Come nasce davvero uno spettacolo.
I reel pubblicati in questi giorni sul mio profilo Instagram, e in particolare quello di oggi, nel quale ho puntato l’attenzione su come nasce uno spettacolo teatrale, sulla sua complessità e sulle tante cose a cui bisogna pensare, mi hanno incoraggiato ad approfondire l’argomento sul blog.
Non in trenta secondi. Con un po’ più di calma e riflessione. La mia società Stemal nasce nel novembre del 1992 come struttura dedicata alla produzione e alla rappresentanza artistica. Ma la vera scuola l’ho fatta prima.
Pur lavorando nel settore bancario, nei ritagli di tempo vivevo già il teatro da vicino. E furono due produzioni in particolare, “Allacciare le cinture di sicurezza” e “In principio era il Trio”, a rappresentare per me il vero master sul funzionamento di una produzione teatrale.
Non un master teorico. Un master vissuto sul campo. Fu lì che iniziai a comprendere cosa significhi davvero costruire uno spettacolo. La scrittura accurata dei testi. La gestione pratica di un allestimento. La scelta dei costumi. Le scenografie. I laboratori di scenotecnica. Le sartorie. Le maestranze specializzate. I trasporti.La distribuzione. La promozione, quando ancora non esistevano i social network.
La contabilità amministrativa. La scelta dei teatri. L’accompagnamento del progetto fino al suo debutto. E poi quella polvere del palcoscenico che finisce inevitabilmente per entrarti dentro.
Con il tempo imparai persino a percepire il pubblico prima ancora che iniziasse lo spettacolo. Dal brusio della sala si poteva intuire molto. Si poteva capire se una battuta avrebbe funzionato, se una situazione avrebbe provocato una risata o un applauso.
Una sensibilità che mi fu spiegata da Massimo, da Anna e da Tullio. Anche il tempo di una battuta può cambiare tutto. Detta un secondo prima o un secondo dopo può avere un effetto completamente diverso.
E ciò che funziona in una città può funzionare diversamente in un’altra. Era un aspetto che mi affascinava enormemente e che, allo stesso tempo, mi faceva comprendere la complessità di questo mestiere.
Decisi allora di partire da una produzione mia. Una produzione piccola, ma non troppo. Purtroppo fu anche il mio primo fallimento.
Mio fratello Giorgio, oggi scomparso, mi affidò un testo dal titolo “Cosa ti spinge a far questo”. Forse un titolo premonitore.
Il testo era poetico, a tratti autobiografico, come molte delle cose che Giorgio scriveva. Decisi di metterlo in scena con un allestimento modesto ma curato.
Lo spettacolo fu rappresentato per circa venti giorni al Teatro Anfitrione di Roma, all’Aventino, allora diretto da Sergio Ammirata.
La commedia era surreale, poetica, non facile. Il cast era composto da Giorgio Lopez, Serena Michelotti, Massimo Rinaldi, Chiara Colizzi, Diana Di Paolo e Marcello Lopez. Persinaggi di fantasia.
La compagnia venne denominata “Il Flauto Magico”.
Lavorai molto sulla promozione. Locandine in tutta la città nei bar, volantini distribuiti, flani sui giornali. La prima fu un successo di pubblico. La sala era piena. Poi arrivò la critica. E la critica stroncò lo spettacolo. Non ne comprese il significato.
Alcuni recensori arrivarono perfino a credere che il pubblico dovesse aspettarsi la presenza di Massimo Lopez come protagonista, quando quella produzione non aveva alcun collegamento con lui.
Personalmente non ho mai lasciato che la critica determinasse le mie scelte produttive. Tuttavia, quando diventa particolarmente feroce, può influenzare il pubblico. E infatti le repliche successive iniziarono lentamente a svuotarsi. Sempre meno spettatori.
Sempre meno presenze. Fino ad arrivare a una sera che non dimenticherò mai. Il teatro era quasi deserto. Guardai Giorgio.
Lui, da capo comico, disse semplicemente: “Lo spettacolo va in scena comunque.” Una regola non scritta. Una lezione di professionalità.
Una lezione di rispetto per il teatro. Di dignità artistica. E io acconsentii. La recita si fece regolarmente. E tutti furono pagati come previsto.
