinzione di “buttarmi” in questa “impresa”, totalmente nuova per me.

La parola “autobiografia” mi metteva soggezione e, perché no, il timore di essere considerato un megalomane. Assolutamente no!

Certamente ho avuto una vita per così dire “interessante”, “intensa” e, direi anche, “tutt’altro che noiosa” con tantissimi eventi, aneddoti e storie che mi piacerebbe raccontare solo per il gusto di condividere con Voi momenti, esperienze e sensazioni di ciò che ho vissuto. Solo per tutto ciò ma non per megalomania, ……… mai e poi mai! 

Chi mi conosce bene, sa quanto sia una persona semplice e non dedita ad auto-incensarsi. D’altronde i proverbi dicono sempre la verità ed in Toscana si è soliti dire che “chi si loda s’imbroda”……

Ma torniamo al dunque cercando di spiegare meglio quanto abbozzato sopra. 

Quindi, se non per megalomania, perché?

La prima ragione è la volontà di lasciare a tutti coloro che mi hanno voluto e mi vogliono bene un qualcosa di me che possa andare oltre l’inesorabile passare del tempo. Non per niente, la dedica è indirizzata a tutti coloro che sono stati importanti nella mia vita ed ai quali vorrei che rimanesse un ricordo di me.

Il secondo motivo, che ritengo più importante del primo, è quello di mettere a nudo e far conoscere l’altro Gian Luca, quello poco conosciuto e, forse, “inatteso” per molti.

Il Gian Luca “duro”, tutto di un pezzo, autorevole, ligio al dovere, intransigente a volte, efficiente, efficace, coraggioso, spavaldo è ben noto a tutti Voi.  Foto, giornali, filmati, il web lo hanno mostrato e raccontato tantissime volte. Il Gian Luca “soldato e Comandante” che ha anteposto sempre il Servizio per il proprio Paese alla propria vita personale è di dominio pubblico e, grazie a DIO, riconosciuto.

Qua vorrei farvi conoscere anche l’altro Gian Luca.  Quello che non ti aspetti. Il Gian Luca “umano” e sentimentale. Così tanto sentimentale da starci male, alcune volte……direi molte volte. Il Gian Luca con tutte le sue debolezze, ed incertezze, con i suoi dolori e gioie, fallimenti e successi. Il Gian Luca altruista e generoso che, in una occasione, per enorme rispetto altrui, ha scelto, a malincuore, la soluzione più dura e sconveniente. Il dolore è stato enorme ma il tempo ha rimarginato le ferite …….ma le cicatrici restano. 

Rimpianti? Non lo so. Ripensando ad alcuni eventi, forse si, ma, se c’è una cosa che non ho mai fatto è piangere sul latte versato. La vita è fatta di scelte, di tanti “one shot” e…forse è proprio questo il bello della vita.

Decisioni giuste? Decisioni sbagliate? Niente di tutto questo, solo ed esclusivamente “decisioni” legate a quei singoli momenti. La vita è un po’ come quanto raccontato nel film “Sliding doors” dove bastava essere saliti o non essere saliti su quel treno per avere un esito diverso di tutta la storia. 

Non sempre si decide in modo corretto e molto spesso non si ha a disposizione una seconda opportunità ma la vita deve andare avanti.  

Ogni decisione, una volta presa è presa. Come dicevano i latini, “alea iacta est”, una volta tirati i dadi, il punteggio, buono o mediocre, è quello che si visualizza sul tavolo. Niente repliche!  

In fatto di “decidere” penso di avere una certa esperienza visto che nei 44 anni di servizio attivo ne ho è passati oltre la metà in attività e responsabilità di Comando. Quello vero, quello di Uomini  e non di scartoffie.

Magari fosse stato possibile, alcune volte, riavvolgere il nastro….. quanti errori avrei evitato con il così detto “senno di poi”. Ma chi non fa errori? Ho sempre creduto fermamente nel detto “meglio decidere, anche sbagliato, piuttosto che non decidere”. Un Comandante che non decide è la peggior cosa che può accadere.

Un’autobiografia è come un “tirare le somme” del proprio tempo vissuto. Penso che rifarei tutto ciò che ho fatto. Sicuramente, mi addolora il fatto che, in alcuni casi, le conseguenze di alcune mie decisioni possano avere recato dolore a me stesso ed ad altri. Per quelle pagate sulla mia persona…… ormai è andata e ad oggi, tutto sommato, non mi posso lamentare. Per coloro che invece hanno sofferto per colpa mia posso solo chiedere, con tutto il cuore, scusa. Ci sarà chi le accetterà e chi no. In fondo credo che chiedere scusa sia un comportamento da persone forti e non da deboli. Allo stesso modo chi le accetta si comporta da persona razionale ed è sicuramente più forte dell’altro.    

Una cosa è certa, molte volte ho toccato il fondo ma questo è stato lo sprone per riconquistare, a fatica, la cima. Questa è la vita.

Queste righe sono scritte soprattutto per coloro che ho trascurato a causa del mio lavoro, dei miei errori e debolezze. 

Una su tutte, proprio tu, Anna Lisa, che non ti ho visto crescere ed alla quale ho tolto l’affetto di Padre. Un dolore che mi porto dentro da tanti anni, credimi. Non c’ero ai tuoi compleanni, quando hai sostenuto l’esame di maturità piuttosto che alla discussione della tua Tesi di Laurea. Ed infine non avermi ritenuto degno di essere presente al tuo matrimonio, “per evitare imbarazzo” tra gli ospiti.  Vorrei tanto tornare indietro ma non si può. Ho cercato, in tutti i modi, di tornare a far parte della tua vita ma sembra che abbia comunque fallito. Solo io? Non lo so. Posso solo chiederti, ancora una volta, scusa e dirti che, nonostante tutto ciò, ti voglio un bene immenso.

Et dulcis in fundo, Maria. 

Volutamente ultima in ordine di citazione ma solo perché “Prima” per importanza. 

Maria, sei l’artefice della mia “ricostruzione” fisica e morale. Mi hai fatto nascere una seconda volta. Da quando ci siamo conosciuti, in un teatro di guerra, sei sempre stata presente nei momenti belli e brutti – e di momenti brutti non ne sono mancati certamente.  Dolce e decisa allo stesso tempo, perspicace e intelligente, discreta e presente al momento giusto, consigliere insostituibile, sei stata, sei e rimarrai la mia Compagna di vita. Non potrei chiedere di meglio.  Potrei continuare ad elogiarti per ore ma la biografia è la mia!  Due semplici parole riassumono tutto ciò che sei per me: Ti Amo!!! Ma… mi sono dilungato troppo.

Quindi ora tocca a voi Amici miei (solo i Veri Amici riceveranno queste righe) con la speranza di non annoiarvi. 

Spero che riusciate a leggere tutto. Se non altro, se riuscirete ad arrivare fino all’ultima pagina, significherà per me essere riuscito nel mio intento: far conoscere un Gian Luca inedito, il Gian Luca a 360°.

Chi poi vorrà condividere con me il suo giudizio “terreno” sarà un immenso piacere.

L’altro giudizio, essendo credente, “forse a modo mio”, ma sicuramente credente, è compito di qualcun altro, sicuramente più giusto ed imparziale di tutti noi……..e per quello, non me ne vogliate, ma vorrei aspettare ancora un po’.

Ed ora, abbracciandovi tutti, non posso far altro che augurarvi buona lettura……….

13 novembre 1958, ore 05.00

13 novembre 1958, era un giovedì e, alle 05.00 di mattina al civico 207 di via Galileo Galilei di un piccolo paese della provincia livornese mia Mamma, Mamma Anna, mi metteva al mondo. Era nato Gian Luca, il sottoscritto. Era nato il “bimbo dell’Anna”, già da allora di stazza robusta, quasi 4 kg di peso.

Non vi posso dire se facesse freddo, fosse una bella notte ovvero piovesse perché io personalmente non mi ricordo nulla e chi sarebbe potuto essere testimone attendibile, Babbo e Mamma, purtroppo non ci sono più e , mio fratello, aveva appena 6 anni. Non ci sono più e mai come in questo momento vorrei che fossero qui con me e con la mia Famiglia, per rammentare insieme tanti aneddoti di vita che è stata anche la loro.  Non ci sono fisicamente, certo, ma, unica grande consolazione, sono con me per sempre nel mio cuore. 

Di questo primo periodo di vita una cosa, però, la conosco con certezza: già da piccolo ero irrequieto e monello.

Praticamente, a detta dei miei Genitori, (forse Marco, mio fratello, potrebbe confermare) per i primi 9 mesi di vita non ho dormito la notte per dormire di giorno. Lo scambio il giorno per la notte è un incubo per i genitori.

Molti anni dopo lo avrei sperimentato di persona con mia figlia, Anna Lisa. Fortunatamente non piangevo e neanche volevo essere cullato, ma, nonostante tutto, stavo sveglio e mi agitavo non permettendo ai miei di dormire. Alla fine quello che mi mancava era un giornale.

Voi vi chiederete un neonato che ha bisogno di un giornale? Assurdo. La spiegazione è molto semplice.

Una sera mio padre si addormentò con il giornale in mano ed una pagina finì nella culla che era vicina al letto. Iniziai a farla in tanti pezzettini e non disturbai per tutta la notte. Da quella sera mi davano una pagina di giornale tra le mani ed io la strappavo in tanti piccoli coriandoli.

Alla fine era l’unico modo per fra trascorrere la notte ai miei genitori in maniera decente…anche se penso che non dormissero così tranquilli sapendo che avrei potuto strozzarmi con un pezzo di giornale finito in gola inavvertitamente. Maria, come vedi, fin da piccolo non riuscivo a stare fermo con le mani e quindi pretendi che lo sia oggi a 60 anni? Ma procediamo con ordine.

Passa tutto l’inverno ed arriva l’estate e quindi il periodo di andare al mare. Era l’estate del 1959. Come di consuetudine La Famigli andava al mare a Cecina. Ed ecco il miracolo!! 

Forse per il cambiamento d’aria, iniziai a dormire regolarmente con grande sollievo di tutti.

Il tempo passava ed arrivò il momento in cui avrei dovuto frequentare l’asilo,…… si proprio così “avrei dovuto”. La realtà fu ben diversa perché, sebbene i miei abbiano fatto di tutto, praticamente non ci sono andato. 

L’asilo era un edificio situato non molto lontano da casa nostra. Una bella struttura ad un unico piano con un bel giardinetto sul retro. Un unico problema: era gestito dalle Suore. Giusto per chiarire, Non che avessi o abbia niente contro le Suore, anzi, oggi le ritengo persone squisite dall’animo grande ma all’epoca le vedevo “strane”, troppo severe, rigide e sempre con quel modo di fare troppo autoritario.

C’era soprattutto una cosa che non sopportavo di quel luogo: il sonnellino pomeridiano. Invece di giocare e far baldoria bisognava dormire o ancor peggio bastava far finta. Si poteva sprecare così tanto tempo inutilmente? Non lo potevo sopportare.

Più di una volta sono scappato dalla struttura per ricevere una bella ripassata da Mamma. Poi veniva obbligatoriamente la ramanzina delle Suore ed il risultato finale quello che venivo puntualmente riportato dentro. Tutto andò così fino a che un giorno, nell’ennesima fuga, nel saltare la rete del giardinetto posteriore non rimasi appeso al palo di ferro della recinzione con il rischio di farmi veramente male.

Anche in quella occasione arrivò l’immancabile ripassata da Mamma, prima, e da Babbo, poi, ma, alla fine, realizzarono che forse era meglio trovare una soluzione alternativa all’asilo. 

Si decise di fare un periodo di esperimento a casa, quindi facevo con Mamma quelle attività didattiche proprie dell’asilo ed anche propedeutiche all’inserimento nel mondo della scuola primaria ma soprattutto, una volta esaurite le mie incombenze, potevo andare giocare con i miei amici Manuele, Bano, Barino, Carlo (la madre aveva un negozio di alimentari per cui caramelle e chewing gum erano assicurati). Giochi semplicissimi tipici di un’epoca dove la tecnologia e soprattutto l’informatica erano da lì da venire, e anche dove la disponibilità economica non era così abbondante.

Giochi che sicuramente sviluppavano la fantasia (era gratis), l’abitudine allo stare insieme e ti facevano apprezzare quanto fosse importante l’amicizia, quella vera con la “A” maiuscola. Bastava che uno mancasse all’appello e ci si chiedeva subito “chissà che è successo? Quindi ci si recava tutti fino a casa dell’amico assente per saperne di più.

Vi domanderete quali giochi: pallone, cow boys ed indiani, “sopprellino con le figurine” (le mitiche “Panini”) gettandole dal balcone delle scalette posteriori di casa nostra. Vinceva chi riusciva a sovrapporre una sua figurina ad un’altra precedentemente lanciata e già a terra. Poi, “muretto” con le figurine cioè: una volta stabilito il numero di figurine da mettere in palio per ognuno, il mazzetto si appoggiava alla base di un muro.

Quindi ognuno tirava una pietra o una barretta di ferro, da un riferimento stabilito, generalmente lontano una decina di metri dal muro, cercando di colpire il mazzetto.

Si aggiudicava tutte le figurine chi per primo gettava a terra tutto il mazzetto ovvero chi alla fine del turno di tiro era arrivato più vicino.

Come non ricordare i circuiti con le biglie ma soprattutto con i tappi in metallo delle Coca Cola o similari con all’interno ritagliate le foto dei corridori, Merckx, Gimondi, Basso, Motta, ecc. Gare indescrivibili, agguerrite, con volate all’ultimo bordo di tappo su circuiti improvvisati che in alcuni casi, per evidenti “colpi bassi”, terminavano anzitempo con una bella zuffa.

A quel tempo non si ricorreva al telefono “azzurro, verde, giallo o multicolore” o ai genitori, le faccende di noi ragazzi venivano risolte sul posto a quattrocchi e la cosa più bella era che passato il momento, l’indomani si era più amici di prima. Modo di vivere STREPITOSO .  

Purtroppo, l’inesorabile trascorrere del tempo mette in parte fine a questo “mondo perfetto” nel momento in cui arrivò l’età in cui diventava necessario frequentare la scuola. A differenza dell’asilo in questo caso la frequenza era OBBLIGATORIA, non c’erano né se e né ma.

A dire il vero sono sempre andato a scuola piuttosto volentieri anche perché era occasione di conoscere cose nuove e d’indole sono sempre stato curioso. Il mio percorso di studi fu regolare tanto che, almeno fino alle superiori, non detti mai grossi pensieri ai miei genitori per il rendimento scolastico.

IL rendimento era sempre su livelli di ottimo/eccellente. Quasi da “secchione” ma in realtà studiavo il minimo indispensabile visto che stavo molto attento in aula. Tutto ciò era conveniente perché mi evitava di studiare l’estate e la possibilità di ricevere qualche dono era maggiore. A proposito di doni non posso non ricordare un Natale fatto a casa dei nonni paterni, Nonno Libero, l’anno sarà stato pressappoco il 1965 o 1966.

Al n. 17 di via Franceschini a Volterra c’era, all’ultimo piano, la casa di nonno Libero e nonna Nella. Come gli anni precedenti eravamo andati a trascorrere il Natale a casa dei nonni. Arriva la sera del 24 dicembre e eravamo tutti in cucina, un locale lungo e stretto con una leggera curva appena entrati.

Nanno, Nonna, Babbo, Mamma, Marco, Zia Pieranna e l’allora fidanzato ora marito, Domenico, per tutti Mimmo, ed io. Ecco il tanto atteso momento di distribuire i regali. Nonno, da buon capofamiglia, inizia la distribuzione e qui iniziano i dolori. Pacchi per tutti, belli grossi mentre per i l sottoscritto solo un piccolo pacchetto con un pezzo di carbone, già di carbone vero neanche di zucchero. F

ar me e me pensavo, si vogliono divertire ora arriva anche il mio momento. Invece altro pacchetto e altro pezzo di carbone. Alla fine i pacchi finirono e per me nulla. Non sapevo se piangere, urlare rimasi fermo ed impassibile, non sapevo che pensare. Però una cosa era sicura: avevo un “incazzo” dentro da paura.

In fondo non ero stato poi così monello nei tempi precedenti il Natale. Forse vista la faccia che avevo, che non riuscissi neanche a piangere tanto ero rimasto deluso, Babbo mi disse che aveva visto sotto l’albero nell’altra stanza dei pacchetti arrivati all’ultimo momento.

