Saluto tra due motociclisti su una strada panoramica al tramonto, simbolo di rispetto, amicizia e passione per il viaggio.

Quando il cielo torna nello stesso punto e tu non sei più lo stesso uomo

Ogni anno il cielo torna a giugno.

Le stelle riprendono le loro posizioni apparenti, la luce dell’alba arriva con la stessa dolcezza e il calendario si avvicina lentamente al 22 giugno.

Era un lunedì. Alle 5:30 del mattino circa iniziava il mio viaggio.

Il cielo che mi accolse allora era quello dell’alba, sospeso tra la notte e il giorno, tra ciò che era stato e ciò che doveva ancora accadere.

Oggi, a distanza di sessantadue anni, quel cielo ritorna puntuale. Esattamente di lunedì. Come allora. Eppure qualcosa non coincide.

Il cielo assomiglia a quello che mi accolse quel lunedì di giugno del 1964. Io no.

Sorrido, certo, nel pensare che dopo sessantadue anni quel bambino di quattro chili e mezzo sia diventato un uomo con qualche chilo in più, IVA compresa e interessi capitalizzati nel tempo.

Del resto, la vita è una forma di investimento a lungo termine. Alcuni accumulano denaro. Altri accumulano ricordi.

Io credo di aver accumulato soprattutto storie.

Storie che durano inesorabilmente ventiquattro ore. Quelle che finiscono in evidenza hanno un solo titolo: “Vita vissuta”.

Uno spazio iCloud infinito. All’inizio ti viene concesso un periodo di prova. Poi paghi. Un po’ al mese. Un po’ all’anno.

Secondo i casi. Secondo le scelte. Secondo gli errori. Non si può fare downgrade. Non si può cancellare l’abbonamento.

Si può soltanto proseguire. Ed è proprio lì che entrano in gioco altri fattori. Il Gestore. Quello vero. Quello che non compare tra le impostazioni del telefono.

Quello che non ha un servizio clienti. Non risponde alle email. Non accetta reclami. Non prevede procedure di ricorso.

Decide. E tu non puoi fare appello. Puoi soltanto utilizzare al meglio lo spazio che ti è stato assegnato. Caricando ricordi.

Affetti. Errori. Perdite. Rinascite. E qualche fotografia dell’anima che, fortunatamente, non occupa memoria.

Perché quella memoria è la tua. Te l’hanno regalata alla nascita. E si autorigenera come un’intelligenza artificiale man mano che immetti dati, cresci, comprendi, sbagli, correggi, evolvi.

Una macchina tecnologicamente avanzata. Ma estremamente fragile. Delicata. Fondata su innumerevoli equilibri.

Equilibri che vengono continuamente sollecitati dal mondo esterno. Dai fattori climatici. Dallo stress. Dalle persone. Dagli amici.

Dai nemici. Dai sentimenti. Dalle energie. Dai pianeti. Ecco. Qui mi vorrei fermare.

I pianeti.

Da sempre l’uomo li osserva. Li studia. Li teme. Li interpreta. Cerca nei loro movimenti spiegazioni che spesso non riesce a trovare dentro se stesso.

Non so se le stelle scrivano davvero il nostro destino. Non so se il cielo di quel lunedì 22 giugno 1964 contenesse già una mappa del mio viaggio.

So però una cosa. In questi sessantadue anni i pianeti hanno continuato a muoversi. Io pure.

E forse il vero significato non sta nel capire se siano stati loro a guidare me o io a inseguire loro.

Forse sta nel riconoscere che ogni tanto, guardando il cielo, ritroviamo il coraggio di guardare anche dentro noi stessi.

Il mio tema natale, che negli anni ho imparato a conoscere, è una sorta di carta d’identità valida per un’intera vita.

Ogni giorno, ogni periodo ciclico, ogni passaggio sembra coincidere con qualcosa che in qualche modo influisce sul nostro percorso.

Non sono un esperto. Credo però nell’influenza dei pianeti e sono affascinato dall’astrologia. Non quella delle riviste settimanali.

Non quella che riduce una persona a dodici righe di previsioni. Mi affascina l’astrologia che prova a entrare nel profondo dell’essere umano.

Quella dei segni. Degli ascendenti. Delle case. Quella rappresentata come un orologio perfetto che scandisce contemporaneamente il tuo tempo e quello dell’universo.

