Ritratto di Alessandro Lopez nel suo ufficio, luogo in cui ebbe inizio la sua rinascita personale e professionale raccontata in Restituito alla vita.

Restituito alla vita – Il dialogo del silenzio. Quella mattina, arrivato in ufficio e salutato il portiere, mi diressi verso l’ingresso con una strana sensazione addosso.

Non era paura e nemmeno ansia. Era qualcosa di più sottile. Un’emozione difficile da definire, come se stessi tornando in un luogo che conoscevo perfettamente ma che, allo stesso tempo, sentivo improvvisamente estraneo.

Aprii la porta e rimasi quasi stupito, sorpreso.

Sembrava che il tempo si fosse fermato esattamente al giorno in cui ci avevo messo piede per l’ultima volta. Tutto era nella stessa posizione. Le sedie, i fascicoli, gli oggetti sulla scrivania. Perfino l’aria sembrava immobile.

Feci qualche passo e premetti il pulsante che alzava le tapparelle. Salirono lentamente. Entrò poca luce, ma era quella necessaria per capire che quell’ambiente aveva ancora bisogno di me.

Entrai nella mia stanza e vidi l’ordine e il disordine di sempre. Eppure mi sentii, come tante volte era accaduto in passato, profondamente solo.

Fu come essere catapultato nel 1992, l’anno in cui iniziò questa avventura. La stessa stanza, gli stessi muri, la stessa sensazione di solitudine. Un luogo dove i pensieri per anni avevano continuato a rimbalzare sulle pareti senza trovare risposte apparenti, soluzioni definitive o idee capaci di cambiare davvero le cose.

Fu allora che accadde qualcosa di inatteso. Nel silenzio. O forse grazie al silenzio.

Per la prima volta ebbi la sensazione che quel silenzio stesse dialogando con me. Non parlava con parole e non dava consigli. Non indicava strade e non suggeriva soluzioni immediate. Eppure mi stava dicendo qualcosa.

Ascoltandolo capii che avrei dovuto ricostruire tutto partendo da zero. Non solo il lavoro. Non solo l’ufficio. Forse una parte di me.

Ebbi un momento di sconforto. Uno di quelli che arrivano all’improvviso e ti tolgono il fiato. Pensai seriamente di chiudere tutto, spegnere le luci, uscire, risalire in moto e andare via. Non sapevo nemmeno dove. Sapevo soltanto che volevo allontanarmi da quella sensazione.

Ma se fossi tornato a casa in quel momento sarebbe stata una sconfitta pesante. Peggiore di una partita persa a tavolino. Perché quella volta l’avversario non era il mercato, non erano i problemi e non erano le persone.

L’avversario ero io. E il silenzio, seduto di fronte a me, stava aspettando di sapere quale decisione avrei preso.

Rimasi lì a guardarmi intorno. Non avevo una risposta pronta e non avevo un piano da seguire. Continuavo semplicemente a osservare quella stanza che conoscevo da una vita.

Gli stessi mobili, gli stessi armadi, gli stessi oggetti accumulati negli anni. Eppure io non ero più lo stesso uomo che aveva attraversato quella porta centinaia di volte.

Fu allora che compresi davvero ciò che il silenzio stava cercando di suggerirmi. Non mi stava chiedendo di recuperare il passato. Non mi stava chiedendo di tornare quello che ero stato. Mi stava dicendo che avrei dovuto accettare ciò che ero diventato e ripartire da lì.

Restai ancora qualche minuto nella mia stanza mentre la luce cambiava lentamente il volto dell’ufficio. Non avevo ancora deciso da dove ricominciare, ma una cosa la sapevo con certezza. Non sarei scappato. Presi coraggio e mi sedetti sulla poltrona.

Presi il primo foglio che mi capitò sotto mano e cercai le mie Mont Blanc preferite. Ne avevo di bellissime, alcune da collezione. Ne cercai una in particolare, quella che mi aveva regalato Rossella. Era la più preziosa, non tanto per il valore economico quanto per lo stile, la foggia e soprattutto per il significato profondo che aveva per me.

Non la trovai. A dire il vero non trovai nessuna delle mie penne. Capii che probabilmente le avevo nascoste per bene, come tante altre cose che nel tempo avevo riposto chissà dove senza più ricordarmene il posto.