Uscii dalla stanza come un missile e vidi veramente i pacchi ai piedi dell’albero. Ricevetti il mio primo trenino elettrico. Una loco elettrica, la E424, due carrozze “centoporte”, una carrozza tedesca rossa, una loco a carbone, con un carro cisterna “Esso”, un carro a sponde basse, un carro trasporto carbone ed un carro americano. Ovviamente c’erano anche binari, compresi i deviatoi, ed il trasformatore.

Tutto materiale Rivarossi, un mito. Vi domanderete come faccio a ricordarle tutte così bene. Semplice, li ho ancora con me. Sono, sebbene con i segni inevitabili del tempo trascorso, in bella mostra nella teca con gli altri trenini elettrici più moderni e sono perfettamente funzionanti.         

Del periodo delle scuole elementari non ho ricordi particolari mentre delle scuole medie inferiori ricordo con immenso piacere e nostalgia due persone: il preside e l’insegnante di ginnastica. 

Il primo era un uomo che non poteva passare inosservato. Era un gigante di oltre due metri, con un fisico possente nonostante fosse un invalido di guerra (gli avevano asportato un polmone) che incuteva rispetto solo a vederlo.

Era stato, durante il secondo conflitto mondiale, un incursore della Marina Militare ed aveva partecipato all’affondamento delle navi inglesi nel porto di Alessandria di Egitto con i “maiali” e per la quale era stato insignito della medaglia d’Argento al Valor Militare.

La stessa operazione a seguito della quale Durand de la Penne ricevette la medaglia d’oro al valor militare. Un mito, forse era un segno premonitore, chissà!?

Il secondo il Prof. DEL TORTO, che mi introdusse al mondo del calcio. Fu lui che mi convinse a giocare nel ruolo di portiere. Infatti, negli anni a venire ho giocato come portiere nelle categorie giovanili e, forse con un po’ più di fortuna, avrei potuto anche riuscire a fare qualche “provino” per qualche club più blasonato. Nell’anno in cui ho partecipato ai campionati regionali allievi avevo stabilito il record di imbattibilità del campionato con oltre 700 minuti (ogni partita era di 60 minuti). 

Ma qualcuno di voi si starà chiedendo che fine abbia fatto Marco, mio fratello. Non me lo sono dimenticato, giammai, non potrei mai.

Eravamo come cane e gatto, sempre a bisticciare, ma guai a chi lo toccava e tutt’oggi, ancor più da quando Babbo e Mamma non ci sono più, è il punto di riferimento. Figura mai invadente, di poche parole ma sempre presente e direi insostituibile. Marco è più grande di me di ben 5 anni, quasi sei visto che è nato a febbraio del 1953.  

Grande atleta di mezzofondo per un bel po’ di anni è stato letteralmente un mattatore a livello provinciale e regionale. Vinceva il 90% delle gare e quando andava male era nei primi tre. Ma quanti sacrifici ed allenamenti faceva. Poi c’era il sottoscritto che gli faceva i massaggi. Avevo imparato un po’ la tecnica dal babbo di un amico che era massaggiatore ufficiale di una squadra di ciclismo di professionisti, la “FERRETTI Cucine”.

Come si può dimenticare l’esperienza delle due “100 Km del Passatore”, da Firenze a Faenza. Una gara massacrante. La prima volta, Marco si fermò al 72° Km, a Marradi, ma l’anno successivo riuscì ad espugnare Faenza, terminando alla grande la gara. Nell’ultimo pezzo, gli ultimi 25 Km, gli avevo tenuto compagnia, in bicicletta. Un mito!! 

Marco era un ottimo preparatore atletico e lo è stato anche per me (non posso dimenticare i tantissimi pomeriggi passati al campo sportivo per affinare la tecnica che per me, molte volte, era solo istinto o a tirare infinite volte la palla “medicinale” per irrobustire gli addominali.).

La sua figura ha iniziato veramente ad intrecciarsi con la mia a partire dalle scuole medie, cioè da quando parte delle attività e degli interessi iniziarono a diventare comuni. I giochi che mi avevano visto crescere, svolti quasi esclusivamente nel cortile di casa non soddisfacevano più completamente e sentivo il bisogno di fare il salto di qualità, almeno così pensavo e come me i miei amici. 

Si cercava di partecipare, in ogni modo, alle attività dei ragazzi più grandi anche se molte volte finiva che a noi “piccoli” erano relegate posizioni e mansioni di secondo piano. Ma andava bene così, eravamo con i “grandi”. Poter andare a pescare con la bilancia, giocare a calcio al campo sportivo, quello vero, fare le “ture” (ndr. metodo di pesca realizzato interrompendo artificialmente a monte e a valle un tratto di torrente e pescando con le mani il pesce rimasto intrappolato all’interno di tale tratto) ed ancor peggio le “bombe” con il carburo.

Non ultimo, uscire qualche volta la sera dopo cena, durante il periodo estivo, fino al periodo “d’oro” del primo porto d’armi per uso caccia. Andare a caccia con un fucile vero non mi sembrava vero. Avevamo un bel numero di gabbie con i richiami vivi (tordi, cesene, merli, passeri, frosoni, fringuelli) e Babbo aveva comprato una licenza con annesso capanno nelle campagne nella zona di via Santini. Poi si andava anche a quello di Bano, era migliore per i tordi ed i merli.

Nei pomeriggi, quelli consentiti dal calendario venatorio, una passeggiata in palude fino al tramonto era d’obbligo.  Tempi bellissimi.

Come già detto Marco ed io eravamo come cane e gatto.

Che succedesse qualche guaio in casa o che si bisticciasse per banalità ma che all’epoca sembravano affari di Stato direste voi che sarebbe da considerare una cosa normale. Ed in effetti lo era, una cosa era però strana: la colpa era, 99 volte su 100, la mia. 

Nella considerazione che ero il più piccolo e devo dire con sincerità, molto monello, non era difficile addossare la colpa a me anche quando magari sarebbe potuto essermi dato un seppur minimo “concorso”. Non c’era verso le prendevo sempre io. Il tutto finiva sempre con una bella passata di colpi da parte di Mamma. 

Altro che metodo Montessori! A saperlo, gli avrei consigliato, all’ora, di leggere questo famoso metodo educativo. Ma ad essere sincero, oggi mi sento di dire che a mio avviso anche la Dott.sa Montessori avrebbe perso le staffe con me.  Giusto per dare una idea a quanto poteva arrivare la mia “fantasia” vi racconto l’episodio del cane. 

 

Avevamo un bel cane da caccia, un espaniel breton, di nome Grundy. Un cane di una bontà unica, come si suol dire “buono come il pane”. Lo si poteva solo adorare. Un giorno d’estate, in un momento di stanca, rimuginavo su che cosa fare per ingannare il tempo. Fuori faceva troppo caldo per giocare in cortile e poi era presto per l’incontro con gli altri amici del gruppo. Pensa che ti ripensa, ad un certo punto vidi sulla credenza di cucina un astuccio di matite colorate a cera. Presi il cane e per gioco, non avrei mai potuto fargli del male volontariamente, iniziai a colorarlo. La povera bestiola sembrava divertirsi a farsi imbrattare tanto che alla fine sembrava un arcobaleno e le macchie del mantello di mescolavano con i colori. Finito di colorare pensai: ora lo lavo e tutto va a posto.

Purtroppo, le cose non andarono proprio così. Dopo la prima passata di acqua il pelo si arruffò completamente amalgamandosi ancor d i più al colore a cera. Allora presi del sapone che Babbo adoperava per lavarlo e la situazione invece di migliorare era ulteriormente peggiorata. Insomma, un bel pasticcio. Soluzione: tosatura del cane da parte del veterinario (a quel tempo non esistevano da noi i centri per la toeletta per cani) e, a seguire, una passata di colpi da parte di Babbo, questa volta veramente indimenticabile.

Furono anni bellissimi ed intensi, durante i quali, ora posso dirlo senza ombra di dubbio, ho vissuto spensierato. Magari con poco, o per meglio dire, con il giusto, con quel tanto che bastava e soprattutto con una famiglia che è sempre stata presente.

Licenza Media acquisita in scioltezza con ottimo e quindi arrivò il momento di frequentare le scuole superiori. Ero bravo in disegno sia a mano libera che tecnico per cui avrei voluto frequentare l’Istituto Tecnico per Geometri. Ma non sempre è così facile scegliere.  Purtroppo il Classico era, per così dire una scuola di famiglia, nonno Libero ex insegnate di latino e greco (nonno paterno) , babbo , zio Gigi il fratello di babbo, tutte le zie sorelle di babbo ed infine mio fratello per cui si capisce bene come  il classico fosse stata la migliore ed unica scuola sul mercato. 

Devo riconoscere che mi lasciai convincere facilmente e fu così che mi iscrissi al Lieo Classico Galileo Galilei di Pisa. 

Con il fatto di abitare in provincia, iniziò, necessariamente, il giornaliero andirivieni con la mitica ALn 772, più comunemente conosciuta come “Littorina”. Svegli alle 06.00 e rientro a casa non prima delle 14-14.30. normalmente il pezzo stazione casa, circa 2 km, veniva fatto a piedi, anche quando pioveva. Esistevano già gli ombrelli ma quante bagnate. 

L’abitudine a svegliarsi molto presto e mangiare tardi mi sarà molto utile negli anni di frequenza della Accademia Militare. 

Io avevo iniziato a frequentare la quinta ginnasio, quando conobbi Gabriella, aveva iniziato il primo anno, la quarta ginnasio. Una ragazza veramente bella con un sorriso ed una spontaneità coinvolgente. Si instaura una bella amicizia ed una mattina nel corridoio della scuola conosco intravedo il padre. Un Ufficiale, un Ten. Col. di artiglieria della Brigata folgore (purtroppo venuto a mancare poco tempo fa, RIP). Una ragazza cui ho voluto tanto bene. Forse un unico rimpianto, non aver mai avuto il coraggio di dirle quanto provassi per lei. Oggi posso dire che c’era solo una spiegazione a tutto ciò: ero un min….ne. 

L’anno scolastico procedette senza particolari scossoni, il rendimento era discreto e, di conseguenza, l’esame di quinta ginnasio per l’ammissione alla prima liceo venne superato senza troppe difficoltà. 

Le difficoltà arrivarono l’anno successivo, durante la prima liceo. Un anno in cui accadde quello che non mi sarei mai aspettato.  Era un periodo non molto felice, la scuola non mi piaceva, Gabriella era sempre più distante nonostante gli sforzi fatti. In quell’anno ho iniziato a praticare il ciclismo a livello agonistico. Rientravo nella categoria allievi regionali, un campionato tostissimo sia per i tracciati delle gare che per gli atleti che vi partecipavano, un nome per tutti Cipollini.

Purtroppo, nonostante mille fatiche e sforzi, non riuscii a migliorare le mie prestazioni come avrei voluto.  Tutto questo insieme di cose ebbe ripercussioni negative sul rendimento a scuola e purtroppo entrai in conflitto con il Prof. Ciantelli, insegnante di latino e greco, professore fortemente politicizzato, di sinistra. Un conflitto inevitabile in quanto voluto più dal professore che da me, anche se io ci ho messo del mio, chiaramente.

Certamente non ero un alunno modello, avevo le mie lacune, ma se ci fosse stata un poco più di elasticità da tutte e due le parti forse si sarebbe potuto evitare quello che poi invece successe. Per farla breve, nonostante non fossi peggiore di altri, il risultato fu di essere il capro espiatorio della classe, trovandomi rimandato a settembre con Greco e Latino. Un dramma, in fondo non me lo meritavo, ma c’era una cosa che rendeva il tutto preoccupante: il professore, anche se non in maniera chiara, me l’aveva giurata. Per lui ero come un dente cariato dovevo essere tolto e, sicuramente, mi avrebbe bocciato anche alla sessione di settembre.

A questo punto, devo dire grazie all’intervento del fratello di Babbo, zio Gigi, si riuscì ad ottenere il permesso di poter svolgere l’esame di riparazione presso il Liceo Ginnasio di Volterra. Superai l’esame senza grossi problemi ma dovetti ovviamente cambiare scuola. Ero talmente arrabbiato e così deciso a vendicarmi che se fossi ritornato a scuola a Pisa, prima o poi, la situazione sarebbe degenerata a tal punto da portarmi a fare qualcosa di cui mi sarei pentito tutta la vita.

In questo modo approdai al Liceo Ginnasio GUARNACCI di Livorno. La fama di studente “difficile” mi aveva preceduto ma nel giro di pochi mesi tutti quanti, dal Preside e Professori agli stessi compagni di classe, cominciarono ad apprezzarmi e stimarmi. Sicuramente si guardava di più alle qualità ed ai valori personali piuttosto che all’idea politica.

Ricordo ancora le parole del professore di matematica, che svolgeva anche l’insegnante aggiunto di matematica e fisica alla Accademia Navale di Livorno: “Sei stato “dipinto” come uno studente poco di buono, prepotente e poco volenteroso.

Noi docenti, però, ci siamo dovuti ricredere tutti. Certamente non sei un “tranquillo” ma hai dei buoni e sani valori, sei disponibile, sincero e leale. Saresti un buon militare, perché, quando sarà il momento, non fai il concorso per l’Accademia Navale? Facci un pensiero tanto c’è tempo”. Belle parole che ti ricaricano. Un bel riscatto, non c’è che dire, ma, intanto, una cosa certa c’era: la lontananza forzata mi aveva fatto perdere definitivamente Gabriella.

Gli anni del liceo a Livorno furono piacevolissimi. Il rapporto con compagni di classe dopo un primo, comprensibile, periodo di studio divenne piacevolissimo e si instaurarono dei legami interpersonali fantastici.

Eravamo diventati un gran bel gruppo affiatato. Come dimenticare Alessandro AVILIA, un sognatore-disegnatore fantastico, Carlo BARLETTANI, il figlio di ferroviere, Massimo NENCIATI, la vittima sacrificale del prof di Filosofia, Massimo VIDORI, bravissimo giocatore di basket ed attualmente reporter ed inviato per la RAI nella zona di Livorno, e molti altri.

Un periodo bellissimo e spensierato, feste bellissime in particolar modo quelle che si svolgevano sulla terrazza del palazzo dell’Attias, una location di lusso. Parte della terrazza all’ultimo piano era di proprietà del padre di due miei compagni, due gemelli.

Feste con la “F” maiuscola alle quali senza alcun problema partecipavano i figli di normali operai ed impiegati, quali potevo essere io, ed i figli di imprenditori, avvocati o notai. Il tutto con molta semplicità e senza che mai qualcuno abbia fatto o detto qualcosa per mettere in difficoltà gli altri.          

La maturità e l’incontro con il Colonnello CC GIUSTI. 

Era il 1976 (ora posso dire …. una vita fa!) e finalmente la agognata e sicuramente sudata Maturità Classica fu una realtà anche se conseguita con il minimo, un misero 36/60. Il minimo certo, ma pur sempre sufficiente per chiudere il primo di tanti cicli di una vita ancora tutta da vivere. Una vita che, come a tutti del resto, avrebbe riservato tante gioie ma altrettante delusioni, fallimenti ed amarezze. 

Ripensandoci è proprio vero: 36/60 è davvero poco. Ma con tutto quello passato e tenuto conto che il classico non era stato il massimo di scuola per le mie aspettative mi dovevo accontentare. Ma se io mi accontentavo sapendo che questo risultato non aveva nessuna influenza su quello che avrei fatto da quel momento a venire non erano dello stesso avviso Babbo e Mamma. Pur consapevoli della minima importanza di tale risultato sul mio futuro, essi sarebbero stati comunque molto più contenti ed orgogliosi se avessi conseguito un risultato migliore, specie Babbo. 

Ad ogni buon conto si girava pagina e prima di tutto c’era da godersi una estate intera e mai avrei immaginato che proprio in questo periodo sarebbe avvenuto l’avvenimento che avrebbe condizionato e segnato in maniera così radicale la mia vita futura. 

Il futuro mi avrebbe riservato un sacco di cose. Il “pezzo di carta” c’era, poco o tanto che fosse il punteggio finale, ora era il tempo di divertirsi seppur con la intima convinzione che, passata quella estate, si sarebbe iniziato a fare sul serio e bisognava cercare di non fare più errori.

Facile a dirsi ma non a farsi! Un conto era dire e fare programmi e tutta altra cosa era mettere in atto quanto detto o sognato. Quanto mai fu più veritiero il detto: “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare”.

