1o4 anni dopo
Oggi mio padre avrebbe compiuto 104 anni.
È una frase che ogni anno mi sorprende. Non tanto per il numero, quanto perché mi ricorda quanto il tempo continui a scorrere senza mai riuscire a cancellare davvero le persone che hanno lasciato un’impronta nella nostra vita.
Mio padre se ne andò il 23 luglio 1990. Avevo ventisei anni. Da allora sono passati decenni, eppure ci sono giorni in cui mi sembra di ritrovare qualcosa di lui in un gesto, in una scelta, perfino in uno sguardo davanti allo specchio.
Negli ultimi anni ho imparato che la memoria non significa vivere nel passato. Significa permettere a ciò che abbiamo ricevuto di continuare a vivere attraverso ciò che siamo diventati.
Forse è anche per questo che, rileggendo il percorso raccontato in Restituito alla vita, mi accorgo che molte delle strade percorse mi hanno riportato sempre allo stesso punto: alla mia identità. E dentro quella identità c’è anche mio padre.
È proprio in quella identità che oggi ho ritrovato me stesso. Attraverso una lunga esperienza ho imparato a riconoscere i punti nevralgici della mia vita, le faticose e numerose strade che ho dovuto percorrere. Alcune le ho abbandonate volontariamente quando ho compreso che il rischio superava l’impresa; altre, invece, le ho percorse fino in fondo perché avevo intuito che il traguardo era vicino. Era il momento di affondare l’acceleratore e raggiungere la meta nel minor tempo possibile.
Se oggi riesco a distinguere il momento in cui fermarmi da quello in cui accelerare, è anche perché una parte di quella bussola mi è stata consegnata da lui, molto tempo fa, quando ancora non sapevo che un giorno mi sarebbe stata così preziosa.
Cosa vorrei dirti, papà? Tante cose.
Vorrei raccontarti che in tutti questi anni di assenza terrena non mi sono mai sentito davvero senza di te. Ti ho sempre percepito. I tuoi occhi sono diventati i miei, guidati da quello sguardo fiero che aveva il dono dell’intuito.
Credo, e spero, di averti emulato. Di aver saputo cogliere i messaggi che mi hai lasciato quando eri in vita, cercando di farli miei nel modo più autentico possibile. Ho provato a trasformarli in lavoro, in responsabilità, in rispetto per le persone che hanno condiviso con me un percorso professionale. Ho cercato di portare crescita alla mia impresa, serenità ai miei collaboratori e, soprattutto, di offrire alla mia famiglia una vita dignitosa. Se dovessi scegliere la gratificazione più grande della mia esistenza, sarebbe proprio questa.
Oggi non chiedo altro. Sono sereno. Ho raggiunto traguardi che, da ragazzo, non avrei nemmeno osato immaginare.
Adesso desidero semplicemente vivere il tempo che mi resta coltivando le mie passioni: la moto, prima di tutto. I viaggi che preparo con cura quasi maniacale, le albe che non smettono mai di emozionarmi, la meticolosa preparazione dei bagagli e tanta strada. Quella vera. Quella fatta di rettilinei, curve e tornanti, dove ogni chilometro ti insegna qualcosa e ogni sosta diventa un ricordo.
C’è una libertà che solo una moto sa regalare. È difficile spiegarla a chi non ne ha mai posseduta una. Non conta la cilindrata, non conta il marchio. Conta averla vissuta, averne respirato la filosofia e aver compreso quel senso di appartenenza silenzioso che unisce tutti i motociclisti.
Forse è anche questo che oggi vorrei dirti, papà: che sono arrivato a un punto della vita in cui non inseguo più il successo, ma la serenità. E se oggi riesco a riconoscerla quando mi viene incontro, è anche perché, molti anni fa, tu mi hai insegnato dove guardare.
E tu, cosa mi chiederesti oggi, papà?
È una domanda che mi sono posto tante volte e alla quale non potrò mai avere una risposta. Eppure mi piace immaginarla.
Credo che non mi chiederesti quanti risultati ho raggiunto, quanti spettacoli ho prodotto o quanti traguardi professionali ho conquistato.
Mi guarderesti negli occhi e, con la semplicità che ti apparteneva, mi chiederesti: “Come stai?”
Poi, forse, aggiungeresti: “Che cosa ti ha reso davvero felice in tutti questi anni?”
A quella domanda oggi saprei finalmente rispondere.
Ti direi che la soddisfazione non è stata soltanto costruire un’azienda, creare lavoro o vedere riconosciuto il valore del mio impegno. Tutto questo è stato importante, ma non è ciò che porto nel cuore con più forza.
La gratificazione più grande è stata diventare un uomo sereno. Aver imparato che non sempre bisogna correre, che esiste un tempo per accelerare e un tempo per fermarsi ad ascoltare il silenzio. Aver scoperto che la vera ricchezza è poter vivere ogni giornata senza rimpianti, con accanto le persone che amo e con la libertà di coltivare le passioni che ancora oggi mi fanno sentire vivo.
Non so se davvero esista un luogo da cui tu possa vedermi.
Mi piace pensare di sì.
Mi piace immaginare che, ogni tanto, il tuo sguardo si posi ancora su di me, sulla mia famiglia, sui miei figli, sulle strade che continuo a percorrere e sui sogni che, nonostante tutto, non ho mai smesso di inseguire.
Se oggi sono l’uomo che sono, una parte importante del merito appartiene anche a te.
Per tutto quello che mi hai insegnato, per ciò che mi hai trasmesso e, soprattutto, per l’esempio che mi hai lasciato.
Buon compleanno, papà.
Centoquattro anni fa nasceva un uomo.
Oggi continua a vivere nel cuore di suo figlio.

Lo Sguardo del Silenzio
L’ultimo sguardo di mia madre non appartiene né al passato né al presente. È rimasto come un seme deposto nel silenzio, là dove la pace trova finalmente lo spazio per rivelare la propria essenza.
Vive nella mia pelle, nel respiro di ogni meditazione, nelle innumerevoli volte in cui ho chiuso gli occhi per ritrovare quella stessa quiete capace di ridisegnare l’armonia del cuore.
Era appena riemersa dal coma quando compresi che, in realtà, era già oltre. La sua anima aveva raggiunto una pace che non conosce più conflitto, una pace assoluta che dissolve ogni ferita, perdona ogni dolore e si fa pura espressione dell’amore.
Forse il cammino di ogni essere umano consiste proprio nel ritrovare dentro di sé quel sorriso silenzioso. Ognuno percorre la propria via: c’è chi lo incontra nel viaggio di una moto, quando il rombo dissolve il tempo e conduce verso un’interiorità che sfiora la metafisica; chi lo riconosce nello sguardo muto di un animale, dove l’amore non ha bisogno di parole; chi lo affida alla scrittura, trasformando le emozioni in una dimora dell’anima.
Ogni sguardo autentico lascia un seme. Da quell’istante, la sua crescita non dipende più da chi lo ha donato, ma da noi, dalla cura con cui scegliamo di custodirlo, fino a trasformarlo in luce.
Io ho scelto la strada per rinascere ed evolvermi. E quella percorrerò con la mia due ruote finchè il fisico me lo permettterà e sono estremamente felice degli effetti di quest’ultimo viaggio in sardegna. Come sempre cogli gli aspetti più profondi in questo blog. Grazie.
Grazie per il commento.
È esattamente così che va vissuta
Un sentito pensiero di auguri per papà Aldo: i pensieri e le parole che testimoniano l ‘amore che vi lega sono commoventi.
Un abbraccio
grazie.