Moto BMW parcheggiata nel garage dell'ufficio al termine del primo ritorno al lavoro dopo una lunga convalescenza.

Restituito alla vita: Il primo passo. Ci sono momenti in cui la vita non ti chiede di correre. Ti chiede soltanto un passo. Uno solo.

Guardandolo da fuori potrebbe sembrare insignificante. Per me, invece, rappresentava la distanza tra ciò che ero stato e ciò che stavo lentamente diventando.

Dopo mesi trascorsi ad ascoltare il silenzio, il respiro e i miei pensieri, sentivo che qualcosa dentro di me aveva smesso di avere paura.

Non era coraggio. Non ancora. Era curiosità. La curiosità di scoprire se il mondo fosse ancora disposto ad aspettarmi.

La casa che mi aveva protetto durante la convalescenza stava lentamente tornando ad essere una casa e non più un rifugio.

Il soffitto continuava ad accompagnare i miei pensieri, ma non occupava più l’intero orizzonte delle mie giornate.

Fu allora che iniziai ad avvicinarmi alle finestre con uno sguardo diverso. Non osservavo più ciò che avevo perso.

Osservavo ciò che stava tornando.

Le persone camminavano. Le automobili passavano.

La vita proseguiva con il suo ritmo naturale e, per la prima volta dopo molto tempo, non provavo fastidio nel guardarla scorrere.

Anzi. Sentivo nascere dentro di me il desiderio di farne nuovamente parte.

Il primo passo vero arrivò una mattina di giugno. Non ricordo con precisione il giorno.

Ricordo però che era vicino al mio compleanno, che festeggio il 22. Quasi come se volessi farmi un regalo.

O forse esorcizzare tutto ciò che avevo vissuto nei mesi precedenti. Le paure. L’incertezza.

Le lunghe giornate trascorse a fare i conti con me stesso. Ma il regalo più grande, in realtà, non mi rendevo conto di starlo facendo proprio a me stesso.

Quella mattina accadde qualcosa di semplice. E proprio per questo straordinario. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentii bene.

Non meglio. Non in ripresa. Bene. Una sensazione che avevo quasi dimenticato. Mi alzai dal letto senza dover negoziare con il corpo.

Respirai senza pensarci. Guardai fuori dalla finestra senza cercare risposte.

E per qualche istante ebbi la sensazione che la vita non fosse più una montagna da scalare, ma semplicemente una strada da percorrere.

Avevo ormai preso una decisione. Il primo settembre sarei tornato al lavoro. Non era una data scelta a caso. Era il traguardo che mi ero dato per uscire definitivamente da quel lungo periodo di sospensione.

Avevo bisogno di un obiettivo concreto, di una linea d’orizzonte verso cui dirigere i miei passi.

Ma c’era un secondo pensiero che mi accompagnava quasi con la stessa intensità. Al lavoro ci sarei tornato in moto.

Il mio destriero a due ruote attendeva da troppo tempo quel momento. Parcheggiato nel box, silenzioso e paziente, sembrava aver accettato senza protestare quella lunga assenza.

Forse, a forza di restare fermo, era entrato anche lui in una sorta di letargo. Un letargo che, fortunatamente, richiedeva soltanto una batteria nuova per essere interrotto.

Pensai che, in fondo, non fosse molto diverso da ciò che stava accadendo a me. Nemmeno io avevo bisogno di diventare qualcun altro. Avevo semplicemente bisogno di ritrovare l’energia necessaria per rimettermi in moto.

Che fosse proprio quella batteria, silenziosa ma non troppo — considerata la cilindrata e il ruggito di quel bolide — a rimettermi sulla pista della vita?

Me lo chiesi sorridendo. In fondo, bastò davvero poco. Una batteria nuova. Un giro di chiave.

Un rombo improvviso capace di rompere mesi di silenzio. Quel motore non stava semplicemente tornando a funzionare.