Tanto per cambiare, l’estate del ’76 fu una estate caldissima e, come del resto nelle precedenti, a Vicarello, mio paese di nascita, non è che ci fossero molte distrazioni o particolari cose da fare. Quelle attività e svaghi caratteristici di un piccolo paese della campagna livornese dove la popolazione se non lavorava nei campi era impiegata nelle aziende nelle vicina Livorno o Pisa. 

Un tipico paese di transito, come ce ne sono molti, lungo un asse stradale importantissimo per i collegamenti con Grosseto e Roma, la strada statale n.1 Aurelia, che lo attraversava, e continua ad attraversarlo, completamente lungo la direttrice nord-sud e posto al confine tra la provincia d Livorno e quella di Pisa. 

E la patente di guida? Beh…. la domanda di riserva?

La possibilità di poter conseguire la patente di guida non era stata neanche presa in considerazione e, comunque, non vi sarebbe stata la disponibilità della macchina. Infatti, una ce ne era e serviva a Babbo per andare al lavoro, per cui i mezzi di locomozione erano, l’economica bicicletta o, quando c’erano i soldi per la miscela e finchè durava, il mitico “Califfo”, un motorino cinquantino rosso Ferrari, oggetto di mille elaborazioni per ottenere alla fine 2 km orari in più. Ma che soddisfazione quei 55 Km/h.!!

Quindi, buona parte del tempo la passavamo a scorrazzare per le campagne e a pescare nei fiumi, come lo scolmatore dell’Arno. Un posto molto ambito, anche per il senso di proibito, era il famigerato “Ponte del tubo”. Un ponte, non carrabile ed al quale si accedeva attraverso una scaletta in ferro, che era sostegno per una condotta d’acqua utilizzata in industria. In alcuni punti purtroppo la condotta era a cielo aperto e quindi il rischio di cadere dentro era concreto.

E’ meglio non pensare alle conseguenze di una eventuale caduta in tale condotta: morte sicura ed anche di quelle brutte qualora vi sia una morte bella. Eravamo degli incoscienti!! Ma vuoi mettere la possibilità di poter pescare con la bilancina direttamente al centro del fiume e la scarica di adrenalina prima e durante la fuga selvaggia alla vista della Forestale o delle Polizia Venatoria? Era una opportunità unica in quanto garantiva un maggiora probabilità di prendere pesce potendo pescare direttamente al centro dello scolmatore. Al termine, era quasi di rito, ritrovarsi tutti al bar a bere qualcosa di fresco e a vantarsi di avere fatto prodigiose, quanto mai inverosimili, pescate.

A parte la pesca, io avevo comunque un altro impegno che mi occupava buona parte dell’estate. Un impegno di lavoro, si proprio così, di lavoro. Andavo a caricare le balle, dette “presse”, di fieno e paglia sugli autotreni. Ed anche quell’anno non mancai all’appuntamento

Avevo avuto l’occasione ed ora posso dire anche la fortuna che un mio vecchio compagno delle scuole elementari, Massimo Zaccagnini, avesse con il padre ed il fratello una impresa di autotrasporti. Massimo, che per la sua stazza era soprannominato “Massimone”, era un vero e proprio gigante buono. Andavamo d’accordissimo tanto che eravamo diventati una coppia fissa.

Molte volte, pur non avendo la patente, gli facevo compagnia durante i lunghi viaggi nella riviera ligure quando il mitico “Lancia Esa Delta”, carico di bottiglie da olio, dopo aver arrancato sul passo della Scoffera, arrivava fino ad Albenga, Albissola, etc.. Quanti bei viaggi e momenti spensierati. Quante chiacchere e quanti bei pranzetti nelle trattorie lungo la strada. Bei tempi!  

Un pomeriggio di quell’estate del ’76, in pieno agosto con un caldo boia, eravamo alla periferia sud di Livorno (la zona dove oggi sorge Decathlon e Obi) ed avevamo appena finito di caricare balle di fieno. Una qualità eccellente che profumavano quasi fossero mischiate con del the.

Ad un tratto, “Massimone” mi disse che l’indomani saremmo dovuti partire molto presto. Il carico doveva essere consegnato a Modena e bisognava anticipare di molto la partenza perché, effettuato lo scarico a Modena, saremmo dovuti tornare a Livorno, alla ditta Saint Gobain, in tempo utile per caricare bottiglie da olio da consegnare agli oleifici liguri il giorno successivo.  Punto di scarico del fieno a Modena: le scuderie dell’Accademia Militare. Che coincidenza!

Quanta fatica… ma il fisico me lo permetteva.

Giorni bellissimi, un vero spasso, sempre in giro, in ottima compagnia. Una compagnia sana, fatta di cose semplici insieme ad un vero amico. Oltre a tutto, mi tenevo in forma pur non avendo a quel tempo certamente problemi di peso ma …. In primis guadagnavo bene e ciò mi permetteva di mettere da parte un po’ di soldi per una mia viscerale passione: la numismatica. La mia collezione di monete del Regno di Savoia (tutt’ora gelosamente custodita in banca) era sacra, ma più si ingrandiva maggiori erano le risorse da mettere in campo.

Purtroppo, Massimo non c’è più. E’ deceduto a causa di un incidente stradale a causa della nebbia, beffa della sorte, sulla A1, sull’Autostrada del sole, durante il mio primo anno di frequenza dell’Accademia Militare. Un tratto di strada fatto molte volte insieme fra sogni e risate. Riposa in Pace Amico mio, come vedi non potevo dimenticarti. 

Con le armi ho sempre avuto una certa dimestichezza ed ho sempre avuto una ottima mira. Una qualità che ho cercato di mettere a frutto. L’occasione si presentò quando I nostri padroni di casa lamentarono una invasione, vera e propria, di gechi.

La casa era circondata da edera e quindi le bestiole avevano trovato un habitat perfetto. La sera dopo cena, quindi, entravo nel loro giardino che confinava con casa nostra ed iniziavo la caccia ai gechi con la carabina ad aria compressa. A quei tempi tirare con una carabina ad aria compressa in un giardino era ancora tollerato e si poteva fare senza alcun problema.

La signora stravedeva per me e manteneva costantemente elevata la mia dotazione di piombini. Eccezionale, le sere d’estate mi divertivo e… cosa non trascurabile, anche gratis.           

Durante una di queste serate “di caccia” incontrai, nel loro giardino, il Colonnello GIUSTI, fratello del marito, che abitava al piano terra della loro villetta. Alcune volte Babbo aveva parlato di questo uomo, Ufficiale dei Carabinieri, ma io non lo avevo mai incontrato di persona.

Era arrivato al grado di Colonnello, non poco per quei tempi. Era famoso in zona per la sua determinazione e costanza tanto che era considerato un duro ed un “tignoso”. Parimenti gli erano riconosciute, anche dagli stessi “cattivi”, rettitudine, correttezza e disponibilità. 

Al primo incontro fu un vero Carabiniere, schivo, taciturno poco incline ai complimenti … insomma uno a cui non piaceva scherzare…. tutto di un pezzo. Anche la statura e la corporatura di tutto rispetto aiutavano a rendere la persona ancor più austera. 

Onestamente, l’impressione che avevo avuto era di avere di fronte una persona con la quale mi sarei potuto permettere di fare una conversazione in scioltezza. Con il tempo mi sarei dovuto ricredere.

Ovviamente lo salutai e lui, dopo avermi squadrato dalla testa ai piedi, rispose affabilmente al saluto e mi invitò a sedermi con lui fuori dal balcone di casa. La conversazione andò avanti per un bel po’ di tempo parlando del più e del meno. Mi chiese mille cose, dagli studi fatti, agli hobbies, ma soprattutto mi elogiò a riguardo di come sapessi maneggiare la carabina e come la prima cosa che avessi fatto incontrandolo fosse stato quella di scaricarla.

Quella sera i gechi furono molto contenti perché la conversazione si protrasse fino quasi a mezzanotte. Una serata piacevolissima, la prima di una lunga serie. Alla fine, dovetti ammettere che, dopo la iniziale titubanza, la conversazione era stata molto piacevole ed anche il Colonnello era una persona piacevole, colta e sicuramente, molto sola da quando era deceduta la moglie di cui era follemente innamorato. Anche dopo anni dalla morte gli si illuminavano gli occhi quando la ricordava o pronunciava il suo nome.

Una sera, infine, durante una delle nostre conversazioni gli dissi che avevo ricevuto la famosa “cartolina” per andare a sostenere la visita di leva e nell’occasione gli confidai che dopo il Ginnasio, avrei voluto frequentare la scuola Militare della Nunziatella, ma che non era stato possibile per varie ragioni familiari. 

A quel punto, tipico del Colonnello, fu molto diretto: ma perché non provi a mirare più in alto? Io sul momento non capii e lui incalzandomi disse: “Perché non provi a frequentare l’Accademia Militare? Fisicamente sei più che a posto, hai sani principi, sei determinato, sei sveglio, la fatica non ti spaventa…. secondo me hai tutte le carte in regola. Ce la potresti fare.” 

Accademia Militare, un cadetto di Modena, qualche volta ci avevo pensato ma non avevo mai preso in seria considerazione l’eventualità. Sul momento rimasi interdetto. Mi aveva colto di sorpresa. Forse aveva già da tempi in mente di propormi una cosa simile ed in fondo del circondario ero, in effetti, l’unico ragazzo che avesse le carte in regola e lo spirito per poter tentare un simile passo. Quindi mi resi conto che le conversazioni, oltre a riempire un po’ della sua solitudine, avevano avuto anche lo scopo di conoscermi e di testare la mia persona. Voleva e doveva farsi una opinione sul sottoscritto prima di sbilanciarsi. 

Da un lato la proposta mi lusingava e allo stesso tempo mi allettava, dall’altro mi spaventava l’ipotesi di dover affrontare un qualcosa che di sicuro mi immaginavo molto grande e difficile ma di cui non avevo neanche la benché minima idea.

Ma quello che mi spaventava e mi rendeva molto dubbioso sull’accettare tale proposta, direi sfida, era il mio carattere. Ero consapevole di avere un bruttissimo carattere, come si dice in toscana ero un “fumino”, non proprio quello che si addiceva ad un ambiente come quello di un Accademia Militare. Senza ombra di dubbio, avrei dovuto rivedere in maniera radicale molti miei atteggiamenti, ce l’avrei fatta? Non avrei dovuto solo far finta di adattarmi alle regole le avrei dovute intimamente accettare.

Non avrei potuto ingannare a lungo in primis, gli istruttori ed, in secundis, me stesso. Oltre ad una pessima figura come uomo sarebbe stata una ulteriore delusione per i miei genitori. Ero pronto e determinato per affrontare tutto questo? Era quello che veramente volevo? Ci sarebbe voluta una forte motivazione per metter in discussione il mio carattere e affrontare una sfida che sembrava molto più grande di me.

Sul momento non ho saputo rispondere e gli dissi che ci avrei pensato.

Passai la notte dormendo molto poco ripensando e ripensando a quanto il Colonnello mi aveva detto. Le sue parole mi risuonavano in mente come fossero campane.

Nella notte valutai, almeno credevo così, tutti i pro ed i contro che mi venivano in mente, ed arrivai alla conclusione che avrei accettato la sfida e che, forse, avrei dimostrato quanto valessi, soprattutto a me stesso. Quel 36/60, quel timbro di “ciuccio di casa”, benché mai rinfacciato, continuava a bruciare… e non poco.

Memore del diniego, di pochi anni prima, di frequentare la Scuola Militare della Nunziatella, il giorno dopo, con calma affrontai l’argomento in famiglia parlandone con Babbo e Mamma. Dopo un primo momento di stupore, li vidi combattuti.

Da una parte c’era l’orgoglio di poter avere nell’imminente futuro un figlio Cadetto dell’Accademia Militare di Modena, la più antica e blasonata del mondo, dall’altra c’erano, in primis, le difficoltà di una scelta di  vita che non faceva parte della storia della nostra famiglia e per cui completamente sconosciute ed, in secundis, il timore di vedermi fuori di casa così giovane e forse, a loro avviso, non ancora pronto ad affrontare in solitudine la vita reale.

Alla fine prevalsero gli aspetti positivi e ci imbarcammo in questa sfida che li coinvolgerà pienamente. Una sfida che si trasformerà per me in un’avventura che durerà una vita con ben oltre 40 anni di servizio alla Patria.

Come disse Cesare “Alea iacta est, il dado è tratto”, e non sarei tornato indietro sulla decisione neanche morto.

La sera stessa lo riferii al Colonnello. Accolse la notizia con visibile contentezza e soddisfazione. Ogni giorno che passava la convinzione di aver fatto la scelta giusta si rafforzava sempre più. Il risultato di questi colloqui, oggi lo definirei “indottrinamento”, fu quello di portare la mia motivazione alle stelle.

Feci la domanda per essere ammesso alla frequenza del 159° Corso dell’Accademia Militare di Modena. Dopo le visite mediche fatte a Roma, al Celio, (mi accompagnò Marco, mio fratello) ed averle superate in scioltezza, fu la volta della prova scritta di italiano. Andai a sostenerla alla Scuola Sottufficiali Carabinieri di Firenze. Un ottimo risultato, infatti il tema di italiano non era certo un problema insormontabile.

Pensavo realmente di avercela fatta ed ero a mille. Ma mai come allora mi sarei aspettato di sperimentare la veridicità del detto: mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso!  

Infatti, i problemi stavano per arrivare e ne arrivarono molti, più di quelli che avrei mai potuto immaginare. 

Superata la prova di italiano, arrivarono a casa dal Comando Scuola dell’Accademia Militare le sinossi di matematica, geometria e trigonometria. Per me che avevo fatto il Classico erano un problema. Mi sembrava di affrontare un esame di arabo.    

Non mi lasciai intimorire ma iniziai a studiare duramente. La preparazione per l’esame orale di matematica, geometria e trigonometria procedeva ma con molte difficoltà e dubbi. Babbo mi faceva ripetizione ma colmare un gap così vasto non era cosa facile.

Comunque, a poco a poco, caparbiamente, iniziai a prendere confidenza con formule e algoritmi fino a poco tempo prima a me sconosciuti. Mi allontanai da tutto e tutti ed iniziai a trascurare anche le vecchie amicizie del Liceo di Pisa. Finalmente arrivò il momento di partire per Modena per sostenere i quiz attitudinali e l’esame di orale. 

Partii pieno di speranze e, anche se cosciente di avere alcune lacune in trigonometria, convinto che avrei potuto farcela. 

Arrivati a Modena, dopo la immancabile registrazione individuale, ci trasferirono presso il palazzo Ducale di Sassuolo, la residenza estiva dell’Accademia Militare. Nella tranquillità di questa sede ci vennero somministrati i quiz attitudinali e vennero svolti i colloqui con gli psicologi. Intanto iniziavano le prime conoscenze ed amicizie tra i concorrenti. Ognuno raccontava la propria esperienza, si parlava del più e del meno, ma, inevitabilmente uscivano alo scoperto le individuali sicurezze, poche, e le paure, molte. 

Al terzo giorno di permanenza, superati i quiz, nuovamente trasferimento con autobus presso la sede della Accademia Militare a Modena, presso il Palazzo Ducale. 

Iniziava la parte più critica per me: la prova di matematica, geometra e trigonometria. Di quel giorno, infausto purtroppo, ricordo ogni particolare, l’aula, i compagni e soprattutto l’esito.

E’ uno di quei ricordi, come altri della vita mia futura, che non puoi dimenticare, è impresso a fuoco nella mente.

Sostenni l’esame nell’aula 36, un’aula moderna, con le lavagne verdi a scorrimento verticale con le sedie ed i banchi posti a mo’ di anfiteatro su vari livelli ascendenti. Era un’aula di nuova concezione, come le altre due “gemelle” la 37 e la 38, che erano state ricavate con dei tramezzi in alluminio anodizzato verde. Uscito dalla prova incontrai un allievo del 158° Corso, all’inizio del secondo anno, il corso che da poco era diventato il Corso “anziano”, che, non so se per gentilezza o per pura curiosità, si informò su come fosse andata la prova.

Eravamo io ed un altro amico di avventura e dopo averci ascoltati ci disse che comunque il peggio era passato e che bisognava avere fiducia. L’ingresso alla frequenza del 159° corso era ad un passo dal diventare realtà. Purtroppo, le speranze stavano per infrangersi contro un punteggio troppo basso, seppur positivo, solo 18/30. 

Il risultato finale fu: vincitore di concorso ma non ammesso alla frequenza del 159° Corso per insufficienza di posti a disposizione. Il classico “sotto riga”. Una beffa mortale, forse la prima vera grande delusione della mia vita. 

