Quando metto ordine fuori, metto ordine dentro. Oggi infatti ho rimesso a posto il mio ufficio.
Non era solo polvere, carte o scatole da spostare.
Era qualcosa di più profondo: ogni oggetto che toccavo risuonava come una piccola verità.
Le cose parlano, quando le ascolti.
E se decidi di far spazio, loro rispondono.
Mi sono accorto che il disordine che lasciavo lì, giorno dopo giorno, non era solo esterno.
Era un riflesso fedele — e anche un po’ crudele — di ciò che mi portavo dentro: tensioni, pensieri non detti, frenesia.
E così, mentre spostavo una scatola, sistemavo un cassetto, decidevo cosa tenere e cosa buttare, ho capito che stavo compiendo un gesto di cura. Un gesto verso me stesso.
Mettere ordine fuori è un modo per mettere ordine dentro.
Una forma silenziosa di terapia, un respiro profondo che ti riporta al centro.
Eppure oggi non ho vinto guerre. Ho vinto piccole battaglie — ma sono quelle che, alla fine, cambiano davvero la giornata.
Una password che finalmente funziona. Un’email che smette di opporre resistenza. Un cassetto che si apre senza restituirmi caos. Una scrivania che torna a essere un luogo di lavoro, e non di confusione.
Sono dettagli, sì. Ma i dettagli, quando li guardi bene, sono appigli. Segnali. Micro-vittorie che raccontano che stai riprendendo in mano la tua vita: un oggetto alla volta, un gesto alla volta, un metro quadrato alla volta.
E questo ordine, oggi così evidente, un tempo non mi apparteneva.
Il disordine era la mia normalità, un habitat caotico nel quale — paradossalmente — riuscivo comunque a ritrovarmi. Non che le cose siano cambiate del tutto: il mio modo di lavorare corre sempre, spesso troppo. Vorrei avere tutto sottomano, afferrare come una piovra ogni oggetto, ogni agenda, un blocco appunti, un post-it una graffetta.
Ma oggi, rivedendo il mio ufficio, mi è apparso chiaro quanto quel caos fosse diventato una scenografia che non mi rappresentava più. Già tempo fa spostai dalla parete dietro le mie spalle tutte le locandine delle varie produzioni storiche della Stemal e decisi di distribuirle appese per tutto l’ufficio a dimostrazione che è stato un team efficiente a lavorare con me in quegli anni.
Dal 1992 quelle stanze avevano cambiato più volte aspetto, il loro “vestito” era con colori cangianti, cartelline multicolori faldoni che scoppiavano di scartoffie e quindi la necessità di razionalizzare gli spazi è stata la caratteristica periodica di sgomberi in discarica, documenti distrutti se non più necessari, tranne quelli obbligatori per Legge.
Carte ovunque.
Bigliettini come briciole di ricordi.
Pezzette per pulire gli occhiali che avrei potuto mettere in vendita, tante erano.
Agende degli anni Ottanta che, per quanto affettive, non potevano convivere con il mio quotidiano di oggi, ma solo un ricordo da tenere custodito in un mobile diverso.
Ho sempre lavorato in velocità, e con la stessa velocità lasciavo una scrivania “accettabile” a fine giornata.
Ma quella scrivania nera, quel “Love” rosso sul mobile nero, il rosso della poltrona, il rosso della scritta…
non parlavano affatto di amore.
Parlavano con amore di confusione. Di stratificazione. Di un ordine mentale che faticava a prendersi il suo spazio. Sembravano dirmi: “Ale, ti rendi conto in che condizioni stai tenendo il luogo dove lavori, dove crei, dove scrivi, pensi, ti ispiri, parli, ascolti musica e a volte riposi?
Oggi l’ho visto chiaramente: non era solo un ufficio da sistemare. Era una versione di me che chiedeva di essere aggiornata.
E allora ecco, ho “riavviato il sistema” scaricato la versione di Ale.22.06.2025_1 e ho fatto un downoad lunghissimo.
Risultato eccellente
In questo momento guardandomi attorno mi sento più comodo, mentalmente e fisicamente in uno spazio ripulito dal caos e prontoi ad affrontare tutte le sfide del prossimo anno che non saranno poche.
