Mi sono rotto il ca**o 2 – Rapporto operativo finale

Alessandro Lopez in moto durante l'Operazione RITT, tra montagne, aquile, stambecchi e il simbolico cartello Sesso Unico.

Mi sono rotto il ca**o 2 – Rapporto operativo finale. Due anni fa scrissi un articolo dal titolo volutamente provocatorio: Mi sono rotto il ca**o.

Rileggendolo oggi mi sono fatto una domanda: ma nel frattempo si sarà aggiustato?

Perché, diciamocelo, se si fosse davvero rotto o consumato l’organo in questione, oggi sarebbe un problema ben più serio delle persone che mi facevano perdere la pazienza.

Fortunatamente l’anatomia ha retto.

In compenso una cosa l’ho notata: se da allora la mia testa è cambiata parecchio, le teste di ca**o sembrano essersi moltiplicate. Non so se sia un fenomeno naturale, una particolare congiunzione astrale o una migrazione stagionale, ma ho l’impressione che negli ultimi anni si siano addensate con sorprendente costanza nei dintorni del mio spazio vitale.

Dopo attente osservazioni sul campo, posso però formulare una teoria: il problema non era il ca**o del titolo del primo articolo. Era il numero crescente di teste di ca**o presenti nell’ecosistema circostante. Una specie particolarmente resistente, adattabile e sorprendentemente fertile.

A quel punto decisi di affrontare la situazione con metodo. Del resto una deformazione professionale bisogna pur averla.

Cominciai così a osservare il fenomeno come un vero teatro operativo.

La prima operazione messa in campo fu la E.I.S.D.A. Epurazione Interna Senza Dolore Alcuno.

Un progetto ambizioso che prevedeva la progressiva rimozione di persone, situazioni e complicazioni inutili senza spargimento di sangue, senza dichiarazioni ufficiali e soprattutto senza inutili perdite di tempo.

L’operazione comprendeva una sotto-missione ancora più riservata denominata semplicemente E.I. (da non confondere con Esercito Italiano) Epurazione Indolore.

La procedura era tanto semplice quanto efficace: smettere di inseguire chi non voleva essere raggiunto, smettere di spiegare a chi non voleva capire e smettere di investire energie in attività ad alto consumo emotivo e a basso rendimento umano.

I primi risultati furono sorprendenti. Alcuni soggetti si auto-epurarono spontaneamente.

Altri, non ricevendo più attenzione, si trasferirono autonomamente verso ecosistemi più compatibili con le proprie esigenze.

L’operazione fu dichiarata un successo senza che nessuno si accorgesse che era mai iniziata.

Il primo mese fu dedicato al disboscamento del territorio impervio del mio ufficio, tra collaboratori in letargo, in sede e fuori sede.

Mai adottato il sistema dello smart working, ferocemente combattuto dalle mie truppe d’asfalto. Avete letto bene. Non è un refuso.

Truppe d’asfalto. In un colpo solo riuscii a risolvere due problemi. L’ufficio tornò ad assomigliare a un luogo di lavoro.

E il manto stradale divenne un biliardo percorribile anche con una Biga dell’antica Roma.

La campagna numero due fu ancora più aspra. Il fattore sorpresa era determinante.

Nacque così l’Operazione L.I.C. Licenziamento In Tronco.

In appena sette giorni ciò che il Padre Eterno aveva creato sembrava devastato e distrutto. Ma la ricostruzione richiese appena trentasei ore.

L’ufficio si riempì di fiori, essenze e profumi inebrianti. Fu in quel momento che iniziai ad avere strane allucinazioni.

Ricordo distintamente di aver visto Bob Marley vestito da Marine stazionare in segreteria mentre rispondeva al telefono.

«Pronto, ufficio operativo… no woman no cry…»

Per fortuna la crisi allucinatoria rientrò spontaneamente.

O forse fui semplicemente costretto a partecipare a una riunione.

Il secondo momento in cui ebbi la conferma che qualcosa era realmente cambiato avvenne pochi giorni dopo.

Entrando in ufficio notai Romano, il portiere, seduto nella guardiola. Davanti a lui un cannone fumante.

Mi guardò con occhi vitrei e disse: «Alessà… un tiro? È roba bona. Damme retta, te dà na botta…»

Lo salutai cordialmente e proseguii. Entrato in ufficio vidi una giraffa. Non una metafora. Una giraffa.

Più o meno così:

Compresi immediatamente che l’androne era saturo di fumo passivo e non ci feci più di tanto caso.

Da quel giorno ebbe inizio la vera operazione.

L’O.M.S.F.

Operazione Monopoli Senza Fatica.

Un vero e proprio gioco di ruolo da tavolo nel quale iniziai a ricostruire il mio patrimonio personale e professionale.

Ogni mattina lanciavo i dadi e avanzavo sul percorso della vita tra carte Imprevisti e Probabilità accuratamente predisposte da un’entità superiore con spiccato senso dell’umorismo.

“Tassa di lusso.” “Fate tre passi indietro.” “Se passate dal VIA ritirate anni di emolumenti non pagati.” Casella rarissima.

Pare esista soltanto nelle edizioni da collezione. E poi la mia preferita.