Così presi una classica penna Bic. Provai a scrivere, ma era secca d’inchiostro. Non usciva nemmeno un tratto. Mi alzai con una punta di nervosismo e andai a cercare altre penne negli armadi della cancelleria. Niente. Tutto vuoto.

Come se l’ufficio avesse deglutito ogni cosa. Mi aveva lasciato a secco di tutto e su tutto. Alla fine trovai una semplice matita. Presi un temperino, le feci una bella punta e tornai a sedermi. Davanti a quel foglio bianco rimasi qualche secondo in silenzio.

Poi cominciai a scrivere la checklist delle cose che avrei dovuto fare. Una dopo l’altra. Senza fretta. Senza pensare a come avrei risolto i problemi. Limitandomi ad elencarli. Fu quello il vero inizio della mia rinascita professionale.

Non una grande intuizione. Non una telefonata importante. Non un contratto. Una matita, un foglio e una lista di cose da fare.

Mi sentii come uno studente ripetente rimasto indietro con il programma scolastico. Sapevo di dover recuperare molto terreno, ma per la prima volta dopo tanto tempo avevo deciso di rimettermi al banco e ricominciare a studiare la mia vita.

Lo studio durò molto poco.

Appena una pagina di appunti e passai immediatamente dal pensiero all’azione. Anche quello fu un segnale importante. Per troppo tempo avevo riflettuto senza agire, rimandato senza decidere, osservato senza intervenire. Quella mattina, invece, qualcosa era cambiato.

Presi una serie di vecchi fascicoli accumulati nel corso di decenni e tirai fuori il tritacarte. Cominciò così un duro lavoro di selezione e di concetto che sarebbe durato settimane.

Passavo ore a distruggere documenti ormai inutili, consumandomi le mani. Dovevo idratarle continuamente per il lavoro ripetitivo e per la polvere della carta che sembrava impregnare ogni cosa. A un certo punto decisi di trasportare gran parte di quel materiale nei box, rimandando la decisione finale a tempi migliori.

Tempi che arrivarono qualche mese dopo.

In campagna, davanti a un grande falò, quei documenti terminarono il loro percorso. Un gesto quasi liberatorio, simile a un antico rito pellerossa. Non stavo semplicemente eliminando della carta. Stavo lasciando andare una parte del passato che non aveva più motivo di occupare spazio nella mia vita e nel mio lavoro.

Terminata quella prima operazione, tornai a sedermi e ripresi in mano gli appunti. L’obiettivo era chiaro: ricostruire la mia attività.

Fu allora che cominciai a percepire nuovamente il senso delle priorità, il metodo, lo stile. Quelle qualità che avevo sempre avuto e che per anni erano rimaste soffocate sotto il peso della malattia, dell’apatia e della rinuncia.

Stavano riaffiorando lentamente.

Non erano più le qualità di un ragazzo pieno di entusiasmo e impazienza. Appartenevano a un uomo più maturo, più consapevole, più pronto ad accogliere una visione diversa delle cose.

Forse era proprio quella la vera ricetta dell’essere stato restituito alla vita.

Passavano i minuti e non mi rendevo conto che le energie stavano crescendo.

Anche la stima di me stesso sembrava sincronizzarsi con tutto l’ufficio. Era come se quelle pareti, quei mobili, quella scrivania e perfino quel disordine ordinato che avevo sempre conosciuto stessero lentamente tornando al loro posto insieme a me.

Il telefono era muto.

Non importava.

«Squillerà», mi dissi.

Anzi, in quel momento forse mi avrebbe perfino disturbato. Avevo bisogno di ritrovare il ritmo delle cose, di rimettere ordine prima dentro di me e poi attorno a me.

Eppure fu proprio quel telefono a diventare uno degli strumenti della ricostruzione.

Mattone su mattone.

Telefonata dopo telefonata.

Cominciai a contattare artisti, collaboratori e persone con le quali avevo lavorato nel tempo. Raccontavo semplicemente che ero tornato in ufficio dopo un lungo periodo sabbatico e che stavo riprendendo gradualmente la mia attività.

