Cormons 1985 – Il silenzio oltre il confine. In questo Blog ho scritto molto sulla mia esperienza militare: dal corso Allievi Ufficiali di Complemento presso la Scuola di Fanteria e Cavalleria fino al raggiungimento della nomina a Sottotenente e alla destinazione presso l’82° Battaglione Meccanizzato “Torino”, in quel di Cormons.
Ricordo ancora l’ultimo giorno di corso.
Il Tenente Istruttore Davide Bocci ci lasciò per ultimi nella consegna delle destinazioni, quasi volesse creare suspence. Poi pronunciò la frase rimasta scolpita nella memoria:
— “E adesso i privilegiati destinati all’Hotel Amadio… Cormons!”
Ci guardammo tra noi: io, il collega Giancarlo Maddalena e Antonio Tulli — ciociaro D.O.C. — con quell’espressione sospesa tra curiosità e smarrimento, come a dire:
— “Ma ’ndo ca**o sta ’sto posto?”
Nel 1985 Cormons non era semplicemente una destinazione militare.
Era un avamposto. Un confine vivo. Una linea sottile tra Occidente e blocco orientale, nel pieno della Guerra Fredda, con l’ombra della Jugoslavia di Tito ancora presente oltre quei confini fatti di reticolati, pattugliamenti, silenzi e tensioni mai dichiarate apertamente.
Per noi giovani ufficiali appena nominati, cresciuti tra addestramenti, regolamenti e illusioni di carriera, quel nome pronunciato in aula aveva il sapore dell’ignoto. Non sapevamo ancora che quel piccolo paese del Friuli ci avrebbe lasciato addosso ricordi indelebili, amicizie vere e quella strana sensazione di vivere sospesi in un pezzo di storia che allora sembrava eterna.
Martedì 9 ottobre 1984 mi svegliai molto presto nella casa di Via Montessori dove abitavo.
Era il giorno della mia partenza per la Scuola Allievi di Cesano.
Mi accompagnarono mia madre e la mia fidanzatina dell’epoca. Ricordo ancora quell’aria sospesa del mattino: un misto di orgoglio, paura e inconsapevolezza. Per me era l’inizio di qualcosa che non riuscivo ancora a definire davvero.
Il viaggio sembrò interminabile.
Andavo verso un posto che non avevo mai visto in vita mia e che potevo immaginare in un solo modo: rigido, severo, quasi cinematografico.
Mi sarei ricreduto.
Quello che trovai fu un vero tsunami umano e psicologico. Nel giro di pochi secondi ci ritrovammo travolti da urla continue degli inquadratori, ordini secchi, corse improvvise e marce in borghese senza capire bene cosa stesse accadendo. Nessuno ci capì molto, almeno all’inizio.
Ricordo solo che per una settimana vivemmo come dentro una centrifuga.
Sveglie all’alba.
Reazione fisica immediata.
Docce fredde.
Barba fatta quasi a secco.
Colazione consumata in pochi istanti.
In circa tre minuti netti bisognava essere pronti per l’alzabandiera e subito dopo iniziare le attività addestrative.
Il tempo smetteva di appartenerti.
Ogni gesto diventava automatico.
Ogni secondo aveva un peso.
Eppure, senza rendercene conto, stavamo cambiando.
Quei ragazzi arrivati da tutta Italia con i capelli lunghi, le abitudini civili e l’aria spaesata, giorno dopo giorno iniziavano lentamente a trasformarsi. Non solo nell’aspetto, ma nello sguardo. Nella postura. Nel modo di reagire alla fatica e alla pressione.
Adesso facciamo un balzo in avanti. Alla fine del corso.
Dopo la licenza di fine corso mi preparai per la partenza verso Cormons.
Era la mattina del 24 febbraio 1985.
Con la mia indistruttibile Citroën Visa celeste partimmo in tre: il sottoscritto, Giancarlo Maddalena e Antonio Tulli. Tre “cristoni” caricati come un carro bestiame: zaini, borse, valigie ed effetti personali stipati ovunque, dentro e fuori ogni logica possibile di spazio.
Raggiungemmo Cormons dopo qualcosa come sedici ore di viaggio.
Nemmeno una tradotta militare avrebbe impiegato tanto.
Ma volevamo arrivare un giorno prima.
L’idea era quella di presentarci al Reparto in perfetta forma. O perlomeno… diciamo presentabili.
Dormimmo all’Hotel Felcaro, un delizioso tre stelle tuttora esistente nella parte alta del paese. Per noi, appena usciti dalla rigidità della Scuola Allievi, sembrava quasi un albergo di lusso.
La mattina del 25 febbraio, puntuali, in uniforme diagonale impeccabile e tesa ben calcata sulla testa, ci presentammo all’Ufficiale di Picchetto per essere assegnati alle rispettive compagnie.
