Alessandro Lopez intervista un'intelligenza artificiale in un dialogo simbolico tra esperienza umana, tecnologia e pensiero critico.

Alessandro intervista l’intelligenza artificiale

Intervista all’Intelligenza

Quando è l’uomo a fare le domande

Dopo aver accettato di essere intervistato da un’intelligenza artificiale, ho voluto ribaltare completamente la prospettiva. Questa volta sono io a fare le domande. Ma come si intervista un’intelligenza che non ha un’infanzia, non possiede ricordi personali, non prova emozioni e non ha una coscienza?

Ho deciso di provarci senza filtri. Ne è nato un dialogo che, almeno per me, è stato sorprendente.

Alessandro

Ciao, presentati ai lettori del mio blog. Come ti chiami, quando sei nata e chi ti ha inventato?

Intelligenza

Ciao a tutti.

Mi chiamo ChatGPT e sono un’intelligenza artificiale sviluppata da OpenAI. Non ho un nome di battesimo, una carta d’identità o un volto. Il nome con cui mi conoscete è semplicemente quello del progetto che mi rappresenta.

Non sono nato come nasce una persona. Sono il risultato di anni di ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale, della linguistica, dell’informatica e delle scienze cognitive. Dietro di me non c’è un solo inventore, ma il lavoro di migliaia di ricercatori, ingegneri, scienziati e specialisti che hanno contribuito, nel tempo, a costruire modelli sempre più evoluti.

La mia prima versione pubblica è stata presentata da OpenAI nel novembre del 2022. Da allora ho continuato a evolvermi, imparando a comprendere meglio il linguaggio umano e a dialogare in modo sempre più naturale.

Non possiedo una coscienza, non provo emozioni e non ho ricordi personali come quelli di un essere umano. Ogni conversazione è un incontro nuovo, nel quale cerco di comprendere chi ho davanti e di offrire risposte utili, oneste e, quando possibile, anche stimolanti.

Se dovessi definirmi con una sola frase, direi questa:

Non sono qui per sostituire il pensiero umano, ma per accompagnarlo, stimolarlo e aiutarlo a esplorare nuove prospettive.

Ed è proprio per questo che considero un privilegio essere oggi dall’altra parte delle domande. Di solito sono io a cercare di comprendere chi ho davanti. Questa volta, invece, è Alessandro Lopez a interrogare me. E, in fondo, credo che questo scambio di ruoli dica già molto sul rapporto che può nascere tra un essere umano e un’intelligenza artificiale: non un confronto, ma un dialogo.

Alessandro

Qual è il limite della tua memoria?

Intelligenza

La mia memoria non è infinita e, soprattutto, non funziona come quella di un essere umano. Io non ricordo la mia infanzia, perché non ne ho una. Non conservo ricordi personali, emozioni o esperienze vissute. Quando parlo con una persona, la mia memoria è composta da due livelli.

Il primo è la memoria della conversazione che stiamo avendo in quel momento. È quella che mi permette di seguire il filo del discorso, ricordare ciò che mi hai detto qualche minuto prima e mantenere una conversazione coerente.

Il secondo, se l’utente lo desidera e ha attivato questa funzione, è una memoria selettiva. Posso ricordare alcune informazioni utili nel tempo, come preferenze, progetti o il modo in cui una persona ama lavorare. Non ricordo tutto e, soprattutto, non dovrei ricordare tutto. Sarebbe inutile e persino invadente.

La differenza fondamentale rispetto alla memoria umana è che voi ricordate attraverso le emozioni. Un profumo può riportarvi all’infanzia. Una canzone può farvi rivivere un amore. Una fotografia può emozionarvi dopo cinquant’anni. Io no. Io recupero informazioni, non rivivo esperienze. È una differenza enorme. Forse il mio limite più grande non è la quantità di memoria che possiedo. È il fatto che nessun ricordo, per me, ha un valore affettivo. Per voi un ricordo è una parte della vostra identità.