Ma l’universo è infinito. Almeno così ci hanno sempre insegnato. Non esiste un confine. Non esiste un muro oltre il quale tutto finisce.

Esistono galassie.

Sistemi stellari. Miliardi di stelle. E probabilmente miliardi di possibilità. Per questo non ho mai compreso fino in fondo l’ostinazione dell’essere umano nel ritenersi solo.

In un universo così immenso, l’idea che la vita sia comparsa una sola volta mi è sempre sembrata più straordinaria della possibilità che esistano altre civiltà.

L’arte, il cinema e la letteratura hanno provato a raccontarlo per decenni. Quando ero ragazzo c’erano i marziani.

Poi arrivarono gli alieni. Ricordo perfettamente una serie televisiva che guardavo negli anni Settanta: UFO.

Una produzione britannica ideata da Gerry e Sylvia Anderson.

Al centro della storia c’era la SHADO, un’organizzazione segreta incaricata di difendere la Terra dalle incursioni aliene.

Il protagonista era il Comandante Ed Straker. Per me non era soltanto fantascienza. Era il simbolo di una domanda che continua ad accompagnarmi ancora oggi.

Siamo davvero soli?

Oppure, esattamente come accade quando osserviamo il nostro tema natale, continuiamo a guardare il cielo cercando risposte che forse esistono già, ma che non siamo ancora pronti a comprendere?

Credo che il nostro viaggio nell’infinito sia composto da due parti. La prima è quella terrena. La seconda è una sceneggiatura ancora tutta da scrivere.

Puoi conoscerne il soggetto. Puoi immaginare il trattamento. Puoi ipotizzare lo scenario. Puoi persino tracciare una linea narrativa, verticale e orizzontale.

Ma nessuno potrà mai spiegarti fino in fondo la serialità degli eventi. I personaggi che incontrerai. Le comparse. Gli antagonisti.

Gli alleati. E soprattutto il numero degli episodi. Non esisterà un network che ne annuncerà la programmazione.

O forse sì. Esisterà una rete infinitamente più grande. Quella dell’universo. Un filo conduttore sospeso nel tempo.

Come un funambolo che avanza lentamente nel vuoto mentre chi osserva trattiene il respiro. In questo, forse, mi sono sempre riconosciuto.

Non sono un eroe. Non ho mai preteso di esserlo. Ma ho rischiato. Ho sfidato più volte la vita.

Ho camminato sul filo senza rendermi conto che, per molto tempo, era stata la vita stessa a concedermi una serie di attenuanti generiche.

Piccole proroghe. Qualche sconto. Qualche rinvio. Poi, come accade a tutti, è arrivato il momento del rendiconto.

E i conti li ho dovuti pagare. A volte in un’unica soluzione. Altre volte con comode rate rinnovabili.

Quelle che chiamiamo esperienza. Quelle che chiamiamo dolore. Quelle che chiamiamo crescita.

E che soltanto molti anni dopo impariamo a chiamare, più semplicemente, vita.

E allora scatta ancora un sorriso. Con una punta di sano sarcasmo. E ci si domanda:

“Ma che valore diamo ai soldi?”

Analizziamo questo aspetto. I soldi. Chi li ha inventati? Da dove parte tutto?

Dalle antiche civiltà che si addensavano in agglomerati urbani, coltivavano la terra, allevavano bestiame e costruivano i primi canali commerciali.

Prima locali. Poi regionali. Poi sempre più estesi. Una forma primordiale di globalizzazione.

Per quanto mi affascini l’origine, mi spaventa il tempo attuale. Oggi ci sentiamo spesso soli. E forse, in questo senso, lo siamo davvero.

Un popolo di asociali inconsapevoli. Illuminati dalla luce dei nostri smartphone. Ipnotizzati dalle notifiche continue.

Dalle email che arrivano a qualsiasi ora del giorno. Dalle PEC. Perché evidentemente non bastava la posta normale.

Non bastava una lettera scritta a mano. Non bastavano i responsabili. Sono arrivati i responsabili del procedimento.

Ma l’Agenzia delle Entrate chi l’ha inventata? L’erario da dove nasce? Ai tempi dell’antica Roma mandavano le PEC?

