Moto ferma davanti a un bivio simbolico tra due strade, metafora della libertà di cambiare direzione e scegliere il proprio percorso di vita.

Cambiare Direzione

La strada migliore non sempre è quella che avevi programmato.

Questa mattina avevo un programma preciso. La destinazione era Campo Imperatore. L’itinerario era già pronto.  Tutto sembrava seguire il percorso stabilito.

Poi, a un certo punto, è successo qualcosa di estremamente semplice. Ho cambiato direzione. Nessun motivo particolare. Nessuna emergenza. Nessun imprevisto.

Soltanto quella sensazione che ogni motociclista conosce bene. Quella voce silenziosa che ti suggerisce di girare il manubrio e seguire un’altra strada.

Così, insieme a mio fratello, invece di salire verso Campo Imperatore abbiamo puntato il Monte Amiata. Ed è stato in quel momento che ho capito una cosa.

Le deviazioni non sono sempre errori. A volte sono la parte più bella del viaggio.

Quando si viaggia in auto abbiamo spesso un orario da rispettare. Io questa regola la seguo soltanto quando mi sposto per lavoro. Quando invece viaggio per piacere, applico la stessa filosofia che ho sempre avuto in moto. La libertà. Mi è capitato molte volte di cambiare direzione all’improvviso, fermarmi in un luogo che mi incuriosiva, cercare un piccolo albergo e decidere di trascorrervi la notte. Oppure di fermarmi con mia moglie in un autogrill, riposare qualche ora e ripartire con calma, trasformando il viaggio in una piacevole successione di tappe.

Perché anche il tempo ha bisogno dei suoi ritmi. E non sempre la strada più breve è quella che lascia i ricordi più belli. Tornando a oggi, quella stessa sensazione di libertà mi ha portato in un luogo che non conoscevo. Il Monte Amiata. Una scelta nata quasi per caso, ma che si è rivelata la più bella della giornata. Strade magnifiche.

Un percorso alternato tra rettilinei e curve dolci, quelle che fanno ondeggiare la moto con naturalezza, quasi seguendo il ritmo di una danza armoniosa. In quei movimenti non lavora soltanto la moto. Lavora il corpo. La postura cambia. Le spalle si rilassano. Lo sguardo si allunga. E ogni curva diventa un piccolo gesto di equilibrio. Il sole, a valle, era impietoso. Trentacinque gradi.

Poi, chilometro dopo chilometro, salendo verso la vetta, l’aria è diventata sempre più fresca fino ad arrivare ai dodici gradi del Monte Amiata, a circa 1.740 metri di altitudine.

Una differenza che non si misura soltanto con il termometro. Si percepisce sulla pelle. Nel respiro. Nella voglia di fermarsi. Abbiamo trovato un piccolo rifugio, una graziosa locanda dove io e mio fratello ci siamo concessi una sosta di circa mezz’ora. Il tempo di rifocillarci, scambiare qualche parola e ripartire verso Roma, con l’obiettivo di essere a casa per il pranzo.

Sono proprio queste le uscite che preferisco. Quelle del sabato e della domenica. Cinque o sei ore sono sufficienti per mantenere l’allenamento, affinare la sintonia con la moto e prepararsi ai viaggi più lunghi che verranno. Perché ogni uscita, anche la più semplice, non è mai soltanto un giro in moto. È un altro piccolo passo lungo la strada.

Non sempre la strada più breve è quella che lascia i ricordi più belli. Vale per la strada reale, ma anche come regola di vita.

Mentre scrivo queste righe ripenso alla scelta fatta questa mattina. Campo Imperatore mi aspetterà. Non è scappato. Ci sono stato diverse volte. Il Monte Amiata, invece, è stato una piacevole sorpresa.

Una decisione presa in pochi secondi che ha trasformato un itinerario pianificato in un viaggio diverso, forse ancora più bello. Ed è proprio questo che continuo ad amare della moto.

La libertà di cambiare idea. La libertà di fermarsi. La libertà di rallentare. La libertà di scegliere una strada senza doverla necessariamente giustificare. Forse dovremmo imparare a farlo anche nella vita. Non tutto ciò che avevamo programmato è necessariamente la scelta migliore.

