La mia moto parcheggiata davanti al Lago di Bolsena in una sosta di riflessione durante il viaggio.

Premetto che il corpo mi ha sempre parlato. È una voce che conosco bene, una bussola che non sbaglia mai. Quando il corpo parla e la mente ascolta è necessario soffermarsi un attimo e restare ad ascoltarsi.


E stamattina, dopo una notte in un certo senso tormentata da fastidi cutanei e pruriti dell’anima, ho detto: stop.

E anche se il tempo era incerto, ho preso i miei tempi: mi sono preparato, ho fatto una colazione adatta, sono sceso nel mio box, ho seguito i miei rituali di sistemazione della moto, ho acceso il motore.

Poi ho indossato il casco, sono uscito dal box, ho impostato una sola località, e chiusa la visiera sono entrato in modalità recupero spirituale.

Io, che ho sempre vissuto una spiritualità non dogmatica, ma fatta di momenti intimi in luoghi sacri — occasionalmente o volutamente scelti per riconnettere me stesso — in assoluto silenzio.

Ecco il biker solitario che alberga in me.

La solitudine

C’è chi la solitudine la teme: io la cerco.

Cerco quella sana, quella che durante i chilometri percorsi ad un’andatura sincera, normale, rispettosa non dei limiti stradali, ma dei limiti del mio corpo e della mia mente.

Non volevo sanzioni, non volevo punire me stesso: volevo solo ritrovare la strada che conosco, con le foglie autunnali e la necessità di prestare più attenzione.

La consapevolezza della scelleratezza di certi motociclisti nei quali non mi riconosco — quelli che sfogano la loro rabbia con pieghe oltre ogni limite della sicurezza.
Oggi sono riuscito perfino a far rallentare gruppi di quel genere, facendo involontariamente andatura su fondi umidi e scivolosi.

L’itinerario

Quindi eccomi sulla via Cassia, ma non vi dirò dove ero diretto.

Sono andato in una località sul lago di Bolsena, percorrendo tutta la Cassia, uscendo da Roma Nord e attraversando vari paesi della Tuscia: una zona che adoro percorrere e che in altre occasioni è stata meta di passeggiate meravigliose nei campi sterminati.

Ma avevo bisogno, come ho detto, di qualcosa di diverso: una piccola sosta per poi scegliere un luogo sacro, sedermi, concentrarmi, “leggere” me stesso, i miei appunti mentali, la risposta del mio corpo alle sollecitazioni di due anni difficili.

Due anni che fanno parte del mio bagaglio di giocattoli: quelli che, composti e ricomposti, creano un gioco finale che gratifica.

https://www.meteomarta.altervista.org/portale/il-santuario-della-chiesa-della-madonna-del-monte-marta

Volevo riflettere sul perché — in un momento di gratifica personale — il corpo stesse rispondendo in modo distonico rispetto alla realtà. E ho compreso il perché.

I percorsi sono gli stessi. Un successo è uguale a un fallimento: vanno gestiti e metabolizzati.

E da qui nasce la necessità cognitiva di rallentare, fisicamente e realmente, anche in moto: dare esempio a se stessi che una località la puoi raggiungere nello stesso identico tempo usando scorciatoie, se le conosci, altrimenti ti prendi il tuo tempo e scegli la strada più corta che ti serve, non quella più rapida.

Ho letto un articolo che vorrei condividere con te, amico lettore, perchè tu possa comprendere questa giornata, la necessità interiore di connettersi nuovamente e meglio con se se stessi: https://www.psicologia.it/articoli/corpo-e-mente

L’incontro

Nel parcheggio di un bar a Marta ho conosciuto una biker.

Una signora minuta, asciutta, tutta vestita di nero, giacca di pelle e una scritta gigante sul petto: “STICAZZI”. Mi ha fatto ammazzare dal ridere.

Aveva una custom stile Triumph, curata come un gioiello. Mi ha raccontato che il marito, anche lui motociclista, era morto da poco.

Ma prima di andarsene — ha detto con una forza interiore bellissima — che le aveva sistemato la moto e le aveva lasciato dei pezzi da montare. E lei li ha montati da sola. Me lo raccontava senza vittimismo, con una lucidità che è rara. Una donna forte, vera.

È voluta salire sulla mia moto ridendo come una bambina per l’altezza, e da lì siamo entrati in un discorso istintivo, naturale, sulla sicurezza, sull’età, sulla consapevolezza. “Quelli giovani sfudanj la strada” mi ha detto, parlando di suo figlio. E come spesso accade tra bikers, non ci siamo nemmeno presentati. Non serviva.

La comunità dei motociclisti offre anche questo: non abbiamo un nome, abbiamo un’anima.

E allora sono risalito in sella e sono tornato a casa ridendo a crepapelle ogni chilometro percorso, pensando a una sola cosa: “Sai che c’è, Alessa’? Sticazzi.”

E sapete che il mood tipicamente romano è diventato un pezzo folk?

3 Risposte
  1. Davide

    La solitudine può essere una condanna o avere un potere salvifico.
    Nel mio caso ambedue ma non va mai demonizzata

    Bellissimo anche l’ incontro a due ruote

    Un abbraccio caro

    1. Caro Davide, come vedi anche questa giornata è servita per riconnettere anima e corpo su un sentiero che si era assopito i segnali sono stati inequivocabili e io li conosco molto bene e quando si palesano anche in momenti positivi come questo che però sono frutto di un tempo pregresso molto duro e fatto di enormi sacrifici il rislutato è analogo se non in alcuni casi pù devastante. Per fortuna sono riuscito ad entrare nuovamente in un mood cinico e sarcastico, ma sempre ironico e pronto ad andare avanti. Ti abbraccio amico mio e fedele lettore.

      1. Roberto Scarfò

        Bellissimo viaggio. La libertà della moto, la solitudine, quella buona, quella cercata, e gli incontri che ci fanno riflettere. Credo sia sempre importante avere del tempo solo per noi, usare il giusto egoismo per cibare la nostra anima. Grazie per questa giornata vera. Un abbraccio

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