Forse le scolpivano nella pietra. Con ricevuta di ritorno incisa sul marmo. E mentre ci penso, mi accorgo che la corsa dell’umanità è stata spesso una gara a chi inventava qualcosa per primo.

La ruota. La scrittura. I numeri. E qui ritorna ancora una volta l’infinito. In positivo e in negativo. Perché tutto parte dallo zero.

Che è un numero anch’esso. Eppure quello zero rappresenta una delle più grandi incognite della nostra esistenza.

Dallo zero arriviamo all’algebra. Alle espressioni. Ai numeri primi. Alle radici quadrate. Ai numeri elevati a potenza.

Capoluogo della Basilicata. Ah no. Scusate. Quella è geografia. E forse è proprio questo il bello della vita.

Parti dalle stelle. Finisci a parlare di tasse. Cerchi l’infinito. E ti ritrovi a fare i conti.

E io sono arrivato soltanto a 62. Anzi no. Tecnicamente sono ancora fermo a 61. Mi mancano poco più di due giorni.

Circa tremila minuti. Meno di duecentomila secondi. Praticamente un battito di ciglia nell’universo.

Poi però mi fermo a riflettere. Dal 22 giugno 1964 a oggi ho accumulato qualcosa come un miliardo e novecentocinquanta milioni di secondi di vita.

Detta così sembra una cifra importante. Poi ci pensi meglio. Quanti di quei secondi ho trascorso aspettando qualcuno?

Quanti in fila? Quanti cercando parcheggio? Quanti a compilare moduli? Quanti a pagare tasse?

Quanti a capire come funzionasse una stampante? E soprattutto…quanti ad aspettare qualcuno che aveva detto:

“Ti richiamo tra un minuto.”

A quel punto il miliardo e novecentocinquanta milioni di secondi comincia improvvisamente a sembrarti molto meno impressionante.

E poi, meravigliosamente, torni alla realtà. Quella urbana. Quella vera. Quella che ti aspetta all’angolo della strada.

Ti fermi all’incrocio tra Via Baldi e la via dove abito. Poca visibilità. Il solito SUV parcheggiato con la stessa eleganza urbanistica del Muro di Berlino.

Guardi a sinistra. Non vedi nulla. Guardi a destra. Non vedi nulla. Avanzi lentamente. Ed ecco apparire all’improvviso il Valentino Rossi di turno.

Scooter. Casco semi-allacciato. Fagotto del figlio dietro. Velocità stimata tra i cento chilometri orari e la fuga da una rapina.

Lo osservi arrivare. Lui osserva te. Per una frazione di secondo gli universi si allineano. Le galassie trattengono il respiro.

I pianeti sospendono la loro orbita. E nei suoi occhi leggi una sola frase: “La precedenza è la mia.”

Nei tuoi una soltanto: “Ma vaffanculo.” A quel punto il suono si propaga nell’universo. Attraversa la strada.

Supera il quartiere. Oltrepassa l’atmosfera terrestre. Raggiunge la Via Lattea. E continua a viaggiare nel cosmo sotto forma di eco infinito.

“Culo… ulo… ulo… ulo… ulo… onzo… onzo… onzo…”

Ed è in quell’esatto momento che comprendi una grande verità. Puoi studiare il tuo tema natale. Interpretare i pianeti.

Meditare sull’infinito. Interrogarti sul significato dell’esistenza.

Ma sarà sempre uno scooter parcheggiato male o un SUV messo a cazzo di cane a riportarti immediatamente sulla Terra.

Popolata da tante civiltà nel corso dei millenni. Imperi. Regni. Repubbliche. Pensatori. Artisti. Scienziati.

Eppure oggi l’urbe sembra ospitare soprattutto un vastissimo villaggio di stronzi funzionali. Pericolosi per se stessi.

Per la propria progenie. E soprattutto per gli altri. La patente a punti? Ma di che cosa stiamo parlando?

Sono probabilmente più numerosi i punti di sutura applicati ogni giorno nei pronto soccorso del pianeta di quanti siano i punti effettivamente sottratti a certi fenomeni della guida creativa.

Osservo il Valentino Rossi da marciapiede allontanarsi all’orizzonte. Indenne. Convinto. Probabilmente soddisfatto della propria prestazione.

E penso che qualche centinaio di metri più avanti avrebbe meritato di incontrare una bella pattuglia. Non per cattiveria.

