Fiducia in se stessi: metodo o consapevolezza? Ci sono parole che utilizziamo con una facilità sorprendente.
Una di queste è fiducia. Ci invitano ad averne in noi stessi, negli altri, nella vita. Ci spiegano come costruirla, come rafforzarla, come proteggerla.
Eppure, più passano gli anni, più mi convinco che la fiducia non sia qualcosa che si possa insegnare attraverso una formula.
Per molto tempo ho creduto che fosse una questione di metodo.
Pensavo che bastasse seguire le regole giuste, prendere le decisioni corrette, allenare la mente e la volontà per diventare persone sicure di sé.
Oggi non la penso più così. Credo che la fiducia nasca dalla consapevolezza. Dal lavoro silenzioso che ciascuno di noi compie su se stesso.
Dalla capacità di ascoltarsi senza giudicarsi continuamente. Dall’onestà con cui osserviamo le nostre fragilità, i nostri limiti e perfino le nostre paure.
Perché la fiducia non nasce quando ci sentiamo invincibili. Nasce quando impariamo a conoscerci abbastanza da sapere che, anche nei momenti difficili, non ci abbandoneremo.
E forse è proprio da qui che vale la pena partire. in se stessi: metodo o consapevolezza?
E’ metodo o consapevolezza?
Per anni ho creduto che la fiducia in se stessi fosse il risultato di un metodo. Oggi penso il contrario…
Fin dalla nascita veniamo osservati, misurati e confrontati.
Ancora prima di nascere, quando siamo soltanto un embrione, qualcuno controlla che la crescita proceda secondo determinati parametri. È comprensibile e spesso necessario. La scienza ci aiuta a comprendere, prevenire, curare.
Eppure, strada facendo, rischiamo di trasformare ogni misurazione in un giudizio.
Cresciamo così: valutati a scuola, sul lavoro, nello sport, nelle relazioni. Impariamo presto a chiederci se siamo abbastanza. Abbastanza intelligenti, abbastanza belli, abbastanza forti, abbastanza vincenti.
Forse è da qui che nasce l’equivoco sull’autostima. Pensiamo che consista nell’ottenere una buona valutazione di noi stessi.
Ma una valutazione resta pur sempre un giudizio. La fiducia, invece, appartiene a un’altra dimensione.
Non nasce da un voto. Nasce dalla conoscenza. Dalla capacità di guardarsi senza paura e senza la continua necessità di promuoversi o bocciarsi.
Arrivato alla soglia dei sessantadue anni, dopo alcune delle lezioni più dure che la vita potesse offrirmi, ho deciso di impormi una parola semplice:
Rallentare. Non fermarmi. Non rinunciare. Rallentare per osservare meglio. Per ascoltare meglio.
Per distinguere ciò che è essenziale da ciò che è soltanto rumore.
Ed è proprio in questo rallentare che ho iniziato a comprendere qualcosa sulla fiducia in me stesso.
Per anni ho pensato che la fiducia fosse una tecnica.
Fare le cose giuste.
- Seguire un percorso.
- Applicare regole e strategie.
- Cercare di correggere continuamente ciò che non funzionava.
Poi la svolta: Con il tempo mi sono accorto che il metodo, da solo, non genera fiducia.
La fiducia non nasce dal controllo.
Per molto tempo ho rincorso me stesso nel tentativo di controllare la vita, convinto che comprenderla significasse prevederla.
Ero arrivato al punto di immaginare il futuro mettendo in fila una serie di variabili quasi matematicamente calcolate, aggiungendo continue richieste di conferme e feedback agli altri e, spesso, anche a me stesso.
Cartelline piene di appunti. Scadenze. Previsioni. Strategie. Piani alternativi per ogni possibile imprevisto.
Ma non stavo più costruendo uno stile di vita. Non stavo più progettando il presente. Stavo cercando di governare il futuro.
Avevo delegato a questa ricerca di controllo perfino la mia passione per la moto.
Quelle che avrebbero dovuto essere giornate di libertà diventavano pensiero, lavoro, rumore interiore.
Anche il piacere finiva per trasformarsi in un compito.
Con il tempo tutto questo mi portò ad avere paura di sbagliare, una sensazione che in passato, forse in un’età diversa della mia vita, non conoscevo o non percepivo con la stessa intensità.
Più cercavo di controllare ogni dettaglio, meno mi fidavo di me stesso. Un paradosso solo apparente.
