Il silenzio non è una risposta
Da molti anni opero nel mondo dello spettacolo dal vivo.
Ho imparato ad accettare i successi e gli insuccessi, gli applausi e le porte chiuse, i sì e i no. Il rifiuto non mi ha mai spaventato.
Quello che continuo a trovare difficile da comprendere è invece il silenzio.
Nei mesi scorsi ho inviato a diversi soggetti del settore una proposta artistica completa di scheda spettacolo, materiali informativi, rassegna stampa e documentazione utile alla valutazione.
Sono trascorsi mesi. Nessuna risposta. Non una richiesta di approfondimento, non una comunicazione negativa, non una semplice presa d’atto della ricezione del materiale. Nulla.
Eppure il nostro è un comparto che vive grazie all’incontro tra chi produce cultura e chi la programma, tra chi investe e chi ospita, tra chi crea e chi distribuisce.
Per questo motivo credo che la questione non riguardi il destino di un singolo spettacolo. Riguardi il rispetto. Rispetto per il tempo. Rispetto per il lavoro. Rispetto per le risorse che ogni produttore, compagnia o organizzatore decide di investire per dare vita a un progetto.
Una risposta negativa è comunque una risposta. Un silenzio di mesi non lo è. Ma questa riflessione va oltre un episodio personale.
Mi porta a interrogarmi sullo stato di salute del sistema teatrale e culturale nel quale operiamo. Il teatro vive di relazioni.
Compagnie, produttori, distributori, circuiti, teatri, associazioni, operatori culturali, artisti e maestranze sono tutti anelli della stessa catena. Nessuno potrebbe esistere senza l’altro.
Eppure ho spesso l’impressione che questa consapevolezza si perda lungo il cammino. Viviamo in un sistema che dovrebbe favorire la diffusione della cultura, creare occasioni di incontro, sostenere la crescita del pubblico e valorizzare nuove energie. Un sistema che dovrebbe essere fondato sulla condivisione.
Ma la condivisione, nel nostro Paese, resta troppo spesso una parola più pronunciata che praticata. Ognuno segue il proprio percorso, il proprio indirizzo, la propria visione. È naturale.
Ciò che manca, talvolta, è la capacità di riconoscere che il successo del singolo non dovrebbe essere in contrasto con il successo del gruppo. Perché il teatro non è una gara individuale.
È una costruzione collettiva. Quando una compagnia cresce, cresce il sistema. Quando un teatro lavora bene, cresce il sistema. Quando un circuito intercetta nuovi pubblici, cresce il sistema.
Quando un produttore investe su un progetto valido, cresce il sistema. Non dovrebbe esistere un vincitore solitario. La cultura non è una corsa a ostacoli. È un patrimonio comune.
Ho sempre scelto la strada dell’indipendenza. Non per necessità, ma per convinzione. È una scelta che comporta libertà e responsabilità.
Significa investire risorse proprie, assumersi rischi, costruire senza attendere che siano altri a farlo. È una scelta che rivendico con orgoglio. Ma è anche una scelta che spesso incontra limiti e barriere.
Esistono teatri e opportunità alle quali talvolta non si può accedere perché non si appartiene a determinati circuiti o perché non si possiedono specifici requisiti amministrativi e ministeriali.
Comprendo le ragioni di queste regole. Non sto chiedendo di eliminarle. Mi domando però se, accanto ai percorsi istituzionali, non possano esistere spazi dedicati anche a chi investe direttamente nel proprio lavoro, assumendosi in prima persona il rischio dell’impresa culturale. Non per sostituire ciò che esiste. Non per contrapporsi. Ma per integrare. Per arricchire. Per creare nuove opportunità.
Perché la cultura non è un bene da amministrare soltanto. È un organismo vivo che ha bisogno di respirare, sperimentare e rinnovarsi. Forse questo articolo non cambierà nulla.
Forse resterà soltanto una riflessione affidata a un blog. Ma mi piacerebbe che diventasse una domanda aperta.
Una domanda rivolta ai teatri, ai circuiti, ai produttori, agli artisti, alle maestranze, ai giornalisti culturali, alle associazioni e al pubblico. Che futuro vogliamo costruire per il nostro teatro?