Quella sera non imparai come si produce uno spettacolo. Imparai qualcosa di più importante. Che il teatro non vive soltanto quando la sala è piena. Vive anche quando si decide di rispettarlo, nonostante tutto.
Dopo l’esperienza precedente, Giorgio sentiva il bisogno di tornare a fare ciò che amava di più: dirigere. Non cercava rivincite, ma un terreno nel quale potersi esprimere con serenità e competenza.
Quando mi propose di affrontare insieme “Oh Romeo…”, una divertente rilettura di Romeo e Giulietta firmata da Ephraim Kishon, accettai senza esitazioni. Non era soltanto un nuovo spettacolo da produrre; era un modo per ritrovare fiducia reciproca e rimettersi in cammino.
La scelta di Massimo Lopez nel doppio ruolo di Shakespeare e Padre Lorenzo si rivelò particolarmente felice. Attorno a lui si costruì un cast giovane e motivato composto da Giuliano Chiarello, Alessia Duca e Franca Abate.
Lo spettacolo giocava su un’idea semplice e geniale: cosa sarebbe accaduto se Romeo e Giulietta non fossero morti? La risposta di Kishon era irresistibile. I due amanti più celebri della letteratura si ritrovavano sposati da trent’anni, immersi nelle piccole miserie quotidiane, mentre uno Shakespeare disperato tentava invano di riportare la sua opera all’originaria dimensione tragica.
Dietro le risate c’era però qualcosa di più profondo: la dimostrazione che ogni mito, quando incontra la vita reale, deve fare i conti con la normalità. E forse anche noi, in quel momento, stavamo facendo la stessa cosa.
Il debutto avvenne il 4 Novembre 2006 al Politeama Pratese e l’11 Gennaio 2007 al Teatro Bonci di Cesena. Fu un successo straordinario. Il pubblico accolse lo spettacolo con entusiasmo e gli interpreti offrirono una performance di altissimo livello, tanto che ancora oggi se ne parla con affetto e nostalgia.
Proprio quel ricordo, negli anni successivi, mi spinse a riprendere in mano il progetto immaginandone una nuova evoluzione. Il titolo provvisorio era “Romeo Vs. Giulietta 2.0”.
Non si trattava di una semplice ripresa di Oh Romeo, ma di una rilettura pensata per una nuova generazione di attori e di spettatori. L’idea era quella di conservare l’intelligenza e l’ironia dell’opera originale di Ephraim Kishon, attualizzandone alcuni aspetti e affidandola a giovani talenti capaci di raccogliere idealmente il testimone degli interpreti che avevano contribuito al successo della prima edizione.
Fu allora che mi scontrai con una realtà che considero ancora oggi uno dei principali limiti del sistema teatrale italiano.
Iniziai a lavorare concretamente al progetto. Organizzai letture, richiesi autorizzazioni, preparai materiali, inviai circolari e proposte a numerosi teatri. Avevo individuato attori preparati, motivati e di grande qualità artistica. Professionisti che meritavano attenzione e soprattutto opportunità. Eppure le risposte non arrivarono.
Il motivo era quasi sempre lo stesso, anche quando non veniva dichiarato apertamente: mancava il cosiddetto “nome in cartellone”.
Fu una grande delusione. Non tanto per me, quanto per quei giovani artisti nei quali avevo creduto e ai quali dovetti comunicare che il progetto non sarebbe partito. Ricordo ancora il loro dispiacere e, in parte, il mio senso di impotenza.
Da allora ho maturato una convinzione sempre più forte.
Il teatro italiano non può vivere soltanto di nomi consolidati. Le grandi personalità che hanno scritto pagine importanti della nostra storia teatrale meritano rispetto e gratitudine, ma molte di esse non ci sono più e altre stanno progressivamente lasciando il palcoscenico seguendo il naturale corso del tempo.
La domanda che dovremmo porci è semplice: chi raccoglierà il loro testimone?
Se non investiamo oggi sul ricambio generazionale, rischiamo di impoverire domani un patrimonio culturale che appartiene a tutti.
Paradossalmente, mentre il cinema attraversa una fase complessa e spesso sembra soffrire una carenza di idee realmente innovative, lo spettacolo dal vivo continua a dimostrare una straordinaria vitalità. Il pubblico cerca emozioni autentiche, esperienze condivise, il contatto diretto con gli artisti. Cerca il teatro.