25 Novembre 2025 Giornata Mondiale sulla violenza di genere
Invitato dall’amico Avvocato Bartolomeo Giordano ho avuto l’onore e il privilegio di partecipare nell’aula magna del liceo Socrate di Roma ad un convegno interessantissimo, dove ho assistito tutti gli interventi dei relatori tra professori, avvocati e professionisti del settore che hanno sottolineato senza banalità o retorica le criticità del tema, di come va affrontato, del coinvolgimento dei giovani distratti da un modo virtuale che li sta portando a non valutare più certi aspetti emotivi, come metabolizzare e reagire ad un rifiuto.
Molti interventi dei ragazzi che mi hanno entusiasmato. Sono da sempre impegnato nel settore giovanile soprattutto nel creare opportunità di aggiornamento ed orientamento professionale e in questa direzione mi sono mosso creando un progetto Accademia di recitazione e doppiaggio – Stemal
Dopo diversi interventi è toccato a me fare il mio e ho fatto una breve premessa personale di esperienza vissuta con particolare riferimento al periodo di militare quando ero un Ufficiale presso l’82° Battagliome Fanteria Meccanizzata “Torino” a Cormons.
Ho posto l’accento che la violenza non è solo quella di genere a mio avviso, ma qualsiasi tipo di violenza possa essere rivolta un qualsiasi essere umano e non solo.
Il 1985 è stato un anno difficile in territorio di confine in piena guerra fredda con la ex Jugoslavia di Tito. Nelle caserme cosiddette punitive in quanto fortemente operative vigeva quel fenomeno del “nonnismo” che dava l’autorità a degli sciacalli senza cuore che avevano solo il vantaggio di esser vicini ad un congedo di piombare nelle camerate dei novellini per fare ogni tipo di angheria, dal jukebox, al gavettone.
Un film che ha ben rappresentato quel periodo è stato “Soldati, 365 all’alba” con un Tenente Fili interpretato magistralmente da Massimo Dapporto il Caporale Claudio Scanna con un Claudio Amendola giovane, il “nonno” Alessandro Benvenuti e poi ancora Manlio Dovì, Agostina Belli (moglie del Tenente Fili) e tanti altri.
La Trama
“Soldati – 365 all’alba” racconta un anno di servizio militare obbligatorio vissuto da un gruppo di giovani reclute, attraverso lo sguardo di Claudio, ragazzo sensibile e inquieto che entra in caserma con tutte le sue fragilità. La vita militare rivela subito il suo lato più duro: disciplina feroce, gerarchie rigide, umiliazioni, soprusi, solitudine. Al centro della storia c’è il rapporto conflittuale con un maresciallo autoritario, simbolo di un sistema che schiaccia l’individuo. In mezzo alla fatica fisica e psicologica, nasceranno legami, amicizie autentiche e una lenta presa di coscienza: quei 365 giorni diventano un passaggio obbligato alla maturità, un viaggio attraverso paura, rabbia e resistenza, fino alla libertà dell’ultimo giorno, che arriva come una liberazione ma lascia un segno indelebile.
Percepivo attenzione e condivisione della premessa fatta, poi ho letto il discorso che mi ero preparato con una scelta accurata dei termini degli accenti per la delicatezza del tema. Lo riporto di seguto:
Buongiorno a tutti.
Sono Alessandro Lopez, produttore teatrale e televisivo, autore e uomo che da oltre trent’anni lavora nel mondo dell’intrattenimento. Oggi non parlo solo da professionista, ma da cittadino e da essere umano che osserva e ascolta.
La violenza di genere non è un argomento che si affronta dall’esterno.
Perché, anche quando non la viviamo sulla nostra pelle, la attraversiamo indirettamente attraverso i media, le storie, le testimonianze.
E soprattutto attraverso i silenzi.
Viviamo in un’epoca in cui la narrazione della violenza è ovunque: nelle cronache, nelle serie, persino nelle canzoni.
Come autori e produttori abbiamo una responsabilità enorme: scegliere cosa raccontare, come raccontarlo, e soprattutto chi proteggere con le nostre scelte narrative.
La violenza di genere non è un fenomeno cinematografico. Non è un titolo di giornale. Non è una trama.
È un fallimento affettivo, culturale, educativo e sociale. E c’è una verità che per me resta la più dolorosa, ed è quella di cui si parla meno: i figli sono le prime vittime invisibili.
