Restituito alla vita è il mio nuovo blog/percorso umano nel corpo e nella mente che racchiude alcuni episodi che hanno segnato profondamente la mia esistenza e mi hanno fatto rimanere aggrappato alla vita.
Premessa
Non scriverò una cronaca. Non mi interessa l’elenco ordinato dei dolori, delle diagnosi o delle cadute. Quelli appartengono al tempo medico della vita.
A me interessa il tempo umano.
Quello che si vive nel silenzio di una stanza, quando le dimissioni da un ospedale non coincidono affatto con una guarigione.
Ricordo il ritorno a casa. Le giornate lente. Il soffitto della mia camera da letto diventato compagno delle mie ore quotidiane.
All’inizio lo guardavo come si guarda qualcosa che ti sovrasta.
Poi, col tempo, quel soffitto è diventato uno specchio silenzioso: immobile fuori, ma pieno di domande dentro di me.
Non racconterò tutto. Non perché voglia nascondere il dolore, ma perché il dolore non va esibito. Va attraversato, interiorizzato, metabolizzato.
Ci sono ferite che non chiedono pubblico. Chiedono coscienza. Rispettare se stessi, riconoscere i propri limiti e non oltrepassarli per fermarsi in tempo.
Ho imparato che la sofferenza non elaborata diventa rumore continuo.
Ti consuma lentamente, altera il corpo, il sonno, il cuore, il respiro.
E proprio il cuore, anni dopo, mi avrebbe costretto a un nuovo confronto con me stesso: un altro ricovero, una settimana sospesa tra esami, paure, coronarie da sistemare, una polmonite, la gastrite, due polipi intestinali rimossi e quella sensazione improvvisa di precarietà che ti obbliga ancora una volta a scegliere come vivere.
Ma questa volta qualcosa era diverso. Non ero più l’uomo smarrito di allora.
Avevo iniziato a conoscermi, ma soprattutto rispettarmi.
La mindfulness, la meditazione, il silenzio, il respiro e la consapevolezza non hanno cancellato il dolore. Mi hanno insegnato a restarci dentro senza esserne distrutto.
Ed è forse questo il senso più profondo di queste pagine. Non offrire illusioni.
Non distribuire formule magiche. Ma condividere strumenti interiori, possibilità, piccoli appigli umani per chi si trova nel mezzo della propria tempesta.
Perché a volte la guarigione non coincide con la fine della malattia.
Coincide con il momento in cui smetti di abbandonare te stesso.
E inizi, lentamente, a tornare alla vita.
Il confine
Ci sono momenti in cui la vita smette di avere contorni precisi.
Il tempo si dissolve, il corpo si arrende e la coscienza sembra scivolare altrove, in una dimensione che non appartiene più né al sonno né alla veglia.
Il mio viaggio verso il Policlinico Gemelli di Roma iniziò così.
Un coma iperglicemico.
Sette ore sospeso in un luogo che la medicina può descrivere clinicamente, ma che interiormente resta difficile da spiegare fino in fondo.
Ricordo solo il suono delle sirene.
Non ricordo i volti concitati.
Non ricordo il peso reale di ciò che stava accadendo al mio corpo.
Ricordo invece una sensazione di pace irreale.
E ricordo mia madre.
Era morta nel 2011.
Eppure in quel momento era lì, davanti a me, con un sorriso che non aveva nulla di spaventoso.
Era il sorriso di mia madre, pieno di calma, quasi di protezione.
Mi disse:
“Alessandro, grazie che sei venuto fino a qui a trovarmi.
Io, tuo padre e nonna stiamo bene.
Ma tu adesso devi tornare dalla tua Rossella che ti sta aspettando, perché hai ancora tante cose da fare.”
Non so spiegare cosa sia stato davvero. Un sogno. Una proiezione della mente.
Un’esperienza oltre la coscienza.
Forse non è nemmeno importante darle un nome.
So soltanto che quelle parole mi sono rimaste dentro con una forza assoluta.
Quando mi risvegliai, qualcosa era cambiato.
Non immediatamente nel corpo, che anzi avrebbe richiesto tempo, cure e una lunga ricostruzione.
Ma dentro di me si era aperta una crepa nuova, una domanda silenziosa sul senso della vita, del tempo e di ciò che lasciamo incompiuto mentre rincorriamo tutto il resto.
Forse è stato lì che è iniziato davvero il mio ritorno. Non nel momento della guarigione.
Ma in quello della restituzione.
Il soffitto come compagno
Il ritorno a casa non coincise con il ritorno alla normalità.
Fu un tempo lento. Silenzioso. A tratti persino irreale.
Le giornate sembravano sospese, svuotate della frenesia che fino a poco prima avevo considerato vita.
E lì, in quella immobilità forzata, il mio compagno quotidiano diventò il soffitto della mia stanza.
Lo osservavo per ore. All’inizio con paura. Poi con rabbia.
Poi con domande che non avevano risposta immediata.
Quel soffitto conosceva i miei silenzi, le notti senza sonno, il peso dei pensieri che cercavano lentamente un ordine nuovo.
Col tempo capii che non stavo solo guarendo fisicamente.
Stavo attraversando qualcosa di molto più profondo. Dovevo imparare a ricostruirmi.
A respirare diversamente.
A guardare la vita non più come una corsa continua, ma come qualcosa da abitare davvero.
Non sapevo ancora che proprio da quel silenzio sarebbe iniziata la mia trasformazione.
Ma forse, senza rendermene conto, il ritorno alla vita era già cominciato lì.

Sono lieto che abbia deciso di pubblicare (seppure in una dimensione intima ) questo manoscritto che va letto con attenzione e tu sai bene quanto mi immedesimi in tanto di quanto è raccontato.
Bentornato!
Ti ringrazio Davide per questo tuo commento tu che sei di questo Blog un fedele lettore come altri amici più intimi che ho. Mi incoraggia quello che scrivi a proseguire nel racconto come mi sono prefissato di fare.
Parole profonde, autentiche. Colpisce il modo in cui il dolore viene raccontato con dignità e consapevolezza, trasformandosi lentamente in rinascita. Alcune ferite non chiedono di essere mostrate, ma comprese. E in queste righe si sente tutta la forza silenziosa di chi ha imparato a tornare alla vita senza più abbandonare se stesso. Bentornato al tuo posto Alessandro
Caro Massimo, ho ponderato a lungo se pubblicare questo mio manoscritto ma quando ho deciso di farlo l’intento era proprio raccontare nel modo in cui tu descrivi quello che arriva veramente. Esattamente non volevo mostrare dolore a brutto muso ma con la dignità di chi lo ha portato dentro di se, vissuto e mtabolizzato nel silenzio ed esattamente compreso per quello che è stato. Credo che il risultato ci sia e mi fa molto piacere. Continuerò su questa strada con altri episodi del racconto.
Si sente una profondità assoluta e questo scuote perché soltanto in certi momenti vibrano corde così forti. Riconosco quella pace assoluta, che ho sentito quando mia madre è tornata dal coma prima di lasciarci. Sono momenti dove il tempo si rompe e tu ascolti nuovi suoni.
Mi fa estremamente piacere che il messaggio tocchi certe corde emotive e venga percepito per quel che è realmente. Messaggi positivi non divulgo altro perchè ormai mi posso nutrire solo di questo il resto ma fa male davvero. Grazie di cuore per questo bel commento.