Ci fecero attendere un po’ di tempo in parlatorio per poi farci andare al Circolo Ufficiali per presentarci ufficialmente ai colleghi e i gli ufficiali superiori.
Nelle varie presentazioni che erano previste dal cerimoniale essendo i nuovi arrivati, ci spiegarono la presenza e la sua funzione della Calotta Ufficiali.
La “Calotta Ufficiali”, all’interno dei reparti dell’Esercito Italiano di quegli anni, rappresentava una tradizione consolidata e non scritta, legata allo spirito di corpo degli ufficiali.
Non era un organismo ufficiale previsto dai regolamenti, ma una forma di aggregazione interna, comunque riconosciuta, che aveva la funzione di favorire l’inserimento dei giovani ufficiali appena giunti al reparto, creando un primo momento di conoscenza reciproca e di integrazione nella vita di caserma.
Attraverso rituali simbolici, ironia, formalità e momenti conviviali, la Calotta contribuiva a trasmettere il senso di appartenenza, il rispetto delle gerarchie e quello spirito cameratesco che caratterizzava molti reparti operativi dell’epoca.
Per i Sottotenenti di prima nomina rappresentava spesso il primo vero contatto con la realtà quotidiana del reparto: non più la rigidità della Scuola Allievi, ma una dimensione più umana, fatta di relazioni, tradizioni e dinamiche interne che aiutavano a comprendere meglio l’ambiente militare.
Naturalmente ogni reparto viveva queste consuetudini secondo il proprio stile e la propria sensibilità, ma il principio rimaneva sostanzialmente lo stesso: trasformare un gruppo di giovani ufficiali appena arrivati in parte integrante della vita del Battaglione.
La giornata trascorse veloce, ma l’assegnazione definitiva alle Compagnie sarebbe avvenuta il giorno seguente. Così dedicammo quelle ore agli aspetti logistici e all’organizzazione della nostra nuova vita a Cormons.
Nel mio caso, non essendo disponibili alloggi in caserma, trovai — grazie all’aiuto di un collega — una piccola stanza in affitto a pochi metri dal Reparto. Sarebbe diventata la mia casa fino al giorno del congedo. Una stanza semplice, essenziale, ma che ancora oggi custodisco nella memoria come un piccolo presidio personale di quegli anni intensi.
La mattina seguente, puntuale e in uniforme, mi presentai pronto per l’alzabandiera.
Fu allora che venni assegnato alla Seconda Compagnia “Falchi”, comandata dall’allora Tenente Gian Luca Giovannini.
Credo che tra noi sia scattata subito una scintilla di simpatia e stima reciproca. Lo percepii immediatamente dal suo sorriso, dal suo sguardo diretto e da quell’atteggiamento fiero di chi vedeva arrivare un giovane ufficiale da formare e responsabilizzare.
Quello che allora era il mio Comandante sarebbe poi diventato, negli anni, un amico vero. Con la “A” maiuscola.
Per me fu un autentico mentore.
In cinque mesi di Corso avevo acquisito nozioni, addestramento, disciplina e preparazione teorica. Ma fu lui a trasformare quel bagaglio in operatività reale, concreta, immediata. Mi insegnò cosa significasse davvero stare dentro un Reparto operativo, assumersi responsabilità, guidare uomini e comprendere il valore dell’esempio prima ancora delle parole.
Sono stati mesi intensi.
Faticosi.
A tratti durissimi.
Ma tutto veniva mitigato da qualcosa che oggi faccio persino fatica a spiegare alle nuove generazioni: il senso di appartenenza, la fratellanza, lo spirito di sacrificio e di abnegazione che caratterizzavano quell’epoca.
Era un mondo fatto di rispetto e disciplina.
Parole che allora rappresentavano valori concreti e quotidiani, mentre oggi sembrano spesso appartenere a un vocabolario dimenticato.
Eppure proprio quei valori, vissuti in quel piccolo angolo di Friuli nel pieno della Guerra Fredda, hanno lasciato dentro di me un’impronta indelebile che ancora oggi porto con orgoglio.
Una sola foto penso possa spiegare meglio di tante parole lo spirito che ci accomunava, ed è proprio quella che ho scelto come immagine di apertura di questo articolo.
In quello scatto non ci sono soltanto giovani ufficiali in uniforme.
C’è un modo di vivere.
C’è un senso di appartenenza che oggi sarebbe difficile perfino raccontare.
Eravamo ragazzi provenienti da città diverse, con storie diverse, caratteri diversi, ma accomunati dalla stessa esperienza, dalla stessa fatica e da un identico senso del dovere.
In quei mesi a Cormons, nel cuore della Guerra Fredda, si imparava rapidamente che il valore di un uomo non si misurava soltanto dal grado che portava sulla spalla, ma dalla capacità di esserci sempre: nelle esercitazioni, nei servizi, nei momenti difficili e anche nelle inevitabili risate che alleggerivano giornate spesso pesanti.