Mi stava ricordando qualcosa che avevo quasi dimenticato: anche ciò che sembra fermo per troppo tempo conserva dentro di sé la capacità di ripartire. Bisogna solo trovare l’energia giusta per risvegliarlo.

E mentre ascoltavo quel suono familiare riempire il box, ebbi la sensazione che non fosse soltanto la moto a essersi svegliata.

Forse, finalmente, mi stavo risvegliando anch’io. E così arrivò quel primo settembre. Indossai la mia giacca tecnica color giallo canarino. La batteria era nuova. La pressione delle gomme corretta. L’olio al livello giusto.

La moto era perfettamente pronta, con il minimo regolare e quel rassicurante numero di giri che conoscevo bene. Aprii il cancello carrabile e, molto lentamente, iniziai a salire la rampa. Mi fermai un istante. Avevo bisogno di assaporare quel momento.

Non era una semplice uscita. Era il ritorno alla vita quotidiana. Svoltai a sinistra e iniziai il percorso verso l’ufficio.

Le strade erano quelle di sempre: Via Pereira, Via Damiano Chiesa, Via Ugo De Carolis, Via Trionfale, la Camilluccia, e poi ancora fino a Via Courmayeur. Le avevo percorse centinaia di volte. Eppure quella mattina mi sembravano nuove.

Procedevo lentamente. Non superai mai i cinquanta chilometri orari. Per rispetto delle mie condizioni fisiche, ancora fragili, ma anche per quel rispetto delle regole che ho sempre considerato parte integrante del piacere di andare in moto.

Ogni curva. Semaforo. Tratto di strada. Tutto sembrava avere un sapore diverso. Come se stessi osservando il mondo con occhi nuovi.

Quando arrivai davanti al civico 102, parcheggiai la moto esattamente davanti all’ingresso del condominio. Aprii il top case.

Presi la mia borsetta, le chiavi dell’ufficio e, con la stessa calma che aveva accompagnato tutto il tragitto, entrai nell’androne.

Lì trovai l’immancabile Romano. Portiere di nome e romano di fatto. Mi guardò per un secondo e, con quel sarcasmo affettuoso che lo ha sempre contraddistinto, mi accolse con una frase che non dimenticherò mai: «Aho… chi nun more se rivede.»

Scoppiai a ridere. Fu la prima vera risata che mi concessi entrando in ufficio.

E mentre sorridevo pensai a quante volte, negli anni, quelle stesse mura avevano accompagnato il mio ingresso con battute, ironie e rituali quotidiani che avevo sempre dato per scontati.

Quella mattina, invece, non diedi per scontato più nulla. Percorsi lentamente quei pochi metri che separavano la guardiola dal mio ufficio. Aprii la porta. Entrai. Mi guardai intorno. Era tutto esattamente come lo avevo lasciato.

Eppure io non ero più lo stesso. Forse fu proprio in quel momento che compresi una cosa semplice: a volte il primo passo non serve per andare lontano.

Serve per tornare a casa.

2 Risposte
  1. Davide

    Il portiere è quel tocco di colore giusto in questo paragrafo che so bene essere tra i più sentiti perché fu un crocevia tra la stasi e la ripartenza,quella terra di mezzo in cui ti sei ritrovato prima di prendere il largo nuovamente

    1. Si, questo blog giunge al quarto episodio dove praticamente si passa con una certa delicatezza ma anche velocità rispetto alla realtà dei fatti alla rinascita vera, il mettere il naso fuori della porta di casa e raggiungere il luogo di lavoro con il “destriero” a due ruote una metafora che rende bene l’idea. Sono felice che i miei blog continuino ad appassionare, ricorderai che in quel periodo buio tu stesso mi dicesti che ti mancavano i miei articoli, le tematiche più svariate che toccavo e in un certo senso sei stato da sprone anche tu nel riavviare questo percorso di scrittura. Grazie Amico mio.

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