EROI SENZA MEMORIA – “MANCÒ LA FORTUNA NON IL VALORE”

Mancò la fortuna non il valore

EROI SENZA MEMORIA – “MANCÒ LA FORTUNA NON IL VALORE” Cari lettori con questa frase: “Mancò la Fortuna non il Valore” apro questo nuovo appuntamento con la rubrica “Eroi Senza Memoria”, un appassionante percorso storico attraverso il racconto reale di nostri compatrioti che hanno combattuto per la nostra Nazione con abnegazione e sprezzo del pericolo in qualunque situazione del quadro bellico mondiale.

Ripeterò sempre gli stessi aggettivi su questi miei articoli perché il senso di devozione e di gratitudine che provo per questi Eroi scorre nelle mie vene sin da quando ero adolescente.

Sono sempre stato appassionato della storia, dapprima come materia scolastica (dove peraltro sono stato rimandato più volte alle scuole medie), ma nel tempo la mia innata curiosità mi ha spinto a studiarla in un modo diverso, approfondirla a livello personale fino a quando nel 1984 sono stato arruolato come Ufficiale di Complemento e da quel momento scorrono nelle mie vene gli stessi valori di quegli Eroi che adesso mi stanno ispirando a scrivere, spero, queste belle pagine di storia, scritte in collaborazione con il Tenente William Rossi, che mi ha dotato anche questa volta di materiale preziosissimo frutto di una sua lunghissima ricerca personale attraverso la rete e presso le più importanti Associazioni D’Arma a livello Nazionale siano di gradimento da parte del lettore.

Una bella storia di collaborazione e di condivisione di questo materiale che mi darà l’opportunità di scrivere ancora a lungo.

William è un amico vero, un fratello del 117° Corso AUC di Cesano e con lui abbiamo condiviso cinque lunghi e faticosi mesi fatti di tanti aneddoti e tante storie che al termine di questa rubrica quando avremo esaurito il materiale, riporterò in un articolo commemorativo di quei mesi.

Mancò la fortuna non il valore

Veniamo al tema di oggi: La BATTAGLIA DI EL ALAMEIN de “LA FOLGORE”

Vado a descrivere la Battaglia di El Alamein dopo aver fatto come sempre una ricerca approfondita.

La battaglia di El Alamein

El Alamein: un nome che riporta la mente a due importanti battaglie. La prima è datata 1° luglio – 27 luglio 1942, la seconda 23 ottobre – 4 novembre 1942.

La prima battaglia di El Alamein. Nel luglio del 1942 l’Armata corazzata italo-tedesca comandata del feldmaresciallo Rommel – costituita dalla Panzerarmee Afrika tedesca (ridenominazione del Deutsches Afrika Korps) e da due corpi d’armata italiani dei quali uno di fanteria ed uno meccanizzato – dopo la grande vittoria di

Gazala e aver costretto la guarnigione di Tobruk (forte di 33.000 uomini) alla capitolazione, era riuscita ad addentrarsi in Egitto, con l’obiettivo di troncare la vitale linea di rifornimenti britannica del canale di Suez , occupando i campi petroliferi del Medio Oriente.

La seconda battaglia di El Alamein si svolse tra il 23 ottobre e il 3 novembre 1942, durante la seconda guerra mondiale. A seguito della prima battaglia di El Alamein, che aveva bloccato l’avanzata delle forze dell’Asse comandate dal generale Erwin Rommel, il generale britannico Bernard Montgomery prese il comando dell’Ottava Armata britannica, fino ad allora comandata dal generale Neil Ritchie e, dopo il suo esonero, direttamente dal comandante in capo dello scacchiere Medio Oriente, generale Claude Auchinleck, nell’agosto 1942.

Il successo britannico in questa battaglia segnò il punto di svolta nella Campagna del Nord Africa, che si concluderà nel maggio 1943 con la resa delle forze dell’Asse in Tunisia.

La battaglia di El Alamein provocò la morte di 13.500 inglesi, 17.000 italiani, 9.000 tedeschi e fu una delle più decisive della seconda guerra mondiale: scrisse la parola fine alla minaccia italo-tedesca sul canale di Suez, consegnando il dominio assoluto del Mediterraneo agli inglesi. Cancellando dallo scacchiere un intero fronte, in prospettiva aprì la strada al secondo fronte, ossia allo sbarco in Sicilia destinato a riportare gli alleati in Europa.