Un sistema chiuso, fatto di percorsi già tracciati e interlocutori già noti? Oppure un sistema capace di ascoltare, confrontarsi e accogliere anche esperienze indipendenti che investono risorse proprie, idee e passione?
La passione come investimento
Non sarà una regione in meno in tournée. Non sarà un capoluogo in meno in cartellone. Non sarà una porta chiusa a farmi perdere entusiasmo.
La forza che ancora oggi mi accompagna nasce dalla passione per questo mestiere e dalla convinzione che progettare significhi continuare a guardare avanti. Un imprenditore senza progetti non è più un imprenditore. E le piccole e medie realtà come la mia vivono proprio di questo: idee, visione, capacità di immaginare ciò che ancora non esiste.
Ogni spettacolo nasce prima nella mente e nel cuore di qualcuno. Poi diventa prove, investimenti, rischi, viaggi, incontri, pubblico. È un percorso che conosco bene e che continuo ad affrontare con la stessa curiosità di sempre.
Forse perché credo che il futuro non appartenga a chi difende ciò che ha già costruito, ma a chi continua a costruire. Per questo guardo con attenzione al mondo giovanile. Non per posa. Non per moda.
Non per esercizio retorico. Lo faccio per convinzione. Credo che il futuro del teatro, della cultura e di molti altri settori dipenda dalla capacità di coinvolgere nuove generazioni, nuovi linguaggi e nuovi talenti.
E qui si apre un’altra domanda. Il nome in cartellone è davvero l’unica garanzia di risultato? In parte sì. Sarebbe ingenuo negarlo. I grandi nomi attirano pubblico, rassicurano gli organizzatori e rappresentano spesso una scelta legittima.
Ma se non concediamo opportunità a chi quel nome deve ancora costruirselo, quale futuro stiamo preparando? Ogni artista affermato è stato un perfetto sconosciuto. Ogni carriera è cominciata da una prima occasione.
Ogni successo è nato da qualcuno che ha deciso di credere in un talento prima che fosse riconosciuto da tutti. Se smettiamo di creare queste opportunità, il rischio non è soltanto quello di penalizzare i giovani. Il rischio è impoverire il teatro stesso. Perché un settore che vive soltanto dei propri ricordi finisce inevitabilmente per trasformarsi in un museo. E il pubblico, prima o poi, smette di frequentare i musei che non sanno più raccontare il presente.
Un punto di incontro
Da tempo immagino un momento di incontro e confronto tra le diverse anime dello spettacolo dal vivo. Non una protesta. Non una rivendicazione. Ma una conversazione.
Un luogo dove ascoltare punti di vista differenti e immaginare insieme un futuro possibile. Perché forse il vero problema non è stabilire chi abbia ragione.
Forse il vero problema è che troppo spesso abbiamo smesso di parlarci. E il teatro, più di ogni altra arte, nasce proprio dall’incontro tra persone.
Per questo continuo a credere che il dialogo sia il primo spettacolo che dovremmo avere il coraggio di mettere in scena. Potrebbe essere un “tutto esaurito”. Non di biglietti.
Di idee, di esperienze, di visioni, di futuro.
Almeno proviamoci.

Caro Alessandro,
quanto hai esposto in modo molto chiaro ed esaustivo, è una verità assoluta… la cosa che personalmente mi rammarica è sapere che quando hai in mano un Prodotto con la P maiuscola, consolidato e riconosciuto dal Pubblico, non si possa avere anche la pur minima possibilità di essere inseriti in cartelloni di Teatri più grandi e conosciuti..”Eh ma non vedo nessun NOME conosciuto nel Cast”…ecco..questo è, purtroppo. IL NOME, fine di una breve e triste storia che chiude le possibilità a chi ha in mano quel PRODOTTO appetibile e che potrebbe anche essere una grande opportunità per quel Teatro.. IL NOME..e capire da quando un nome diventi IL NOME a me è ancora difficile…
GRAZIE ALESSANDRO per tutti questi spunti di riflessione/discussione costruttiva
Grazie Paola per questo bel commento. La mia caparbietà e determinazione porteranno i risultati. Mi conosci s emi metto una cosa in tesa prima o poi la ottengo.
