Nonostante tutto, oggi mi fermo. Sono chiuso nella mia stanza d’ufficio. La finestra è aperta.
Fuori, una pioggia battente ma leggera. Uno scrosciare inesorabile, continuo, quasi ostinato.
E fa contrasto con i colori che ho dentro — moralmente e fisicamente — in questo luogo dove sono.
I contrasti della vita. Quelli che ho sempre cercato nelle righe. Scovando significati. Emozioni. Smascherando la falsità, la fragilità, l’odio, l’invidia.
Questo mondo su cui piove non per alimentare, ma per pulire. Asciugare e pulire ancora.
Come se la pioggia non fosse più carezza, ma un tentativo disperato di lavare via l’immondizia che questo tempo è diventato.
Alzo lo sguardo. Lo distendo verso l’alto.
Guardo la siepe che separa il mio condominio dal vicino. Scorgo pareti con i segni del tempo, dell’incuria, del poco rispetto della cosa comune.
E penso: se la mente è così, a livello locale, immaginarla su scala nazionale cosa può voler dire.
E poi succede una cosa semplice. Succede che ti fermi. Perché non è solo una parete sporca. Non è solo una siepe trascurata. Non è solo pioggia. È un’immagine. È un simbolo piccolo, quotidiano, quasi banale,
ma dentro ci sta tutto. Ci sta la disattenzione. Ci sta il menefreghismo. Ci sta la rassegnazione.
Ci sta quella frase non detta che sembra attraversare ogni cosa: “Tanto ormai…”
Ecco, è quel “tanto ormai” che mi spaventa più di tutto. Perché l’incuria non è solo estetica. Non è solo degrado. È una postura mentale. È il punto in cui smettiamo di prenderci cura. Del luogo, degli altri, di noi stessi. Qui mi soffermerei.
E io, nonostante tutto, continuo a cercare. Continuo a cercare senso. Non perché mi illuda che il mondo diventi improvvisamente migliore, ma perché so cosa succede quando smetti di guardare. Quando abbassi gli occhi, quando ti adegui, quando fai finta che l’odio sia normale, che l’invidia sia inevitabile, che la falsità sia un prezzo da pagare.
Io quel prezzo non voglio pagarlo. La pioggia fuori insiste. E forse non sta lavando il mondo. Forse sta solo ricordando una cosa: che tutto può essere ripulito, ma solo se qualcuno, da qualche parte, decide di ricominciare dalla propria siepe.
Dal proprio pezzo di muro.
Dal proprio sguardo.
Nonostante tutto.
Ne ho scritto anche in un altro testo sulla consapevolezza e sul silenzio interiore Il tempo delle idee che restano
E per saperne di più pioggia: https://it.wikipedia.org/wiki/Pioggia traetene il significato più vicino al vostro modo di “leggere” e “pensare”

I tuoi passaggi interiori ed intimisti sono quelli che da sempre mi catturano e mi hanno fatto scoprire il tuo blog: ci vorrebbe tanta piaggia per lavare questo mondo
Un abbracvio
Una pioggia diversa da quella che stiamo vedendo oggi fatta di esplosivi, di odio razziale, di sete atavica di conquista.
La tua riflessione ha il merito di riportare tutto a una scala umana. Non chiama in causa astrazioni comode, ma gesti minimi, sguardi quotidiani, responsabilità che non fanno rumore. Ricorda che prendersi cura non è eroismo, è vigilanza. È continuare a vedere quando sarebbe più facile voltarsi. Forse il mondo non cambia perché piove.Cambia quando qualcuno, come fai tu qui, rifiuta l’anestesia e decide che il proprio sguardo non sarà trascurato. Che la propria siepe, il proprio muro, la propria postura mentale meritano attenzione. Non per salvare tutto, ma per non smettere di essere presenti. E oggi, forse, è già moltissimo.
Caro Massimo,
vedi, oggi disquisire nel profondo è un tema che pochi possono permettersi non per incapacità, ma per il sapersi soffermare, volgere lo sguardo altrove, avanti, indietro ovunque purchè sia un momento di evasione dalla routine che ci avvolge nel quotidiano vivere. Se ci si riesce è un grande vantaggio.
Shell Shapiro aveva anticipato i tempi “la pioggia cade su di noi, la gente non sorride più”.
Al di là di questa mia”entrata” gigionesca, mi trovo in linea con le tue riflessioni molto sentite e con quelle di Massimo.
La pioggia, é vero, pulisce e nutre, poi ha il compito non secondario di farci desiderare il bel tempo. Il sole che attendiamo dopo il buio e la sensazione di abbandono, arriverà più forte che mai, ricordandoci che ci si aggrappa fortemente alla vita sapendo che l’ unica alternativa possibile é il totale oblio di una mancata o perduta esistenza.
Grazie Alessandro questi tuoi contenuti profondi ci aiutano ad uscire dal banale, dove anche un insignificante dettaglio, come una lieve crepa muraria, assume forti significati per una riflessione collettiva
Caro Enrico,
grazie a te di aver colto nel segno quelle che sono le mie riflessioni anche leggendo più nel profondo di certe argomentazioni. E’ parte di un processo di rinnovamento e di rinascita personale. Si ancora rinascita perchè le cadute ci sono ancora, e ancora ce ne saranno e questa consapevolezza che matura in me fa si che i progetti e le ideee nascano con spontaneità e semplicità, a vote nell’indifferenza generale e nel dilagante qualunquismo del sistema globale a cui apparteniamo. Io ho un unico senso di appartenenza. Il mio.
“Tanto ormai…”
Tutto vero ciò che scrivi.
Troppi nervi scoperti senza pelle e p…., ubriachi tra le correnti false del perbenismo!
Mi tiro fuori da tutto questo, ci provo!
Non ne fai parte ti ritengo una persona con altri valori sulle spalle