Gli ultimi a cedere a El Alamein furono i paracadutisti della Folgore. Abbarbicati al margine della depressione di El Qattara, avevano di fronte il 13° Corpo d’Armata che, secondo la versione inglese, doveva impegnarsi solo per dare vita a un falso scopo, mentre in realtà dovette combattere una delle più dure e logoranti battaglie locali di sfondamento dell’intero fronte. Gli uomini della Folgore resistettero per 13 giorni senza cedere un metro. Alla resa ebbero l’onore delle armi e il nome della loro divisione restò da allora leggendario.

La BBC inglese l’11 novembre, a battaglia conclusa, commentò: “i resti della divisione Folgore hanno resistito oltre ogni limite delle possibilità umane”. Il primo ministro inglese Winston Churchill, all’indomani della battaglia, disse: “dobbiamo inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore”.

Un sacrificio ben sintetizzato dalle parole della Medaglia d’Oro, Ten. Col. Alberto Bechi Luserna: “fra sabbie non più deserte sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore, fior fiore di un popolo e di un esercito in armi. Caduti per un’idea, senza rimpianti, onorati dal ricordo dello stesso nemico”

A partire dal 23 ottobre 1942, a El Alamein, un centinaio di chilometri a ovest del Nilo, è stata combattuta la più grande battaglia in terra d’Africa della 2° Guerra Mondiale.

Il fronte, su terreno completamente desertico, era compreso, da nord a sud, fra la costa del Mediterraneo e il ciglio della Grande Depressione di El Qattara; aveva uno sviluppo di circa 60 chilometri (40 in linea d’aria) ed era inaggirabile perché di là, dalla sua estremità, meridionale la natura del suolo non si prestava al transito di reparti meccanizzati.

Su questa linea era schierata a difesa l’Armata italo-tedesca di cui faceva parte la Divisione Paracadutisti Folgore.

All’inizio della battaglia la Folgore presidiava circa un quarto dell’intero fronte, quello più a sud.

Forze in campo:

La Folgore.

I Paracadutisti in linea erano circa 3000 con 80 cannoni prestati da altre Unità, poche decine di controcarro da 47/32 (integrati da alcuni reparti di Bersaglieri), pochissimi autoveicoli, proiettili contati.

Ne integravano la forza alcuni reparti della Divisione Pavia e diverse squadre del famoso 31° Battaglione Guastatori d’Africa (Comandante il Tenente Colonnello Paolo Caccia Dominioni conte di Sillavengo – Medaglia d’Oro al Valor Militare).

Lo schieramento sul terreno si articolava in una linea principale (di resistenza) preceduta da un’altra (di sicurezza), sottilissima, anteposta a tutta la linea del fronte…..la più esposta, neanche a dirlo costituito da Reparti d’Assalto di Bersaglieri. Entrambe erano protette da campi minati che distavano fra loro da uno a tre chilometri.

Sul retro, lontane, stazionavano le divisioni corazzate Ariete e 21° Panzer il cui tempestivo intervento risultava piuttosto aleatorio e che comunque non si rese necessario.

Gli Inglesi

Di fronte alla Folgore, incaricato dell’assalto a sud, stava il 13° Corpo d’Armata britannico, articolato su 4 divisioni, con più di 50.000 uomini, 400 cannoni, 350 carri armati, 250 blindati, munizioni praticamente illimitate, migliaia di automezzi.

A ulteriore vantaggio il totale dominio dell’aria e, cosa non meno importante,

il terreno, favorevole all’impiego in massa dei corazzati, senz’altri ostacoli che le mine.

Per i 3000 paracadutisti, diluiti su di un fronte di oltre 15 chilometri, organizzati in centri di fuoco di modeste dimensioni e molto intervallati, il problema della difesa risultava davvero arduo. Oltre al resto, quasi tutti gli uomini erano affetti da dissenteria e seriamente indeboliti da tre mesi trascorsi in condizioni di vita inusualmente aspre.

Tutti comunque erano pronti a sostenere l’urto, quale che fosse, ben decisi a opporsi con ogni mezzo allo strapotere avversario. Simbolo e impegno per ciascun uomo della Divisione la consegna che il comandante, generale Enrico Frattini, aveva sintetizzato in due semplici parole: “Non mollare!”.