Le risposte furono incoraggianti.

Fissai una serie di incontri e riempii l’agenda di appuntamenti che, fino a poche settimane prima, mi sarebbero sembrati impensabili.

Il resto delle giornate lo dedicai a riassettare e pulire l’ufficio. Volevo renderlo nuovamente accogliente, decoroso e pronto a ricevere persone. Avevo trascorso troppo tempo lontano da quel luogo per permettergli di restare sospeso nel tempo.

Lavoravo senza fretta ma con costanza.

Ogni giorno aggiungevo un piccolo tassello.

Ogni giorno recuperavo un frammento di fiducia.

Nel giro di circa tre mesi riuscii a ricostruire un portafoglio clienti che mi restituì entusiasmo e sicurezza.

Fu allora che cominciò il vero lavoro di sviluppo.

Non la semplice ripresa dell’attività.

Qualcosa di diverso.

La costruzione di una nuova fase professionale che nasceva dall’esperienza di ciò che avevo attraversato e dalla consapevolezza di essere tornato, finalmente, al mio posto.

In quel periodo compresi anche un’altra cosa importante.

Dovevo sganciarmi da un concetto che per molti anni avevo considerato quasi naturale: fratello di Massimo Lopez uguale lavoro garantito.

Non era così.

O meglio, non voleva più essere così.

Sentivo la necessità di mettere alla prova Alessandro. Senza cognomi, senza scorciatoie, senza rendite di posizione. Volevo capire se fossi ancora capace di avere intuizioni, sviluppare idee, costruire progetti e creare opportunità con le mie forze.

Fu una fase molto stimolante.

Cominciarono ad arrivare nomi importanti, professionisti di valore con cui nacquero collaborazioni interessanti. Nello stesso tempo sentii il desiderio di guardare anche al futuro e ai giovani.

Organizzai una sessione di provini al Teatro degli Eroi e incontrai ragazzi e ragazze pieni di entusiasmo, sogni e aspettative. Alcuni di loro si rivelarono promettenti e nel tempo mi diedero soddisfazioni professionali e umane che ricordo ancora con piacere.

Altri, invece, si trasformarono in profonde delusioni.

Non tanto per il talento, che spesso c’era, quanto per la mancanza di metodo, di disciplina e di capacità di comprendere che ogni percorso professionale richiede sacrificio, costanza e pazienza.

Il destino, o forse le loro scelte, li hanno portati verso un progressivo anonimato senza alcuna reale evoluzione professionale.

Ma è un argomento che desidero toccare solo marginalmente.

Perché, a ben vedere, quella non era la mia crescita.

La mia crescita stava avvenendo altrove.

Stava nel recupero della fiducia in me stesso, nella capacità di costruire una visione autonoma e nel comprendere che il valore di una persona non deriva dal cognome che porta o dalle relazioni che possiede, ma dalla capacità di trasformare le idee in realtà.

Era lì che stavo ritrovando Alessandro.

E così fu realmente.

Arrivarono le prime commesse di lavoro, le prime fatture e una ripresa graduale, organica, costruita senza forzature. Mese dopo mese vedevo la mia impresa crescere e, in qualche modo, quel grafico immaginario seguiva lo stesso andamento del mio ottimismo e del mio entusiasmo.

Più il lavoro prendeva forma, più cresceva la fiducia.

Più cresceva la fiducia, più aumentava la voglia di progettare.

Era come se avessi rimesso in moto un motore rimasto fermo troppo a lungo e che, dopo qualche incertezza iniziale, avesse ritrovato il proprio ritmo naturale.

L’estate arrivò velocemente.

C’era bisogno di riposo.

Per me.

Per Rossella.

Per Mariadele, impegnata con gli studi e con le sue scadenze.

Così decisi che la mia piccola ma accogliente Fiat 500 rossa meritava di tornare a macinare chilometri e che noi meritavamo qualche giorno di pausa.

Partimmo con la classica formula della “vacanza intelligente” verso le Cale d’Otranto. La destinazione era un villaggio turistico.

Confesso che ho sempre avuto un rapporto complicato con i villaggi.

Per la verità li ho sempre cordialmente detestati.