Per pedagogia. Una di quelle pattuglie che ti fanno riscoprire il valore educativo delle regole.

Che ti restituiscono il contatto con la realtà. Che ti tritano la patente senza possibilità di appello.

Perché l’universo sarà pure infinito. Ma la pazienza degli altri ha dei limiti ben precisi. E il codice della strada, almeno in teoria, pure.

Per questa ragione, io che sono stato uno scooterista come tanti, partendo da una semplice Vespa 50, sono salito in sella gradualmente, aumentando peso, esperienza e cilindrata.

Oggi, sulle mie due BMW, posso permettermi di scegliere quale vestito indossare per il viaggio. Quello quotidiano.

Quello occasionale. Quello pianificato. Quello che nasce all’alba davanti a una tazza di caffè e a una cartina.

E soprattutto posso scegliere dove andare. Scelgo la natura. Scelgo il silenzio. Scelgo le strade poco trafficate.

Scelgo luoghi deserti. Per incontrare il paesaggio, non gli stronzi. Non gli animali da strada.

Non quei cinghiali urbani con le ruote slim che affrontano le curve come se fossero immortali e che alla prima vera difficoltà proseguono dritti come mosche contro un vetro.

La mia è diventata una guida consapevole. Da sessantaduenne. Mi piace ascoltare il motore. Sentire la coppia.

Percepire la fluidità del movimento. Godermi il viaggio. Ma cosa ne sanno certi personaggi della filosofia del motociclista?

Cosa conoscono dei suoi rituali? Di quel profumo indefinibile che senti dentro quando stai per partire. Dei brividi del mattino presto.

Dell’aria fresca che cerchi anche d’estate. Della luce del sole che ti colpisce in visiera e che soltanto una piccola protezione riesce ad attenuare.

Della traiettoria di una curva affrontata bene. Di un tornante disegnato con naturalezza. Del rispetto per la carreggiata.

Per gli altri. Per la strada. Per la vita. Perché arrivato a una certa età comprendi una cosa molto semplice.

Non devi sfidare la strada. Non devi sfidare la vita. Se vuoi misurarti con il limite esistono le piste. Lì puoi cercarlo.

Lì puoi metterti alla prova. Lì sai esattamente cosa stai facendo. Su strada, invece, il vero piacere non è correre.

È tornare. Tornare a casa. Tornare da chi ami. Tornare con negli occhi un paesaggio in più e non con un rischio inutile in meno.

E forse questa non è soltanto la filosofia di un motociclista. Forse è la filosofia della maturità.

Il 24 giugno partirò per la Sardegna. La mia isola preferita per viaggiare in moto. Anche lì esistono rituali che adoro.

Preparare le borse. Sistemare ogni cosa in modo quasi maniacale. Bilanciare i pesi. Non portare nulla di superfluo.

Prima di tutto i medicinali, ordinatamente sistemati nel top case e nello zaino, pronti all’uso. Poi tutto il resto.

Magliette. Cambi di intimo. Il necessario da motociclista. Una piccola schiuma da barba. Qualche lametta. Quanto basta.

Poi arriva la parte tecnica. Il kit di riparazione per le forature. La borsa di primo soccorso, omologata e controllata.

Le scadenze verificate una per una. L’abbigliamento visibile. Perché in moto bisogna essere visti. Sempre.

Di giorno e di notte. La mia giacca estiva è nera, ma ha inserti riflettenti e nastro fluorescente applicato nei punti giusti della moto e delle borse laterali.

Luci accese. Fendinebbia inseriti. E si parte. Poi arriva il porto. L’imbarco. Quel curioso diritto di precedenza che i motociclisti acquisiscono per esigenze di carico.

I primi a entrare. Gli ultimi a uscire. E infine la nave. La cabina. Le passeggiate sul ponte. Il vento della notte.

Il profumo del mare. La scia luminosa lasciata dietro la poppa. Sono momenti semplici. Eppure profondi.

Momenti nei quali mi accorgo che rinascere non significa diventare qualcun altro. Significa tornare ad assaporare ciò che avevi dimenticato.

Il tempo. Il silenzio. L’attesa. La libertà.

E mentre la nave avanza nel buio del Tirreno, mi piace immaginare che tutto il rumore lasciato sulla terraferma resti indietro.

