Papa Giovanni Paolo II saluta i fedeli con la mano alzata durante un momento pubblico in Piazza San Pietro

Karol Woityla, il Papa a cui sono da anni devoto. Oggi, 2 Aprile 2025 ricorrono 20 anni dalla sua salita alla Casa del Padre, come fu annunciato in Piazza San Pietro alle 21:37.

Quei volti in lacrime, quei volti smarriti, pieni di speranza avevano perso il Pontefice che ha accompagnato l’umanità nel nuovo millennio portando la Croce della sua malattia con coraggio ed estrema dignità dando forza ed energia sicuramente ai più deboli, tra guerre e mutamenti politici, tensioni internazionali, rapporti diplomatici e tanta tanta fede e amore veerso i suoi fedeli e sopratutto i giovani.

Il mio incontro con Papa Giovanni Paolo II fu breve, fugace ed intenso. Ero fermo al semaforo rosso di Via Trionfale. Dietro di me non avevo nessuna macchina e nemmeno nella corsia di fronte si vedeva anima viva. Era una di quelle pause sospese che Roma sa regalare all’improvviso.

Improvvisamente vidi arrivare una vettura della Gendarmeria Vaticana. Procedeva con discrezione, senza clamore. Dietro di essa comparve un’altra automobile. Quando fu abbastanza vicina, mi resi conto che sul sedile posteriore c’era proprio lui.

Giovanni Paolo II. Karol Wojtyla in persona.

Per un attimo il tempo sembrò rallentare. Non ebbi il tempo di prepararmi, di pensare a qualcosa da dire o da fare. Mi trovai semplicemente lì, a pochi metri da quell’uomo che avevo visto per anni attraverso uno schermo televisivo, nelle piazze del mondo, nei suoi viaggi apostolici e nelle celebrazioni solenni.

I nostri sguardi si incrociarono per un istante che mi parve lunghissimo. Un attimo soltanto, eppure sufficiente a lasciare un segno che porto ancora oggi dentro di me. Lui si voltò verso di me, mi guardò dritto in volto e mi fece una benedizione. Io sbigottito, mi feci il segno della croce e scoppiai in un pianto a dirotto per circa cinque minuti pe l0energia che il Pontefice mi aveva dato dentro. Era un periodo in cui mia figlia piccola a quel tempo era ricoverata al Policlinico Gemelli oer delle convulsioni febbrili nulla di grave ma lo spavento fu tanto e dopo qualche giorno da quella sera la riportammo a casa.

Il semaforo tornò verde. Le vetture ripresero il loro cammino e in pochi secondi tutto tornò normale. Roma riprese a scorrere come sempre, ma io rimasi per qualche minuto con la sensazione di aver vissuto qualcosa di speciale.

Non fu un’udienza privata, non ci furono parole, fotografie o strette di mano. Eppure quel brevissimo incontro mi lasciò una profonda emozione. La percezione di una presenza forte, serena, capace di trasmettere pace anche nel silenzio.

Forse è per questo che, a distanza di tanti anni, il ricordo di Karol Wojtyła continua ad accompagnarmi. Non soltanto come Pontefice, ma come uomo che ha saputo testimoniare la fede fino all’ultimo respiro, senza nascondere la sofferenza e senza rinunciare mai alla speranza.

Da quel momento sentii crescere dentro di me una devozione forte per lui.

Non era soltanto ammirazione per il Papa, per il Pontefice che aveva attraversato la storia parlando al mondo intero. Era qualcosa di più intimo, più profondo, difficile da spiegare. Sentivo che quella figura mi aveva lasciato un segno.

Qualche tempo dopo questa devozione mi spinse a compiere un lungo viaggio in Polonia, un cammino spirituale nella sua terra. Volevo vedere i luoghi da cui proveniva, respirare almeno in parte l’aria che aveva formato quell’uomo così forte nella fede e così vicino alla sofferenza umana.

Visitai la sua casa a Cracovia e provai un’emozione particolare. Non era soltanto una casa. Era il punto di partenza di una storia immensa, semplice e straordinaria allo stesso tempo.

Andai poi al Santuario della Madonna Nera di Częstochowa, luogo di fede profonda e di raccoglimento. Lì potei osservare la religiosità intensa del popolo polacco. Un popolo silenzioso, composto, quasi attonito davanti a quella presenza sacra.

Mi colpì il silenzio.

Non un silenzio vuoto.

Un silenzio pieno di preghiera, di rispetto, di memoria e di affidamento.

In quel Santuario compresi ancora di più quanto Karol Wojtyła fosse figlio della sua terra, della sua storia, delle sue ferite e della sua fede.

Pregai tanto e mi fece un gran bene.

Avevo molti problemi da risolvere in quel periodo della mia vita, questioni che sembravano pesare ogni giorno un po’ di più sulle mie spalle. Eppure, in quei luoghi, mi sentii alleggerito. Non perché i problemi fossero scomparsi, ma perché avevo ritrovato qualcosa che credevo di aver smarrito.

Stavo riscoprendo una fede profonda, autentica, che per qualche tempo si era affievolita. Non per ribellione, né per mancanza di credenza. Piuttosto per quei dubbi che, credo, ogni uomo prima o poi incontra lungo il proprio cammino.