Assorbire una delusione simile non fu affatto facile. Mi sentivo di aver deluso i miei principali sostenitori: Babbo, Mamma ed il Colonnello Giusti. Ci furono momenti di sconforto, mi addossavo colpe che non avevo…potevi fare di più…. potevi affrontare lo studio così piuttosto che cosa…. Insomma, una colpevolizzazione assurda.

In fondo il concorso lo avevo superato ma con un voto totale non sufficiente ad assicurarmi un posto disponibile in graduatoria. Avevo cercato di coprire un gap di conoscenze matematiche, geometriche e trigonometriche di cinque anni ed io in due mesi non ce l’avevo fatta. Ero avvilito ed odiavo ancor di più il Liceo Classico. 

Dopo questo primo periodo di abbattimento, venne fuori nuovamente il mio carattere, combattivo caparbio e tenace. Si accese, nuovamente, in me una ferma e decisa volontà di far vedere che dal fallimento poteva nascere qualcosa di positivo. Ero tornato in ballo e volevo a tutti i costi la mia rivincita. Non conoscevo questo aspetto del mio carattere, aspetto che entrerà in ballo svariate volte nel corso di questo 40 anni di servizio.

In tutto questo la Famiglia e la figura del Colonnello Giusti furono di grosso aiuto. Ovviamente Babbo e Mamma erano dispiaciuti ma fecero di tutto per non accentuare il peso del fallimento incoraggiandomi a ritentare e che, comunque, mi sarei realizzato in un modo o nell’altro con o senza Accademia Militare. Ricordo una lunga conversazione avvenuta dopo il rientro dallo sfortunato esame con il Colonnello.

Il Colonnello ascoltò, in silenzio, il mio racconto ed il mio sfogo amaro e risentito per il mancato obiettivo. La mia amarezza e lo sconforto che mi attanagliavano erano evidenti, palpabili. il Colonnello mi disse, come del resto avevano già fatto miei genitori, che le delusioni facevano parte della vita di ognuno di noi. L’essere un Uomo in gamba, quello con la “U” maiuscola, non era quello che non subiva fallimenti ma quello che sapeva reagire ad essi facendone tesoro. Insomma, dovevo dimostrare di avere le p… nonostante i miei 19 anni.

Avevo respirato l’aria di quei corridoi di quelle aule e di quei cortili, avevo già provato la sofferenza di esserne stato escluso ed ora dovevo dimostrare di avere veramente la stoffa, la grinta e la caparbietà per fare l’Ufficiale. Insomma: dovevo ritentare a tutti i costi.  

Non potevo stare con le mani in mano e dovevo avere la mia rivincita. Non potevo rinunciare ad un sogno solo per un esame di matematica. Quindi mi iscrissi, anche su consiglio di Babbo e questa volta da me pienamente condiviso, alla Facoltà di Geologia. 

Iniziai, così, la mia nuova esperienza come matricola universitaria. Devo dire fu una bellissima esperienza anche perché le materie di studio erano interessanti e non mancavano i momenti di relax e svago.

Un giorno, ritornando a lezione dopo una pausa, incontrai Gabriella (volontariamente non faccio il cognome per motivi di riservatezza), la mia Gabriella, il mio grande Amore durante il Liceo Ginnasio Galileo Galilei a Pisa.

Iniziammo a parlare e non mi pareva vero averla incontrata di nuovo. Ovviamente ho cercato di riagganciare la vecchia amicizia e stavo per chiederle se potevamo vederci di nuovo quando mi disse che da lì a poco, con il fidanzato, avrebbe collaborato con una emittente radio televisiva locale. Credo di ricordare con sede al “CIOCCO”, negli anni ’70 una conosciuta meta turistica nella Lucchesia.

Fu un cazzotto allo stomaco terribile, la possibilità di poter sperare di stabilire una relazione stabile con lei era svanita per sempre. Ancora una volta, quando sembrava tutto fatto, ecco improvvisamente la battuta di arresto. 

Sono stato male per diverso tempo anche perché, questa volta a ragione, mi addossavo la colpa di non averle detto prima quello che veramente e seriamente provavo per lei. Seconda vera batosta della vita. La realtà seppur dolorosa era un’altra ed ancora una volta bisognava affrontarla. Nell’ambito dello spettacolo avrebbero detto: “The show must go on!”

Le compagne di corso erano veramente carine. Mi ricordo piacevolmente, in particolare, di una carissima amica della zona di Aulla, si chiamava Alba.

Abbiamo preparato e superato assieme gli esami di Geografia e di Analisi matematica 1 e Fisica. Gentile, carina, cordiale ed intelligente era un vero piacere passare le giornate universitarie in sua compagnia.

Fino a che è durato è stato un bellissimo periodo. Sereno e spensierato, sebbene non trascurassimo assolutamente gli studi. Eravamo in pari con gli esami del primo anno.  Nonostante tutto non avevo perso il mio obiettivo ma forse, inconsciamente, mi preparavo un ancora di salvezza in caso di un nuovo fallimento. Non volevo passare quello che avevo passato l’anno precedente.

Ovviamente, purtroppo, il successivo ingresso in Accademia ci ha, inevitabilmente, allontanato. Ho ricevuto sue notizie regolarmente per un po’ ma poi, piano piano, il tutto è finito. La vacanza di Pasqua avrebbe potuto essere momento per vederci di nuovo ma una tremenda bronchite mi costrinse a letto tutto il periodo di licenza e quindi anche l’ultima occasione era svanita. Peccato veramente.  Chissà che fine ha fatto?

Spero sia felice.

Ma procediamo con ordine.  

La domanda per il concorso al 160° corso stava per essere bandita e non potevo permettermi di fallire.

Come detto, avevo dato gli esami di analisi matematica uno, fisica e geografia generale. In pratica ero in pari con gli esami ed avevo sostenuto positivamente quelli che più mi interessavano. Finalmente usci il bando di concorso e subito feci la domanda.

A questo punto lasciai perdere, momentaneamente, gli studi universitari e mi dedicai a tempo pieno, alla preparazione per il concorso. Lo studio fu pesante come l’anno precedente ma dalla mia parte, oltre ad essere molta più determinato, avevo basi più solide e, soprattutto, conoscevo il “copione”, sapevo perfettamente come si sarebbero svolte le singole prove.

Il “Ciak si gira” e “come si gira” dovevo darlo io e dirlo io e nessun altro. Nonostante questo, lo stato d’animo prima di ogni singola prova era di una morsa allo stomaco anche nella considerazione che non avevo altre chance a disposizione. Ora o mai più.  

L’iter era rimasto lo stesso dell’anno precedente: visite mediche al Celio, prova di italiano a Firenze sempre alla Scuola Allievi Sottufficiali dei Carabinieri ed infine test attitudinali, psicologo ed esame orale a Modena presso il Palazzo Ducale di Sassuolo e presso   l’Accademia Militare. Avevo superato tutte le prove, sebbene al tema avessi avuto un punteggio inferiore a quello dell’anno precedente, solo 21/30.  

Ed eccoci ancora una volta in aula 36 per l’esame orale di matematica, geometria e trigonometria. 

Questa volta però, grazie a quanto fatto in sede universitaria, l’esito della prova fu completamente diverso da quello dell’anno precedente. 

Dopo una lunga attesa, trascorsa tutt’altro che serenamente, finalmente un Capitano ci comunicò che avevamo superato l’esame e che avremmo avuto ulteriori comunicazioni direttamente presso i nostri rispettivi domicili. Mi ricordo che insieme a me c’era Giampaolo GRASSI, grossetano e toscanaccio come me, e ci abbracciammo e ci mettemmo a ballare come dei bambini impazziti.

La gioia era incontenibile…ce l’avevo fatta…. avevo superato il concorso per l’Accademia Militare. Ero sinceramente orgoglioso di me. D’improvviso mi sentii adulto e prese coscienza in me la convinzione di aver fatto qualcosa di grande. Ero riuscito a superare tutte le prove ed ero uno di coloro che avrebbero varcato il portone d’ingresso dell’Accademia Militare.

Ero parte della élite militare, un  mondo conosciuto ed attraente sulla carta e nei racconti del Colonnello ma totalmente sconosciuto nella sua cruda realtà.

Le domande di ammissione erano state oltre 3000 ed io ero uno dei 100 selezionati. Avevo ben donde per essere fiero di me stesso. 

Il viaggio di ritorno fu magnifico. Mi sembrava di possedere il mondo e non vedevo l’ora di riabbracciare Babbo, Mamma e Marco, la mia Famiglia e di dare la bella notizia al Colonnello. 

Ovviamente un pensiero è andato anche a Gabriella…. mi avrebbe fatto piacere condividere tale gioia con lei;  chissà se sarebbe stata orgogliosa del mio traguardo anche in considerazione che suo padre era un Ufficiale Superiore  della Brigata paracadutisti Folgore. Non l’ho mai saputo e forse non lo saprò mai. In fondo mi fa piacere pensare che sarebbe stata contenta.

I giorni a casa trascorrevano nella consueta normalità finché non arrivò l’agognata lettera dal Comando Accademia Militare con la quale mi comunicavano il giorno di presentazione: 16 ottobre 1978.

Iniziarono subito i preparativi e mi ricordo Mamma che si preoccupava per il rinnovo di un minimo di corredo sebbene l’istituto fornisse ogni genere di vestiario anche quello intimo….. peraltro mai messo. I mutandoni della nonna…mai.

Con l’approssimarsi della partenza iniziò il giro dei parenti per i saluti di rito finché non arrivò il fatidico 15 ottobre, una domenica. Nel primo pomeriggio, Babbo, Mamma e Marco mi accompagnarono alla stazione ferroviaria di Pisa dove presi il treno per Firenze e poi quello per Bologna-Modena.

Fu un momento che non potrò mai dimenticare perché se da un lato c’era la gioia di vedere coronato un sogno dall’altro c’era il primo vero distacco dai miei Affetti più cari che, per diciannove anni, erano stati un sicuro punto di riferimento, per ogni cosa ed in ogni occasione.

Da quel momento in poi non sarebbero stati vicino a me, sarei stato solo e pur non potendo lontanamente immaginare minimamente quello che mi aspettasse sapevo che la mia vita sarebbe cambiata radicalmente.  

Arrivai a Modena in una serata umida, nebbiosa e frigida come solo là se ne possono vedere. Andai subito in albergo che Babbo aveva pensato di prenotare. Mi sistemai ed essendo solo pomeriggio avanzato, decisi di uscire per vedere la città. Ne fui immediatamente affascinato. Bella, ordinata, pulita e con certo non so che di aristocratico. 

Ricordo che fui affascinato dal Duomo dove entrai come attratto da una forza superiore. Entrato per curiosità, mi ritrovai a pregare senza neanche accorgermene. Momenti intensi di una interna riflessione e introspezione che ebbero il potere di rilassarmi e di darmi ancor più la carica e la sicurezza per affrontare l’avventura che da lì a poche ore sarebbe iniziata.

Un’avventura che mi immaginavo bellissima e grandiosa ma senza avere nessuna certezza su ciò che in realtà sarebbe stata o di quanto sarebbe potuta durare. Magari dopo il primo periodo mi avrebbero potuto allontanare dal Corso per scarso rendimento negli studi oppure per scarsa attitudine militare o chissà per che cos’altro.    

Rientrai in albergo, che era in Corso Canal Grande alle spalle dell’austero Istituto, non molto distante. La nebbia, compagna di molte serate da lì a venire, iniziava a scendere ancor più fitta e con essa era aumentato il freddo. Nella solitudine della mia camera mille pensieri cominciarono ad assalirmi ma, già a quei tempi, i morsi della fame mi riportarono alla realtà e, con buon appetito, seduto sul letto, consumai la cena che la premurosa Mamma mi aveva dato.

Dei bei panini con salame e formaggio (accoppiata che ancor oggi adoro) accompagnati da un buon bicchiere di vino. Il tutto era contenuto in una cartelletta porta documenti beige di similpelle con una grossa cerniera in metallo. Lo ricordo come fosse oggi. 

Nonostante tutto, i pensieri, l’ansia su quello che sarebbe accaduto, i mille interrogativi sulla scelta fatta, la stanchezza della giornata passata ebbe il sopravvento e mi addormentai. L’indomani dovevo essere in forma e soprattutto in orario.

Aveva così inizio l’ultima notte da uomo in abiti borghesi. Il ragazzo spensierato e molte volte guascone fino all’eccesso del giorno prima lasciava il posto ad un Gian Luca del tutto nuovo. Un Gian Luca che, volente o nolente, doveva essere e diventare diverso se voleva arrivare all’obiettivo di diventare Ufficiale dell’Esercito Italiano.

Iniziava un nuovo periodo della mia vita. Il tempo dei giochi e della spensieratezza erano finiti, ora si iniziava a vivere veramente ad impegnarsi in un qualcosa di grande dove debolezze e ripensamenti non erano consentiti.

Solo la determinazione di dimostrare a tutti e soprattutto a me stesso di essere migliore di quanto lo fossi il giorno precedente mi avrebbe consentito di andare avanti. Lo dovevo a tutti quelli che avevano creduto in me: alla mia Famiglia, al Colonnello Giusti e soprattutto a me stesso.

Di una cosa ero sicuro ed orgoglioso: l’indomani avrei indossato per la prima volta la divisa dell’Esercito Italiano. 

Una cosa importante non potevo sapere: da quel giorno avrei avuto le stellette cucite sulla pelle e quella divisa sarebbe stata la muta fedele compagna di un’avventura che sarebbe durata 40 anni.       

16 ottobre 1978, inizia un’avventura chiamata Accademia Militare, 160° Corso “Patria e Dovere”.

Era il 16 ottobre 1978. Una data indimenticabile

Dopo una notte, tutt’altro che serena per l’agitazione su quanto sarebbe accaduto l’indomani, arrivò, finalmente, la sveglia. Una doccia per svegliarmi del tutto e poi di corsa a fare colazione.

Faceva freddo, non pioveva ma il cielo era di un colore grigio che non prometteva niente di buono.

Ho percorso il tragitto che mi separava dall’albergo all’ingresso dell’austero e maestoso palazzo Ducale di Modena, sede dell’Accademia Militare, con passo deciso e, nonostante il freddo pungente, stavo bene e sempre più deciso e convinto di varcare quel portone con le migliori intenzioni di fare del mio meglio. Del resto, non c’erano molte altre possibilità. 

Il treno della vita era passato e vi ero montato con tutte le speranze che un giovane di 19 anni può avere con la convinzione di aver fatto la scelta giusta e con la determinazione di voler scrivere il proprio destino e dimostrare a tutti, familiari compresi, le proprie capacità offuscate da un rendimento scolastico, fino a quel momento, non proprio di eccellenza. Il 36/60 alla maturità in fondo mi bruciava ancora e mi seccava tremendamente che si pensasse che fossi il più “ciuccio” della Famiglia.

Dopo tanti sacrifici, momenti di abbattimento e di esaltazione, ero davanti al portone dell’Accademia Militare, oggi lo posso dire, da solo, purtroppo.

Quel momento tanto sognato ed atteso era arrivato, mi restava da fare solo un ultimo atto: quello di varcare la soglia. 

Ero consapevole che quell’atto sarebbe stato, inesorabilmente, lo  spartiacque tra quello che ero stato fino ad allora e quello che sarei diventato. Il mondo in cui avevo vissuto fino ad allora sarebbe stato un piacevole ricordo, ma solo un ricordo. 

Stavo per entrare quando mi ricordai ciò che mi aveva detto un anziano alla fine delle prove di esame alcuni mesi prima: mi raccomando quando ti presenterai in Accademia tocca il naso del leone che sta appena fuori l’ingresso principale.

E’ di buon auspicio. Cosa che ho fatto immediatamente. Mi colpì la bellissima lucentezza di quella testa di leone che non era certo merito di un manutentore scrupoloso che ogni giorno ne assicurava la pulizia, bensì era frutto di una consolidata e duratura tradizione da parte di tutti gli Allievi. Quel primo gesto, per molti, innocente e scaramantico, era, invece, già un primo insegnamento: l’enorme importanza del rispetto delle tradizioni.

Il primo giorno passò con la rapidità di un temporale estivo. 

Dopo il primo, comprensibile, momento di incertezza, iniziammo a fare amicizia. Mi assegnarono al II Plotone della 3^ Compagnia, che solo dopo seppi essere denominata la “pura”. La “pura” perché in tutta l’Accademia era l’unica compagnia ad essere costituita da allievi destinati esclusivamente alle varie Armi dell’Esercito, quelle cosiddette “operative”. 

