Amore e dintorni. L’amore è una delle parole più utilizzate e, forse, una delle meno comprese. Lo inseguiamo, lo raccontiamo, lo celebriamo e a volte lo rimpiangiamo. Eppure, quando proviamo a definirlo davvero, ci accorgiamo che sfugge a ogni formula. Forse perché l’amore non è una destinazione, ma un viaggio che assume forme diverse nel corso della nostra vita.
Che cos’è davvero l’amore?
Se dovessi definire l’amore con una sola parola, probabilmente sceglierei “presenza”.
Non la presenza invadente di chi vuole occupare ogni spazio della nostra vita, ma quella discreta di chi sceglie di esserci. L’amore autentico non ha bisogno di annunciarsi continuamente. Non alza la voce. Non pretende. Rimane.
Con il passare degli anni ho imparato che l’amore non coincide necessariamente con l’entusiasmo. L’entusiasmo va e viene, segue le stagioni della vita e dell’anima. L’amore, invece, resta quando l’entusiasmo si affievolisce. È ciò che continua ad alimentare un legame quando le emozioni più forti lasciano il posto alla conoscenza reciproca, alla fiducia e alla condivisione.
Forse per questo motivo l’amore assume forme diverse nel corso della nostra esistenza. A volte è una passione che accende il cuore. Altre volte è una carezza, una parola, un silenzio condiviso. In certi momenti è persino una rinuncia fatta per il bene di qualcun altro.
L’amore non si misura da ciò che riceviamo, ma da ciò che siamo disposti a donare senza fare calcoli.
Con il passare degli anni mi sono reso conto che l’amore autentico raramente fa rumore. Non ha bisogno di essere esibito o continuamente dichiarato. Vive nei gesti quotidiani, nelle attenzioni che sembrano piccole ma che, sommate nel tempo, costruiscono legami profondi e duraturi.
Forse è proprio questa la sua forza più grande: esserci. Nei giorni facili come in quelli difficili. Nelle stagioni della gioia come in quelle dell’incertezza. L’amore non elimina le difficoltà della vita, ma ci aiuta ad attraversarle con maggiore coraggio.
L’amore che resta
Ed è proprio di questo che vorrei scrivere. Non in modo retorico, perché la retorica non mi appartiene, ma dell’amore che resta. Quello che si sceglie di vivere ogni giorno come una presenza discreta e costante.
Una sorta di piccola regola quotidiana che ti porta a osservare le cose, anche quelle più difficili, con un sorriso. Non con rassegnazione, ma con benevolenza. Persino verso gli aspetti più sofferti che la vita e i sentimenti inevitabilmente ci mettono davanti.
Non ho mai pensato all’amore nel modo in cui molta letteratura ce lo ha spesso raccontato, tra passioni travolgenti e tragedie indimenticabili. Ho sempre creduto, invece, nell’amore che si coltiva. Quello che cresce nel lavoro, nelle amicizie, nella famiglia e nella vita di ogni giorno.
L’amore si manifesta anche nel rispetto che riserviamo agli altri. A chi ci serve un caffè al mattino, a chi lavora in un ristorante, a chi apre un’edicola all’alba, a chi si occupa della pulizia delle nostre strade. Piccoli gesti, piccole attenzioni, che raccontano molto più di tante dichiarazioni solenni.
Forse l’amore è anche questo: riconoscere il valore delle persone, senza dare mai nulla per scontato.
Proviamo a fare un piccolo esperimento.
Cosa ti è rimasto dell’amore?
Non quello raccontato nei film o nei romanzi, ma quello che la vita ti ha lasciato dentro. Una lezione, un ricordo, una persona, una ferita, una gioia o semplicemente un pensiero.
Se ne avrai voglia, raccontalo nei commenti con le tue parole.
Leggerò ogni testimonianza con rispetto e discrezione, perché credo che ogni esperienza d’amore, qualunque forma abbia assunto nel tempo, meriti di essere ascoltata.
Vuoi conoscere la mia esperienza? Allora provo a raccontartela.
Penso che, in un certo senso, fossi predestinato a una vita vissuta all’insegna dell’amore. Almeno così mi piace pensare quando ripenso ai racconti di mia madre.
Mi raccontava spesso che il giorno della mia nascita fu accompagnato da una sua fragorosa risata. Durante la gravidanza, infatti, molti amici e conoscenti erano convinti che il quinto figlio sarebbe stato una femmina. La forma della pancia, dicevano, non lasciava dubbi. Erano i tempi delle credenze popolari, dei pronostici fatti con il sorriso e delle certezze costruite più sull’esperienza tramandata che sulla scienza.
E invece arrivai io, smentendo tutte le previsioni.
Forse è per questo che ho sempre guardato alla vita con una certa curiosità. Ho imparato presto che non tutto può essere previsto e che le sorprese, spesso, sono il modo con cui la vita ci ricorda di non prenderci troppo sul serio.
L’amore, in fondo, è stato presente sin dall’inizio della mia storia. Prima ancora di comprenderne il significato, ne ero già circondato.
E purtroppo, quando mia madre volò in cielo il 31 marzo 2011, io ero in tournée con uno spettacolo.
Le sue ultime parole, mi raccontarono, furono: «Dove sono i miei figli?».
Forse eravamo lì, anche se non fisicamente. Sicuramente eravamo accanto a lei con il pensiero, con l’amore e con tutto ciò che un figlio continua a portare nel cuore per una madre.