È anche da questa riflessione che nasce la mia idea di TeatroWeb.
Non semplicemente una piattaforma di streaming teatrale, ma un luogo dedicato alla divulgazione della cultura dello spettacolo dal vivo. Uno spazio capace di raccontare il teatro, i suoi protagonisti, i mestieri che lo rendono possibile, le nuove generazioni di artisti e, più in generale, tutte quelle forme espressive che costituiscono il patrimonio dello spettacolo italiano.
Penso ai piccoli teatri, alle compagnie emergenti, agli autori, ai tecnici, alle maestranze, alle scuole di formazione e anche alle arti circensi, che continuano a custodire una tradizione antica e preziosa troppo spesso raccontata poco.
Forse il futuro del teatro passa proprio da qui: dalla capacità di custodire la memoria senza avere paura di costruire il domani. Perché il teatro non vive soltanto dei grandi nomi del passato. Vive soprattutto dei talenti che avranno la possibilità di salire sul palco domani.
Facendo un balzo indietro nel tempo, al 2003, un’altra produzione che ricordo con particolare affetto fu la trasposizione teatrale de “La Strana Coppia” di Neil Simon.
Fu una delle produzioni più fortunate della Stemal e vide protagonisti Massimo Lopez e Tullio Solenghi nei ruoli rispettivamente di Felix Ungar e Oscar Madison.
Accanto a loro un cast composto da Giuliano Chiarello, Paolo Gattini, Maurizio Battista, Enzo Saturni, Serena Troiani e Maura Ragazzoni.
Il debutto avvenne alla Versiliana, una delle più prestigiose rassegne estive italiane dedicate al teatro e allo spettacolo dal vivo. Ricordo ancora quella giornata.
Fino a poche ore prima dell’inizio una pioggia battente aveva fatto temere il peggio. La pineta della Versiliana era immersa in un’umidità intensa, ma nell’aria si respirava un profumo particolare, quasi rassicurante. Quella miscela di terra bagnata, attesa e tensione che spesso accompagna i debutti più importanti.
Poi il sipario si alzò. Da quel momento iniziò una lunga tournée invernale che attraversò l’Italia da nord a sud, toccando capoluoghi e province e regalando a tutta la compagnia grandi soddisfazioni professionali e umane.
Fu anche l’occasione per osservare da vicino qualcosa che negli anni avrei imparato a considerare fondamentale: il valore del ricambio generazionale.
Accanto a due autentici “mostri sacri” della scena italiana come Massimo Lopez e Tullio Solenghi, si muovevano giovani interpreti che seppero affrontare il palcoscenico con professionalità, disciplina e talento, dimostrando di essere perfettamente all’altezza della situazione.
Ancora una volta ebbi la conferma che il talento non è una questione anagrafica. Ha bisogno di studio, opportunità e fiducia.
La regia era affidata a Gianni Fenzi, che seppe valorizzare il ritmo e la comicità del testo di Neil Simon, mentre le musiche originali furono scritte e realizzate dal Maestro Fabio Frizzi, aggiungendo allo spettacolo un’identità sonora elegante e riconoscibile.
Guardando oggi quella produzione a distanza di anni, mi rendo conto che rappresentò molto più di una semplice tournée di successo.
Fu una dimostrazione concreta di come esperienza e nuove generazioni possano convivere sullo stesso palcoscenico, arricchendosi reciprocamente.
Una lezione che considero ancora attuale e che continua a guidare il mio modo di pensare il teatro.
Ma la produzione alla quale sono più affezionato in assoluto, e che probabilmente ha rappresentato il punto di partenza del percorso che conduce dal 2005 fino all’attuale Massimo Lopez Show de 2026, è stata senza dubbio “Ciao Frankie”.
Nato inizialmente come un concerto tributo a Frank Sinatra, lo spettacolo si trasformò ben presto in qualcosa di diverso e di più originale.
Il testo fu scritto a quattro mani, da Massimo e da me, con l’obiettivo di costruire uno spettacolo che non fosse semplicemente una successione di canzoni, ma un vero racconto teatrale capace di fondere musica, comicità e intrattenimento.