Sono loro che assistono, che assorbono, che imparano la paura prima ancora di capire cosa sia l’amore.
Sono loro che crescono dentro una distorsione che lascia cicatrici silenziose e profonde.
Quando un bambino vede la violenza, non la dimentica più.
E questo dovrebbe essere il primo motivo per cui tutti noi — istituzioni, creativi, famiglie, scuola — dovremmo agire con maggiore responsabilità.
Poi c’è un’altra domanda che dobbiamo porci, anche se è scomoda: chi compie la violenza?
Non un mostro. Non un personaggio da film. Ma spesso un uomo fragile, impreparato, malato di controllo, incapace di gestire frustrazioni, fallimenti, rifiuti. Un uomo che nessuno ha educato all’emotività, al limite, alla cura.
Ed è qui che si apre il capitolo più difficile: la prevenzione.
Io parlo da spettatore, non da tecnico. Ma vedo cose che chi lavora nella giustizia conosce bene:
● educazione all’affettività
● ascolto dei segnali deboli
● vicinanza alle famiglie
● sostegno psicologico accessibile
● interventi rapidi
● formazione di chi deve accogliere la denuncia
E qui voglio dire una cosa molto chiara: le forze dell’ordine hanno un ruolo enorme, non solo come organo repressivo, ma come primo punto psicologico di contatto.
Molti operatori, in silenzio, fanno da psicologi, da mediatori, da figure di contenimento emotivo. E questo va riconosciuto.
E noi? Noi che lavoriamo nei contenuti? Dobbiamo fare la nostra parte:
raccontare la violenza senza glamour,senza spettacolarizzarla, senza trasformarla in intrattenimento.
Dobbiamo raccontare la verità. Perché solo la verità può cambiare le coscienze.
In un mondo che corre veloce, un mondo che distrae, io credo che il nostro compito — come narratori — sia rimettere al centro l’essere umano.
E fare in modo che i nostri racconti non aggiungano dolore, ma consapevolezza.
La Giornata contro la violenza di genere non è una celebrazione.
È un promemoria: ci ricorda chi siamo e cosa rischiamo di diventare se smettiamo di educare, ascoltare, proteggere.
E soprattutto…ci ricorda i figli.
Perché un bambino salvato oggi è un adulto che non farà del male domani.
Grazie. Quel grazie mi è stato restituito con un gratificante e fragoroso applauso, che ha fatto vibrare le mie corde emotive. Quei ragazzi erano l’immagine della mia adolescenza, degli anni del liceo e successivamente di un giovane Ufficiale, con tante responsabilità sulle spalle che lo hanno forgiato come militare e come uomo, padre e professionista.
Valori oggi disciolti nella frenesia del quotidiano dove nessuno di noi si ferma a riflettere su nulla.
Terminata la mattinata sono tornato in ufficio ed ho ripreso la mia normale attività.
Ordine è fatto.
Un saluto a tutti voi lettori da Alessandro Lopez

Mettere ordine è ritornare all’ essenziale,un ciclo che ci investe spesso e necessità una sua ripetizione per avvicinarci a ciò che siamo.
Tu hai un rapporto sano con lo spazio che abiti nel tuo lavoro rendendolo conforme a ciò che vivi.
Riguardo la violenza sono concorde con te ,non è come sta predicando una determinata corrente ideologica ma ben più radicata: violenza verbale, sopruso fisico verso chi non si può difendere, ricatto economico velato,mobbing sul lavoro…ed investe ambo sessi.
Altro discorso sono culture apertamente misogine che dobbiamo tenere alla larga dai nostri crismi di comunità, al pari di follie misandriche che stanno serpeggiando.
Un abbraccio
Questi cicli nel mio caso dura da sempre. Le scrivanie soni state tante vicine le stanze dove un vissuto il mio lavoro e tempo libero. La mia forma mentale mi ha portato più volte ad essere pignolo quasi maniacale nel sistemare meticolosamente tutto. Ma invece poi in effetti non è proprio così. Condivido il tuo pensiero che la violenza ormai è espressa in mille modi anche subdoli pesanti invadenti ma invece di evolversi si dovrebbe cominciare a riflettere un po’ di più. Grazie come sempre per i bei commenti che fai
Grazie a te caro