“Uscite di prigione quando cao vi pare.”**

Trascorse così un periodo apparentemente improduttivo. Almeno agli occhi degli osservatori esterni.

In realtà stavo applicando una sofisticata strategia di mimetizzazione operativa che consisteva nel sembrare uno che non faceva un ca**o.

Fu allora che nacque l’Operazione F.U.V.D.C.V. Fatevi Una Vagonata Di Cai Vostri.**

Una missione semplice, elegante e a costo zero. L’obiettivo non era convincere nessuno.

Era lasciare che ciascuno si occupasse della propria partita senza pretendere di arbitrare quella degli altri.

I risultati furono straordinari. Alcuni soggetti si disorientarono immediatamente. Altri, privati di informazioni inutili, furono costretti a sviluppare una vita propria.

Ma il periodo più bello e più denso di significato arrivò quando trovai finalmente il coraggio di dare il via alla missione finale.

L’operazione R.I.T.T. Riprenditi Il Tuo Tempo.

Fu così che decisi di fare “sega” dal lavoro almeno tre volte la settimana.

Le missioni consistevano in fughe solitarie in moto verso destinazioni rigorosamente segrete.

Luoghi che non rivelerò mai.

Non per ragioni di sicurezza nazionale, ma per evitare che qualcuno decidesse di organizzare una riunione anche lì.

Erano posti nei quali la parola deserto sembrava scritta nel cielo e tatuata sulle mie braccia. Ma ci voleva metodo.

Fu così che, un giorno, sulla cima di un passo di montagna il cui nome non rivelerò mai, raggiunsi un punto panoramico che sembrava sospeso tra il cielo e il resto del mondo.

Fermai la moto. Spensi il motore. Tolsi il casco. Sfilai la giacca.

Feci un lungo respiro. Poi ebbe inizio la procedura.

Con voce stentorea e rigoroso ordine alfabetico cominciai a smoccolare la lista dei nomi presenti sul mio personale calendario operativo.

Uno alla volta. Con disciplina. Con convinzione. Le montagne ascoltarono in religioso silenzio.

Qualche camoscio cambiò versante. Un paio di aquile presero prudentemente quota.

Risalii in moto. Ripartii. La moto sembrava più leggera. Poi capii. Non era cambiata la moto. Ero cambiato io.

Proseguendo in discesa le montagne mi restituirono l’eco della mia voce.

Con mia grande sorpresa suonava soave come le Quattro Stagioni di Vivaldi.

Fu allora che giunsi a valle e notai un cartello stradale nuovo di zecca.

SESSO UNICO. Il cartello era assolutamente reale.

Lo seguii incuriosito per diversi chilometri. Finché comparve un grande cancello in legno. Bussai.

Mi aprì un uomo con una tunica bianca, sandali in cuoio e una corona di orchidee in testa.

Compresi immediatamente. Non ero arrivato in un agriturismo. O forse si?!

Ero entrato in una comunità sospesa tra il movimento hippie, la filosofia New Age e un catalogo IKEA dedicato all’arredamento spirituale.

«Cercavo il Sesso Unico» dissi. «Lo cercano tutti» rispose lui. «Mi lascia almeno un catalogo?»

«Noi non accettiamo prenotazioni.» «Come sarebbe a dire?» «Qui basta bussare e le porte si aprono.»

Rimasi in silenzio. Era una frase talmente profonda da poter cambiare una vita.

Oppure da essere scritta sul retro di una bustina di zucchero biologico. Ancora oggi non ne sono certo.

Posso dire soltanto una cosa. Quella giornata riempì dentro di me qualcosa di nuovo. Qualcosa che non avevo mai osato cercare davvero.

Forse tutti noi cerchiamo la stessa cosa senza rendercene conto. Non un mondo diverso. Un modo diverso di osservarlo.

E in molti di quei viaggi in moto ascoltavo parecchi brani. Tra tutti, il mio preferito era ed è ancora oggi:

Ma il cielo è sempre più blu. Molti hanno definito Rino Gaetano un contestatore.

Io l’ho sempre considerato un poeta contemporaneo. Uno che osservava il mondo da una prospettiva diversa.

Forse è anche per questo che finì naturalmente in una delle mie infinite playlist di Spotify.

Perché alcune persone non cercano di spiegarti il mondo. Ti insegnano semplicemente a guardarlo da un’altra angolazione.

E forse è proprio questo che ho imparato in questi anni. Per molto tempo ho pensato che fosse il mondo a dover cambiare.

Oggi credo che spesso sia il modo in cui lo osserviamo. Le persone cambiano. Le situazioni cambiano.

Le stagioni della vita cambiano. Cambiamo noi.

Ma se ogni tanto alziamo gli occhi dal rumore quotidiano, scopriamo che esiste ancora qualcosa di più grande delle nostre preoccupazioni.

Ed è lì che, spesso, ritroviamo la giusta prospettiva. Come cantava Rino Gaetano:

Ma il cielo è sempre più blu.

1 Risposta
  1. Davide

    Le teste falliche sono il più annoso dei problemi della sventurata patria, un semi-isolamento al limite della selettività al pettine l’unica soluzione.
    Un grande cantore degli anni 2000 riteneva interessante la sua parte intollerante,io gli vado appresso

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