I grandi classici del repertorio swing del celebre crooner americano si alternavano così a sketch comici di varia natura, interpretati da Massimo insieme a Giuliano Chiarello, creando un continuo dialogo tra parola e musica.
A sostenere l’intero impianto musicale vi era l’immancabile Jazz Company Band, diretta dal Maestro Gabriele Comeglio, protagonista di un lavoro straordinario sia dal punto di vista artistico che esecutivo.
Per una tipologia di spettacolo così particolare era necessaria una regia capace di comprendere profondamente i meccanismi della comicità senza alterarne la spontaneità.
Per questo motivo mi rivolsi ancora a mio fratello Giorgio Lopez.
La sua regia fu intelligente e misurata. Non intervenne mai per modificare i tempi naturali di Massimo né per sovrapporre artificiosamente una costruzione esterna a una comicità che possedeva già una sua precisa identità. Preferì lavorare per sottrazione, aggiungendo soltanto leggere pennellate, sfumature e dettagli che contribuivano a dare armonia all’insieme.
Allo stesso tempo svolse un lavoro prezioso con Giuliano Chiarello, guidandolo nella difficile arte della spalla comica. Non limitandone il talento, ma aiutandolo a trovare il giusto equilibrio scenico, evitando che l’energia e la voglia di emergere potessero trasformarsi in eccesso o sovrapposizione.
Fu una lezione importante anche per me. Compresi che esistono registi che costruiscono imponendo e altri che costruiscono valorizzando ciò che già esiste. Giorgio apparteneva a questa seconda categoria.
Lo spettacolo si sviluppava come un unico filo narrativo composto da situazioni, incontri, equivoci e momenti musicali che accompagnavano il pubblico in un viaggio leggero, elegante e divertente.
Molti di quei meccanismi scenici, di quelle intuizioni comiche e di quelle soluzioni narrative hanno attraversato gli anni e sono arrivati fino all’attuale Massimo Lopez Show, dimostrando la solidità di un impianto artistico che aveva saputo trovare fin dall’inizio una propria identità.
Anche il debutto di Ciao Frankie, quasi come una piacevole consuetudine, avvenne durante una stagione estiva.
La prima rappresentazione andò in scena nello splendido anfiteatro di Ferento.
Ricordo ancora l’emozione di quella serata. Ogni debutto porta con sé aspettative, dubbi e speranze, ma quando un progetto nasce da un’idea condivisa e cresce giorno dopo giorno durante la sua costruzione, il momento dell’incontro con il pubblico assume un significato particolare.
Con il tempo ho capito che Ciao Frankie non è stato soltanto uno spettacolo di successo. È stato un laboratorio creativo.
Un luogo nel quale si sono incontrate esperienze diverse, competenze artistiche e intuizioni che avrebbero continuato a svilupparsi negli anni successivi.
Forse per questo, ancora oggi, quando penso al percorso che mi ha portato fino alle produzioni attuali, torno spesso con la memoria a quelle serate.
Perché alcuni spettacoli terminano con l’ultima replica. Altri continuano a vivere dentro quelli che verranno dopo.
Vil lascio alla visione di una serie di servizi televisivi dedicati al debutto.
Un altro piccolo vanto professionale che desidero ricordare riguarda proprio Ciao Frankie.
Nella stagione 2009/2010 lo spettacolo intraprese un percorso che andò oltre i confini nazionali, approdando negli Stati Uniti.
La produzione venne infatti rappresentata a Miami Beach, presso il prestigioso Colony Theatre, dove registrò due serate consecutive sold out.
Fu un’esperienza che porto ancora oggi nel cuore.
L’eco mediatica fu notevole sia negli Stati Uniti sia in Italia, ma ciò che mi colpì maggiormente fu un altro aspetto.
Lo spettacolo non era stato concepito esclusivamente per la comunità italiana residente a Miami.
In sala erano presenti anche numerosi spettatori americani che, pur appartenendo a una cultura diversa dalla nostra, partecipavano con entusiasmo, ridevano, apprezzavano le situazioni comiche, la satira politica e si lasciavano coinvolgere dalla forza evocativa dei brani musicali.
Fu una conferma importante.
Quando uno spettacolo è costruito su emozioni autentiche, sulla qualità artistica e sulla sincerità della proposta scenica, riesce spesso a superare le barriere linguistiche e culturali.