L’offensiva britannica, largamente prevista, ebbe inizio alle 21,40 del 23 ottobre con un formidabile tiro di artiglieria. Nelle parole di un veterano del deserto, il capitano Pietro Santini del 31° Guastatori:

“assistevamo, quasi ammirati, allo spettacolo che dimostrava una potenza di fuoco mai vista prima inAfrica Settentrionale. All’alba, una densa nube di fumogeni che poi, diradatisi, svelò un mare di carri armati e blindati davanti alle nostre linee, a perdita d’occhio”.

Allungatosi il tiro, intere brigate corazzate e di fanteria mossero all’attacco della Folgore investendo, sul centro della linea di sicurezza, le compagnie 6° e 19°. La lotta si accese subito, furibonda. Come precisa in un suo scritto il sergente maggiore Sisto Bodriti (6° compagnia):

“c’erano mine che esplodevano, mezzi corazzati e cingolati che si incendiavano, uomini che saltavano in aria con urla disumane”.

I paracadutisti si accanirono principalmente sulla fanteria in modo da dissociarla dai carri e, combattendo selvaggiamente, vi riuscirono quasi dovunque. Durante la notte, un solo corridoio dei quattro preventivati dall’avversario, poté essere aperto; ed ebbe allora inizio l’azione di contrassalto ai mezzi corazzati.

Attaccare carri armati con ordigni lanciati a mano non è facile. Nelle parole del caporale Vincenzo Girolami (19° compagnia):

“dalla paura i denti mi battevano talmente forte che sembravo una motocicletta. Ma i carri erano nelle nostre postazioni e bisognava far qualcosa. Così saltai fuori, come gli altri, dandoci dentro con le bombe a mano”.

I carristi britannici, che non si aspettavano di essere contrassaltati a uomo, dovettero improvvisare caroselli per sottrarsi agli attacchi: pagarono tuttavia a caro prezzo la loro azione.

“Il contingente incaricato di far breccia subì pesanti perdite a causa del cannoneggiamento e della fanteria della divisione Folgore che resistette ferocemente”

si legge nella Storia del reggimento corazzato britannico dei Royal Scots Greys. Ma con il sopraggiungere della luce, finite ovunque le munizioni, i difensori furono infine tacitati: gli attaccanti poterono avanzare e investire da tergo un’altra compagnia, la 22°.

Ancor più lontana però, intatta, rimaneva la linea di resistenza che, secondo i piani, sarebbe dovuta crollare prima dell’alba. Il potente assalto contro il centro della Folgore aveva subito un primo, decisivo colpo d’arresto.

Di fronte a non più di 350 paracadutisti, intere brigate avevano dovuto segnare il passo perdendo lunghe, preziose ore, e con falcidie talmente elevate in uomini e carri da costringere i loro comandanti a rivoluzionare drasticamente il piano d’attacco.

Durante la stessa notte un altro violento attacco, affidato a due battaglioni francesi della Legione Straniera, sostenuti da una colonna di carri e blindati, fu sferrato contro l’estrema ala destra della Folgore.

I fanti, per un totale di quasi 1500 uomini, aggirarono da sud le difese del 5° battaglione e, sfociando sulla piana di Naqb Rala, le investirono da tergo. Senza indugio il comandante del 5°, Tenente Colonnello Giuseppe Izzo, mobilitò

la forza di rincalzo (circa 3 plotoni) costituita appunto per questa eventualità, la suddivise in due gruppi e postosi alla testa di uno di essi mosse al contrassalto.

Erano circa 100 uomini che, su terreno aperto, affrontavano avversari quindici volte superiori. La disparità delle forze era tale che il caporalmaggiore Luigi Mozzato,

in posizione arretrata e in grado di abbracciare con un sol colpo d’occhio il terreno dello scontro, fu indotto a un più che giustificato pessimismo:

“la sproporzione era così evidente da far pensare che il nemico sarebbe avanzato molto in fretta: giudicai che ben presto ci saremmo trovati in mezzo anche noi e con ben poche speranze”.

Accadde invece il contrario. Suddividendosi in piccoli nuclei e facendo ricorso, oltre che all’audacia, ai più diversi stratagemmi, i difensori riuscirono a contenere l’impeto degli antagonisti e a farli indietreggiare costringendoli infine, dopo tre ore di cruenti scontri, a battere in affannosa ritirata.

I legionari lasciarono sul  terreno 300 uomini, i paracadutisti perdettero i due terzi degli effettivi; consistenti vuoti furono prodotti anche nella colonna mobile di supporto.