Per molto tempo ho ripensato a quelle parole. Oggi, però, preferisco immaginare che abbia trovato la risposta che cercava. Sono convinto che, in qualche modo, abbia potuto vederci e sentire la nostra presenza.
E mi piace pensare che ora splenda serena nel luogo in cui si trova, libera da ogni sofferenza, circondata da quella pace che merita chi ha saputo donare tanto amore durante la propria vita.
Se c’è una cosa che mia madre mi ha insegnato, è che l’amore non termina con un’assenza. Cambia forma, si trasforma in ricordo, in gratitudine, in una presenza silenziosa che continua ad accompagnarci lungo il cammino.
Due anni fa ricordo di aver trovato un libro intitolato “Pagine bianche” era sostsanzialmente un diario di pagine bianche dove appuntare pensieri e trovai nella seconda pagina questo scritto che mi raccontava qualcosa: Di che colore è la vita che c’è in me
Il rosso di un’estate che per me non passerà
E’ l’oro di un’aurora che non tramonterà
E’ un grande arcobaleno che non scolorirà
Non amo il grigio io piuttosto il luccichio
Di una ciliegia che non sa
Chi se la mangerà
E se l’’oscurità cadesse giù
Il mio colore so
Che mi rischiarerà
E brillerà
Leggevo e rileggevo quelle parole e, senza capirne il motivo, mi risuonavano nella mente come una melodia lontana. Mi sembrava di conoscere quel testo, ma non riuscivo a ricordarne l’origine.
Incuriosito, iniziai a cercare e scoprii la magia della canzone “I colori della mia vita”, tratta dalla commedia musicale Barnum, interpretata da Massimo Ranieri e Ottavia Piccolo, della quale vi propongo un estratto dal link YouTube dell’intera opera al minuto 06:15.
Quando la ascoltai, mi misi a piangere a dirotto.
Non era soltanto la bellezza della musica o del testo. Era ciò che trovai nelle pagine successive di quel diario.
Sfogliando ancora, arrivai a una pagina dedicata al Capodanno del 1984. In fondo, mia madre aveva scritto:
“Ci accingiamo a passare questo nuovo Capodanno con i propositi e le speranze di sempre e di un anno sereno. Mi riconosco in questo testo di una commedia musicale che vidi tempo fa. Viva i Lopez.”
Rimasi immobile.
In quel periodo io frequentavo il Corso Allievi Ufficiali di Complemento a Cesano di Roma e, a distanza di tanti anni, quelle parole tornavano a parlarmi attraverso una semplice pagina di diario.
Fu come ricevere una carezza dal passato.
In quel momento compresi ancora una volta che l’amore trova sempre il modo di raggiungerci. A volte attraverso un ricordo. A volte attraverso una fotografia. A volte attraverso una canzone che sembra aspettarci da anni per essere ascoltata davvero.
Se ne avete la possibilità, ascoltatela.
Magari chiudendo gli occhi.
Oggi quei colori li sento dentro di me.
Li ho cercati a lungo, a volte inseguiti senza nemmeno rendermene conto. Erano i colori della mia anima, forse un tempo inquieta e tormentata, alla continua ricerca di risposte e di approdi sicuri.
Con il passare degli anni, però, ho imparato a riconoscerli. Ho trovato sentieri più adatti al mio passo e segnali che mi hanno indicato una direzione. Non sempre la più facile, ma certamente la più autentica.
Così ho smesso di voltarmi continuamente indietro. Non perché abbia dimenticato il passato, ma perché ho imparato a portarlo con me senza esserne prigioniero.
Le tracce del mio cammino esistono ancora. Sono nei ricordi, nelle persone che ho amato, nelle esperienze che mi hanno formato e persino negli errori che mi hanno insegnato qualcosa.
Ma oggi sento il bisogno di guardare avanti, con gratitudine e serenità, lasciando che siano i colori della mia vita a illuminare la strada che resta da percorrere.
Forse, arrivato a questo punto della mia vita, ho compreso che l’amore non è qualcosa da inseguire.
È qualcosa da riconoscere.
Era nelle parole di mia madre quando ancora non ne comprendevo il significato. Era nei sorrisi, nelle amicizie, negli incontri, nelle persone che hanno attraversato il mio cammino lasciando un segno. Era nei momenti difficili che mi hanno insegnato a guardare più in profondità dentro me stesso.
Oggi non cerco più definizioni.
Mi basta sapere che l’amore continua ad abitare i suoi dintorni: nei ricordi, nella gratitudine, nella gentilezza, nella capacità di commuoversi ancora davanti a una canzone, a una fotografia o a una pagina scritta tanti anni fa.
E forse è proprio questo il suo dono più grande: ricordarci che, nonostante tutto, la vita conserva sempre i suoi colori.
Anche quando per un po’ ci siamo dimenticati di guardarli.

L’amore è il mio crocevia, ciò che mi ha permesso di restare in vita e di morire troppe volte.
Quel che resta dopo anni,per coloro che hanno il privilegio di durare , è il frutto di battaglie e vittorie.
È il sentimento che muove il mondo e che in molti,oggi ,dovrebbero nobilitare non solo a parole
Complimenti per questo passo Ale
Grazie Davide come vedi sto scrivendo ogni genere di temi che mi passanopoer la testa.