Caro Alessandro, leggo con piacere il tuo blog, i tuoi punti di vista interessanti e molto sinceri! Tre cose mi hanno colpito del tuo articolo: “cresce il sistema”, “creare nuove opportunità” e “prima occasione”.
CRESCE il sistema.
Ho avuto, nel mio piccolo, un po’ di esperienze nel settore, soprattutto in quello musicale. Aggiungo, non credo alla fortuna! Ho lavorato e sudato come è giusto che sia, ma non ho voluto vendere la mia anima. Oggi è quella la strada che spesso apre le altre porte, anche se tutti diranno “non è vero”! Quindi ormai sono sicuro che a nessuno importi della “crescita del sistema”. Per i pochi “credenti”, auguri!
CREARE nuove opportunità.
Hai ragione, ma nessuno vuole il bene di nessuno! Mi spiego. Secoli fa (è un modo di dire), il mondo del lavoro, in tutti i settori, aveva sempre accesa la spia del fare e del crescere, e le nuove opportunità erano la conseguenza. Oggi il tempo è cambiato, c’è l’indifferenza del bisogno, del vicino di casa, dei parenti che ormai sono solo serpenti! Chi riesce a entrare nel sistema chiude con le catene la porta dietro. Non c’è pietà, solo il proprio orticello… senza cancello!
PRIMA occasione.
Qui vorrei sorridere, non per nostalgia, e neanche per offesa! Ormai la prima occasione, almeno in Italia, è solo un’illusione! È pieno di giovani che svendono il proprio talento investendo i propri soldi. Non ci sono imposizioni, solo fesserie e bugie truccate di sogni facili! L’ambiguità è di casa. Mi dispiace, ma non ci sono più oggi le prime occasioni.
Il tuo discorso è giusto, è leale condivido la tua visione. È morta la riconoscenza! Certo, si potrebbero scrivere dei romanzi gialli su ciò che è successo oggi al mondo della cultura, ma sarebbe un altro lavoro inutile. Viva l’arte e l’anima sintonizzata al bello, agli altri….buona vita!… A proposito di riconoscenza ti lascio questo mio scritto:
LA RICONOSCENZA
Non è un giro di parole,
non è arte e né di parte,
resta in gola a chi non ce l’ha,
sorride l’oste a la sua premura.
Mente il giovane distratto
nel torpore lento e chino,
fatica un fiore alle lusinghe
che si odono le madri.
Brilla in su l’accesa stella,
giovenche e lupi non han patti,
resta mite l’orgogliosa vita
che si rinfresca a la sua goccia.
Chete mani ormai si incrociano
e si battono soventi,
un ristoro e la sua notte
non esultano menzogne.
Luce semplice del cuore,
avvolgi l’uomo di denso bene,
qual riconosca la via del vero
e si vesta di gratitudine.
Caro Roberto,
ti ringrazio molto per questo bel commento. e che tu condivida il mio pensiero sui punti cardine che ho desiderato evidenziare. Dei risultati li ho ottenuti, con garbo, nel mio stile ho scritto a chi di dovere che prontamente e con qualche scusa di circostanza almeno mi ha detto che avrebbe preso in considerazione la mia proposta. Molto bella la tua poesia.
Il silenzio è un tema che mi ha sempre affascinata. Non ho esperienza nel teatro, ma ne ho molta nel palcoscenico più complesso: quello dell’animo umano.
Quando scrissi la mia prima favola dedicata al golf, ne donai circa sessanta copie. Solo cinque persone sentirono il desiderio di ringraziarmi. Tra queste, Franco Chimenti, che mi telefonò personalmente per definire quel lavoro «geniale».
A volte il silenzio può ferire. Ma non sconfigge nessuno. Al contrario, sono spesso proprio le porte chiuse ad alimentare la passione, rafforzare la determinazione e dare ancora più valore al cammino di chi sceglie di non arrendersi.