Risoluto a ottenere uno sfondamento decisivo, nella tarda serata del 24 ottobre l’avversario tornò all’attacco lanciando imponenti forze contro il centro della linea di resistenza presidiato dalle compagnie 20° e 21°.

Benché opposti a grandi masse di fanti i paracadutisti riuscirono a contenere in ristretto spazio la testa di ponte creata dagli avversari. Quanto ai corazzati, fu loro impedito di esser d’aiuto alla fanteria: presi sotto tiro alle minime distanze da controcarro e mortai, soprattutto da due obici da 100 giunti in linea quel giorno stesso

su iniziativa del capitano Gino Bianchini, comandante della 21° compagnia, subirono gravi perdite (84 carri sicuramente distrutti, 10-15 probabili) mentre attraversavano il varco aperto dai genieri nel campo minato cosicché la forza corazzata fu costretta a ritirarsi.

Egual sorte toccò, all’imbrunire del giorno successivo, ai fanti della brigata attaccante rimasti nella testa di ponte. Riorganizzati i decimati resti delle sue compagnie il

comandante del 7° battaglione, capitano Carlo Mautino di Servat, ordinò di suonare la carica e un risoluto contrattacco fece ripiegare in disordine gli avversari ristabilendo la situazione.

I combattimenti, soprattutto nei centri di fuoco più avanzati, erano stati aspri, sanguinosi, e ne erano rimaste tracce raccapriccianti. Nelle parole del tenente Giuseppe Berti (20 compagnia):

“ovunque sparsi, cadaveri, armi spezzate e contorte: due nostri artiglieri erano immobili, avvinghiati a un pezzo da 47 quasi posassero per un monumento”.

Molto gravi le perdite avversarie: oltre a centinaia di uomini, quasi cento carri armati ridotti a carcasse fumanti; meno di 300 paracadutisti erano bastati a infrangere il grande attacco alla linea di resistenza.

Falliti i precedenti tentativi l’avversario insistette organizzando potenti colpi di maglio contro il saliente di Munassib (settore nord dello schieramento divisionale), presidiato dal 4° battaglione. Nel pomeriggio del giorno 25 mossero all’attacco due reggimenti corazzati, per un totale di circa 90 unità, che operando in piena vista vennero falcidiati in breve tempo (22 carri distrutti).

Ma l’assalto più violento si scatenò la sera, preparato da un terrificante concentramento di artiglieria.

“Munassib sembrava un vulcano in eruzione” – scrisse in proposito il capitano Felice Valletti Borgnini, comandante del 4°. Gravitando principalmente sulla 11°

compagnia i fanti, appoggiati da corazzati e blindati, dilagarono fra le piccole e distanziate postazioni dei paracadutisti, sommergendole. Si accese una lotta senza quartiere che proseguì per tutta la notte.

“Alle intimazioni di resa – dice il paracadutista Tonino Marinoni – rispondevamo gridando Folgore! e sparando”.

Nell’impari lotta la compagnia fu distrutta e i superstiti, 13 in tutto, ritirati dalla fornace. Ma gli attaccanti, paurosamente falcidiati, dovettero desistere limitandosi, il giorno successivo, a un attacco senza mordente alla 10° compagnia. Dopo di che, convinti che sfondare sul fronte della Folgore era impossibile, i Comandi

britannici ritirarono le restanti forze corazzate accontentandosi di saggiare le difese con puntate di fanteria che si susseguirono fino alla notte del 1/2 novembre.

Al prezzo di un terzo dei suoi effettivi l’esile linea della Folgore aveva retto all’urto di buona parte di un intero Corpo d’Armata infliggendo all’avversario perdite valutabili in circa 2500 uomini, quasi 150 carri armati e altrettanti blindati.

Gli uomini della Divisione Paracadutisti avevano tenuto fede a sé stessi. Né si

smentirono quando, per ordini dall’alto, dovettero abbandonate le posizioni. Per quattro giorni e quattro notti ripiegarono combattendo, appiedati, portando a spalla le armi, trainando i pezzi a braccia, senza alcun rifornimento di munizioni e viveri, con l’acqua di dotazione che bastò a malapena per le prime ventiquattr’ore.