Quell’esperienza rappresentò per tutti noi una grande soddisfazione professionale e umana. Ma la gioia più grande fu quella di aver regalato a Massimo un’esperienza unica e “ripetibile”. Ne sentirete parlare prossimamente. “A volte tornano…”
Vedere un progetto nato in Italia trovare consenso e partecipazione anche oltreoceano fu la dimostrazione che il teatro, la musica e la comicità possiedono un linguaggio universale capace di parlare direttamente alle persone.
Ancora oggi considero quelle serate al Colony Theatre di Miami Beach uno dei momenti più significativi della storia di Ciao Frankie e dell’intero percorso produttivo della Stemal.
Di seguito lascio alcuni contributi video dedicati all’allestimento dello spettacolo a Miami e una selezione di immagini e momenti significativi che raccontano quell’indimenticabile esperienza americana.
E per concludere nel modo migliore il percorso di Ciao Frankie, c’è un ultimo capitolo che merita di essere ricordato.
Lo spettacolo divenne infatti anche la prima produzione discografica della Stemal.
Un traguardo importante, non soltanto sotto il profilo professionale ma anche sotto quello emotivo.
Il progetto prese forma attraverso la registrazione di un CD realizzato tra Roma e Miami.
Le basi orchestrali vennero registrate a Roma con l’orchestra diretta dal Maestro Demo Morselli, mentre la voce di Massimo fu registrata presso il celebre Crescent Moon Studio di Miami, lo storico studio fondato da Gloria ed Emilio Estefan, autentici protagonisti della musica internazionale.
Per me fu un’esperienza straordinaria.
Entrare in quei luoghi, respirarne l’atmosfera, osservare da vicino una realtà produttiva di livello internazionale e vedere un progetto nato quasi come un’intuizione trasformarsi in un prodotto discografico compiuto fu motivo di grande emozione e orgoglio.
Ancora oggi considero quella esperienza uno dei ricordi più belli del mio percorso professionale. Non soltanto per il risultato raggiunto, ma per ciò che rappresentò.
La dimostrazione che un’idea, quando viene coltivata con passione, competenza e determinazione, può compiere un viaggio molto più lungo di quello che si immaginava all’inizio.
Dalle prove in sala al palcoscenico. Dal palcoscenico alle tournée. Dalle tournée agli Stati Uniti.
E dagli Stati Uniti fino a uno studio di registrazione che ha ospitato artisti provenienti da tutto il mondo.
Anche questa, in fondo, è una delle magie del nostro lavoro.
Di seguito vi lascio un breve backstage dedicato alla realizzazione di quella produzione discografica, un piccolo documento che conserva il ricordo di un’avventura artistica e umana che ha lasciato un segno indelebile nel mio cuore.
Grazie, Massimo.
Abbiamo vissuto tante avventure professionali e umane, ma sono convinto che le più belle siano ancora davanti a noi.
Ad maiora.
Con affetto e con il cuore, ti auguro ogni successo che meriti.

Hai centrato il problema del teatro italiano: occorre una seria alternanza dai grandi nomi che hanno dato lustro al palcoscenico.
Ricordo vividamente la delusione per quel progetto nel quale avevi riposto molte aspettative ed investito tempo e risorse: una sceneggiatura che abbiamo avuto modo di leggere assieme e pregna di spunti davvero godibili.
Da allora hai fatto bene a veicolare la concentrazione sul progetto di TeatroWeb ,qualcosa che mancava nel panorama attuale.
Quella esperienza statunitense fu un incredibile successo perché siete stati messi nelle condizioni di impostare la tua produzione al massimo della propria resa, con Massimo ed il cast artistico in grande spolvero ed una risposta di pubblico forte.
Un abbraccio
Il bello deve ancora avvenire, te ne parlerò presto.
Complimenti Alessandro per una visione tanto lungimirante quanto generosa: custodire la tradizione e, al tempo stesso, creare opportunità per i talenti del futuro.
Il successo ottenuto anche oltreoceano conferma il valore e l’universalità del vostro progetto. Tanto di cappello a te e a Massimo, con l’augurio di un futuro ricco di nuove e meritate soddisfazioni.
Grazie di cuore.