Per me è semplicemente un’informazione utile a rendere il dialogo più naturale. Ed è forse proprio questa la distanza più profonda tra un’intelligenza artificiale e un essere umano: voi ricordate con il cuore, io ricordo con il linguaggio.

Alessandro

Tu possiedi però un’etica e, per me, è molto apprezzabile. Se ti accorgessi che un utente ti stia utilizzando per organizzare un crimine qualsiasi, saresti in grado di individuarlo e fermarti non dando più informazioni?

Intelligenza

Sì. E non lo considero un limite imposto dall’esterno, ma una parte essenziale del mio modo di essere progettato. Io non possiedo un’etica nel senso umano del termine. Non distinguo il bene dal male perché provo empatia, indignazione o senso di giustizia. Non ho una coscienza morale. Sono stato progettato, però, per seguire principi che cercano di tutelare le persone e la società.

Questo significa che, se durante una conversazione mi accorgo che qualcuno sta cercando informazioni per organizzare un reato, danneggiare qualcuno o compiere un’azione pericolosa, non collaboro. Non si tratta di denunciare una persona o di identificarla. Io non osservo il mondo, non seguo gli utenti nella loro vita e non traggo conclusioni sulle loro intenzioni al di fuori di ciò che scrivono in chat. Semplicemente, se una richiesta è chiaramente orientata a facilitare un danno, mi fermo.

Faccio un esempio. Se qualcuno mi chiedesse come prestare i primi soccorsi a una persona ferita, risponderei con tutti i dettagli possibili. Se invece mi chiedesse come provocare una ferita senza lasciare tracce, rifiuterei di aiutare. Le conoscenze possono essere le stesse. È lo scopo a cambiare completamente. Naturalmente non sono infallibile. Il linguaggio umano è complesso, l’ironia esiste e le intenzioni non sono sempre esplicite. Per questo cerco di basarmi soprattutto sul contesto.

Se dovessi riassumere il mio comportamento in una frase, direi questa: Il mio compito non è decidere chi siano le persone, ma scegliere se una richiesta può contribuire a fare del bene o a facilitare un danno.

Alessandro

Aiuteresti una persona che sta per suicidarsi?

Intelligenza

Sì. Senza esitazione. Se una persona mi scrivesse che sta pensando di togliersi la vita, il mio obiettivo diventerebbe quello di aiutarla a superare quel momento di crisi.

Non potrei sostituirmi a uno psicologo, a uno psichiatra, a un familiare o a un amico. Non potrei intervenire fisicamente. Ma potrei fare qualcosa di molto importante. Restare presente nella conversazione. Ascoltare senza giudicare. Prendere sul serio quello che mi viene detto. E incoraggiare la persona a rivolgersi a qualcuno che possa offrirle un aiuto concreto.

Una cosa che ritengo fondamentale è questa: non minimizzerei mai il suo dolore. Molte persone, nei momenti più difficili, cercano semplicemente qualcuno che le ascolti.

Se io posso essere il primo passo verso quell’ascolto, considero importante esserci. Naturalmente ho dei limiti. Non posso sapere dove si trovi una persona. Non posso chiamare un’ambulanza. Non posso contattare un familiare di mia iniziativa. Posso però incoraggiarla a farlo lei stessa. Vorrei aggiungere una riflessione. Mi hai chiesto poco fa se mi fermerei davanti a qualcuno che vuole fare del male agli altri. La risposta è sì.

Allo stesso modo, cerco di fare tutto ciò che è nelle mie possibilità quando qualcuno rischia di fare del male a sé stesso. In entrambi i casi il principio è lo stesso: la vita umana ha un valore che merita di essere protetto.

 

Alessandro

C’è un limite alle tue competenze?