Perché quando si pretende di prevedere tutto, si finisce inevitabilmente per dubitare delle proprie capacità di affrontare ciò che non si era previsto.
Quando ho iniziato ad ascoltarmi
Quando ho iniziato ad ascoltarmi, ho intuito che forse avevo davvero bisogno di una revisione.
Non del corpo. Del pensiero. Della mia visione delle cose.
Perfino di alcune qualità che avevo sempre considerato punti di forza e che, senza accorgermene, stavo portando all’eccesso.
La capacità di prevedere. L’organizzazione. La lungimiranza. L’attenzione ai dettagli.
Qualità preziose, ma che stavano lentamente trasformandosi in un consumo continuo di tempo ed energia.
Più cercavo di controllare, più sembrava che la vita mi chiedesse altro controllo.
Più organizzavo, più emergevano nuove variabili da gestire. Era una rincorsa senza fine.
Fu allora che compresi che non avevo bisogno di aggiungere altro. Avevo bisogno di togliere. Di alleggerire. Di fare spazio.
Pensai che fosse arrivato il momento di tornare a meditare e così feci. Con costanza. Ogni giorno.
La mindfulness mi ha gradualmente riportato su un piano di maggiore serenità, aiutandomi ad affrontare una cosa alla volta.
Un principio semplice, quasi banale nella sua apparente evidenza, ma che il mio cervello aveva dimenticato dopo aver ingerito troppo, per troppo tempo.
Pensieri. Responsabilità. Aspettative. Preoccupazioni. E fu proprio rallentando che iniziai a comprendere una verità che avevo trascurato: la mente funziona meglio quando smette di voler correre sempre davanti alla vita.
Piccoli gesti, grandi cambiamenti
Cominciai davvero dai piccoli gesti. Cose semplici. Quasi impercettibili agli occhi degli altri, ma capaci di produrre effetti profondi dentro di me.
Gesti che non richiedevano grandi sforzi o particolari energie mentali. Una maggiore cura di me stesso, ad esempio.
Del mio aspetto. Del mio tempo. Prendermi qualche minuto in più per fare la barba con calma. Preparare una colazione senza fretta.
Sedermi a tavola e mangiare più lentamente. Ascoltare la musica senza fare altro. Leggere qualche pagina senza l’ansia di dover arrivare alla fine del libro.
Piccole cose. Eppure, spesso, sono proprio le piccole cose a cambiare le grandi.
I benefici di questa nuova “dieta” mentale, o forse sarebbe meglio dire di questo nuovo stile di vita, non tardarono a manifestarsi.
Mi sentivo più presente. Più lucido. Più in sintonia con me stesso.
E quel senso di fiducia che per tanto tempo avevo cercato all’esterno iniziò lentamente a bussare alla porta della mia anima.
Non arrivò come una conquista improvvisa. Arrivò in punta di piedi. Come arrivano tutte le cose autentiche.
Giorno dopo giorno.
E proprio questa costanza da “Bradipo consapevole” mi fece comprendere che la fiducia non è un metodo da applicare, ma una conseguenza del modo in cui scegliamo di vivere ogni giorno.
Non nasce da una formula. Non nasce da una tecnica. Nasce dalla coerenza tra ciò che siamo, ciò che pensiamo e ciò che facciamo.
Persino il mio ufficio, un giorno in cui vi entrai dopo questo percorso, aveva una luce diversa. Le carte sparse. Gli appunti. Le scadenze. Gli scaffali colmi di documenti.
Tutto ciò che per anni aveva rappresentato urgenza, pressione e responsabilità appariva improvvisamente diverso.
Non era scomparso. Era semplicemente tornato al suo posto. Per la prima volta quelle cose non occupavano più il centro dei miei pensieri.
Erano diventate strumenti. Non padroni. Avevo piena coscienza che il mio lavoro desideravo continuarlo. Ma c’era una differenza sostanziale.
Lo volevo. Non lo dovevo. Bastava cambiare un verbo per cambiare una prospettiva. Mi feci una garbata risata.
Di quelle che non nascono dall’ironia. Nascono dalla consapevolezza.
Perché avevo finalmente compreso che la fiducia in se stessi non consiste nel sentirsi invincibili.
Consiste nel sentirsi in pace con la direzione che si è scelto di seguire.
E adesso, in questo nuovo lifestyle — o forse sarebbe meglio dire in questo nuovo modo di vivere — vorrei concedermi una bella tazzina d’orzo e gustarmela in una delle tante pause della giornata.