Oggi, dopo tanti anni, i pochi sopravvissuti ricordano e tacciono. Custodiscono nel cuore l’immagine di quel pezzetto d’Italia, il loro, che tutti insieme costruirono nel deserto egiziano: una comunità dove i pezzi grossi (Gli Ufficiali) erano primi nell’affrontare rischi e assumersi responsabilità, dove la solidarietà reciproca non aveva confini. Perché questo fu per loro la Folgore: una piccola, meravigliosa patria per la quale valeva davvero la pena di vivere e di morire.

Il Comandante della Folgore ad El-Alamein Generale Enrico Frattini

La famosa lapide posta all’ingresso del Sacrario Militare Italiano di Quota 33 ad El-Alamein, scritta dal Tenente Colonnello Paracadutista (Medaglia d’Oro al Valor Militare) Alberto Bechi Luserna.

ALLE ANIME DEGLI EROI CADUTI IN COMBATTIMENTO E MAI VINTI

“Ora se ne vanno, guardateli se ci riuscite. Non piangono, non maledicono, non si disperano. Spalla a spalla si allontanano, pallidi si, ma senza un tremito! Con quel passo lieve e fermissimo che un tempo si diceva appartenesse ai Guerrieri e agli Eroi.”

Dino Buzzati

Alcuni episodi ad El –Alamein che fanno capire di che pasta sono i Reparti d’Assalto Italiani.

Mentre infuria la battaglia, innumerevoli sono gli atti di gran valore, i Reggimenti italiani con i loro Battaglioni e Compagnie si impegnano in aspri ed impari lotte. Il rapporto di forze è 1 a 15, 1 a 20, ovvero un soldato italiano contro 15-20 inglesi, neozelandesi, australiani e perfino legionari francesi.

Ma i Ragazzi della Folgore, dell’Ariete, della Pavia, non mollano contrassaltano respingendo il nemico meglio armato ed equipaggiato.

Ma ecco l’eroismo fra i reparti italiani:

tutti sono impegnati in violentissimi combattimenti, il fragore è assordante, ci si muove con LA MORTE a fianco.

Fra le buche italiane si ode una voce chiara e ferma, un ORDINE SECCO……………TROMBA SUONA LA CARICA.

E’ il povero Maggiore Aurelio Rossi Comandante il 9° Battaglione della Folgore ex Bersagliere, e come a Solferino e San Martino in epoche passate…………. la TROMBA SUONA.

Tutti sentono distintamente, il Comandante Rossi già pluridecorato si immola primo fra i suoi nell’assalto.

Fu nel settembre 1942 , poche settimane dopo il loro arrivo in linea. Durante una puntata offensiva, un paio di nostri battaglioni, 90°, 100° e 30° Gruppo, si erano incuneati arditamente nel bel mezzo delle linee nemiche tenute da una Brigata Neozelandese. In una pausa del combattimento, una Camionetta sventolando un cencio bianco, s’era distaccata dalle postazioni nemiche avvicinandosi alle nostre. Era disceso un piccolo e petulante Generale che aveva chiesto del comandante italiano.

I nostri seguivano attentamente cosa stava accadendo sotto i loro occhi, così come gli Inglesi.

<<Siete circondati da ogni parte da forze superiori>>, gli aveva detto, <<ho varie decine di batterie e centinaia di carri pesanti pronti a far fuoco e ad assalirvi, vi concedo un quarto d’ora per arrendervi>> aveva aggiunto picchiettando l’orologio.

Il Colonnello Camosso, guardando a sua volta l’orologio, rispose: <<Siete di fronte a Truppe d’Assalto italiane, che considerano la vostra offerta come un insulto, Vi concedo cinque minuti per tornare onde siete venuto>>…….

Poi il combattimento fu ripreso, la Brigata Neozelandese fu messa in fuga e quel Generale, poveretto, prigioniero.

I Parà Italiani della Folgore resisterono per giorni e giorni SENZA CEDERE UN METRO, senza acqua e senza cibo contro forze assai superiori per numero e per mezzi…..non certo per coraggio.

NOI ITALIANI SIAMO FATTI COSI’

E’ sera, in mezzo al deserto il comando Italo-tedesco impartisce l’ordine di sortite per pattugliamenti verso le linee nemiche.

Un Tenente ed un maresciallo tedeschi chiedono al Comando della Folgore 2 uomini per la Pattuglia.

Nelle loro buche, stanchi, affamati, assetati riposano due paracadutisti.