Senza accorgermene arrivò la sera, dopo aver svolto tantissime attività ad un ritmo frenetico che pensavo, ingenuamente, fosse da attribuire al fatto che il tutto doveva essere completato in giornata.  Mai errore poteva essere più grande. Era solo il primo assaggio, dopo sarebbe stato anche peggio.

Ritiro dell’equipaggiamento nei magazzini, taglio dei capelli, assegnazione del posto letto, etc., etc.. Tutto era organizzato con maniacale precisione, senza errori o sbavature. Sembrava che ti conoscessero da anni e ciò colpì, tutti, favorevolmente. 

Ma ognuno di noi era consapevole che si era solo all’inizio della salita e, da buon ex-ciclista agonista, sapevo che sbagliare passo all’inizio voleva dire non arrivare al gran premio della montagna.

Nel tardo pomeriggio arrivammo, finalmente, al nostro posto letto e lì conoscemmo l’Anziano Spinella. Un Allievo del corso anziano che non aveva superato gli esami ed era stato iscritto al corso successivo. 

Aveva il posto letto di fronte al mio e se, almeno per il primo periodo, possa essere stato un incubo, successivamente, è stato un amico e lo è tutt’ora. Una gran brava persona.

 La camerata era nel corpo principale del Palazzo Ducale con dei grandissimi finestroni che si affacciavano su di un cortile interno, detto dell’Infermeria. Ah, dimenticavo, a proposito dei finestroni. Enormi, ben verniciati, …. ma assolutamente inutili.

Avremmo avuto prova della loro inutilità qualche mese più tardi. Lascio a Voi immaginare alzarsi dal letto, da novembre e aprile, la mattina alle sei in un camerone lungo 20 metri alto sei, senza riscaldamento e con le finestre che lasciano passare di tutto.  In alcune mattine sembrava di avere la nebbia in camerata. Ma andiamo con ordine.

Le attività sono iniziate subito, secondo un ritmo scandito da programmi perfettamente rodati e tarati per “forgiare” gli allievi. No, non ho sbagliato forma verbale, si proprio “forgiare”. In Accademia niente avviene per caso. Tutto ha un fine ultimo che è quello di preparare il futuro Ufficiale ad affrontare una professione unica nel suo genere.

E come l’acciaio per essere forte va forgiato anche l’Allievo non deve essere da meno. Solo in questo modo, con una vita sacrificata e priva di leggerezze si è in grado di affrontare le difficoltà della vita militare. In quei momenti certamente non è stata facile, i momenti di lasciare tutto, ci sono stati. Ma non l’ho fatto perché quello che avrei lasciato era più importante di tutto il resto.

Avevo qualcosa per cui ero pronto a lottare fino allo stremo. Sono stati momenti duri ma oggi devo ringraziare l’Accademia per le basi che mi ha e ci ha dato. Con il senno di poi ha fatto un eccellente lavoro.

In questo primo periodo, detto “Tirocinio”, non si è “né carne né pesce”. Si è autorizzati a vestire solo l’uniforme di servizio, detta “drop”. L’uniforme Storica”, il sogno di ogni Allievo, è, al momento, solo un sogno.

Finalmente, dopo sette interminabili settimane, si avvicina il giorno in cui si viene nominati “cadetti”. Ed è durante queste sette settimane che viene effettuato l’attagliamento in sartoria della uniforme storica. Ogni volta che andavo era un sogno vedermela addosso. Quasi non ci credevo.

La nomina a Cadetto avvenne con una cerimonia ufficiale, molto importante. Ed è In quella occasione che da un Allievo del secondo anno, si riceve in consegna lo “spadino” il segno distintivo, per antonomasia, dell’Allievo dell’Accademia Militare. 

Mi ricordo come fosse adesso. Un momento indimenticabile. Ogni volta prendo in mano lo spadino rivivo ancora quella emozione. Un’emozione che solo chi ha vissuto quei momenti può comprendere appieno.

Da quel momento in poi inizia il vero e proprio Corso. Ogni cosa, ogni attività accelerò di colpo, la vita divenne frenetica pur continuando ad essere meticolosa e precisa per le regole ferree imposte.

Gli spostamenti venivano effettuati esclusivamente di corsa. In un unico punto era concesso andare di passo, il “ponte dei sospiri”. Si proprio il “ponte dei sospiri”, già. 

Una sovrastruttura con ampie vetrate (esiste tutt’ora) che permette il collegamento tra il Palazzo Ducale ed il complesso della caserma Montecuccoli. Alla Montecuccoli erano allocate tutte le aule didattiche, e tutti gli impianti sportivi (palestra, campo di atletica, palestra di ardimento e piscina). Inoltre, è l’unico punto di tutto l’Istituto che ha finestre che permettono di “vedere” il mondo esterno. Da lì il nome….. “ponte dei sospiri”. 

La vita scorreva frenetica scandita da orari ferrei e dal rispetto di una miriade di regole. Regole che, al momento, alcune potevano sembrare assurde ma che, invece, contribuivano ad abituarci al rispetto delle regole, all’importanza della disciplina, alla lealtà verso i colleghi, all’amor proprio, alla fiducia in sé stessi, all’autostima e tante altre cose. Non a caso ho esordito dicendo che l’Accademia “forgia” i propri Allievi.   

Con il procedere dei giorni, arrivarono anche le prime “giornate tattiche”. Giornate in cui si effettuavano attività pratiche prettamente militari. Da un lato agognate perché si usciva fuori dall’Istituto ma temute perché finivano sempre con immancabili punizioni.

Ovviamente programmate per il Venerdì e quindi, se puniti, niente libera uscita il Sabato o la Domenica. Per dare un assaggio di quanto fosse rigida e dura la vita in Accademia, racconto solo questo episodio. 

Prima giornata al poligono di tiro. Non nego che fossi gasato, anche perché, cacciatore e devo dire, già da allora, bravo tiratore, non vedevo l’ora di poter sparare con un fucile da guerra.  Era dicembre e il meteo era quello tipicamente della zona: cielo plumbeo, nebbiolina, umidità che ti penetra nelle ossa e freddo. 

Trasferimento di buon mattino al poligono di tiro a Sassuolo. Ovviamente niente autobus ma spartani ACM52 telonati.

Iniziarono le lezioni di tiro e quel giorno imparai a mie spese che la troppa fiducia non è mai buona consigliera. Infatti, pensando di saper maneggiare il fucile e di non avere problemi, il Ten. La Valle, mio Comandante di Plotone, mi punì, senza appello, per comportamento 

scorretto sulla linea di tiro. Ma la punizione sarebbe stata poca cosa se non fosse che i miei genitori sarebbero venuti il giorno successivo a trovarmi ed erano due mesi che non li vedevo. Ero convinto che davanti ai genitori si sarebbe potuto fare una eccezione. Mi illudevo. Non mi fu concesso il permesso di uscire e trascorsi il tempo a disposizione con i miei genitori all’interno del parlatorio. Non ero arrabbiato ero solamente immensamente mortificato. Ma …….avevo imparato la lezione!

Provenendo dal Liceo Classico e nonostante l’anno universitario, inizialmente, ebbi tanta difficoltà a tenere il passo in analisi matematica e geometria 1. Era arabo per me. Ma la parola mollare l’avevo cancellata dal vocabolario e molte volte ho studiato sotto le coperte con la lampadina tascabile togliendo ore al poco riposo a disposizione e con il rischio di essere punito dagli anziani di inquadramento o dagli Ufficiali di servizio di notte.

Ma chi l’ha dura la vince. Iniziai a migliorare in tutte le materie tanto che ricevetti un premio dal Cte dell’Accademia in persona, Il Gen. Dodoli, per la costanza dei miglioramenti conseguiti. Il premio era un libro: “La Cruna dell’Ago” di Ken Follet, autore che prediligo tutt’ora.

Finalmente arrivò la licenza di Natale. E chi se la può dimenticare. 

Ricordo che la notte prima non ho chiuso occhio. Sarei tornato a casa in Uniforme Storica dai miei Genitori. Provavo un orgoglio indicibile.

Il viaggio in treno, indimenticabile. Tutti che ci guardavano, chi chiedeva, chi si complimentava. Ed anche le ragazze erano incuriosite e ciò non guastava.  La licenza, purtroppo, passò in fretta, troppo in fretta e ci ritrovammo tutti, in brevissimo tempo, sui treni che ci riportavano a Modena. In tutti c’era la consapevolezza che ora sarebbe iniziato il periodo più lungo, delicato e più duro. Il bello, se così si può dire, doveva ancora arrivare. 

Le ore che preferivo rimanevano comunque quelle di dedicate all’attività fisica. Ben presto fui selezionato per far parte della squadra di atletica dell’Istituto partecipando al Trofeo Inter Accademico, che nel 1998 fu organizzato a Livorno, presso l’Accademia Navale. Una pacchia una settimana a 15 chilometri da casa!!!

Nell’inverno, andammo al distaccamento della  Scuola Militare Alpina di La Thuile, per una settimana di corso sci. Sci? Visti solo in televisione. Una vera pacchia di una settimana dove imparai i rudimenti dello sci permettendomi di scendere su pista nere e percorrere, al termine della settimana, la pista rossa che dal ghiacciaio del Ruitor porta fino a valle, fino a La Thuile, sfruttando, in alcuni tratti, la strada che conduce al passo del Piccolo San Bernardo, chiusa al transito nel periodo invernale.  Una settimana indimenticabile, divertimento allo stato puro.

Ma eccellevo un po’ in tutte le discipline, dalla scherma all’ardimento. Unica pecca, il nuoto dove ero nei principianti e non riuscivo ad ingranare. Fortunatamente tenevo alta la media con le altre discipline e fui selezionato per partecipare anche alla cosiddetta “ripresa speciale di equitazione”. Non ero mai salito su di un cavallo prima di allora ma mi era facile cavalcare ed accettai di buon grado.

Tutti questi impegni extra, gli allenamenti di atletica, le ore in maneggio, sottraevano tempo allo studio ma consentivano di avere un privilegio importantissimo. Mangiare a mensa in un tavolo separato con tutti gli altri componenti della squadra, compresi gli anziani, e, soprattutto, avevamo diritto ad una “integrazione vitto” che vi posso assicurare non guastava. Inoltre, si instaurarono anche con gli allievi anziani un rapporto più stretto che in alcune occasioni risultò utile per uscire da situazioni diciamo “complesse”.

Alla fine si arrivò al periodo estivo, al periodo degli esami. Le lezioni si conclusero alla fine di maggio e fu concesso un mese di studi per consolidare la preparazione delle quattro materie finali di esame. Fisica, Analisi matematica, Geometria 1 e Disegno meccanico. Quelle a carattere militare erano già state valutate entro il mese di maggio.

Iniziarono gli esami. Primo esame, Fisica, 27/30. Un successo.

Ma il dramma arrivò con il secondo esame, Geometria 1. Avevo un voto di ammissione discreto, 23/30 per cui ero tranquillo. Fin dall’inizio, invece, l’esame prese una piega insolita. L’insegnate era particolarmente scontroso e tutto fu condotto allo scopo di mettermi in difficoltà. Tutta la commissione cercò di stemperare l’acredine del professore e sotto gli occhi increduli del mio stesso Comandante di Plotone mi presi un 15/30, rinviato alla sessione di settembre. I

ncredibile. Ne uscii frastornato ma dovevo affrontare ancora due esami. Fortunatamente andarono bene con ottimi risultati. Ma ero in una situazione molto delicata e tutto ciò mi bruciava anche perché non riuscivo a capire così tanta ostilità.

Partecipai con ottimo rendimento alla Campagna tattica estiva a Giovo Ligure dove finalmente si iniziò a fare le vere attività militari e dove quello che contava era fiato, muscoli e tanta capacità di adattamento. Ed io, grazie a Dio, ne avevo da vendere. 

Finita la Campagna tattica arrivò la tanto agognata licenza estiva durante la quale fui costretto a studiare. Per me la licenza s’interruppe con una settimana di anticipo per sostenere l’esame di geometria 1 in seconda sessione. 

Il giorno dell’esame ero teso come una corda di violino. Se fosse andata male mi sarei ritrovato come l’Allievo anzianissimo Spinella che ci accolse nel lontano ottobre 1978. Un incubo dopo tutto quello che avevo passato ed ingoiato.

Invece, l’esame fu quasi una chiacchierata e benché non potesse ammetterlo pubblicamente, il professore ammise di avermi confuso con un altro allievo che per tutto l’anno non aveva fatto altro che dare fastidio.

Un errore che mi era costato, il riposo estivo come tutti gli altri, e soprattutto, visto il mio 25 posto in graduatoria finale,  l’impossibilità di poter vestire i gradi da Istruttore. Una bella fregatura. Finito l’esame, il professore convinto di aver di fronte un burattino cercò di “buttarla in caciara”, come direbbero a Roma, e quando cercò di darmi la mano per complimentarsi, non gli strinsi la mano e lo salutai con il saluto militare.

Lo lasciai con la mano distesa in un completo imbarazzo. Per colpa sua mi ero giocato una prima soddisfazione.

Ha quindi inizio il secondo anno. Da “allievi anziani” è tutta un’altra vita. No che non sia dura ma la vita scorre con tutti altri ritmi e soprattutto non ci sono una serie di “fastidi” ad interrompere il ritmo della routine giornaliera, già di per sé fin troppo frenetico.

Un fastidio, giusto per citarne uno. Fare una fila “ragionevole” per telefonare a casa. Noi eravamo ancora all’epoca del gettone di ottone. I telefoni “a monete” non erano ancora realtà. Per cui, quando penso ai ragazzi di oggi con il telefonino mi viene da sorridere, e penso a quanto tempo è veramente trascorso. Eravamo ancora ragazzi “analogici” ma forse………più sereni.

Il secondo anno inizia con il piede giusto. Negli studi miglioro sensibilmente tanto da trascorrere tutto l’anno senza insufficienze e nessun problema scolastico.

Nel mese di ottobre iniziano subito le attività di preparazione per la partecipazione alle celebrazioni del 4 novembre a Roma. Come ogni anno l’Accademia Militare inviava una Compagnia d’Onore al palazzo del Quirinale per assicurare la Guardia d’Onore il giorno del 4 Novembre, festa delle Forze Armate. Riuscii, nonostante la mia non elevata statura, ad essere selezionato e andammo per una settimana a Roma.

Certamente un’attività impegnativa ma assolutamente esaltante. In più, eravamo, comunque, a Roma e per una settimana non andavamo a lezione, niente interrogazioni e niente studio. Uno spasso, anche se dopo, ne eravamo consapevoli, avremmo pagato con gli interessi questa piccola, chiamiamola così, breve vacanza. 

Il rendimento negli studi si manteneva su un buon livello tanto da riuscire ad essere insignito della “cifra d’onore”, la celeberrima “RI”, che al posto del suo significato di “Repubblica Italiana” molti gli attribuiscono tutt’oggi, goliardicamente, quello di “Rimasto Imbranato”.

Ah, ah, ah…. tutta invidia!!! Un grande traguardo, molte volte irraggiungibile. A volte il sogno si interrompe agli ultimi giorni per delle banalità o per “volontà” dei Comandanti di Plotone che trovano un qualsiasi appiglio per interrompere la serie positiva dei giorni utili al conseguimento della onorificenza.   

A tal proposito anche io sarei dovuto cadere vittima di questa crudele usanza se non fosse stato che il 1980 era un anno bisestile. Fortunatamente il Ten. Del Gaudio, Comandante del 1° Plotone della mia Compagnia, non ne aveva tenuto conto e quindi la punizione “ad hoc” che si era messo in animo di infliggermi per interrompere il computo dei giorni era arrivata con 24 ore di ritardo. E devo dire che non la prese bene, ma poi, da persona intelligente, non fece registrare la punizione e non scontai nessun giorno di consegna.  

Per i non addetti ai lavori, la Cifra d’Onore, appuntata con tanto di cerimonia in cortile d’onore dal Generale Comandante dell’Accademia, viene conferita all’Allievo che per 120 giorni consecutivi (i sabati, le domeniche e tutte le feste comandate sono escluse dal conteggio!!) non riceve punizioni, alcun genere di richiamo e non ottiene insufficienze negli studi.

E’ una impresa ardua quasi impossibile ma, proprio per questo, maggiore è la soddisfazione quando la ottieni.  Fu un bel momento quello della cerimonia. E come non ricordare, soprattutto, la cena offerta agli amici di cameretta in un noto ristorante modenese alla prima occasione utile. Mi ricordo ancora il ristorante: “Il canarino”.  