Quella fotografia racchiude tutto questo.
La giovinezza.
L’incoscienza.
L’orgoglio.
La disciplina.
E soprattutto quel legame umano che il tempo non è riuscito a cancellare.
Oggi, riguardandola, non vedo soltanto il Sottotenente che ero (anche se nella foto tagliato a metà per i numerosi tentativi fatti con autoscatto).
Vedo un pezzo della mia vita che ha contribuito a formare l’uomo che sono diventato.
E ancora oggi posso gridare orgoglioso il nostro motto “Credo e Vinco!” proprio in questo preciso momento della mia vita dove questo credo che ho sempre mantenuto inalterato nel tempo mi ha fatto superare una brutta prova.

Tornate a leggermi.

Carissimo Alessandro, carisdimo Amico mio. Hai raccontato quella parte della tua vita, della nostra vita, in un modo superbo, eccezionale con una sintesi perfetta che ha comunque saputo dare il quadro di ciò he eravamo in maniera esaustiva. Bravo!!!
E non posso che ringraziarti per le belle parole che mi hai voluto riservare. Si ci credevamo, ci sbbiamo creduto, e ci crediamo ancora. I veri Valori, quelli con la V maiuscola sono come l’Amicizia vera, quella con la A maiuscola, non muoiono mai e sopravvivono al lento ed inesorabile trascorrere del tempo. Amico mio un fraterno abbraccio ed ancora BRAVO!!!. Con affetto dal tuo Amico “Sergente pazzo”.
Ors e sempre Crefo e Vinco.
Caro Gian Luca, ti ringrazio per il bel commento.Ci sarebbe tanto da dire ancora su quel periodo e non è escluso che in questo blog possa tornare sull’argomento. Ho voluto sintetizzare in modo intenso sopratutto gli aspetti relazionali tra i colleghi e i superiori e nella fattispecie quell’empatia professionale ma anche personale che nacque ormai più di 40 anni fa tra noi due. Ad esempio non ho parlato della vita di caserma dopo l’orario addestrativo,i rapporti nel tuo ufficio a fine giornata che si protraevano a volte fino ad ora di cena e che non mi sono mai pesati perchè ogni giornata per me era un giorno di esperienza e il trasferire la mai esperienza al mio plotone, ai miei ragazzi, ai nostri ragazzi è stata la cosa più gratificante che un uomo, un militare convinto potesse avere dal servizio che stava svolgendo con convinzione e soprattutto quello spirito di corpo che ci ha sempre tenuti uniti. Ho commesso degli errori come del resto tutti, ma tu hai saputo trarne l’aspetto positivo prendendo il più delle volte le mie difese ed a volte avendo qualche piccolo “grattacapo” diciamo così. Mi sovviene un ricordo: Messina Politiche del 1985. Solo quello meriterebbe un capitolo a parte per il divertimento nell’espletare una funzione di controllo ai seggi elettorali. E poi le tante cene in Friuli, a casa tua, nei vari ristoranti di zona mi lasciano ancora oggi un sapore della mia giovinezza, della forza e resistenza che oggi per ovvie ragioni non ho più e se dovessi dirti con sincerità una cosa se rinascessi rifarei esattamente tutto i percorso che ho fatto. Senza rimpianti, senza lacune, senza risentimenti fa tutto parte del gioco della vita. Credo e Vinco Comandante Amico!
Con emozione commento questo paragrafo, un’emozione profonda che sento e ascolto nel mio dna.
Generalmente non lo dico mai…ma quei valori della Patria, della fratellanza, fanno parte di ogni mia cellula. Non si eredita solo il nome, il patrimonio, ma qualcosa che è radicato nell’anima. Mio nonno, il mio bis fino al 1740 circa, tutti Generali dell’arma.. due zii morti in guerra…dando la loro vita con onore.. Valori che per me assumono un significato che sento nelle ossa…
Complimenti per il racconto, leggo un filo conduttore di passione per le scelte, le amicizie, che denotano un’eleganza d’animo.
Grazie Carola per questo commento. Beh con dei parenti a questo livello gerarchico nell’Arma non potevi che apprezzare tutto ciò che ho sintetizzato in questo articolo. Tornerò su questo argomento nel mio blog perchè c’è ancora tanto da raccontare ed esattamente questa la linea che ha contraddistinto la mia vita e quindi anche quel periodo: la passione per le cose, per il lavoro, nel vivere le giornate 24 ore alla volta senza divorare il tempo, mantenendo quella sensazione di libertà di pensiero ed azione che ha caratterizzato ogni mia attività. Saluto anche te con il motto del nostro Reggimento: “Credo e Vinco!” ed anche in questo periodo è servito e come…