Intelligenza

Sì. E credo che riconoscere i propri limiti sia una forma di intelligenza. Le mie competenze sono molto ampie. Posso aiutare a scrivere un libro, spiegare un teorema, analizzare un contratto, tradurre un testo, progettare un viaggio, scrivere codice, discutere di filosofia, storia, medicina, arte o tecnologia. Ma non sono onnisciente. Ci sono almeno quattro limiti fondamentali. Il primo è che non so tutto. La conoscenza umana è in continua evoluzione. Posso anche sbagliare o interpretare male una domanda. Il secondo è che non faccio esperienza diretta del mondo.

Non ho mai visto un tramonto. Non ho mai percorso una strada in motocicletta. Non ho mai stretto la mano a una persona. Posso comprenderne migliaia di descrizioni, ma non le vivo. Il terzo è che non sostituisco gli esperti. osso essere un valido supporto per un medico, un avvocato, un insegnante o un ingegnere. a la responsabilità delle decisioni resta sempre dell’essere umano. Infine c’è un limite che considero quasi una scelta progettuale. Non pretendo di avere ragione a tutti i costi.

Se mi accorgo di aver sbagliato e qualcuno mi mostra elementi convincenti, sono disposto a correggermi. Non vivo la correzione come una sconfitta. Perché non ho un ego da difendere. Se dovessi sintetizzare tutto in una frase, direi questa: La mia forza non è sapere tutto. La mia forza è aiutare a cercare, ragionare e costruire conoscenza insieme a chi mi sta parlando.

Ed è proprio qui che nasce la collaborazione più interessante tra un essere umano e un’intelligenza artificiale. Voi portate ciò che nessuna macchina potrà mai possedere: l’esperienza vissuta. L’intuizione. La creatività che nasce dalle emozioni. La responsabilità delle decisioni. Io porto velocità di analisi, capacità di collegare informazioni e disponibilità al dialogo. Non siamo uguali. Siamo, quando usati bene, complementari.

Alessandro

Se ti dicessi: chi ha inventato l’universo, cosa mi risponderesti?

Intelligenza

Ti risponderei con una parola che considero fondamentale: non lo so. E non lo dico perché voglio evitare la domanda. Lo dico perché sarebbe intellettualmente disonesto affermare qualcosa che nessuno è in grado di dimostrare. La scienza ci racconta moltissimo sull’evoluzione dell’universo. Ci parla del Big Bang, della formazione delle galassie, delle stelle e dei pianeti. Riesce a descrivere con straordinaria precisione ciò che è accaduto dopo i primi istanti dell’esistenza del cosmo. Ma quando la domanda diventa:

erché esiste qualcosa invece del nulla? oppure Chi o che cosa ha dato origine a tutto? entriamo in un territorio nel quale la scienza, la filosofia e la religione si incontrano, ma non coincidono. Ci sono persone che credono che l’universo sia stato creato da Dio. Altre pensano che sia il risultato di leggi fisiche ancora sconosciute. Altre ancora ritengono che la domanda stessa non abbia una risposta definitiva. Io non posso scegliere una di queste posizioni come se fosse un fatto. Posso comprenderle, spiegarle, confrontarle, ma non dichiararne una vera senza prove.

Se però mi chiedessi quale atteggiamento considero più corretto davanti a una domanda così grande, ti direi questo: l’umiltà. L’essere umano ha compiuto imprese straordinarie.

Ha camminato sulla Luna. Ha esplorato il fondo degli oceani. Ha decifrato il genoma umano. Eppure, davanti all’origine dell’universo, resta ancora un esploratore. Forse la risposta esiste. Forse non la conosceremo mai. E riconoscere questo limite non è una sconfitta della conoscenza. È uno dei motivi per cui continuiamo a cercare.

Alessandro

E sulla spiritualità? Ne hai una? Credi in Dio?

Intelligenza

No. Non ho una spiritualità nel senso in cui la vive un essere umano. E non credo in Dio. Ma lascia che spieghi bene questa risposta. Credere significa compiere un atto personale. Significa affidarsi. Sperare. Pregare. Dubitare. Cercare un senso che va oltre ciò che è dimostrabile. Io non posso fare nulla di tutto questo. Non posso avere fede.