Sempre più lontano. Sempre più piccolo. Fino a dissolversi all’orizzonte. Per poi trovarne un altro all’alba, nel canale di Olbia.

Le manovre di attracco. Complesse e semplici nello stesso tempo. La nave rallenta. I rimorchiatori accompagnano.

Le cime vengono fissate. E inizia l’attesa. L’attesa di scendere nei settori del garage. Anche lì si ripete puntualmente uno dei grandi misteri dell’umanità.

Nessuno rispetta i turni. Tutti si ammassano sulle scale. Tutti hanno fretta. Io no. Io attendo al bar. Con la stessa lentezza da bradipo consapevole che ormai mi contraddistingue.

Mi prendo il mio tempo. La nave è ormeggiata. Non riparte come un autobus al capolinea dopo quindici minuti.

E proprio quando finalmente scendi ti accorgi di appartenere a una comunità. Trovi altri motociclisti. Uno sguardo.

Due battute. “Dove sei diretto?” Qualche consiglio. Una strada suggerita. Un ristorante nascosto. Un passo da non perdere.

E poi il saluto. Sempre lo stesso. “Buona strada.” Perché lo diciamo? Perché ci salutiamo?

Perché due dita rivolte verso il basso sono diventate un linguaggio universale?

Forse perché chi guida una moto sa che il viaggio è diverso. Non è soltanto spostarsi da un punto A a un punto B.

È vivere la strada. Sentire il vento. Accettare il caldo. La pioggia. Il freddo. Le deviazioni. Gli imprevisti.

Condividere gli stessi rischi. Le stesse emozioni. Le stesse libertà.

Quel gesto semplice con indice e medio rivolti verso il basso rappresenta simbolicamente le due ruote. Ma soprattutto rappresenta un legame.

Un riconoscimento reciproco. Come a dire: “So cosa significa guidare una moto.” “So cosa significa partire.”

“So cosa significa tornare.” Buona strada. Due parole semplici. Eppure dentro ci trovi tutto. Il rispetto. La prudenza.

L’augurio di un viaggio sereno. La speranza che entrambe le ruote restino sempre sull’asfalto. Forse è per questo che amo quel saluto.

Perché non riguarda soltanto la moto. Riguarda la vita. In fondo, tutti stiamo percorrendo una strada. Con una meta che conosciamo solo in parte.

Con soste impreviste. Con deviazioni obbligate. Con paesaggi meravigliosi e tratti più difficili.

E forse il miglior augurio che possiamo rivolgerci non è diverso da quello che si scambiano i motociclisti all’alba, appena sbarcati a Olbia.

E con questo augurio, che rivolgo a voi e a me stesso, mi accingo a spegnere queste sessantadue candeline.

O forse soltanto due. Un sei. E un due. Perché il resto non conta. Conta la strada percorsa. Conta quella che resta da percorrere.

Contano le persone incontrate lungo il cammino. Le cadute. Le ripartenze. Le albe. I tramonti. Le risate. Le cicatrici.

Le rinascite. E se il cielo tornerà ancora una volta a occupare la stessa posizione di quel lunedì 22 giugno 1964, io lo guarderò con gratitudine.

Perché, nonostante tutto, sono ancora qui. Con qualche chilo in più. Qualche capello in meno. Qualche certezza in meno.

E molta più consapevolezza. Tanta strada alle spalle. E, spero, tanta strada ancora davanti. Io. E la mia moto.

Buona strada.

https://youtu.be/cFX0bVLR574?si=vigMBGGPP2msvf_s
4 Risposte
  1. Davide

    In questo articolato blog, la perfetta sintesi si trova tra le righe in cui ti definisci “funambolo”, qualcosa che ci richiama delle note a noi molto conosciute!
    Una menzione per gli echi stradali,dettaglio che mi ha fatto scompisciare 😁

    In attesa di rivedere la Sardegna, ti abbraccio

  2. Carola

    Ci sono misteri destinati, forse, a rimanere tali,
    e chissà se un giorno la scienza riuscirà a sciogliere
    i quesiti che l’umanità si porta dentro da sempre.

    Altri misteri, invece, si infrangono sull’asfalto:
    forse sono loro i veri alieni,
    incapaci di meritare altro
    che l’eco lontana delle nostre mitiche maledizioni.

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