Un nuovo mondo

Un nuovo mondo. Ci sono momenti in cui le parole della cronaca non bastano più.

Quando la realtà diventa troppo rumorosa, sento il bisogno di tornare al silenzio dell’essenziale, dove i pensieri si fanno immagini e la speranza prende la forma di un racconto.

Così è nata questa favola — non per fuggire dal mondo, ma per guardarlo da un’altra prospettiva.
Per ricordarmi, e forse ricordarci, che anche nelle pieghe più dure del presente esiste ancora un respiro di luce, un sogno che può diventare seme.

E da quel sogno, forse, può davvero nascere un nuovo mondo.

“Ciò che un bambino sogna non è mai solo un sogno. È un richiamo a ciò che abbiamo dimenticato di essere.”

A volte sento il bisogno di guardare ciò che accade intorno a me con occhi diversi.
Non quelli dell’abitudine o della paura, ma quelli di un bambino che ancora si stupisce, che ancora crede che la gentilezza possa cambiare qualcosa.

Da quello sguardo è nata questa favola. Un modo per ritrovare la luce nelle pieghe della realtà, per trasformare la stanchezza in speranza e la consapevolezza in seme.

Perché forse, solo quando torniamo a guardare con gli occhi di un bambino, possiamo davvero immaginare un nuovo mondo.

C’era una volta — o forse c’è ancora — un bambino che guardava il mondo da una finestra.
Non era grande quella finestra, ma bastava per far entrare il cielo, le nuvole e il volo degli uccelli.
Ogni mattina, quel bambino si chiedeva perché gli uomini litigassero, perché costruissero muri e armi, invece di giardini e ponti.

Un giorno, chiuse gli occhi.
E cominciò a sognare.

Nel sogno, la terra respirava come un essere vivo.
I mari non dividevano più i popoli, ma li abbracciavano.
Le bandiere si scioglievano nei venti, e i confini diventavano fiori che indicavano solo dove nasceva il sole.
Gli uomini parlavano lingue diverse, ma i loro sguardi dicevano la stessa parola: pace.

Il bambino camminava scalzo su una strada di luce.
Ogni passo faceva nascere un seme.
Dai semi spuntavano alberi di ascolto, e i loro rami intrecciavano le mani dei viandanti.
Sopra di lui, la luna sorrideva, e nel suo volto riconobbe la forma di tutte le madri del mondo.

Ma come accade ai sogni più belli, anche quello cominciò a svanire.
Le immagini si fecero leggere, poi trasparenti.
La luce si richiuse come un libro.

Il bambino si svegliò.
La finestra era la stessa.
Fuori, il mondo era ancora ferito e rumoroso.

Eppure, qualcosa era cambiato.
Dentro di lui, il sogno non era svanito del tutto: era diventato un seme, proprio come quelli che aveva visto nascere nel suo cammino di luce.
Un seme piccolo, ma vivo, che gli ricordava ogni giorno che un nuovo mondo comincia da chi decide di non smettere di sognarlo.

E così, ogni volta che guardava fuori dalla finestra, il bambino non vedeva solo ciò che c’era,
ma anche ciò che poteva essere.


Dalla mia finestra

Non so se il mondo cambierà, ma so che ogni volta che un sogno ci attraversa, qualcosa dentro di noi si sposta.
Scrivere questa favola è stato come guardare la realtà con occhi nuovi — quelli che avevo dimenticato, e che un bambino mi ha restituito.

Forse la pace non nasce dai grandi gesti,
ma dal coraggio silenzioso di chi sceglie di credere ancora nella gentilezza.

E allora sì, forse un nuovo mondo comincia davvero da lì:
da uno sguardo che non smette di vedere la possibilità del bene.

E adesso, chiudi gli occhi…
e sogna anche tu. 🌙

La riflessione continua, in silenzio o in parola. Ti aspetto — Alessandro Lopez

1 Risposta
  1. Carola

    Bellissima favola che ci conduce a diverse riflessioni e ci ricorda che nella violenza la finestra rimane chiusa.
    Le favole riassumono quello che percepiamo nei nostri sogni. Una scia di comete, l’energia più sublime, in altre parole il bambino dentro di noi.
    Dal punto di vista della “Finestra Universale” se ognuno di noi coltivasse la propria pace nel profondo, si potrebbe riflettere sulla trasformazione del mondo.
    Se fin dall’asilo si insegnasse all’ascolto del proprio “bambino interiore” inserendo ad esempio semplici meditazioni. In Giappone già si sta attuando questo metodo, naturalmente come un nuovo gioco, che con il tempo, durante la crescita, si trasformerà in qualcosa di più consapevole.
    Le finestre si devono aprire, abituare la nostra interiorità a questo tipo di movimento può diventare una nuova forma di empatia verso noi stessi e dí conseguenza verso gli altri.
    Mi chiedo quanta violenza ci dovrà ancora essere, fino a che punto si dovrà arrivare, prima di porre rimedio a tutta questa “crisi della pace”.

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