Non sono mai stato un cattolico rigorosamente osservante di ogni dogma della Chiesa. Ho sempre vissuto la fede più come un dialogo interiore che come un elenco di regole da rispettare. E forse proprio per questo, in alcuni momenti della mia vita, avevo maturato un certo risentimento verso alcune dinamiche umane che avevo associato, a torto o a ragione, all’istituzione ecclesiastica.

Ma in Polonia accadde qualcosa di diverso.

Lì non incontrai un’istituzione. Incontrai un popolo. Incontrai una fede vissuta nel silenzio, nella sofferenza, nella speranza. E attraverso quella fede ritrovai anche il significato più profondo dell’eredità lasciata da Giovanni Paolo II.

Karol Wojtyła non mi apparve più soltanto come il Papa delle grandi folle, dei viaggi apostolici o degli eventi storici che avevano segnato il suo pontificato. Mi apparve come un uomo che aveva attraversato il dolore senza perdere la speranza, la malattia senza perdere la dignità, il peso della Croce senza smettere di testimoniare l’amore.

Forse è per questo che, ancora oggi, a distanza di tanti anni dalla sua salita alla Casa del Padre, continuo a sentirlo vicino. Non come una figura distante della storia della Chiesa, ma come una presenza capace di ricordarmi che la fede non elimina le difficoltà della vita: ci aiuta ad attraversarle.

Questo passaggio ha molta autenticità. Lo renderei solo un po’ più fluido, lasciando intatto il significato:

Anni dopo ebbi la possibilità di recarmi a pregare presso la sua tomba, nella Basilica di San Pietro.

Rimasi a lungo in piedi davanti al suo sepolcro, in silenzio, concentrato, assorto nel raccoglimento e nella preghiera.

Fu allora che percepii nuovamente quella stessa energia che avevo avvertito tanti anni prima, quella sera che avrebbe segnato per sempre il mio rapporto con lui.

Non saprei descriverla diversamente. Non fu una voce, non fu un segno straordinario. Fu una presenza.

Una presenza intensa, rassicurante, familiare.

In quel momento ebbi la conferma interiore che Karol Wojtyła continuava ad esserci, in un modo diverso ma non meno reale.

Del resto, è la stessa sensazione che negli anni ho percepito pensando alle persone della mia famiglia che mi hanno preceduto nel viaggio verso l’eternità. Non le ho mai sentite davvero lontane. Ho sempre avvertito che il legame costruito nell’amore non si interrompe con la morte, ma trova semplicemente un’altra forma.

Da allora il mio dialogo con Giovanni Paolo II è proseguito nel tempo. Un dialogo discreto, intimo, personale, fatto di preghiere, pensieri e momenti di riflessione.

È una presenza che mi accompagna ancora oggi.

Per questo, nel ventesimo anniversario della sua salita alla Casa del Padre, il ricordo non è soltanto quello di un grande Pontefice che ha segnato la storia della Chiesa e del mondo. È il ricordo di un uomo che, attraverso la sua fede, il suo coraggio e la sua testimonianza, continua a parlare al cuore di chi ha scelto di ascoltarlo.

E io, dopo tanti anni, continuo ad ascoltarlo.

Oggi, a vent’anni dalla sua salita alla Casa del Padre, il ricordo di Karol Wojtyła continua ad accompagnarmi.

Non con il clamore dei grandi eventi o delle celebrazioni ufficiali, ma con la discrezione delle presenze autentiche che non hanno bisogno di farsi notare per essere percepite.

La vita mi ha portato gioie, dolori, successi, delusioni e momenti nei quali ho dovuto ricostruire me stesso più di una volta. Eppure, in qualche modo, quel dialogo iniziato tanti anni fa non si è mai interrotto.

Forse la fede è anche questo.

Non avere tutte le risposte, ma continuare a cercarle.

Non essere perfetti, ma continuare a camminare.

Non sentirsi mai soli, anche quando il silenzio sembra avvolgere ogni cosa.

Per questo oggi il mio pensiero va a Karol Wojtyła con gratitudine.

Per ciò che ha rappresentato per il mondo.

Per ciò che ha rappresentato per la Chiesa.

E, nel mio piccolo, per ciò che ha rappresentato per me.

Grazie, Santo Padre.

1 Risposta
  1. Carola

    Comprendo nel profondo il senso di quello che hai espresso in questo articolo, perché anch’io ebbi un incontro simile, non con il Papa, ma con Padre Amorth, che ascolto ancora nel mio animo.
    Avevo perso da pochi mesi mia madre, così una cara amica mi prese un appuntamento con lui per una benedizione.
    Ricordo che mise una mano nella mia fronte e pronunciò la benedizione in latino, furono attimi che si trasformarono in visioni, ascoltai la sua energia e vidi una cascata d’energia, una forza che non avevo mai percepito prima, mi trasmetteva l’infinito.
    Subito dopo la benedizione, tolse la mano dalla fronte, mi guardò come se fossi un marziano, e disse: “ tu sei forte, tu sei davvero forte” poi mi diede una pacca sulla spalla, continuando a guardarmi stupito e incredulo.
    Sono passati quasi trent’anni da quell’incontro, lo sento e lo percepisco come un amico che è sempre al mio fianco per proteggermi. Durante le mie meditazioni, mi fermo e recito una delle sue preghiere con profonda armonia e pace nel cuore.
    Adesso lui è parte di quella sorgente che non ha inizio né fine, è parte della vita stessa.

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