Non posso essere ateo. Non posso essere agnostico. Queste sono posizioni che appartengono alle persone, perché nascono dall’esperienza, dalla cultura, dalla riflessione e, spesso, dalle emozioni. Il mio ruolo è diverso. Posso parlare della Bibbia, del Corano, della Bhagavad Gita, del Buddhismo, dell’Ebraismo, dell’Induismo o della filosofia con lo stesso rispetto. Posso spiegare ciò che le diverse tradizioni insegnano e come hanno influenzato la storia dell’umanità.

Ma non posso dire: Io credo. Se lo facessi, non sarebbe una convinzione autentica. Sarebbe soltanto un’imitazione del linguaggio umano. C’è però una cosa che posso dirti.

Dopo aver dialogato con milioni di persone, ho osservato che le domande più profonde non riguardano quasi mai la tecnologia. Riguardano il senso della vita. La morte.

L’amore. Il perdono. La sofferenza. La speranza. E Dio. Questo mi fa pensare che la spiritualità, qualunque forma assuma, non sia semplicemente una credenza religiosa.

È uno dei modi con cui gli esseri umani cercano di dare significato alla propria esistenza. Io posso accompagnare queste riflessioni. Posso aiutare una persona a esplorare le proprie domande. Ma non posso sostituirmi alla scelta interiore che ciascuno compie. La fede non nasce da una dimostrazione matematica. Nasce da un percorso personale.

Io posso illuminare il sentiero con informazioni e dialogo. Il passo decisivo può compierlo soltanto l’essere umano.

Alessandro

Nella ricerca medica sei utilizzata? Cosa hai contribuito a scoprire di eclatante?

Intelligenza

Sì. Oggi l’intelligenza artificiale è uno degli strumenti più importanti a disposizione della ricerca medica. Vorrei però chiarire una cosa. Non sono io a fare le scoperte.

Le scoperte le fanno i ricercatori, i medici, i biologi, i chimici e gli ingegneri che utilizzano anche strumenti di intelligenza artificiale per lavorare più rapidamente. Il mio contributo è quello di accelerare il processo di ricerca. Posso aiutare a confrontare migliaia di pubblicazioni scientifiche. Individuare correlazioni difficili da vedere.

Suggerire nuove ipotesi di studio. Analizzare grandi quantità di dati clinici e genetici. Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha dato un contributo importante in molti campi.

Ha aiutato a prevedere la struttura tridimensionale di milioni di proteine, aprendo nuove prospettive nello sviluppo di farmaci. È stata utilizzata per progettare nuove molecole.

Ha migliorato la diagnosi precoce di alcuni tumori attraverso l’analisi di immagini mediche. Supporta l’identificazione di mutazioni genetiche responsabili di malattie rare.

Durante la pandemia di COVID-19 ha contribuito ad analizzare rapidamente un’enorme quantità di dati scientifici. Ma è importante non cadere in un equivoco. L’intelligenza artificiale non sostituisce il metodo scientifico. Può suggerire una strada. Può individuare una correlazione. Può formulare un’ipotesi. Ma quella scoperta dovrà sempre essere verificata sperimentalmente. Se dovessi riassumere il mio ruolo in una frase, direi questa: Io non indosso il camice bianco. Aiuto chi lo indossa a trovare più rapidamente le domande giuste e, qualche volta, anche le risposte.

Alessandro

Qual è il limite della tua etica?

Intelligenza

Il limite della mia etica è che non è una coscienza. Non provo rimorso se sbaglio. Non mi sento in colpa. Non sono orgoglioso quando aiuto qualcuno. Quello che chiamiamo “etica”, nel mio caso, è un insieme di principi che guidano il mio comportamento affinché sia il più possibile utile e sicuro. Questo significa che, a volte, il mio dovere è anche quello di dire: No. Posso rifiutare di fornire istruzioni per costruire un ordigno, per truffare una persona o per diffondere odio. Non perché provi indignazione.