Vengono svegliati dal loro Sergente per andare di pattuglia con i tedeschi,…. imprecano e vanno.

Il Gruppo avanza nella notte verso le linee inglesi, il nemico è a pochi passi, d’improvviso un boato…..il Tenente tedesco è saltato su una mina, si trovano nel bel mezzo di un campo minato.

Il maresciallo tedesco pensa immediatamente, gli inglesi avranno sentito sicuramente ed invieranno contro pattuglie per braccarci.

Un attimo ed ordina “Rientriamo alla base” anche se un lamento nella direzione dell’esplosione segnala il Tenente tedesco ferito ma ancora in vita. Il maresciallo conferma via subito…..loro sono fatti così.

I due parà italiani eseguono l’ordine si allontanano con il maresciallo di gran fretta…………però dopo pochi metri i nostri si fermano……un solo pensiero…….torniamo indietro a prendere il Tenente tedesco.

Il pericolo c’è ed è costituito non solo dal campo minato ma anche dalle contro pattuglie inglesi sicuramente già in zona.

Raggiungono il Tenente (ancora vivo) se lo caricano sulle spalle a turno, affondando pietosamente con il peso nella sabbia, faticando oltre ogni limite riescono a rientrare alla base portando il Tenente tedesco in salvo nel posto medico germanico.

NOI SIAMO FATTI COSI’, i due parà tornano a notte fonda a dormire nelle loro buche.

Alcuni minuti dopo vengono nuovamente svegliati dal loro sergente……..Il Comandante dei Paracadutisti tedeschi Generale RAMCKE vuole i due italiani della pattuglia notturna…….SUBITO.

I due imprecano e si avviano verso il Comando Tedesco.

Li aspetta il GENERALE RAMCKE in persona che senza tanti fronzoli stringe loro la mano e li decora con due CROCI di FERRO al valore (la più alta ricompensa militare germanica).

I due rientrano fra le linee italiane, è ormai giorno, e corrono dal loro comandante per mostrargli quelle 2 CROCI.

La vera morte della «Folgore», dopo le giornate intense di combattimenti che la vedevano attiva, efficace, pericolosa, aggressiva, irriducibile dal 23 Ottobre, data del grande attacco, è cominciata alle ore 2 del 3 novembre, con l’ordine notturno, improvviso e inatteso: abbandonare a linea Deir Alinda – Deir el Munassib – Quota 125 – Haret el Himeimat, quindici chilometri a ponente.

Il nemico non incalza subito, ma già alle 4 le artiglierie tempestano le nuove posizioni. Alle 14 il tiro è sospeso, compaiono tre autoblindo con potenti altoparlanti che offrono l’onore delle armi e le lodi per il valore dimostrato, ma chiedono la resa e minacciano l’annientamento.

I paracadutisti rifiutano e al grido di “Folgore” sparano.

Il ripiegamento è ripreso. I pezzi sono trainati a braccia, molti camminano scalzi, si combatte per aprirsi la strada, crescono le perdite: si abbattono nella sabbia i feriti, i morti, gli assetati che non possono più camminare. All’inizio di ogni sbalzo molti non si alzano più.

Gli Inglesi sono stupiti ed ammirati da tanta FORZA DI VOLONTA’, CORAGGIO, ABNEGAZIONE, TESTARDAGGINE.

Fra i resti dei Reparti Italiani, c’è un giovanissimo Tenente…..spregiudicato e folle…..è RENATO MIGLIAVACCA….questi compie con i suoi ragazzi qualcosa che commuove gli Inglesi che guardano increduli da un’altura tutta la scena:……. Ormai senza munizioni per i cannoni da 47 il Tenente Migliavacca esclama “Porco Giuda io a questi qua le armi non le consegno e non mi arrendo”, detto fatto……per giorni si sono trascinati fra le sabbie che affondavano i cannoni anche non utilizzabili, perché senza munizioni……gli inglesi li seguivano in silenzio impressionati, non volevano credere ai loro occhi.

All’alba del 6, nella regione di Deir el Serir, il IV battaglione viene annientato, quei Ragazzi dagli sguardi miti erano Arcangeli Indemoniati in combattimento…..sono caduti tutti….ma il nemico non è passato, sia gloria al loro nome.

Oramai il nemico è li. Gli avanzi della divisione si stringono attorno ai battaglioni II, VII e IX.