A volte basta una curva, un bivio o un’intuizione per scoprire un luogo che non conoscevamo. O una parte di noi che avevamo dimenticato. Il resto lo lascio raccontare al video di questa giornata. Le immagini, i suoni del motore, i paesaggi e i piccoli momenti vissuti insieme a mio fratello parlano molto meglio di qualsiasi altra parola.

Perché, in fondo, ogni viaggio lascia una traccia. Non soltanto sull’asfalto. Soprattutto dentro di noi.

E adesso mettetevi comodi accendete il vostro dispositivo e godetevi in sella con me l’itinerario di oggi.

Buona strada.

E ora una piccola poesia dedicata alla mia moto:

Ale, conoscendoti, questa la lascerei proprio in prosa poetica, senza cercare rime. La tua forza è sempre stata quella di scrivere “di pancia”. Ti propongo una bozza che mantiene il tuo modo di sentire.

La mia moto

La mia moto non è un mezzo. È il prolungamento della mia esistenza. È la libertà che prende forma. È il coraggio di partire. È la prudenza di tornare. È l’audacia di affrontare una curva e l’umiltà di rallentare quando la strada lo chiede. È rispetto. Per me. Per chi viaggia con me. Per chi arriva dalla corsia opposta. Per quella sottile linea bianca che non divide soltanto due carreggiate, ma separa la vita dall’incoscienza. La mia moto è silenzio. Anche quando il motore canta. Perché dentro il casco i pensieri trovano finalmente spazio. Parlano. Si rincorrono.

A volte si chiariscono. A volte restano sospesi, proprio come l’orizzonte che continua ad allontanarsi. Un motociclista non è mai davvero solo.

Può viaggiare per ore senza una parola, ma basta una sosta davanti a un bar, un caffè condiviso, uno sguardo verso lo stesso panorama o una semplice domanda. “Che moto hai?”

Da lì nasce una conversazione. Un consiglio. Un sorriso. Una stretta di mano. Un’amicizia. Parliamo del nostro “ferro”, come lo chiamiamo noi. Lo raccontiamo come si racconta un vecchio compagno di viaggio.

Perché ogni graffio ha una storia. Ogni chilometro ha lasciato un ricordo. Ogni viaggio ci ha cambiati un po’. Poi arriva il momento di ripartire. Un saluto. Due dita abbassate verso l’asfalto.

Buona strada. E ognuno riprende la propria direzione. Verso dove? Forse non lo sappiamo nemmeno noi. Sappiamo soltanto che, prima o poi, il viaggio finirà. Il cancello si aprirà.

Il box ci aspetterà. Spegnerò il motore. Per qualche istante resterà soltanto quel ticchettio del metallo che si raffredda, quasi fosse il suo respiro dopo una lunga giornata.

La guarderò ancora una volta. Le darò una carezza sul serbatoio. Chiuderò lentamente la serranda. Non sarà un addio. Sarà soltanto un arrivederci. Perché lei, paziente, continuerà ad aspettarmi. Ed io so già che, appena girerò di nuovo quella chiave, ricominceremo insieme a scrivere un’altra pagina della nostra storia.

Buona strada, compagna mia.

 

4 Risposte
  1. Carola

    Ogni strada è una scelta dell’anima. A volte crediamo di cambiare direzione, ma in realtà è la vita che ci conduce verso ciò che siamo sempre stati.
    La moto diventa una meditazione in movimento, dove il silenzio del casco lascia parlare l’essenziale.

    Le deviazioni che sembrano allontanarci dalla meta sono spesso quelle che ci avvicinano alla nostra verità più profonda. Forse gli imprevisti non sono errori del cammino, ma richiami del destino: un invito silenzioso a lasciare la strada scelta dalla mente per seguire quella che l’anima riconosce. Perché il destino, forse, non ci impone una direzione: ci offre occasioni per ascoltare chi siamo davvero. E ogni bivio diventa l’inizio di una nuova consapevolezza.

  2. Davide

    Attendevo il blog sull’uscita di Campo imperatore e questa particolare variante del Monte Amiata è l’ essenza di cosa significhi avventurarsi con la mente sgombra e la sola voglia di vivere liberamente.
    Una scelta che ha fatto bene allo spirito ed anche alla temperatura,data la calura

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