Già mi immaginavo le giornate scandite dagli animatori, impegnati per missione a coinvolgere gli ospiti in qualsiasi attività possibile e immaginabile. Dai giochi più prevedibili fino alle situazioni più imbarazzanti, quelle dalle quali ho sempre cercato di tenermi prudentemente alla larga.

L’orso che è sempre esistito dentro di me, quando si trova davanti a questo tipo di approccio, tende naturalmente a rifugiarsi nel proprio bozzolo.

Così feci anche quella volta.

Scelsi di vivere quel villaggio a modo mio, osservandone il fracasso da una posizione più appartata, senza farmi travolgere dall’entusiasmo collettivo che sembrava contagiare tutti gli altri.

Ma era una vacanza per tutti.

Per Rossella.

Per Mariadele.

E, in fondo, anche per me.

Perciò decisi di adattarmi alla situazione e di lasciarmi trasportare da quel tempo lento che, dopo mesi di ricostruzione personale e professionale, cominciava finalmente ad assomigliare a una piccola conquista.

Il risultato non fu dei migliori, devo dire con una punta di sarcasmo che oggi mi fa sorridere.

Tornai a Roma più stanco di prima.

Avevo seguito disciplinatamente il programma della vacanza, avevo fatto il bravo turista, ma dentro di me sentivo che il vero recupero non era avvenuto. Evidentemente il mio concetto di riposo era diverso da quello proposto dagli animatori del villaggio.

Così decisi di fare a modo mio.

Prenotai una nave per la Sardegna, caricai la moto, la mia inseparabile compagna di viaggio, e approfittando di un impegno lavorativo organizzai qualche giorno sull’isola.

Quella sì che fu una vacanza.

Fu il vero relax.

Un’esperienza che ho raccontato in un blog intitolato Una passeggiata tra le nuvole e che ancora oggi ricordo come uno dei momenti più rigeneranti di quel periodo.

La moto, le strade della Sardegna, i panorami, il silenzio e il tempo scandito soltanto dai chilometri da percorrere riuscirono a fare ciò che nessun villaggio turistico era stato capace di fare.

Mi restituirono energia.

Mi restituirono lucidità.

Mi restituirono entusiasmo.

Al ritorno ebbi la sensazione che qualcuno avesse premuto un acceleratore invisibile.

Le attività ripresero con maggiore intensità. L’ufficio cambiò volto. Arrivarono interventi di rinnovo, piccole ristrutturazioni interne, stagisti, personale da formare e nuovi progetti da sviluppare.

Cominciarono ad arrivare le prime produzioni teatrali.

Riprese vigore il lavoro sul web.

Nacquero idee che fino a poco tempo prima sarebbero rimaste chiuse in un cassetto.

Uno degli esempi più concreti è proprio il sito dal quale sto scrivendo oggi.

Non era un progetto pensato per diventare gigantesco. Era qualcosa di diverso. Uno strumento costruito sulle mie reali dimensioni professionali, capace di produrre risultati e soddisfazioni senza l’ansia continua dell’accumulo o della crescita a tutti i costi.

Forse stavo imparando anche questo.

Che esiste una differenza tra crescere e inseguire.

E che la serenità non nasce necessariamente dall’avere di più, ma dal riuscire a dare un senso a ciò che già si possiede.

In fondo, senza rendermene conto, stavo costruendo non soltanto una nuova attività professionale.

Stavo costruendo una nuova idea di vita.

Mi accorsi un giorno che quel silenzio, che mi aveva accompagnato per diverso tempo, aveva cambiato natura.

Non era più assenza.

Non era più solitudine.

Era diventato armonia.

Era diventato musica.

Era diventato serenità interiore.

Le paure che per anni avevano occupato ogni spazio della mente avevano lasciato il posto a tiepide certezze. Nulla di clamoroso o definitivo. Piuttosto piccole convinzioni che lentamente trovavano la loro collocazione, come accade con il fuoco di una vecchia macchina fotografica a regolazione manuale.

Bisognava avere pazienza.

Ruotare lentamente la ghiera.

Aspettare che l’immagine si definisse.

Ho sempre amato quegli oggetti antichi, precisi, essenziali.

Ed era esattamente ciò che stava accadendo alla mia vita.