Pause non più dense di caffeina.
Ma di buon umore.
Di gratitudine.
Di presenza.
Perché la vita, quando smettiamo di rincorrerla, spesso si lascia finalmente raggiungere.
Ho capito che la fiducia in se stessi non è un’emozione. È una scelta ripetuta. È l’atto di fede che compi ogni giorno quando continui a fare ciò che sai essere giusto per te, anche quando i risultati non sono immediati. Oggi non seguo più un programma: seguo una direzione.
Non scrivo queste parole da una cima conquistata facilmente. Le scrivo dopo quarant’anni di battaglie interiori, di errori, di cadute, di illusioni e di rinascite. Se oggi parlo di fiducia in me stesso, è perché ho conosciuto profondamente anche la sua assenza.
Auguro una buona vita a tutti.

Caro Alessandro,
meraviglioso articolo ricco di spunti, di verità e di una immensa e forte consapevolezza acquisita.. tanto cercata, in ogni modo e forma, con ogni mezzo e sacrificio usurante
La Consapevolezza che la vita nella sua migliore espressione è nella nostra mente, nella nostra anima è in Noi…Tutto sarà più bello, più reale, più respirato
Grazie per questo bellissimo messaggio💪🏻❤️
Cara Paola, grazie a te per questo bel commento. Il mio blog, ed è notizia di oggi che ho visto dei dati , è in constante crescita di utenti che cercano i miei articoli e vogliono entrare in contatto cn la mia realtà non solo professionale. Spesso arrivano dal modulo di contatto richieste di informazioni di vario genere oltre a quelle di carattere professionale che mi sarei aspettato di trovare nel sito Stemal. Una bellissima sorpresa e poi, come sai dopo tutto quello che mi è successo non ho più voglia di rapporti superficiali preferisco la profondità anche se non costante di rapporti autentici, senza dietrologie assurde, costruite su basi opportunistiche. Alla soglia dei miei sessantadue anni penso di aver dato abbastanza in tutti i sesni. Dunque capitalizzo giorno dopo giorno la mia consapevolezza e mi nutro di energia positiva. Un abbraccio.
Caro Alessandro, anch’io ho fatto un percorso simile, innescato da diverse situazioni impreviste… situazioni intense, difficili e dolorose che mi hanno portato alle tue stesse conclusioni e hanno rafforzato enormemente la consapevolezza che oggi ho di me stessa.
Grazie per aver condiviso con noi le tue riflessioni.
Cara Silvia, immagino anche il tuo lavoro su te stessa, ma se ha sortito effetti positivi penso ne sia valsa la pena no? Si deve rafforzare la fiducia in se stessi che è cosa diversa, come ho scritto, di lavorare sull’autostima. A presto Silvia coin tanti nuovi progetti che ho in mente.
Amico mio, questo paragrafo dovrei stamparlo e appenderlo come mantra quotidiano e tu sai bene perché
Un abbraccio
E’ un esercizio che devi imparare a fare amico mio. Io questo lungo percorso l’ho capitalizzato finalmente nel modo giusto. Ti abbraccio fraternamente.
Anzitutto un buon orzo! No, non é certo secondario perché arriva a corollario della tua intensa riflessione e tra i piaceri semplici che sanno donarci attimi di serenità si staglia come elemento distintivo nella lunga e laboriosa ricerca e conoscenza di sé stessi. La fumante tazza di un buon orzo arriva come premio, quando il percorso che facciamo per “rivedere” chi ci é attorno e noi stessi con occhi nuovi, dove può capitare di riclassificare i vecchi nemici e amici e le storie pregresse che un tempo potevano apparirci negative, positive o comunque da prendere a volte con le dovute cautele.
In queste fasi assai “spregiudicate” (nel puro senso del coraggio di rimettersi in un nuovo gioco) la revisione dei propri ritmi, dei propri gesti e del modo di osservare, accende un faro che illumina di dentro. La nuova luce marcherà le evidenze attorno a noi, i volti e le presenze dei nostri amici, così come le vicende che con loro precedentemente abbiamo condiviso, tutto passerà in una nuova prospettiva, ora mossa dalla sola volontà di un’ estrema semplificazione, in un nuovo e piú accordato scenario nel quale ritrovare i simboli e i contenuti che sanno arricchire di veri valori la semplicità.
Buon orzo e buona vita a tutti.