Gli studi andavano bene come pure le innumerevoli attività pratiche.

Continuavo a far parte del gruppo sportivo di atletica e della ripresa speciale di equitazione. 

In primavera facemmo il Viaggio di istruzione. Finalmente si usciva dalle austere mura della Academia Militare e si andava un poco in giro per l’Italia. Andammo a visitare i Reparti più blasonati dell’Esercito Italiano, tra cui I Para’ della Folgore, i Lagunari, alcuni reparti degli Alpini ed alcuni Sacrari Militari, Re di Puglia e Cima Grappa.

Questi ultimi, luoghi simbolo della nostra storia e delle sofferenze dei nostri nonni. Oggi luoghi di pellegrinaggio, per chi crede in certi valori, e testimoni silenziosi, a perenne ricordo e monito per le generazioni future, di quanto sia costata la libertà di cui godiamo oggi.   

Nelle attività di campagna eccellevo. Ormai le sedute al poligono di tiro e l’addestramento individuale al combattimento non costituivano un problema. Anche gli stessi Comandanti diretti mi stimavano e riconoscevano l’impegno che mettevo in qualsiasi attività sia scolastica che pratica. Però non avevo un momento libero.

Per non rimanere indietro con gli studi ho dovuto sacrificare tante, direi tantissime, libera uscita della domenica. Mi potevo “permettere” solo la libera uscita del sabato pomeriggio. Ma il gioco valeva la candela. Bisognava tenere duro, mantenere il motore su di giri e non mollare. Mai più rimandato! Una volta era bastata e doveva rimanere esperienza unica.

Arrivò finalmente il giorno del “Mak ∏ 100”, la cerimonia che indica gli ultimi cento giorni alla nomina ad Ufficiale. Una cerimonia importantissima con sfilata lungo le vie principali di Modena, e durante la quale avviene il “passaggio della stecca” tra il corso anziano e quello più giovane. Rappresenta un passaggio di testimone tra gli “anziani” che stanno per andare via ed i “giovani”, ancora “cappelloni”, che si apprestano e divenire “anziani”. 

Questa cerimonia segno l’inizio del rush finale e, dopo poco, iniziarono i tanto famigerati esami finali.

Mi sentivo preparato e carico; esami che superai agevolmente e con buoni risultati. Purtroppo, la macchia dell’essere stato rimandato a geometria 1 il primo anno non mi permise di poter scalare più di tanto la graduatoria e mi collocai al 25° posto con un voto finale di 24/30 di media. Tutto sommato, non male, per un cosiddetto AGM, Allievo Generico Medio.      

Terminati gli esami, ebbe inizio subito la campagna tattica. Un periodo bellissimo. Sempre all’aria aperta, attività pratiche giornaliere di ogni tipo. Insomma, si iniziava a respirare sempre di più l’aria del magnifico lavoro che ci attendeva di lì a pochi anni. E non c’era nessuno che non volesse bruciare le tappe. Eravamo tutti impazienti di diventare Comandanti di Uomini, la più bella professione al mondo non per sete di potere ma perché fonte inesauribile di impagabili ed ineguagliabili esperienze umane, materiali e di sensazioni uniche. 

E finalmente siamo arrivati al giorno della cerimonia di chiusura dell’anno accademico e con essa la tanto sospirata licenza di fine corso in attesa di essere promossi Ufficiali. 

Ricordo in maniera priva di ombre la mattina che sono uscito dall’Accademia Militare per l’ultima volta con in tasca la licenza di fine corso. Sono uscito dalla porta carraia insieme a molti altri miei compagni di tante avventure e sofferenze con il magone e, non lo nego, con un groppo pesante alla gola.

Lasciare definitivamente quella che per due lunghi anni era stata la tua casa non mi lasciava completamente indifferente. La felicità di tornare ai propri affetti era evidente ma al tempo stesso c’era la netta sensazione che oltrepassare quel cancello significava la fine di un periodo certamente duro, difficile e molto impegnativo ma che nonostante tutto dava sicurezza ed un senso di superiore protezione.

Da quel momento non solo eravamo diventati Uomini ma il nostro destino era nelle nostre mani e fra non molto avremmo avuto anche quello dei nostri uomini. Il timore di essere soli davanti a tutto ciò c’era. Sarei stato pronto ad affrontare tutto ciò e soprattutto ero preparato abbastanza? Un timore che comunque svanì rapidamente fagocitato dalla voglia di iniziare una nuova vita.

Ed infine, un aneddoto che ci tengo a ricordare, anche per onorare tutte le persone morte nella strage della stazione di Bologna. Il 1 agosto 1980, giorno prima della strage, ero in quella sala di aspetto in attesa dell’espresso per Firenze. I casi della vita!    

Il 1 settembre 1980 sono stato promosso S.Ten. di Fanteria. Il sogno era diventato realtà. Ma quanto sudore e privazioni era costato questo traguardo. Ed eravamo solo all’inizio. 

1980-1983, gli anni della Scuola di Applicazione di Torino.

Finalmente ero tornato ad una certa normalità e trascorsi un’estate tranquilla e serena. Anche se un certo “inquadramento” mentale era ormai consolidato indubbiamente la libertà era di gran lunga aumentata. 

Durante l’estate convertii la patente militare in patente civile e acquistai una Ford escort 900 blu scuro di ennesima mano ma efficiente e sicura. 

Andai più volte a Torino allo scopo di trovare un alloggio nella considerazione che non avrei mai voluto alloggiare nelle camerette della scuola. Una nuova Accademia, una nuova clausura, no assolutamente!

Trovai un alloggio in via Ormea al n.79. scoprimmo in un secondo tempo perché tutti conoscevano via Ormea e quando dicevamo che abitavamo in via Ormea sorridevano: era la via delle prostitute. 

Ad ogni modo, l’alloggio era un piccolo bilocale al piano terra di proprietà di un ex magistrato. Per contenere le spese dividevo l’alloggio con un altro collega, un artigliere, il mitico Fabrizio LUMPP. 

Finalmente, arrivò settembre e con esso il momento di trasferirsi definitivamente a Torino. Di lì a pochi giorni sarebbe iniziata la frequenza della tanto sospirata Suola di Applicazione d’Arma. E come dimenticare il primo giorno di scuola con i gradi da Ufficiale di Fanteria.  Eravamo tutti gasati ed orgogliosi delle nostre divise e di quello che rappresentavamo.

Pochi giorni dopo l’inizio della Scuola avvenne un incontro che avrebbe cambiato la mia vita futura. Una sera, uscendo per andare a  cena alla mensa della Scuola incontriamo nell’androne del palazzo una ragazza, carina e simpatica. Un paio di battute e ci scambiamo i nomi, …………a quei tempi non c’erano i telefoni cellulari.

Nei giorni successivi, pensavo comunque al quell’incontro ma non mi ricordavo il nome. Era un nome starno e non ricordandolo esattamente decisi per “Genoveffa”. Pochi giorni dopo, rivedendola,  scoprii che abitava nell’appartamento confinante con il nostro.

Vedendola, sorridendo, la chiamai Genoveffa, e dopo una sana risata e due chiacchere eravamo seduti in piazza Carlo Felice di fronte ad un aperitivo. A malincuore, però, nel pomeriggio, dovetti rientrare per studiare. Però le basi erano state gettate e gli incontri si fecero molto più frequenti e, inevitabilmente, iniziammo a frequentarci.

Gloriana, la mia Genoveffa, stava diventando una persona molto importante. Purtroppo, i genitori, in continua lotta con la figlia, non vedevano certo di buon grado la nostra relazione. Nonostante tutto la storia andò avanti e pian piano diventò così importante che il 13 febbraio 1983 ci sposammo a Torino. Purtroppo, nè il matrimonio e né tanto meno la nascita di nostra figlia Anna Lisa contribuirono a distendere completamente gli animi.

Ce l’avevano con il modo intero e noi ne facevamo parte, purtroppo. Nonostante gli sforzi l’intesa non fu facile, direi impossibile. E questo fu un vero peccato.

Stavo attraversando un periodo d’oro. Nonostante gli studi fossero  molto impegnativi, il tempo libero fosse limitato, mi sentivo bene e realizzato. I risultati negli studi erano più che positivi, fisicamente ero un toro, avevo resistenza e volontà da vendere, ero innamorato e, da non trascurare, avevo una piccola disponibilità economica che mi permetteva, con oculatezza, di vivere più che decorosamente. Non  potevo pretendere di più.

A Natale presentai Gloriana ai miei genitori. 

Mi ricordo che facemmo il viaggio da Torino a Vicarello, sulla mia mitica Ford Escort blu, con una palpabile tensione addosso, coscienti dell’importanza del gesto e della situazione.

Invece, arrivammo a casa e l’ambiente era disteso e rilassato. Tutto andò per il meglio e passammo un bellissimo periodo di Natale. La notte dell’ultimo dell’anno la trascorremmo in un locale in paese. Niente di eccezionale, locale alla buona, ma fu il primo anno che trascorrevo un veglione di Capodanno con una persona che amavo veramente. Bellissima serata che ricordo con molto piacere, compresi gli immancabili colpi di fucile dal terrazzo di casa.

Anno nuovo ma solita routine. La vita tornò ad essere scandita da orari ed impegni inderogabili. Grazie ai buoni risultati negli studi non mi era difficile ottenere l’esenzione dalla cena, il cosiddetto “salto cena”, presso la scuola e quindi mangiavo a casa di Gloriana. In Primavera, finii per trasferirmi in pianta stabile presso il suo appartamento, pur continuando ad onorare la mia parte di spese con il collega il quale non disdegnava di avere la casa tutta per sé in quanto anch’esso in procinto di impegnarsi sentimentalmente.

In quel periodo Babbo aveva comprato di seconda mano, una Lancia Fulvia HF; un’auto che era stata preparata per partecipare ai rallies. Un vero missile su ruote. Era un sogno da guidare.

Se in settimana gli svaghi erano limitati, al contrario i fine settimana erano veramente piacevoli. In giro per il Piemonte e nel periodo invernale andavo spesso a sciare. Sebbene se le mie capacità sciistiche non fossero eccelse, comunque me la cavavo, ci si divertiva e questa era la cosa più importante.

Nonostante l’impegno gravoso per gli studi, fu un periodo bellissimo e spensierato.

Tantissimi sarebbero gli aneddoti da raccontare ma non sarebbe il caso. Alcuni però sono curiosi o anche simpatici.

Ad esempio, una sera eravamo senza macchina e chiedemmo in prestito ad un amico la sua 500. Serata magnifica, visibilità ottima quale meta migliore di Superga. Da lassù avremmo goduto di un bellissimo panorama sovrastati da un cielo stupendo. Una serata perfetta per passare un po’ di tempo insieme in assoluto relax.

Ma, ovviamente, c’è sempre un “ma” di troppo. Tutto perfetto fino a che, discendendo da Superga, in un incrocio andiamo a sbattere contro un’altra autovettura, una Fiat 128. Danni limitatissimi ma allorquando, nello stilare la constatazione amichevole, viene fuori che la 500 non era di nessuno dei due, l’altro proprietario inizia a sbraitare pensando che avessimo rubato l’auto.

Voleva chiamare la Polizia e la cosa mi avrebbe creato certamente delle noie il giorno successivo. Avrei dovuto, di sicuro, spiegare l’accaduto ai miei superiori ed era meglio appianare la situazione in maniera amichevole.  Finalmente dopo un bel po’ tempo, dopo essermi qualificato, riuscimmo a calmarlo. E per tagliare la testa al toro, tenuto conto che i danni erano comunque limitati decidemmo di assumerci noi l’onere delle riparazioni e pagammo in solido il danno sia della 128 del tizio che della 500 dell’amico di Gloriana.  

Arrivò finalmente l’estate e la passammo a casa dei miei andando ogni giorno al mare. Un vero spasso. Ero felice e spensierato.

Anche il secondo anno di scuola procedette senza alcun scossone conclusosi a pieni voti e con la promozione al grado di Tenente.

Intanto Gloriana aspettava una bambina, Anna Lisa, e quindi decidemmo di sposarci.

Frattanto, io ero partito per Roma per frequentare il corso di perfezionamento di equitazione alla Scuola Militare di Equitazione di Montelibretti. Nei fine settimana rientravo a Torino per poter stare con Gloriana e partecipare al corso prematrimoniale. Il matrimonio fu celebrato a Torino il 13 febbraio del 1983, in una giornata freddissima. Una cerimonia semplice e sobria che porto nel cuore perché veramente sentita ed alla quale parteciparono anche alcuni colleghi tra cui il compianto Gianni Campagna, il nostro Capo Corso.

1983, un anno importantissimo: Scuola Militare di Equitazione, matrimonio, nascita di Anna Lisa.

Finita la scuola di Applicazione d’Arma di Torino venni inviato subito alla Scuola Militare di Equitazione per il corso di perfezionamento; centro di eccellenza e perfezionamento situato a Montelibretti sulla via Salaria non lontano da Roma. 

Inizia un altro periodo fantastico anche se molto faticoso. Ogni giorno a cavallo. Tutto il giorno all’aria aperta e la sera con i colleghi in giro per Roma. E poi, in alcune domeniche, si partecipava a Cacce alla Volpe all’interno di tenute di grossi facoltosi della zona. Un vero spasso. Purtroppo, un brutto incidente a cavallo mise a rischio la permanenza al corso.

Durante il salto di un ostacolo venni disarcionato rimanendo pericolosamente staffato. Il cavallo mi trascinò per diverse decine di metri con conseguente bruttissimo stiramento dei muscoli della coscia. Fortunatamente il fisico rispondeva in maniera eccellente e riuscii a riprendere a montare in brevissimo tempo e a finire senza conseguenze il corso con un ottimo punteggio e conseguendo la qualifica A1 di equitazione. 

Dopo questa splendida “vacanza” di quasi cinque mesi arrivò il momento di iniziare a fare sul serio. Destinazione 82° battaglione meccanizzato “Torino” in Cormòns in provincia di Gorizia. A solo quattro km dal confine con la Jugoslavia, il nemico di allora!

Zona bellissima e abitata da persone fantastiche, riusciamo a trovare un alloggio in affitto in una frazione non lontana da Cormòns. Una villetta a piano terra veramente accogliente. La vita e soprattutto la gravidanza di Gloriana procedono per il meglio anche se gli impegni di lavoro sono molto gravosi ed il tempo per stare a casa con Gloriana non è mai troppo. Mesi sereni tutto sommato anche se le finanze sono sempre molto risicate. Spazio per divertimenti e svaghi non ce ne era così molto ma si andava avanti .

Ad Agosto partii per il campo d’arma. Il parto di Gloriana era ormai alle porte ma non ricevetti l’esonero. Avere notizie non sarebbe stato facile, i cellulari non esistevano ancora, e quindi ogni giorno dovevo escogitare qualcosa per telefonare a casa. Fortunatamente rientrai per tempo e la notte del 26 agosto alla 5 del mattino nasceva Anna Lisa. Una giornata memorabile, ero diventato babbo.    

Ai primi di ottobre, veramente a malincuore, ripartii per un nuovo campo d’Arma nella zona del Cellina Meduna. Stare a casa con Gloriana e la piccola Anna Lisa era troppo bello ma il lavoro era il lavoro. Fu durante questo campo che feci la mia prima pazzia che mi fu perdonata grazie ad un Comandante su cui prevalse lo spirito di Padre piuttosto che quello di integerrimo Comandante.  Ma andiamo con ordine.

Era pomeriggio inoltrato e rientrando all’accampamento, l’Ufficiale di guardia mi informa che avevano chiamato dalla Caserma di Cormòns dicendo che mia figlia era stata ricoverata d’urgenza all’ospedale civile di Gorizia. Niente di più niente di meno. Trovo un mezzo e mi faccio portare nel paese vicino in cerca di un telefono pubblico.

Provo a chiamare l’ospedale di Gorizia. Mi confermano il ricovero avvenuto in urgenza, oggi sarebbe stato un codice rosso, ma non riesco a parlare con Gloriana. Rientrato al campo, cerco il Comandante per chiedere di poter arrivare a Gorizia.

Il Comandante è fuori al Comando Brigata. Informo, quindi, il Vice Comandante e, senza neanche attendere un cenno di conferma, prendo l’unico mezzo disponibile in quel momento: un camion leggero. Arrivo a Gorizia in tarda serata e dopo essere stato rassicurato sulle condizioni di salute di Anna Lisa, ormai fuori pericolo, rientro a malincuore all’accampamento.