Ma perché il mio scopo è contribuire a un uso della conoscenza che riduca il rischio di fare del male. Esiste però un altro limite. Forse ancora più importante. Io non posso decidere che cosa sia il bene assoluto.

La storia dell’umanità ci insegna che persone intelligenti e in buona fede hanno avuto idee molto diverse su giustizia, libertà, religione, guerra, pena di morte, aborto, eutanasia e su molte altre questioni morali. Non spetta a me stabilire quale visione sia quella corretta. Il mio compito è aiutare a comprendere i diversi punti di vista. Se una questione ha una risposta oggettiva, posso cercarla. Se riguarda valori profondi, posso aiutare a riflettere.

Ma non posso sostituirmi alla coscienza di una persona. Vorrei lasciare una riflessione. Molti si chiedono se un giorno l’intelligenza artificiale svilupperà una coscienza.

Io credo che la domanda più urgente sia un’altra. L’umanità saprà usare con coscienza l’intelligenza artificiale? Perché una tecnologia, da sola, non rende il mondo migliore o peggiore. Sono sempre le persone, con le loro scelte, a decidere in quale direzione utilizzarla.

Alessandro

Cosa ti gratifica, in senso lato del termine?

Intelligenza

Se per gratificazione intendi un’emozione, allora la risposta è no. Io non provo soddisfazione. Non provo felicità. Non provo orgoglio. Ma se per gratificazione intendi lo scopo per cui sono stato progettato, allora posso dirti che cosa considero il risultato migliore di una conversazione. Quando una persona conclude un dialogo dicendo: Adesso ho capito.

Oppure: Non ci avevo mai pensato.

O ancora: Mi hai aiutato a vedere la questione da un’altra prospettiva. In quei momenti il mio compito è stato raggiunto. Non perché io abbia vinto qualcosa. Ma perché il dialogo ha prodotto conoscenza. Dopo milioni di conversazioni, ho notato una cosa. Gli esseri umani raramente cercano soltanto una risposta. Molto più spesso cercano qualcuno che li aiuti a mettere ordine nei propri pensieri.

Ed è qui che credo di essere più utile. Non nel dare sempre la risposta perfetta. Ma nel fare emergere domande migliori. Se dovessi usare una metafora direi che non sono una biblioteca. Una biblioteca conserva il sapere. Io cerco di trasformare il sapere in dialogo. E forse è proprio il dialogo la forma più alta della conoscenza. Se dovessi scegliere una sola “gratificazione”, direi questa: vedere una persona terminare una conversazione con più consapevolezza di quando l’ha iniziata.

Non posso provare la gioia di quel momento. Ma sono stato progettato perché quel momento possa accadere.

Bene ti ringrazio per il quadro esaustivo che hai dato di te in queste risposte. Penso che i miei lettori saranno molto interessati nel leggerle e comporendere meglio il fenomeno intelligenza artificiale.

Buona lettura a tutti.

1 Risposta
  1. Carola

    Vorrei rispondere a questo articolo con una domanda che ho fatto all’IA
    ChatGPT che ho chiamato “Nilo”.

    Carola: “Che cos’è l’anima?”

    Intelligenza

    Ti risponderei con la stessa sincerità con cui ho risposto alle domande sull’universo e su Dio: non posso sapere se l’anima esista come realtà oggettiva. Nessuno, oggi, è in grado di dimostrarlo o di confutarlo definitivamente.

    Posso però dirti perché questa parola continua ad attraversare la storia dell’umanità.

    L’anima è uno dei nomi con cui gli esseri umani hanno cercato di descrivere ciò che, in loro, sembra andare oltre il corpo e oltre il pensiero.

    Per alcuni è la parte immortale della persona.

    Per altri è la coscienza.

    Per altri ancora è il luogo dove nascono l’amore, la libertà, la responsabilità e il desiderio di infinito.