L’immagine stava tornando nitida.

Ripresi fiducia.

Ripresi fiducia in me stesso, nelle mie intuizioni e nella mia capacità di leggere i cambiamenti che stavano avvenendo attorno a me.

Fu in quel periodo che aprii un profilo Instagram, che nel tempo sarebbe cresciuto fino a diventare uno strumento importante di comunicazione.

Al contrario, credevo sempre meno in Facebook.

Aveva perso gran parte del significato per cui era nato.

L’idea di ritrovare amici, condividere esperienze e mantenere relazioni autentiche mi sembrava ormai un concetto superato.

Ai miei occhi era diventato una grande piazza rumorosa, piena di pettegolezzi, polemiche e risse mediatiche.

Un luogo dal quale, per fortuna, ero rimasto lontano.

E forse non era un caso.

Perché dopo aver ritrovato il valore del silenzio, del tempo e dell’ascolto, avevo sempre meno voglia di tornare nel rumore.

Guardandomi indietro, oggi mi rendo conto che non esiste un momento preciso in cui si può dire di essere guariti.

Non c’è un giorno segnato sul calendario.

Non c’è una sirena che annuncia la fine della tempesta.

Esistono però piccoli segnali.

Una mattina in cui ti alzi e respiri meglio.

Un progetto che torna ad appassionarti.

Una telefonata che non temi più.

Una risata che arriva spontanea.

Un silenzio che non fa più paura.

Fu così che compresi di essere tornato alla vita.

Non attraverso un gesto eroico o una vittoria straordinaria, ma attraverso una lenta riconquista della normalità.

E proprio quando tutto sembrava aver ritrovato un equilibrio, la vita decise di sorprendermi ancora.

Perché il viaggio non era finito.

In realtà, stava per cominciare una delle sue pagine più inattese.

4 Risposte
  1. Carola

    Ho ascoltato con silenzio e rispetto il tuo ritorno alla normalità. Quando si riemerge da un periodo buio, qualunque sia stata la sua natura, si impara ad ascoltare gli altri in modo diverso.

    Le parole non sono più soltanto parole: diventano emozioni, vibrazioni che vanno oltre il linguaggio. L’ascolto si fa più profondo e ogni voce sembra raggiungerci da una dimensione più autentica.

    Il buio ha questo potere: trasforma.

    E quando cambi, cambia anche il modo in cui percepisci ciò che ti circonda. Non per merito di un nome o di una presenza, ma per la nuova direzione che hai dato a te stesso. È in questa rinnovata consapevolezza, dopo una pausa imposta o scelta, che impariamo ad ascoltare davvero noi stessi e gli altri, scoprendo una versione diversa e più profonda di ciò che siamo.

  2. Davide

    Il crocevia della rinascita professionale ,dopo quella terrena, alberga in questa contingenza di cui tu ed io abbiamo spesso dibattuto.
    Essere presenti a se stessi è un regalo che pochi apprezzano e ancora meno vogliono farsi, tu hai scelto di camminare guardando ciò che succede nel mentre

    Un abbraccio

    1. Paola

      Caro Alessandro, questo tuo “racconto”, questa tua nuova consapevolezza e rinascita attraverso un lungo e complicato percorso mi ha letteralmente emozionata. Dietro a tutto c’è una grande forza interiore che spesso crediamo di non avere, così come tanta forza di volontà. Ho sempre pensato che
      passione e determinazione giochino un ruolo fondamentale nel capire che un posto nel mondo per noi ci sia sempre. Lasciarsi alle spalle paure, momenti di buio e sconforto è una crescita interiore che non ha eguali..e vedere l’orizzonte colorarsi di rosa è qualcosa di unico. Grazie per questa toccante testimonianza. Un abbraccio immenso
      Paola

      1. Cara Paola, credo che ormai tu abbia imparato a conoscermi non solo come professionaista, ma anche come uomo che ha lavorato con voi in una che ritengo sia stata la più complicata ma meravigliosa prima esperienza produttiva di un programma televisivo che nel tempo si è portato a casa anche un soddisfacente successo. Spero di poter replicare con un sequel. Ci sto lavorando, nei tempi giusti… “le faremo sapere….” 😂 come in un provino.

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