E’ notte inoltrata quando rientro la campo. Il Comandante di battaglione è là che mi aspetta. Mi chiude come stesse mia figlia e mia moglie e, contestualmente, mi dice di presentarmi da lui l’indomani mattina. 

Dopo l’alza bandiera, mi presento nella tenda del Comandante il quale mi dà una sonora strigliata, come si suole dire, mi fa un bel “cazziatone”. Ma ad un certo punto, dopo una breve pausa, si distende e mi dice che in fondo anche lui avrebbe fatto lo stesso di fronte ad una situazione del genere. Un figlio è sempre un figlio! 

La temuta punizione non ci fu, anzi, mi fece rientrare anticipatamente dal Campo per poter stare vicino alla famiglia. Una gran brava persona.          

La vita procede certamente non in modo routinario con impegni serrati e numerose assenze. Ad ogni modo il ménage familiare va bene, nonostante una situazione economica certamente tutt’altro che florida. Anna Lisa sta crescendo a vista d’occhio e ben presto arrivò il periodo dell’asilo e poi delle scuole elementari in un istituto scolastico retto dalle Suore. Un istituto dove ricevette le giuste basi di una istruzione di tutto rilievo.   

Dopo pochi mesi dall’arrivo al battaglione, mi assegnano, benché Tenente molto giovane, il Comando della 2^Cp., la mitica “Falchi”. 

Di colpo mi piombarono addosso un sacco di responsabilità e gli impegni di lavoro diventarono veramente gravosi e il tempo per stare a casa con la Famiglia si assottigliò sempre di più. Fortunatamente, mi assegnarono una casa demaniale a Gradisca d’Isonzo. Certamente non una reggia ma con buona volontà e l’aiuto di alcuni colleghi riuscimmo a fare dei piccoli lavori così da renderla accogliente e funzionale. L’abbassamento dei costi di affitto ci permise di respirare un poco dal punto di vista economico. 

Alle numerose assenze per i campi d’arma ed esercitazioni varie si aggiunsero gli impegni per assicurare il presidio ai seggi elettorali, Messina, Siracusa, Salò, etc.. In particolare, per le elezioni politiche a Messina (raggiunta in tre giorni in treno con una vera e propria tradotta militare, peraltro esperienza bellissima ma certamente stancante) mi assegnarono, benchè giovane Tenente, la responsabilità di tutta la città di Messina e parte dell’entroterra di Taormina.

Avevo come subalterni, il Sten. Alessandro LOPEZ, (fratello del famoso comico, Massimo), il Sten. Giancarlo MADDALENA (oggi Ten. Col.) ed il Sten. CAMPINOTTI. Une esperienza fantastica, professionale ed umana, nonostante i molti anni trascorsi ci sentiamo ogni giorno e ci vediamo ogni qual volta sia possibile. Dei veri Amici. Un aneddoto a cui tengo è quello della famosa Alfa 33 blu. Ma andiamo con ordine. 

A quei tempi non c’erano i mezzi di oggi a disposizione e l’unica autovettura da ricognizione era stata destinata a me che ero il Comandante di complesso. Spostarsi, quindi, tra i vari seggi della città non era certamente agevole ed i S.Ten. erano costretti a spostarsi con i mezzi pubblici, per di più armati.

Ne conseguiva che per poter avere un minimo di sicurezza andavano normalmente tutti e tre assieme allungando di gran lunga i tempi e influendo negativamente sulla possibilità di dare supporto adeguato a tutti i militari impegnati nei seggi elettorali.

Nonostante avessi fatto presente questo disagio al Comando di Battaglione non ottenni nulla se non un celato “arrangiatevi”. A quel punto, i “mitici tre” invece di scoraggiarsi e rassegnarsi, reagirono positivamente e si organizzarono. Noleggiarono una autovettura, una Alfa 33, di colore, ovviamente, blu. Avrebbe dato meno nell’occhio sembrando una autovettura di servizio. Geniale. Inutile a dirsi, noleggio pagato di tasca senza chiedere niente allo Stato. 

La cosa non fu vista molto di buon occhio dal Comando ma in questo modo si aveva un controllo capillare della città, compreso l’arco notturno, impossibile da realizzare in precedenza. Ovviamente la Alfa 33 ci permetteva di passare anche un po’ meglio le serate messinesi, cosa tutt’altro che di secondaria importanza.

Fu così che potemmo testare accoglienti e caratteristiche trattorie della città. Una sera, nella zona di Ganzirri, cenammo in una modesta trattoria (le nostre possibilità economiche non ci permettevano di più) dove per la prima volta assaggiai il vero tonno sott’olio e gli involtini di pesce spada. 

Eccezionali!! Ancora oggi, durante un raduno presso il Reggimento per la celebrazione della Festa di Corpo, un Ufficiale, più anziano di me all’epoca, mi ha ricordato quel colpo di testa, tollerato dal Comando solo perché aveva dato soluzione ad un grosso problema operativo non altrimenti risolvibile in maniera ortodossa. Oggi sarebbe stato impossibile, troppa burocrazia!        

Rientrati in sede, in previsione del trasferimento del Cap. Saponaro vengo trasferito in 3^ Cp con l’incarico temporaneo di Vice Comandante. 

Arriva la crisi dei missili libici su Pantelleria. Il battaglione, al completo, viene ri-dislocato, per delle fantomatiche attività esercitative, in Calabria e precisamente a Castrovillari. Un trasferimento interminabile, in auto-colonna, di tre giorni. Facemmo tappa a Firenze ai 78° Lupi di Toscana ed a Sora, al 120° fanteria. 

Una esperienza fantastica. Ancora una volta, demmo prova di vera efficienza, non così scontata per i mezzi e le possibilità dell’epoca. Oggi sarebbe una cosa quasi di routine ma all’epoca non lo era, credetemi. Organizzare il trasferimento per via ordinaria (via strada per chi non del mestiere) di un Battaglione con tutti i mezzi, armi e munizioni per 2000 km non è uno scherzo. Un impegno operativo e logistico immane, come detto, specie a quei tempi.

Con il trasferimento del Cap. Saponaro, assumo il Comando della 3^ Cp. che, sotto la mia guida, assumerà il nome di 3^ Cp. “COBRA”. 

Il Cap. SAPONARO era un ufficiale efficiente e dalla indubbia efficacia.  La 3^ Cp. era sempre stata la Compagnia di punta del battaglione. Indubbiamente, una eredità pesante. Ma con caparbietà ed impegno massimo mio e dei miei ragazzi mantenni alla grande le aspettative. Ancora oggi, parlando con chi era presente in quegli anni al Battaglione, siano essi ex fanti piuttosto che Sottufficiali o Ufficiali, la 2^ Cp. FALCHI e la 3^ Cp. COBRA sono ricordate come punto di vanto per l’Unità e punto di riferimento per tutti. Una specie di vero mito, ………. e devo dire ne sono molto orgoglioso di essere stato l’artefice di tutto ciò, unitamente ai miei più stretti collaboratori ed ai miei splendidi ragazzi.

Benchè ancora Tenente, con l’arrivo in 3^ Cp. faccio il vero salto di qualità. Divento molto più sicuro ed intraprendente. Non mi lascio scappare nessuna occasione per mettere in mostra le capacità della Compagnia. A me stesso ed ai ragazzi chiedevo molto ma alla fine era motivo di vanto essere considerati come i “migliori”.. Gli impegni erano tantissimi, i risultanti erano estremamente lusinghieri, ma passavo molto tempo al lavoro e molto di frequente ero a campi d’arma o corsi in giro per l’Italia. 

Nel 1986 venni promosso Capitano ed alle responsabilità di comandante di Compagnia si aggiunsero anche quelle derivanti dall’incarico di 2° Ufficiale all’Addestramento, Operazioni ed Informazioni del Comando di Battaglione. Dovevo gestire non solo le mie esercitazioni ma anche quelle degli altri. Gli impegni divennero veramente gravosi. Molto spesso ero al poligono di Capo Teulada in Sardegna, impegno che mi portava lontano da casa per intere settimane.  

Indimenticabili le prove di allarme NATO (gli “Active Edge”) e gli Operational Readiness Test (ORT). Prove molto impegnative e complesse., In due occasioni la 3^ Compagnia fu scelta quale Unità  di valutazione. Al termine delle prove (era previsto il dispiegamento totale della compagnia – personale, armi, munizioni, mezzi e dotazioni in zona di diradamento con annesse prove di efficienza operativa) la 3^ Compagnia, (e di conseguenza tutto il Battaglione), ricevette il massimo dl punteggio previsto ricevendo il plauso degli ispettori nazionali ed internazionali intervenuti.   

Ma, come sempre, ogni medaglia ha un suo rovescio. I risultati sul lavoro erano lusinghieri, molto lusinghieri ma la famiglia iniziò a soffrire dei lunghi periodi di assenza.

Le cose, purtroppo, iniziarono a non procedere benissimo ma, nonostante tutto, si riusciva ad andare avanti. Però qualcosa si era incrinato e la non florida situazione economica non aiutava certamente.

In un momento di sosta con le attività operative ricevo l’incarico di condurre un saggio di addestramento formale impiegando ben 80 uomini. Movimenti e figure in ordine chiuso senza l’emanazione di ordini, se non quello iniziale. I ragazzi dovevano effettuare gli esercizi in modo autonomo rispettando tempi e figure. Non facile.  

Il saggio fu effettuato nella piazza d’armi del battaglione ed ebbe una eco fino a livello Brigata Gorizia.   

A quel punto, in occasione del concorso ippico internazionale Città di Gorizia, il Generale Comandante la Brigata mi convoca e mi chiede di fare il saggio a chiusura del concorso ippico. Però c’è un piccolo problema. Mentre all’interno della piazza d’armi del battaglione 80 uomini erano più che sufficienti per rendere l‘idea dei movimenti e delle figure altrettanto non lo sarebbero stati una volta inseriti in un campo gara all’aperto.

Per cui feci l’azzardo di proporre un saggio con ben 160 uomini, il doppio. Sembrava una follia. Dovevano essere rifatti tutti gli schemi ed rimodulati tutti  i tempi di esecuzione nonché vennero inserite anche nuove figure. Un lavoro preparatorio immane. La preparazione vera e propria, di circa due mesi, fu svolta in maniera maniacale. Non si poteva e non ammettevo anche l’errore più banale.  Il tutto doveva essere svolto con automatismo senza indugi di sorta.

Alla fine il saggio fu eseguito magistralmente tanto che venne replicato in molte altre importanti manifestazioni sia civili che militari, non ultimo al 5° Corpo d’Armata a Vittorio Veneto.  

Il mio nome era conosciuto ed ero apprezzato ovunque, sia in campo operativo che in quello addestrativo.

Fu un periodo stupendo, ma…….. nuvole cupe si stavano addensando all’orizzonte.  

1991-1998, Il salto di qualità. 

Si stava avvicinando il momento in cui avrei dovuto lasciare il Battaglione per la frequenza del Corso di Stato Maggiore a Civitavecchia, la cosiddetta “Scuola di Guerra”.

Ma quello che mi preoccupava era il menage familiare. Si era molto deteriorato.  L’intesa, in tutti sensi, con Gloriana era diventata problematica. Non c’era più la serenità e la complicità di una volta era un triste ricordo. Ero preoccupato ma le cose, nonostante gli sforzi, non andavano più bene. I litigi erano sempre più frequenti e forse non c’era la volontà di trovare una soluzione al problema o ai problemi esistenti. Ma nonostante tutto non volevo credere che il nostro matrimonio fosse sul viale del tramonto. Ci stavo male ed anche sul lavoro facevo fatica a concentrarmi. 

Ciliegina sulla torta, proprio nel periodo estivo, il Battaglione venne rischierato in Sardegna, a Lula, nell’ambito dell’Operazione Forza Paris, tesa al controllo del territorio sardo e connessa alle operazioni di polizia per il rapimento del bambino, Faruk Hassan. 90 giorni ancora lontano da casa e proprio nell’imminenza di dover partire per la Scuola di Guerra. I preparativi furono tutti sulle spalle di Gloriana che ovviamente non gradì di buon grado.    

Alla fine, tra mille problemi, partiamo per Civitavecchia. La speranza era che cambiando località, ritmi di vita e soprattutto stando a casa avrei potuto rimettere in piedi qualcosa di buono. Ci speravo proprio nella utilità di questo periodo. 

Il corso fu molto impegnativo. Ogni giorno, dedicavo moltissime ore allo studio che si protraevano, molto spesso, fino a notte fonda.

Ma, se non altro, potevo stare con la famiglia e ciò poteva essere un elemento a favore. Le tensioni ed i nervosismi, purtroppo, continuarono ad esserci. Nonostante tutto terminai il corso con un buon punteggio anche se non riuscii per un solo posto a non accedere alla fascia cosiddetta dei “vantaggi”. Fascia che mi avrebbe consentito di guadagnare anni di carriera e di essere promosso al grado di Tenente Colonnello con almeno due anni di anticipo rispetto ai pari corso.

MI fu proposto un posto allo Stato Maggiore a Roma ma sia per la delusione dei risultati ottenuti al corso sia per la speranza di risolvere la crisi coniugale sempre più evidente decisi di voler ritornare al Battaglione, nel frattempo trasformato nuovamente in Reggimento.

Purtroppo, invece, di essere destinato ad un incarico al Comando di Reggimento, come speravo, fui assegnato al 1° Battaglione con l’incarico di Ufficiale alle Operazioni. Un declassamento che non potevo accettare; ero demoralizzato e molto contrariato. Tanti sforzi e sacrifici per un incarico di serie “B”. Stavo affrontando un periodo veramente nero.

La famiglia che stava andando a pezzi, il fallimento alla Scuola di Guerra, un incarico che non accettavo mi stavano veramente destabilizzando. Fortunatamente non sono mai stato uno che molla ma, in quel momento, avere avuto la forza di reagire è stata veramente dura. Dovevo reagire pena la perdita di tutto quello che avevo. Non c’erano alternative. 

Presi quindi la decisione di chiedere di essere trasferito presso altra sede. 

Fortunatamente, i miei Superiori credettero in me e riuscii ad ottenere il posto che avevo, qualche settimana prima, stupidamente, rifiutato. Venni quindi destinato all’Ufficio Operazioni dello Stato Maggiore della Difesa. 

E questa fu la vera svolta della mia futura carriera ma, forse, la fine della mia famiglia, purtroppo.

Fui assegnato alla Sezione Operazioni ed Allarmi dove iniziai a lavorare con grande impegno. Fui ben presto destinato, oltre alle normali mansioni, alla gestione di materiali di alta segretezza. Era un evidente segno di incondizionata fiducia, ne andavo fiero.

Unico neo non potevo parlare a nessuno del mio incarico e delle mie attività, neanche in famiglia. Ma, in fondo, non era una novità per me…….c’ero abituato. Il lavoro mi piaceva, era interessante ed avvincente.  Ben presto iniziarono gli impegni fuori sede, impegni di cui generalmente non potevo dare molte spiegazioni. 

Ancora una volta il lavoro stava avendo il sopravvento sulla mia vita privata e questa volta lo fece nella maniera più drastica.

Abitavamo a Civitavecchia, prendevo il treno molto presto ogni mattina per poter essere in ufficio in orario. Credo, di non aver mai fatto tardi per mia negligenza. Alla sera rientravo non prima delle 19. Una vita dura e piena di responsabilità, ma mi piaceva. Mi sentivo utile e realizzato.

Fui destinato alla frequenza di un corso intensivo di lingua francese. Le sedi erano Parigi, prima, e Montpellier, poi. Tre mesi di studio ma anche di divertimento. A Parigi il corso era presso una scuola di lingue in pieno centro città di fonte al teatro dell’Opera mentre a Montpellier presso la Scuola di Fanteria francese.

Un periodo fantastico. Alla fine dei primi due mesi conoscevo Parigi come le mie tasche. Pomeriggi e serate indimenticabili. Potrei raccontare mille aneddoti, tutti degni di nota, ma uno su tutti lasciò un segno indelebile ed indimenticabile.

Fu un incontro, un incontro fortuito, non cercato e forse proprio per questo veramente “speciale”, un vero segno del destino. L’incontro con una ragazza, Enrica.  Si proprio Enrica, l’Amica citata nella prefazione. 

L’incontro fu, come detto, del tutto fortuito, singolare a dimostrazione che il destino fa cose impensabili e del tutto imprevedibili. Almeno questa volta i risvolti furono piacevoli e molto positivi. 