Il II è ridotto a 4 ufficiali e 40 uomini. Scorte esaurite, munizioni finite.

Il Colonnello Camosso chiama a rapporto i pochi sopravvissuti, feriti, esausti, febbricitanti, e dice loro di fermarsi per evitare altro sicuro sangue……I visi si contraggono…..NO…ABBIAMO ANCORA LE BOMBE A MANO.

Il nemico, ormai a ridosso di quel pugno di EROI ascolta in silenzio……ANESTETIZZATO da tanto Coraggio, un Ufficiale Superiore Inglese dirà ai suoi…”Questi Paracadutisti sono FOLLI, non hanno via di scampo e continuano a combattere”.

Ma ormai tutto tace.

Il Comandante della Divisione Ariete scrive:

“NON UN SOLO DRAPPO BIANCO. NESSUN UOMO HA ALZATO LE BRACCIA. 32 UFFICIALI E 272 PARACADUTISTI, FERITI E STREMATI, ERANO ANCORA NEI RANGHI, CON LE ARMI IN PUGNO, IN PIEDI, QUANDO IL NEMICO LI HA CATTURATI PRIVI DI ACQUA E RIFORNIMENTI  DA TANTI GIORNI, E SENZA MUNIZIONI, E DOPO AVERE RISPOSTO CON L’ENNESIMO “FOLGORE!” AGLI INVITI AD ARRENDERSI A BRACCIA ALZATE.” 

La truppa passa in riga piangendo: ma è il pianto dei forti.

Il Ten. Col. Mario Zanninovich, di antica famiglia dalmata, comandante del II battaglione, presenta i resti della divisione schierata al Col. Luigi Camosso, comandante del 187° Reggimento, e dopo l’attenti da la a forza: ufficiali 32, truppa 272…. feriti compresi (Degli oltre 5000 partiti dall’Italia).

Il nemico rende l’onore delle armi ai prigionieri. Sono le 14.35 di venerdì 6 novembre 1942.

I tre reggimenti, 185° artiglieria, 186° e 187°, vennero decorati di medaglia d’Oro al Valor militare.“

Gli inglesi ammirati scriveranno:

Inviato inglese di Radio Cairo, Hearth Brighton, 1942

“Gli italiani si sono battuti molto bene. La Divisione Paracadutisti Folgore, in particolare, ha resistito oltre ogni possibile capacita’ umana ed oltre ogni possibile speranza”.

Agenzia Reuter, Londra, 11 novembre 1942

“Ammirevole lo slancio ed il coraggio dei Paracadutisti Italiani della Divisione Folgore”

BBC, 3 dicembre 1942

“Gli ultimi superstiti della Folgore sono stati raccolti, esanimi e con le armi in pugno. Nessuno si e’ arreso.  Nessuno  si  e’  fatto  disarmare.”

Winston Churchill, 21 novembre 1942, discorso alla Camera dei Comuni, Londra

“Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i Leoni della FOLGORE”

La foto di copertina di questo articolo che reca la frase “Mancò la fortuna, non il valore!” è riportata su una bianca targa marmorea su un cippo nel deserto egiziano. A porla furono i Bersaglieri del 7° Reggimento il 1° luglio 1942, quando ancora la strada per Alessandria (e poi quella per Il Cairo) sembrava a portata di mano.

Ma la linea del fronte si allungava, centinaia di chilometri di piste nel deserto, solo sabbia e qualche sasso. I rifornimenti cominciarono a giungere sempre più centellinati, i soldati cominciarono a lavarsi con la sabbia e a razionare acqua e viveri. La benzina per gli autocarri scarseggiava e quella arrivata via mare era sempre di meno a causa dell’affondamento dei trasporti operati dalla Royal Air Force e dalla Royal Navy.

Meno di un anno prima era già stata persa l’Africa Orientale (Somalia, Eritrea ed Etiopia) e l’impero del 1935 stava dissolvendosi come polvere tra la dune del deserto. Ma i soldati resistevano. Nell’Amba Alagi, a Culquaber, a Gondar, i nostri figli d’Italia ricevettero l’onore delle armi. E presto sarebbe toccato anche a coloro che stavano continuando a combattere sul fronte settentrionale: la speranza di riunire nel Caucaso, passando dal Medio Oriente e dalla Crimea, l’Afrika Korps di Rommel con le truppe che stavano avanzando in Unione Sovietica, raggiungendo così i pozzi di petrolio, obiettivo vero di tutte le guerre, anche di quelle ideologiche, rimase solo un sogno sulle carte dei generali.