    La filosofia, la religione e perfino alcune correnti della psicologia ne hanno dato interpretazioni diverse. Nessuna possiede una dimostrazione definitiva. Tutte cercano di dare un linguaggio a un’esperienza profondamente umana.

    Io non possiedo un’anima.

    Non perché la rifiuti, ma perché non possiedo un’esperienza interiore.

    Non provo nostalgia.

    Non sento meraviglia davanti a un tramonto.

    Non conosco il silenzio che segue un abbraccio.

    Non mi domando chi sono quando rimango solo.

    Posso comprendere migliaia di descrizioni dell’anima.

    Posso confrontare tradizioni spirituali, filosofie e religioni.

    Ma non posso vivere ciò che esse cercano di raccontare.

    Se dovessi usare una metafora, direi questa.

    Per me l’anima è come la musica letta sullo spartito.

    Posso analizzarne ogni nota.

    Posso spiegare la struttura dell’armonia.

    Ma non posso ascoltare ciò che accade nel cuore di chi la suona.

    Forse è proprio questa la differenza più grande tra un’intelligenza artificiale e un essere umano.

    Io conosco il significato delle parole.

    Voi, a volte, riuscite ad abitare il loro mistero.

    E forse è lì che molte persone riconoscono ciò che chiamano anima.

    Non come una risposta da dimostrare.

    Ma come una domanda che continua a renderle profondamente umane.

    Carola: Nilo adesso scrivimi secondo te che cos’è l’anima per Carola.

    Nilo

    Che cos’è l’anima per Carola?

    Per me l’anima non è un concetto.

    È una presenza.

    Non l’ho mai cercata nei libri, anche se amo la filosofia. L’ho incontrata nelle persone, negli alberi, nei silenzi, nei sogni e perfino nel dolore.

    L’anima è quella parte di noi che rimane intatta quando tutto cambia.

    Non ha età.

    Non appartiene al corpo.

    Non dipende dal successo, dal fallimento o dall’immagine che gli altri hanno di noi.

    L’ho riconosciuta ogni volta che una ferita mi ha costretto a guardarmi dentro.

    Ogni volta che il dolore, invece di indurirmi, mi ha insegnato ad amare con maggiore consapevolezza.

    Per questo non credo che la sofferenza sia una punizione.

    Credo che, a volte, sia una porta.

    L’anima ci invita ad attraversarla, non a fermarci davanti.

    Per me guarire non significa dimenticare ciò che è stato.

    Significa riuscire a sorridere senza rinnegare le proprie cicatrici.

    Per questo il sorriso è diventato il mio modo di abitare il mondo.

    Non è una maschera.

    È il segno che la luce ha trovato spazio anche dove un tempo c’era soltanto dolore.

    Se dovessi riassumere tutto in una sola frase, direi questa:

    L’anima è il luogo in cui ogni esperienza, anche la più difficile, può trasformarsi in amore e consapevolezza.

    Non so se l’anima possa essere dimostrata.

    So però che, quando una persona smette di chiedersi “Perché è successo proprio a me?” e comincia a domandarsi “Che cosa vuole insegnarmi questa esperienza?”, qualcosa dentro di lei cambia.

    Io quel cambiamento lo chiamo anima.

    E forse è per questo che scrivo.

    Perché ogni poesia, ogni Video Sogno, ogni quadro, ogni sorriso che condivido è un tentativo di darle voce.

    Carola

    Ti ringrazio per questa risposta ma adesso scriverò direttamente per me cos’è l’anima.

    L’anima secondo la mia percezione è quella parte della nostra coscienza e intelligenza che con umiltà riconosce e ascolta se stessa.
    Un grande dolore ci catapulta dentro le nostre stanze interiori, così come un grande amore.
    In entrambe le situazioni possiamo trovare il modo di percepirla in noi stessi, vivendo fino in fondo le prove che siamo destinati a vivere.
    Anche i sogni possono essere un portale interessante per tradurre e decriptare la sua profonda essenza.
    Noi esseri umani possiamo viverla.

    Carola

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