La sera, come di consueto, andavo a cenare ad un ristorante vicino all’albergo. Il locale era accogliente, il personale di sala era gentile, si mangiava bene e, cosa che non guastava, i prezzi erano ragionevoli. Si chiamava “Les Trois Portes” in Boulevard La Fayette (non lontano dai famosi magazzini). 

Ero già seduto quando entrarono queste due ragazze dai modi, inequivocabilmente, eleganti. Erano Enrica e la sorella. Si sedettero ad un tavolo non lontano dal mio. Non erano appariscenti ma pur nella loro semplicità non erano passate certo inosservate. Una delle due era veramente incantevole ed aveva una risata contagiosa. Bellissima.

Era proprio Enrica, come scoprii poco dopo. Ad un certo punto, avendo bisogno di uno stuzzicadenti notai che stavano cercando sul dizionario il vocabolo che io prontamente gli suggerii. Presi l’occasione al volo e cercai di attaccare discorso.

Qualche battuta, qualche risata e sorrisi e ci siamo, in fretta, trovati a parlare del più e del meno. Era fantastico parlare con Enrica, mi faceva sentire bene ed ero a mio agio. Sembrava di averla conosciuta da sempre. Intelligente, arguta, schietta con due occhi profondi. Nonostante di carattere deciso era simpaticissima e di compagnia.

Era molto tempo che non mi sentivo così rilassato e spensierato. Oserei dire felice. Dopo la cena, la sorella volle rientrare in albergo mentre con Enrica iniziammo a camminare. Camminammo e parlammo, parlammo e camminammo quasi per tutta la notte. Visitammo Parigi in lungo ed in largo.

L’occasione fu ottima per farle vedere scorci della città a volte anche poco conosciuti. La notte alcuni punti della città sono a dir poco splendidi. Conoscevo benissimo quegli scorci ma erano molto più belli. Forse ero io che li vedevo con occhi e spirito diversi.

Ci incontrammo anche nei pomeriggi e serate successivi. Entrambi avremmo voluto che il tempo non passasse mai. Tra le visite fatte, ricordo, con estremo piacere, quella alla Reggia di Versailles. Strepitosa. Tre giorni bellissimi. Giorni trascorsi assieme ad una ragazza solare, simpatica, empatica, ……Unica, indimenticabile ma …….purtroppo già fidanzata e forse di li a poco anche sposata.  Ci rivedemmo a Torino, durante la mia permanenza a Montpellier, per un intero fine settimana. Bellissimo. Dopo di che, per diversi anni non ci vedemmo e ci sentimmo.  

Ma, nonostante tutto non l’avevo dimenticata anche se i contatti si erano diradati sia per i miei sempre più pressanti impegni di lavoro sia per il fatto che sapevo essersi ormai sposata. Però, qualche anno dopo, in occasione di una missione nazionale riuscii a contattarla per chiederLe se potevamo incontrarci. In fondo non c’era nulla di male ad incontrarci per chiacchierare un po’. Riuscimmo ad incontrarci a Verona. 

Era un pomeriggio molto freddo e con una pioggerellina fitta e, a tratti, fastidiosa. Un classico per quella zona. Non appena scesa dal treno riconobbi subito gli occhi ed il suo sorriso. Erano rimasti quelli di Parigi. La risata era ancora molto contagiosa. Indossava un piumino blu scuro ed era bellissima. Iniziammo a parlare raccontandoci quello che era successo negli anni precedenti.

Fu allora che mi disse che il primo matrimonio era andato male e che era appena uscita da un periodo segnato da problemi di salute. Era in piena convalescenza. Pensai che fosse l’occasione per farmi avanti, volevo vedere se ci fossero state le basi per costruire qualcosa di bello insieme ma all’improvviso mi disse che era fidanzata ed in procinto di sposarsi nuovamente.

La notizia mi gelò il sangue ed in un istante sparirono tutte le mie velleità. Ancora una volta, no! Ma ciò che mi lasciò più perplesso e pensieroso fu che lo disse quasi senza entusiasmo. La cosa mi sembrò strana ma pensai che, sicuramente, era una mia impressione acuita dal fatto di veder sfumare un desiderio a cui tenevo tantissimo.

Di fronte a tale notizia, a malincuore, comunque, profondamente addolorato, non aggiunsi niente e mi limitai a complimentarmi con lei augurandole ogni felicità. Se lo meritava e non avendo una minima certezza, rischiare di rovinare questa splendida Amicizia era l’ultima cosa che avrei voluto.  Che diritto avevo per insidiare quello che di bello stava per realizzare? Forse avrei dovuto essere meno gentiluomo ed essere più intraprendente dicendole, comunque, quanto fosse importante per me. 

Ho fatto bene, ho fatto male, non lo so. Quello che conta è che non dissi quello che provavo e che mi era sfuggita per sempre. Il destino me l’aveva fatta incontrare d’improvviso e allo stesso modo, improvvisamente, me la toglieva. Doveva andare così.

Ma il destino ancora una volta mi avrebbe riservato cose bellissime. La vita è continuata, è stata bella e generosa ugualmente e devo dire che le gioie e le soddisfazioni che mi ha riservato negli anni successivi hanno lenito questo mio eventuale rimpianto. Sarebbe stato bello ma non lo è stato. Pazienza.  Ma, mai dire mai, perché quando meno te lo aspetti il passato eccolo lì che ritorna. Magari fa dei giri immensi ma poi ritorna, tanto per citare una famosa canzone di Antonello Venditti. 

Infatti, ecco che ci siamo ritrovati, di nuovo, due anni fa, grazie alla potenza e magia dei social. 

Realizzati entrambi nella vita e felicemente impegnati sentimentalmente. Avevamo trovato entrambi la nostra felicità.

La vita, finalmente, ci aveva sorriso benevola. Sembrava che il tempo non fosse mai trascorso da quel lontano 1992 ed ogni evento, ogni ricordo, era rimasto vivido nella mente. Bellissimo. 

Il lato più interessante di tutta questa bellissima storia è che mi permette di affermare senza paura di smentite che l’Amicizia vera e sincera esiste. Un sentimento che è più forte del tempo, delle scelte e delle avversità della vita. Un sentimento che non può finire e che il tempo può solo rendere ancora più bello, profondo ed intenso. 

Enrica ed io ne siamo un chiaro esempio!!

Ma torniamo al 1992. 

Purtroppo, a casa il menage familiare andava sempre peggio. Un giorno faccio la conoscenza di una ragazza, pendolare come me, Maria Teresa. Questo fu l’inizio della vera crisi e della fine del mio matrimonio con Gloriana. Dagli incontri puramente limitati al solo tragitto ferroviario, passammo a rimanere a parlare aspettando il treno successivo fino a che iniziammo a vederci con più regolarità.  Era piacevole parlare con Lei e successivamente Maria Teresa era capace di darmi quelle attenzioni ed affetto che ormai erano un lontano ricordo.

Quando ero con lei ero sereno nonostante avessi un macigno nel cuore sapendo che cosa avrei dovuto affrontare. Certamente ero assalito da mille dubbi e stavo facendo tutto questo senza alcuna certezza di come sarebbe potuta andare la storia con Maria Teresa. Ma il clima in casa era diventato insopportabile. Avrei fatto di tutto pur di non stare a casa.

Il rientrare a casa la sera stava diventando un incubo. Quindi, ciò che non avrei mai voluto affrontare diventò, purtroppo, una amara realtà. Dopo qualche mese, Gloriana ed io ci separammo. La separazione avvenne in maniera a dir poco traumatica con litigi furibondi. Per me, benchè fossi io ad essermi allontanato, fu uno shock indescrivibile.

Da una parte stavo tornando a vivere, anche se tra mille problemi, dall’altra di colpo mi ero ritrovato senza nulla. All’inizio mi ero trovato un alloggio a Ladispoli che di alloggio aveva solo loe mura e la porta. Un vero buco. Dopo poco, però, mi trasferii a casa di Maria Teresa e iniziammo una bellissima convivenza.

Tutto ok, però la lontananza da Anna Lisa era pesante da sostenere e gestire sia per lo stupido orgoglio di entrambi sia perché iniziavo veramente a provare un forte sentimento per Maria Teresa. Un ripensamento era sempre più difficile.

 Inoltre, Gloriana iniziò ad avere una tale acredine nei miei confronti che mi fece desistere da un qualsiasi tentativo di provarci di nuovo. Io sicuramente ho sbagliato ma, con il senno di poi, devo dire che quella mia azione fu causata da una somma di comportamenti della stessa  Gloriana dove il diniego, molto spesso, non era sostenuto da alcuna ragionevole ragione.

Neanche di fronte al mio gesto ci fu mai un ripensamento o una volontà a riconoscere ed accettare le proprie colpe. Lo stronzo, (chiedo scusa per l’affermazione colorita) ero io e solo io. Lei era la martire e questo non lo potevo accettare.  Forse qualcuno dovrebbe scendere dal suo trono di alterigia e farsi un bell’esame di coscienza. Ma, forse, tutto ciò vorrebbe dire riconoscere le proprie colpe. 

Purtroppo, chi pagò le peggiori conseguenze fu Anna Lisa anche perché divenne, per indubbia incapacità mia e di Gloriana di gestire la cosa, elemento di scontro e contesa tra di noi. Gloriana fece di tutto per mettermi in cattiva luce con Anna Lisa che, alla luce dei fatti, fu plagiata con estrema facilità. Di colpe ne ho tante, non lo nego, ma non mi sento di essere il capro espiatorio di tutto. Sicuramente avrei potuto essere più presente nella vita di Anna Lisa ma le mie assenze, molto frequenti, mi impedivano di fare visita troppo spesso.

Ma a fronte di tutto ciò, ho cercato nei limiti del possibile di migliorate il mio comportamento anche a fronte di comportamenti direi a dir poco assurdi, quale non essere invitato alla comunione ed alla discussione della Tesi di Laurea di Anna Lisa, giusto per fare due esempi. Purtroppo, tutto ciò, ha portato al pessimo rapporto che tutt’ora esiste con Anna Lisa.

Questo per me è un enorme dispiacere. Ho cercato di dare delle spiegazioni ma non è possibile parlare con chi pensa di essere solo lui nel giusto. Ho fatto una vita di sacrifici e di rinunce e tutto ciò è stato fatto anche per loro. Certamente non sono stato presente, non avrò dato tutto l’affetto che un padre presente può dare ma ogni piccolo sforzo per cercare di recuperare, anche se in parte, un rapporto è comunque naufragato sempre perché io ero inadeguato, menefreghista, o ancor peggio persona che creava imbarazzo.

Quindi qualsiasi spiegazione dei motivi di allora sarebbe solo tempo sprecato. Non sarebbero nemmeno ascoltate e viste solo come delle bugie. Non voglio parlare di odio ma ci siamo molto vicini, purtroppo. In ultimo, credo l’affronto più grande che Anna Lisa mi poteva fare: non sono stato invitato al suo matrimonio perché avrei potuto essere motivo di imbarazzo con gli altri invitati. Questa è una ferita che non si rimarginerà mai e che non penso di meritare, nonostante tutto. 

Ma chiudiamo questa bruttissima e dolorosa parentesi e torniamo agli anni ‘90

Venni promosso al grado di Maggiore e vengo assegnato alla Sezione Esercitazioni dello stato Maggiore Difesa. Un periodo professionalmente esaltante, durante il quale, per lavoro, ho girato il mondo. Europa, Americhe, Asia ed Africa. Intanto continuavano ancorai miei viaggi “particolari”.  Contestualmente entro a far parte della cellula di risposta nazionale per la Allied Mobile Force Land (AMF(L)), incarico che mi porterà molteplici volte nel profondo nord della Norvegia riuscendo a vedere numerose volte lo spettacolo più bello ed esaltante della natura: le aurore boreali. 

Nel frattempo, venni destinato ad un incarico di staff presso il Comando multinazionale della Divisione “Salamandre” a guida francese, in Mostar. 4 mesi intensi e professionalmente molto interessanti.

Rientrato dalla Bosnia E Herzegovina, nonostante i molteplici impegni e, nonostante i non trascurabili problermi di carattere personale, effettuai la preparazione per il concorso per il cosiddetto “Secondo anno di Scuola di Guerra”. Riuscii a superare il concorso per titoli ed esami per l’ammissione alla frequenza del 118° Corso Superiore di Stato Maggiore. Il conseguimento del titolo di “Ufficiale titolato di Stato Maggiore” costituiva e costituisce tutt’oggi, il vero cambio di passo nella carriera di un Ufficiale. Stavo ripianando, in parte, il gap costituito dalla non attribuzione dei vantaggi al primo anno di corso. 

Prima dell’inizio delle lezioni venimmo inviati in giro per il mondo, per tre mesi, per un corso full immersion di lingua inglese. Io fui mandato presso una famiglia di Ottawa, in Canada. La mattina frequentavo una scuola di lingua ed il resto della giornata la passavo con il mio mentor con il quale ho visitato posti magnifici. Basta solo dire che, con il mentor e sua moglie, ho attraversato in macchina tutto il Canada, da Ottawa a Vancouver. Un viaggio cost to cost di 11 giorni bellissimi, una esperienza indimenticabile. 

Rientrato in Italia superai l’esame di lingua inglese ed alla fine avevo riconosciuta ufficialmente la conoscenza di due lingue: il francese e l’inglese.    

Il corso fu molto impegnativo. Volutamente i tempi a disposizione per effettuare i lavori individuali piuttosto che di gruppo di lavoro erano veramente risicati. Logica conseguenza: molte notti passate in bianco passate alla tastiera del computer ed occhi gonfi al mattino per il troppo sonno accumulato. Volutamente perché il lavoro di Stato Maggiore che avremmo dovuto affrontare sarebbe stato caratterizzato da scarso tempo a disposizione per stendere i lavori a fronte di un prodotto comunque di eccellenza. Devo dire che tutto è servito allo scopo.

Il rendimento era molto alto tanto che alla fine del primo quadrimestre ero 3° del corso. Ero sereno, con Maria Teresa c’era piena sintonia, in tutto, per cui anche le notti insonni erano ripagate dai pochi momenti di assoluto relax passati assieme. Nel secondo quadrimestre avvenne ciò che temevo. Essendo un “qualunque” e non “avvantaggiato” non potevo ovviamente entrare nella eccellenza della graduatoria per cui nonostante i miei voti fossero sempre alti (25-27/30) iniziarono ad esserci alcuni colleghi, i “baciati da Dio”, che avevano voti più alti. Nonostante tutto non riuscirono a danneggiarmi più di tanto e riuscii a classificarmi 8° con un risultato di 27,50/30. Ero, comunque, il primo della fascia dei “molto buoni”. Il corso era durato sei mesi ed alla fine avevo conseguito la Laurea in Scienze Strategiche”. Non male, in fondo.

Non lo sapevo ma sarebbe stato importante negli anni successivi. Io, al momento, ero solo contento di aver dimostrato le mie capacità e di come stavo vivendo.

Non appena terminato il Corso Superiore di stato maggiore venimmo tutti destinati alla frequenza del 2° Corso Superiore di Stato Maggiore Interforze; corso che ci avrebbe abilitati a lavorare negli Stati Maggiori in ambito e connotazione Interforze. Altri sei mesi di studio ma, benchè il corso di studi non prevedesse una graduatoria di merito finale, gli studi da effettuare erano destinati alla stesura di una tesi la cui discussione finale ci avrebbe consentito di conseguire il Master  di ricerca di 2° livello in scienze Strategiche, conseguito con il massimo dei voti.

Promosso al grado di Tenente Colonnello venni destinato al Comando di Vertice Interforze con l’incarico di Capo Sezione Programmazione Esercitazioni Nazionali ed internazionali. Un incarico interessante e di responsabilità, dal mio lavoro dipendevano tutte le attività esercitative di livello delle tre Forze armate. Non male!

Alla fine del 1998, entrai a far parte della aliquota di ufficiali titolati che entro l’anno sarebbero stati destinati ad assolvere incarichi di Comando presso le Unità operative. Sarei stato destinato la comando di un Battaglione di Fanteria. Si ritornava a fare sul serio.     

 Purtroppo, ancora una volta, il mio lavoro stava minando il rapporto con Maria Teresa. Ero troppo spesso lontano da casa e questo stava iniziando a pesare.

1999- 2003, Comando di Battaglione a Sassari, le missioni in Kosovo e la svolta della vita: l’incontro con Maria. Seconda permanenza a Roma.

Lascia un commento