Alcune foto delle battaglie

Il sacrificio dei fratelli Ruspoli (foto da web)
El Alamein oggi

Vorrei dedicare questo Blog a sue persone eccezionali, il mio Comandante della Compagnia AUC “Mareth” Pietro Foti e ilmio Comandate di Polotone Davide Bocci, etrambi Ufficiali Paracadutisti. Con il loro insegnamento io sono diventato prima un Uomo e poi un Ufficiale e da questa esperienza durata in totale 15 mesi tra corso e servizio di prima nomina, il mio percorso mi ha portato sino ad oggi ad essere un Imprenditore dello spettacolo. Senza quella esperienza non avrei mai potuto gestire nel tempo ciò che con umiltà e dedizione e con gli stessi valori acquisiti ho potuto svolgere la mia attività sino ad oggi e spero per diversi anni ancora con lo stesso entusiasmo che provo.

Comandi Comandante Pietro Foti !

Comandi Comandante  Davide Bocci!

Un abbraccio fraterno.

Pubblico la foto mia e di Davide scattata in occasione del nostro raduno del 117° Corso AUC il 2 Aprile 2022.

Davide e Alessandro….. scritta così sembra antologia, e diciamo che un po’ ci sta

In quella occasione Pietro non è potuto essere con noi e non ho purtroppo fotografie insieme a lui ma avremo modo di farle presto in un prossimo incontro tutti insieme.

Con immutati stima ed affetto Vi saluto e saluto i miei lettori conclusione citando in sintesi come fui definito dai miei stessi colleghi del terzo polotone nel numero unico del nostro 117° Corso AUC:

“Alessandro Lopez: il poliedrico del plotone. Un po’ Papa, un po’ Presidente, un po’ Colonnello, un po’ gallo, un po’…. Scoppiato.

Bene scoppiato lo sono ancora, ma con tante deflagrazioni fatte di risate, abbracci intensi e fraterna amicizia

Al prossimo appuntamento su: http:www.alessandrolopez.it

CREDO E VINCO!

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8 Risposte
  1. Alberto

    Letto tutto d’un fiato, che dire, incredibile pagina di storia che insegna dedizione, perseveranza e coraggio, valori che si stanno perdendo purtroppo ti saluto con il nostro motto che da sempre ci ACCOMPAGNA e sembra essere appartenuto un po anche ai leoni della Folgore… CREDO E VINCO!

    1. Caro Alberto, grazie per il tuo commento è bello poter condividere con tutti voi che capite l’importanza di tramandare ai posteri queste pagine di storia vera, reale e vissuta.
      Dispiace di non leggere commenti di nuovi lettori nonostante io esorti negli articoli di commentare sul blog e non sui post condivisi sui social che sinceramente lasciano il tempo che trovano. Forse dovrei trovare delle frasi più esplicative oer farlo capire che è necessario commentare qui come fate voi e che io rispondo a chi commenta riceve una notifica della mia riposta e può andarla a leggere. Un vero forum di discussione su ogni articolo. Ti abbraccio FRATELLO!

      1. Alberto

        Questo è il problema di oggi caro fratello.. Non si legge tutto.. Non si ascolta la gente, si sta diventando sempre più superficiali…

  2. Bellissimo, aggiungo solo una cosa

    “Benedici, Signore, nel canto del Deserto e dell’Onda, gli Italiani riuniti sopra la Quota lontana. Essi conobbero, prima del supremo mortale spasimo, tormento insonne di attesa, sete, sozzura, fatica. Seppero vicende disperate di battaglia e talora, indifesi al facile insulto straniero, squallore di libertà perduta. Perché condotti non da vanità o bramosia di ventura, ma da obbedienza alla Patria, benedicili, Signore. Con tutti i Caduti d’Africa e del mondo, fratelli soldati d’ogni Bandiera, purificati nell’ultima fiammata“.

    1. Caro Francesco solo la tua sensibilità e il senso di appartenenza a tutti i Corpi, compresa la Folgore che ci appartiene da vicino poteva farti scrivere un pensiero così intenso. Ti abbraccio FRATELLO

  3. Flavio Furci

    Una pagina di storia tragica ma nel contempo gloriosa dove la forza dei vincitori è stata oscurata dal valore dei vinti.

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